Interessanti articoli sul "Corriere della Sera" odierno, che confermano le politiche imperialiste dei presunti "liberatori" dell'Iraq. I paesi "sgomitano" per accaparrarsi quote nella gestione e nella ricostruzione; i paesi arabi pensano di boicottare il dollaro e passare all'euro!
----
Una corsa fra Paesi, sgomitanti ma tutti fedeli agli Usa, ...
Nei progetti, Francia esclusa. Resta il nodo dei contratti firmati da Parigi con Saddam
Una corsa fra Paesi, sgomitanti ma tutti fedeli agli Usa, per spartirsi i dividendi della ricostruzione irachena. Un’Italia impegnata a recuperare punti e rientrare nella lista dei primi alleati dell’America e beneficiari di subappalti. Assieme a Spagna o Polonia, e malgrado l’appoggio più tiepido alla guerra. Il progetto di un trionfo del capitalismo anglosassone fra le sabbie della Mesopotamia, con l’industria petrolifera privatizzata come nessun altro in Medio Oriente ha mai osato fare. Avevano promesso la transizione dell’Iraq verso una democrazia di tipo occidentale, i governi di Gran Bretagna e Stati Uniti e in politica ciò significava qualcosa di chiaro: un governo che porti a libere elezioni dove prima regnavano dittatura e terrore. Ma non c’è democrazia «occidentale» che tenga senza un modello di sviluppo. E anche per questo aspetto, menzionato meno spesso nelle dichiarazioni di Tony Blair o George W. Bush, la sfida è ora del tutto aperta: dove fino a ieri dominavano le mafie di Stato o del partito Baath e il modello dell’economia «pianificata» di Saddam, dovrebbe nascere un libero mercato; e gli sbandati che giorni fa si precipitavano al saccheggio di musei, scuole e ospedali, sempre sulla carta, dovrebbero diventare altrettanti consumatori e contribuenti. A Washington c’è chi pensa a una sorta di «paradiso thatcheriano» fra il Tigri e l’Eufrate, con privatizzazioni massicce dell’«industria» (anche petrolifera) e aliquote fiscali basse ma uguali per tutti: dai poveri ai ricchissimi. E in tutto il mondo, molti guardano intanto alle infrastrutture da rifare in un Paese che produce, ogni giorno, poco più di un terzo dei sette milioni di barili di petrolio che potrebbe estrarre. Utopie da politologi in poltrona, fredde brame da affaristi? Forse. Ma anch’esse hanno il loro peso perché, con molta cautela e qualche battibecco dietro le quinte, le capitali «alleate» e gli organismi internazionali iniziano ormai a fare i conti con costi e benefici della ricostruzione. E con la scommessa di convertire la Mesopotamia in un lembo mediorientale dell’Ovest.
LE CIFRE IRACHENE - Nessuno in realtà sa dire con certezza quali siano le esigenze degli iracheni. Jean Louis Sarbib, vice-presidente della Banca mondiale con delega sul Medio Oriente e l’Africa, rifiuta valutazioni di qualunque tipo. Solo grazie al mandato fornito dal G7 lo scorso fine settimana, la Banca ha accettato di inviare una missione di ricognizione dopo aver negoziato garanzie sulla sicurezza. Intanto però il dipartimento dell’Energia Usa avanza già alcune stime: con 28,6 miliardi di dollari prodotti nel 2002, la terra più ricca di petrolio nel pianeta dopo l’Arabia Saudita «vale» circa 40 volte meno dell’Italia e produce oggi un terzo della ricchezza che sviluppava nel 1989. Per i suoi 23 milioni di abitanti, la riduzione di reddito è stata da oltre 3.000 a circa 1.200 dollari l’anno in media per ciascuno.
