Se Arafat piange, Sharon ha poco da ridere. La caduta del regime di Saddam Hussein, e la conseguente ripresa dell'iniziativa diplomatica per rimettere in moto il processo di pace israelo-palestinese, sta infatti mettendo in seria difficoltà i due anziani e bellicosi leader della regione, l'uno impegnato nel tentativo di far modificare a suo favore le linee della cosiddetta road map (il percorso individuato dal Quartetto Onu-Usa-Ue-Russia per giungere a un trattato di pace), l'altro proteso a non perdere il controllo del governo palestinese.
La verità è che entrambi sono alle strette: Sharon perché sa che la pubblicazione della road map - e dunque il momento in cui saranno resi espliciti gli obblighi imposti a Israele - è imminente; Arafat perché ha trovato in Abu Mazen, l'uomo che è stato sostanzialmente costretto a insignire della carica di primo ministro, un uomo coriaceo, deciso a esercitare un potere reale sull'Autorità nazionale palestinese. Il risultato è che entrambi sono alle prese con una fitta rete di manovre tese a tenere il pallino in mano.
Prendiamo il premier israeliano. Ieri l'altro ha suscitato un certo scalpore concedendo una lunga intervista esclusiva al principale quotidiano di opposizione, Haaretz, nella quale ha prospettato - in modo molto vago - la disponibilità a fare «dolorose concessioni» in cambio della pace. Per modesta che fosse l'apertura - Sharon ha prospettato l'abbandono delle colonia in alcune località bibliche della Cisgiordania - l'intervista ha immediatamente provocato le ire degli esponenti dell'estrema destra israeliana, e segnatamente dei ministri ultra-nazionalisti Lieberman ed Eitam. Ma la mossa sembra il frutto di un calcolo preciso: proprio mentre Sharon rilasciava l'intervista in questione, infatti, un suo emissario, Dov Weisglass, partiva per Washington, nel tentativo di porre qualche ulteriore condizione prima che la road map sia resa pubblica. Le proteste dell'ala destra del governo, dunque, potrebbero risultare utili allo stesso Sharon all'interno della partita a scacchi in corso con l'amministrazione Bush.
Nella vicenda dell'intervista c'è poi un paradosso: sostanzialmente smentendo il valore del proprio scoop, ieri Haaretz ha pubblicato un editoriale dal titolo «Quel che dice Sharon» che nega l'esistenza di qualsivoglia apertura da parte del primo ministro, e lo accusa di aver usato l'occasione per costringere Washington a modificare la tempistica del piano. «La road map - si legge infatti in un secondo commento, che parla apertamente di un premier in preda al panico - dice che dopo l'elezione del nuovo primo ministro palestinese Israele tornerà sulle posizioni del settembre 2000 (prima dello scoppio della seconda Intifada, ndr) e smantellerà gli insediamenti costruiti dal marzo del 2001». Che il piano sia molto mal visto dalla destra israeliana, d'altro canto, lo testimonia l'editoriale di un autorevole quotidiano conservatore, il Jerusalem Post, che invita esplicitamente Bush a modificare il testo sostenendo che così com'è ora è pessimo.
Speculare, ma forse ancor più contorta, è la vicenda interna all'Anp. Con un gesto clamoroso, Arafat ha bocciato la lista dei ministri proposta da Abu Mazen - l'insediamento del nuovo governo, va ricordato, è la precondizione per la pubblicazione del piano di pace - dopo aver contestato la nomina a ministro degli Interni di Mohamed Dahlan, in passato responsabile per la sicurezza di Gaza. Inoltre, tre fedelissimi del vecchio presidente destinati a incarichi minori - Yasser Abed Rabbo, Saeb Erekat e Maher al-Masri - hanno rifiutato di entrare a far parte dell'esecutivo.
La vicenda rappresenta il seguito naturale dello scontro che appena qualche settimana fa ha visto contrapposti Arafat e Abu Mazen sulla legge che stabiliva i poteri del premier, e conferma la riluttanza del presidente palestinese a farsi relegare a una funzione di pura rappresentanza. E dire che Dahlan fino a poco tempo fa era considerato assai vicino ad Arafat, tanto che la sua rimozione da responsabile della sicurezza di Gaza era stata invocata, e ottenuta, dagli stessi israeliani (anzi, dallo stesso Weisglass, che nell'ottobre scorso era volato in America per convincere Bush a forzare la mano ad Arafat). Ma i giochi da allora sono cambiati: Abu Mazen vuole uomini che rispondano a lui, che gli consentano di riformare le istituzioni palestinesi e di gestire in prima persona i negoziati con Israele. E, soprattutto, di controllare i diversi gruppi armati che compongono la galassia della resistenza palestinese. Dahlan - che Israele accusava di manovrare i gruppi terroristici - ha una lunga esperienza maturata in quella santabarbara che è la Striscia di Gaza, e Abu Mazen evidentemente confida nella sua capacità di governo. Proprio quel che Arafat non vuole.
tratto dal Riformista di oggi
CVD
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