Barbara Ehrenreich, Una paga da fame. Come non si arriva a fine mese nel paese più ricco al mondo, Feltrinelli, Milano, 2002.



La sopravvivenza del capitalismo è legata, a livello sovrastrutturale, all’educazione del proletariato ad una serie di mistificazioni. Una delle più grosse tra queste menzogne, ed una delle più dure a morire, è che il capitalismo produce e distribuisce benessere. Il capitalismo, ci viene detto dall’alto, produce ricchezza e col tempo arricchirà anche i più poveri, “sfortunati” o “sfaticati” che essi siano, basta avere un po’ di pazienza.

Barbara Ehrenreich dimostra che la questione è diversa. Il capitalismo produce ricchezza, si, ma solo per i ricchi. L’avanzamento del capitalismo implica, infatti, la crescita della competizione tra i capitalisti mondiali e con essa la caduta verso il basso dei salari dei lavoratori e l’aumento dei loro orari e ritmi di lavoro. Il risultato è che l’avanzamento del capitalismo non implica affatto un aumento della ricchezza mondiale complessiva tale da far sperare che, con un po’ di pazienza, un po’ di questa ricchezza finisca anche nelle tasche di chi ricco adesso non è, ma il risultato è esattamente l’opposto, poiché, come ci insegna il debito del “terzo mondo”, l’avanzamento del capitalismo implica la redistribuzione della ricchezza esclusivamente nella direzione che va dai poveri verso i ricchi, togliendo il capitale dalle tasche dei lavoratori per metterlo nelle tasche della borghesia, con il risultato che tanto più una “società” è “ricca”, tanti più, in essa, saranno i poveri.

Barbara Ehrenreich sembra partire proprio da questo punto: dall’avvertimento che nell’attuale patria della ricchezza, gli Stati Uniti d’America, la “povertà” è in continuo aumento. Ma il monito della Ehrenreich non si limita a questo. La Ehrenreich, infatti, ci fornisce un ritratto dettagliato della povertà, ricordandoci che la povertà non è tanto una questione statistica né meramente monetaria. La povertà, scrive la Ehrenreich, equivale per milioni di lavoratori alla difficoltà di arrivare a fin mese, all’impossibilità di avere una casa, alla necessità di ricorrere alle mense per i poveri per mangiare, all’aumento delle ore di lavoro settimanali o del numero di lavori svolti per integrare lo stipendio, alla diminuzione dei soldi per le altre necessità di base come la salute, all’aumento delle malattie, delle sofferenze, della marginalità sociale, e per questo essa deve essere considerata né più né meno che uno stato di emergenza contraddistinto da sofferenza acuta. Scrive la Ehrenreich: la povertà è: “uno stato di sofferenza acuta fatta di pranzi a base di patatine, per cui ti senti svenire prima della fine del turno. Fatto di notti a dormire in macchina perché quella è la sola casa che hai. Fatto di malesseri o infortuni superati stringendo in denti (“lavora che ti passa”), perché le assenze per malattia non sono retribuite o coperte dall’assicurazione e la perdita di un giorno di paga significa niente pranzo il giorno dopo. Esperienze del genere non fanno parte di una vita vivibile, e neppure di una vita di privazione cronica e di piccole, continue vessazioni. Sono, a tutti gli effetti, situazioni di emergenza. Ed è così che dovremmo considerare la povertà di milioni di lavoratori a basso salario: come uno stato di emergenza.” (149)

Il testo di Barbara Ehrenreich, giornalista sulla cinquantina in buono stato di salute, ci fornisce un ritratto da vicino della povertà dei lavoratori a basso salario nella patria della ricchezza a partire dai risultati di una sua inchiesta durata due anni. L’inchiesta della Ehrenreich è nata per uno scopo: capire se gli stipendi dei milioni di lavoratori dequalificati degli Stati Uniti consentono la sopravvivenza. Per portare avanti questa inchiesta, la Ehrenreich ha rinunciato per due anni alla sua vita “normale” mettendosi nei panni dei lavoratori a basso salario e guadagnandosi da vivere facendo la cameriera, la commessa e la donna delle pulizie, portando con sé solo 1000 dollari per pagare la caparra della casa da prendere in affitto, 100 dollari per le prime spese e 200 per le emergenze.

Barbara Ehrenreich comincia la sua esperienza come cameriera a Key West, in Florida, zona balneare turistica molto ricca in cui, per dare un’idea, due birre non costano meno di dieci dollari. In questi stessi posti (non diversamente dal resto degli Stati Uniti), un cameriere è autorizzato per legge a guadagnare non più di 2,13 dollari all’ora (meno di 4.500 lire): il resto, come si dice, è mancia. Per la casa in affitto, un micro-appartamento a 50 chilometri dal posto di lavoro, spende 500 dollari al mese. Dopo solo sette giorni di lavoro una cosa le appare chiara: il rapporto uscite-entrate non le permette di sopravvivere se non trovando un secondo lavoro o cambiando alloggio. Decide di trovare un secondo lavoro da abbinare a quello di cameriera, e riesce per un po’ a gestire i orari che vanno dalle 8.00 alle 14.00 in un posto, e dalle 14.10 alle 22.00 in un altro. Così sarebbe potuta sopravvivere, ma subentrano due problemi: il primo, le viene un dolore al braccio che non ha i soldi per curare (dati i costi della salute); il secondo, i ritmi di lavoro sono elevati. I ritmi sono così elevati che non ce la fa, e questo nonostante tutto il suo impegno e le condizioni ottimali di salute, che, nonostante il braccio, fanno sì che lei si definisca: “un esemplare produttivo, ancorché fasullo, della classe lavoratrice, perché non ho mai dovuto lavorare tanto, in senso brutalmente fisico, da rovinarmi la salute.” (66). Quindi, nonostante lei sia un “esemplare produttivo”, dopo tre giorni viene licenziata. Per sopravvivere decide allora di tagliare i costi dell’alloggio, e si adegua a fare ciò che fanno la gran parte dei suoi colleghi: vivere in una roulotte vicino al lavoro, così da tagliare le spese della casa e del trasporto. Si fa, quindi, restituire i 500 dollari di cauzione per la casa e con quelli paga la cauzione per la roulotte. Ma il risultato non cambia: in un mese guadagna 1039 dollari, ne spende 517 per cibo, benzina, pulizia personale e lavanderia, 30 per la maglia da lavoro, 500 dollari per l’affitto della casa e 150 per la roulotte. Anche così non ce la fa.