INVESTIMENTI E DONATORI - Secondo il «Council on Foreign Relations», un centro studi americano, il bisogno di finanziamento sui prossimi anni può arrivare a 100 miliardi di dollari: uno sforzo secondo solo a quello del Piano Marshall in Europa nel dopoguerra. Non è un caso se il primo problema ora è decidere da dove verranno i denari. L’amministrazione Usa ha già stanziato 2,6 miliardi di dollari, affidato alcuni contratti senza formali gare d’appalto ad imprese che per lo più hanno contribuito alle campagne elettorali dei repubblicani e si prepara a nuovi interventi. Altri governi contribuiranno in proprio. Ma il segretario al Tesoro John Snow negli ultimi giorni ha d’improvviso riscoperto il multilateralismo: alla Banca mondiale ha chiesto di farsi carico del grosso del finanziamento della ricostruzione con i suoi prestiti. Sarbib frena: l’organismo potrà partire, osserva, solo quando a Bagdad siederà un governo riconosciuto dall’Onu. Una strada ardua dato che che Francia e Russia, titolari di un diritto di veto in Consiglio di sicurezza, vorranno prima alcune garanzie: per i loro crediti verso l’Iraq e per la validità delle concessioni petrolifere ottenute nel ’95 da parte di Lukoil e di TotalFinaElf. Ma decisi a far pagare specie a Parigi la dissociazione dalla guerra, gli americani sembrano per ora indisponibili. «Quel contratto di TotalFinaElf non vale la carta su cui è scritto», stima John Hulsman, politologo della Heritage Foundation, un centro studi molto vicino all’amministrazione di Washington. Come dire che per ora c’è una sola certezza: contratti e subappalti saranno decisi da chi mette i fondi. E sicuri sono solo quelli degli Usa per il momento, quelli dei proventi del petrolio iracheno a partire dai prossimi mesi.
LA COMPETIZIONE - «La diplomazia? E’ l’arte di premiare gli amici e punire gli avversari», teorizza Hulsman. Nel caso della ricostruzione irachena, ciò ha un significato preciso: «La politica degli Stati Uniti» continua, «è che chi si è impegnato in questa coalizione avrà benefici, chi ha fatto sbarramento avrà il trattamento opposto. Altrimenti viene meno l’incentivo a sostenere l’alleanza». A dire il vero non esistono, o quantomeno non circolano, liste ufficiali di Paesi da beneficiare di più con le subforniture che colossi Usa come Halliburton, Bechtel, Fluor o Louis Berger possono concedere fino al 50% dei contratti già vinti. Ma sia Hulsman che vari ambienti diplomatici ricordano quali sono i governi che gli Usa hanno sentito più vicini in questi mesi: nell’ordine, Gran Bretagna, Australia, la Polonia per il sostegno militare e di «intelligence» prima ancora della Spagna, quindi la Romania (che ha offerto le basi) e la Bulgaria. Colin Adams, leader della lobby ad hoc delle imprese britanniche, fa valere la «saldissima lealtà di Londra agli Usa» e punta al 15-20% del giro d’affari della ricostruzione. E l’Italia? Per Hulsman, «è in un terreno intermedio: il governo ha fatto dichiarazioni positive ma poi si è ritirato per l’opposizione dell’opinione pubblica e del Vaticano. «E - prosegue - se non rischi non perdi molto, ma non puoi vincere neanche molto». Ambienti di governo italiani sono consapevoli del «ritardo» iniziale di Roma, ma restano convinti di aver recuperato grazie alle competenze tecniche delle imprese in lizza (da Ansaldo a Impregilo, a Agip) e al tempismo con cui si sono mossi.
IL MODELLO DI SVILUPPO - Resta da vedere che Paese sarà l’Iraq ricostruito. La scelta, hanno ripetuto Bush e Tony Blair, «sarà degli iracheni». Ma sempre per l’Heritage Foundation, che spesso consiglia amministrazione e Congresso Usa, l’economista Ariel Cohen ha già steso un progetto in cui si parla di «modello thatcheriano» e di «privatizzazione nell’industria, nei servizi, nelle telecomunicazioni e nel petrolio». Difficile pensare, a questi livelli di reddito, che gli investitori possano essere iracheni. I colossi del petrolio dell’Occidente - secondo alcuni anche l’Eni - sembrano già pensare a posizionarsi anche perché, teorizza Cohen, l’imposizione fiscale dovrebbe essere «inferiore al 20% e con aliquote non progressive in base al reddito». Ovviamente, per favorire gli investimenti dall’estero.
Federico Fubini
-----
il numero in edicola
ESTERI
Rumsfeld chiude l’oleodotto Iraq-Siria
Casa Bianca: la guerra ai terroristi continua. Prove di disgelo fra Chirac e Bush
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON - Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld annuncia la prima misura contro la Siria: l'oleodotto dall'Iraq, da cui pare che Damasco ricevesse fino a 200 mila barili al giorno è stato chiuso. L'America allunga il tiro, ma riduce il volume di fuoco, mentre il presidente francese Jacques Chirac telefona a Bush dopo due mesi di gelo. Allunga il tiro all'Iran dopo la Siria, con un esplicito avvertimento del segretario di Stato Colin Powell: «Siamo molto preoccupati anche di alcune politiche iraniane, e ne abbiamo reso Teheran pienamente consapevole». E con un monito di Bush: «Continua la guerra al terrorismo. Vi sono ancora armi di sterminio, ancora nemici. Ma abbiamo mandato un messaggio chiaro a chi ci minaccia: portiamo a termine ciò che cominciamo». La Superpotenza riduce tuttavia il volume di fuoco. Powell assicura che «non c'è un elenco di regimi da cambiare, né pianifichiamo di attaccare altri Paesi». E Bush non nomina la Siria né l'Iran, si limita ad augurare che «l'Iraq libero diventi un esempio di riforme e di progresso per il Medio Oriente». In serata, poi, si sono fatti sentire i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, tutti alleati della coalizione anglo-americana, i quali hanno aspramente apostrofato l’atteggiamento dell’amministrazione Usa verso Damasco. «E’ bene che le minacce finiscano - ha riassunto il ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani -. Respingiamo qualsiasi violazione della sicurezza della Siria».
