…le Cassandre.

Ha ragione Carlo Pelanda quando scrive che gli oppositori del decisionismo geopolitico angloamericani si esercitano in profezie di sciagura, proiettando in un inverosimile futuro un terrorismo simbolico e a buon mercato, perché non hanno argomenti sostenibili nel presente e non accettano (non possono accettare) le lezioni del passato.
Solo così si può spiegare il cassandrismo dell’intellettualità europea, che ripete con sinistro automatismo: la guerra genererà mostri, la democrazia non si esporta.

Mentre sappiamo tutti che sono i mostri del terrorismo internazionale e della “teologia della liberazione” islamica (formula di Marc Fumaroli) a generare la guerra, e sappiamo tutti di vivere in democrazie esportate con le armi.

Ma la sua diagnosi va integrata riflettendo sul divario drammatico di cultura strategica che si è aperto nel tempo tra gli Usa e l’Europa continentale (se n’è occupato ieri Frederick Kempe sul Wall Street Journal). Avete presente gli sberleffi e i pernacchi che colpiscono chiunque discuta di strategia militare, politica e diplomatica in tv o sui giornali? Sono la versione volgarizzata di una sconfitta culturale o di un ripiegamento scientifico e politico che comincia con il comportamento delle élite e finisce con il dileggio e la piccola gogna del guardone televisivo incallito (la tv la odiano davvero solo quelli che ne fanno un iperconsumo).
Per noi è ormai impossibile capire la pace e la guerra, la decisione e il conflitto, e il sarcasmo ci libera in apparenza dalla bisogna. ( Sessant’anni di pace imbelle, impigriti sotto l’ombrello atomico americano -degli ex amici americani- hanno creato europei smidollati, inermi e impotenti davanti a qualunque minaccia. Vuoto e incapacità di reagire letti negli occhi e nelle parole di un certo Parlato ieri sera a Tv7, ndr).

In parole povere. Apprestare un percorso di guerra e di politica come quello che in un anno e mezzo dall’11 settembre ha portato l’America e i suoi alleati da Kabul alle porte di Baghdad sarebbe stato impossibile senza una ipotesi strategica adeguata, radicata nel tempo delle presidenze Reagan e Bush senior, e negli anni dell’opposizione neoconservative alle mollezze attendiste della presidenza democratica di Clinton. Reagan osò sfidare la strategia dello status quo europea verso L’Urss ( quella che “portò” Andreotti a dire, poco prima della caduta del muro di Berlino, che preferiva due Germanie a una Germania riunificata ) addirittura nominando come “impero del male” l’altra superpotenza.
Per ottenere il risultato desiderato, l’America mise in cantiere un sistema di difesa globale che liquidava la deterrenza atomica (l’assicurazione di un mutuo annientamento in caso di guerra). E investì nelle bombe intelligenti e nell’intelligenza geopolitica con uguale impegno. I nostri intellettuali, in larga maggioranza, hanno assistito a questo processo come antichi “literati”, con una nozione cinese (o vaticana?) del fattore tempo, lavorando in una dimensione sempre più giuridico-costituzionale e accademica, scavando in modo introverso dentro i meandri della sopranazionalità all’europea, senza preoccuparsi degli effetti della storia sulla catena del comando del mondo contemporaneo. Gli intellettuali americani si organizzano tradizionalmente in lobby orientate alla definizione di una politica e di una geo-politica, i loro think tank finanziati da privati sono storicamente legati a ipotesi strategiche, studiano con eguale accanimentoil soft power e il bilancio del Pentagono, ritraggono il mondo reale per quello che esso dice, intercettano il suo sguardo, si servono delle informazioni dell’intelligence, si mischiano, si integrano con il complesso militare-industriale, entrano in posizioni di guida nell’amministrazione, influenzano la stampa e la televisione.

“La controffensiva repubblicana negli Stati Uniti ha conquistato un’autorità intellettuale e politica che noi non abbiamo ancora misurato” Oppure:”La riscoperta delle origini liberali di istituzioni e costumi della democrazia americana, la riflessione sul ruolo che essa ha investito nel XX secolo alla guida della civiltà (parola ritrovata e riabilitata, ricordate la ‘gaffe’ di Berlusconi?) sono diventate le premesse di influenti proiezioni geopolitiche”.
Questo si leggeva in un breve saggio, apparso su Il Foglio del 24 ottobre 2002, firmato da Fumaroli.

Se non verrà colmato questo divario nella comprensione del mondo, noi europei con il nostro balbettio non ci avvicineremo mai neanche di poco alla comprensione del decisionismo politico militare dell’America di Bush, e continueremo ad esorcizzarlo in nome della nostra chiusa “eccezione culturale”, del nostro solipsismo (esisto solo io, ndr) costituzionale.
Per pensare strategicamente, e a lungo termine, secondo Kempe l’Unione europea spende cinquecentomila euro all’anno.
Pensate alla spesa in pensiero e conoscenza degli americani, e vedrete che il divario è di gran lunga superiore a quello, agghiacciante, dei bilanci tecnologici e militari dei due mondi.

Da Il Foglio di mercoledì 2 aprile 2003-04-02

saluti