Ci riprova come donna delle pulizie a Portland, dove lavora cinque giorni a settimana in un posto e nel week-end in un altro. Trova un buon compromesso per l’alloggio, che paga 480 dollari al mese. Resiste con il doppio lavoro per qualche tempo, ma è costretta a cambiare ancora lavoro e città prima dell’estate: con la stagione calda, infatti, gli affitti a Portland sarebbero andati alle stelle, ed anche il suo microappartamento sarebbe arrivato a costare 380 dollari a settimana (1.520 dollari al mese, più di tre milioni di lire), rendendo insufficiente alla sopravvivenza anche il doppio lavoro. A quel punto opta per Minneapolis, questa volta non come cameriera né come donna delle pulizie, ma come commessa da Wal-Mart, una delle più economiche rete di supermercati nazionale, dove lavora per 11 ore al giorno con due pause di 15 minuti, per un salario di 1.120 dollari lordi al mese (circa 900 dollari netti). Anche in quel caso, non ce la fa. La flessibilità richiesta dal posto di lavoro, che avvisa solo all’ultimo momento del cambiamento dei turni, non le consente di trovare un secondo lavoro, e, senza un secondo lavoro, il rapporto uscite-entrate è ancora insufficiente alla sopravvivenza. Anche lì fallisce, ed è costretta a rinunciare.

La Ehrenreich non è la sola a non farcela. Si tenga presente, infatti, che Barbara Ehrenreich è pur sempre una donna sola, senza famiglia a carico, partita con una somma da parte ed in buone condizioni di salute. Se non ce la fa lei, senza famiglia, senza figli a carico, senza grandi urgenze di salute, come possono sopravvivere i proletari veri? Come possono far sopravvivere la propria famiglia? La Ehrenreich spiega che le sue colleghe: “vivono di beneficenza o addirittura sono costrette a dormire negli ostello per poveri.” (122) E presentano: “i classici segni della povertà: denti in condizioni pietose, calzature inadatte (a me fanno male i piedi dopo poche ore che lavoro, eppure indosso le mie comode Reebok, mentre molte delle mie colleghe stanno in piedi tutto il giorno con scarpette dalla suola di cartone”). E non stiamo parlando neanche solo della Ehrenreich e delle sue colleghe. Le condizioni estrema povertà sono tragiche, in continuo peggioramento e riguardano milioni di persone. Sono milioni i lavoratori a basso salario statunitensi ridotti a dormire (non si può certo scrivere “a vivere”) in macchina, “sotto i ponti”, o, se va bene, nei camper o nei centri di assistenza ai poveri. E sono sempre milioni i clienti delle mense per i poveri, ma ancor peggio, il 67% di questi ha anche un doppio lavoro e, sempre peggio, ma era prevedibile, nell’ultimo decennio il loro numero è triplicato.

“Deve esserci qualche cosa di veramente storto, nella società, se una persona in buona salute e senza carichi familiari, inoltre munita di un proprio mezzo di trasporto, può a stento sopravvivere con il sudore della fronte”. (138) E questa cosa veramente storta non è altro che un sistema produttivo basato sullo sfruttamento, tale per cui la sua vita dipende dal sudore, le lacrime ed il sangue di una intera classe sociale. Sono “pure lacrime umane” (65) quelle che puliscono i pavimenti di marmo delle case della borghesia. E’ il “sangue del proletariato di tutto il mondo”(66) che “ha estratto questi marmi, tessuto i tappeti persiani fino a rovinarsi gli occhi, raccolto le mele per il centrotavola della sua deliziosa sala da pranzo, guidato i camion per rifornirla di tutto questo ben di dio, che ha costruito questa reggia e che ora si rompe la schiena per pulirgliela”. (66) E’ l’“altra America” che si ammala di mal di schiena, artriti e crampi, che vive malata per non morire di fame, che compra il cibo in supermercati per cifre che sono una “vera e propria estorsione” (31), che fa arricchire gente che “ha un sacco di tempo da perdere” (31), che vive per la strada per consentire ai suoi strozzini di vivere in vere e proprie regge. E’ il proletariato di tutto il mondo che viene quotidianamente strangolato, umiliato ed immiserito per far vivere i propri sfruttatori nel lusso.

Ma: “Un giorno, i poveri che lavorano si stuferanno di ricevere così poco in cambio e pretenderanno di essere pagati per ciò che valgono. Quel giorno, la rabbia esploderà e assisteremo a scioperi e distruzioni. Ma non sarà la fine del mondo e, dopo, staremo meglio tutti quanti.” (153)