Quanto alla telefonata di Chirac, la prima dal 7 febbraio, rappresenta l'evento della giornata. Il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, la riassume con voluta freddezza: «Professionale, sull'Iraq la Siria e il Medio Oriente». Il leader francese, riferisce, «promette un approccio pragmatico, un termine interessante ma che dovrà spiegare meglio. E' d'accordo che la Siria non deve dare rifugio a Saddam Hussein e ai suoi». Quanto a Bush «accoglie con compiacimento l'offerta d'aiuto nella ricostruzione dell'Iraq». E' l'inizio del disgelo, della primavera Washington-Parigi? Fleischer indica che c'è molta strada da fare, ma assicura che Bush sarà a Evian il primo giugno per la riunione del G8.
L'abbassamento di tono americano e il gesto di Chirac non segnano tuttavia una svolta. E' anzi probabile che la strategia Usa del confronto con l'Asse del Male, la Siria, il suo nuovo membro, e l'Iran e la Corea del Nord, i due vecchi, s'intensifichi: al Congresso, un gruppo di deputati ha già presentato un progetto legge per sanzioni economiche contro Damasco. Ma l'amministrazione pare volere ricorrere per ora alle pressioni politiche e non alla forza. Secondo il giornale inglese The Guardian , il presidente ha posto il veto a un piano di guerra alla Siria preparato in segreto dal ministro della difesa, Donald Rumsfeld. E sullo sfondo ci sono le riserve europee e le crescenti proteste arabe. Il Wall Street Journal ha messo in rilievo come i leader religiosi islamici, dalla Nigeria al Golfo Persico all’Indonesia, caldeggino una «jihad monetaria» cioè una guerra santa contro il dollaro: propongano il boicottaggio della divisa americana e il passaggio all'euro nelle transazioni internazionali, il ritiro degli investimenti dagli Usa e il loro trasferimento in Europa.
In un incontro con la stampa estera, anche Powell si dedica alla Siria. La avverte che «non è nel suo interesse aiutare i leader iracheni»; si dichiara «molto allarmato del suo sviluppo di armi chimiche, del suo continuo appoggio al terrorismo, del suo recente invio di materiale bellico al nostro nemico»; si augura che «capisca che c'è un diverso clima in Medio Oriente dopo la caduta di Saddam»; conclude che questi temi «sono stati ripetutamente trattati con Damasco e lo saranno ancora», ma l'Iraq «costituisce un caso unico». Più dura, come al solito, Condoleezza Rice. Alla Tv egiziana la consigliera per la Sicurezza nazionale ha detto che «con la Siria tutte le opzioni sono aperte», perché «gli Usa sono delusi per certi comportamenti del governo di Damasco dopo la fuga di elementi del governo iracheno».
Bush dichiara che a Bagdad «la vittoria è sicura ma non è completa», che «il regime iracheno non c'è più, i terroristi hanno perso un alleato».
A Damasco, l’agenzia di stampa ufficiale Sana respinge le accuse come «falsificazioni e minacce provocate dalle mire di Israele». A Teheran, l'ex capo della Guardia rivoluzionaria, Mohsen Rezai, afferma che è l'America a rifiutare il dialogo, che in caso di aggressione alla Siria l'Iran la appoggerebbe «con mezzi non militari». E intanto, un primo effetto delle pressioni sulla Siria ha per teatro il Libano, Paese politicamente «satellite» di Damasco, dove ieri sera si è dimesso il premier Rafik Hariri. Con tutta probabilità lo stesso Hariri riceverà l’incarico di formare il nuovo esecutivo, ma basato su uno schieramento politico più ampio e meno lontano dai voleri di Washington.
Ennio Caretto




Rispondi Citando