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E' il libreria l'ultimo saggio del filosofo, che analizza i punti deboli del pensiero marxiano, e apre nuove prospettive sul futuro della sinistra.
di Alex Dall'Asta
MILANO – L’errore più grande di Marx? Essere anti-politico. Cofferati? Un leader di destra. Il paradosso è solo apparente, almeno se accettiamo le categorie critiche del pensiero di Ermanno Bencivenga e del suo ultimo saggio, Una rivoluzione senza futuro. Perché la sinistra non può (più) dirsi marxista . Nel saggio il filosofo, che si pone ‘più a sinistra di Marx’ ma precisa di “non essere mai stato marxista”, critica il padre del comunismo e lo accusa di non essere uscito dal ‘circolo vizioso’ del capitalismo, quello che considera l’economia il motore della società e non mette l’uomo al centro del suo mondo.
Insomma, Marx aveva sbagliato tutto, o quasi: “Marx nega l’essere politico dell’uomo e della donna, perché la sua è una visione conciliatoria in cui il conflitto si comporrà, non potrà che comporsi, anzi si è già sempre composto”. La sua è un'"antropologia fallimentare". L’autore del Capitale commette l'errore fatale di “identificarsi con l’aggressore” (l’espressione è di Freud) capitalista, e prefigura una rivoluzione proletaria che – come il libero mercato – trasforma il mondo in una grande macchina senz’anima.
Che senso ha decretare la morte di Marx oggi, dopo il crollo del muro di Berlino, a ben dodici anni dalla fine del PCI? “Io non scrivo instant books - risponde l’autore – sono un filosofo e questo saggio è frutto del mio percorso intellettuale”. E, dice, fare i conti con Marx per chi si considera di sinistra è un po’ come rileggere i vangeli per un cristiano, un percorso inevitabile.
Quindi Cofferati ‘leader di destra’. In che senso? “Il fatto è che la sinistra non esiste più”, spiega Bencivenga. “Quella di Cofferati o Fassino è una ‘destra rispettabile’, che potrebbe tutt’al più amministrare bene l’esistente, ma non critica alle fondamenta il sistema dell’economia di mercato”. Basta guardare lo scontro recente tra i cassintegrati Fiat e la direzione dell’azienda: gli operai – anziché mettere in discussione il mercato dell’automobile e le sue logiche – si sono limitati ad accusare i manager di non essere abbastanza furbi e di farsi battere dalla concorrenza. Insomma, della ‘critica radicale della società’ che infuocava gli animi dei giovani del ’68 non rimane traccia negli uomini e nelle donne di sinistra di oggi. Anche un radicale come Noam Chomsky in America secondo Bencivenga si ferma allo stadio critico ‘negativo’ e non dà idee concrete per la costruzione di un futuro alternativo.
Non è difficile essere d’accordo con le tesi di Bencivenga: la débâcle ideologica della sinistra internazionale ha segnato gli ultimi due decenni, ed è chiaro che i movimenti della ‘nuova sinistra’ no global mancano di un ‘pensiero forte’. Ma è proprio necessario che lo abbiano? Il secolo passato ci ha mostrato che un’ideologia forte e dogmatica ha come corrispettivo politico la dittatura. Lo stesso Bencivenga ammette che “il ‘capitalismo di stato’ dell’Urss” era molto vicino ad incarnare le tesi di Marx. La vera frontiera della nuova sinistra, ci spiega, deve invece stare in un'“educazione reciproca permanente”, che si opponga al “vuoto del liberismo, in cui fatalmente segui la legge del ‘minimo comun denominatore’ fatta di spot pubblicitari e programmi televisivi di bassa lega”. Una sinistra che promuova la consapevolezza dei problemi del nostro tempo, anziché un potere economico ‘altro’ rispetto al capitalismo.
Ermanno Bencivenga, Una rivoluzione senza futuro. Perché la sinistra non può (più) dirsi marxista, Garzanti, pp. 109, € 14,50
Ermanno Bencivenga (Reggio Calabria, 1950) insegna filosofia alla University of California Irvine. E' autore di numerosi saggi, tra cui citiamo "Filosofia: istruzioni per l'uso" (Mondadori 2002), "I passi falsi della scienza" (Garzanti 2001, 2003), "Manifesto per un mondo senza lavoro" (Feltrinelli 1999).
Da: http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...175392,00.html




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