Enrico Campofreda, 14 aprile 2009, 12:15
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Che - L'Argentino Cinema Facilissimo sarebbe stato cadere nell'agiografico e questa trappola Steven Soderbergh, regista, fotografo e sceneggiatore, la evita. L'asciutta narrazione mostra l'umana concretezza d'un politico armato che non promette.
Regia: Steven Soderbergh
Soggetto e sceneggiatura: Peter Buchman, Steven Soderbergh, Ben Van Der Veen
Direttore della fotografia: Steven Soderbergh, Peter Andrews
Montaggio: Pablo Zumarraga
Interpreti principali: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Minguez, Jorge Perugorria, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Unax Ugalde, Yul Vazquez, Carlos Bardem, Joaquim de Almeida, Eduard Fernandez, Ramon Fernandez, Oscar Jaenada
Musica originale: Alberto Iglesias
Produzione: Section Eight, Wild Bunch, Telecinco, Morena Films, Laura Bickford Productions, Estudios Picasso
Origine: Usa, 2008
Durata: 131'
Gigante nella rivoluzione cubana "el Che" non poteva non giganteggiare nella biografia cinematografica firmata da Soderbergh. Il quale se ne fa un'icona la rende meno esposta della celebre foto di Korda finita, oltre che nelle sedi politiche, in troppi locali alla moda. Avere a che fare col Mito e raccontarlo è impresa improba perché tra fan (tantissimi) e detrattori (diversi) si può venire accusati d'ogni nefandezza. Eppure la prima parte del lungometraggio, presentato intero al 61° Festival di Cannes e dopo la divisione in due denominata "l'argentino", dà di Guevara sia le teorie dei diari guerriglieri, sia quel che di lui s'è tramandato. Buona parte è mito ma lo è perché lui ha incarnato un pezzo di storia della Cuba recente, una rivoluzione che ha riscattato un popolo prostrato da fame, analfabetismo e corruzione, e creato una Repubblica fuori dai blocchi. Contro un imperialismo che foraggiava governi fantoccio pur riconoscendo al nemico lo status di rivoluzionario senza infangarlo, come fa ultimamente, con l'infamia del terrorismo.
Se non è mito l'affresco di Soderbergh mostra un Guevara eroico, dal momento che le gesta del colto professionista capace di mettere la vita al servizio del riscatto degli oppressi ha avuto casi simili, ma pochi distinti da una tanto concentrata e luminosa esistenza. E' l'Ernesto che affetto dall'asma va comunque sulla Sierra Maestra con ottanta barbudos azzardando quella follìa progettata con Fidel a Città del Mexico. Ci va tossendo e arrancando per il fiato che manca e rischia anche per questo d'essere ucciso. Ci va con la coscienza del combattente prima che dell'idealista. E' lui il medico che cura e spara, il guerrigliero che lotta e per dare futuro alle azioni recluta, addestra, insegna. E' il Comandante che per guidare ha imparato a obbedire e valutare. Il fumatore di Habana che in faccia dell'asma sa godere dei piaceri ma sa anche vivere del nulla e dei pericoli della ribellione. Il politico che affronta l'assise dell'Onu reclamando la dignità della rivoluzione, rivendicandone i momenti violenti e difendendola col motto "patria o morte". E' l'ambasciatore della causa internazionalista nel Terzo mondo, soprattutto africano, coi viaggi in Algeria, Guinea, Ghana, Mali, Congo, Tanzania.
La sequenza di flash back, ricostruzioni in bianco e nero e qualche immagine di repertorio può scivolare nell'oleografico e declamatorio ma non stravolge una realtà che ha avuto sicuramente più fango, sangue, bestemmie e dolore, ma anche gioie, di quelle del set. E a cinquant'anni conserva un indelebile valore, quello scritto nella Storia e grazie al quale il dottor de la Sarna ha incrementato la propria fama per la fierezza e la sapienza con cui rivisitava la figura del rivoluzionario di professione ben prima e al di là della conquista di Santa Clara che spianò ai castristi la strada per l'Avana e la vittoria finale. E molto più della visione di ‘apostolo col fucile' vicende della sua vita che seguiranno e la spezzeranno (assieme alle mani tagliategli per sfregio) lo porranno sull'ara dei combattenti epici che lasciano il segno. "Gli eroi son tutti giovani e belli" cantavano certi versi in musica ed è comprensibile come per l'argentino di Cuba, assassinato a 39 anni, la gloria rientrasse a pieno nel destino. Facilissimo sarebbe stato cadere nell'agiografico e questa trappola il regista, che è anche fotografo e sceneggiatore e s'avvale dell'eccellente interpretazione di Del Toro, la evita. L'asciutta narrazione mostra l'umana concretezza d'un politico armato che non promette, fa. E si nasconde solo per attaccare, realizzando quella società egualitaria che oggi sembra un'irragiungibile utopia.





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