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anche qui.
comunque vado a mangiare a Poggibonsi si dice VO A MANGIA'. Vado non esiste.![]()
Non solo a Poggibonsi
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SULL’ORIGINE DEL NOME CORTONA
Con il prezioso investimento di 165,78 Euro (321.000 lire) si possono acquistare i due tomi del primo volume di un’opera meravigliosa: “Le origini della cultura europea” di Giovanni Semerano edito da Leo Olschki nel 1984 e, emendato e rivisto, nuovamente ristampato nell’anno 2000. Con molte di meno (appena 18,08 Euro) ci si può regalare, invece, dello stesso autore, il più maneggevole: “L’Infinito: un equivoco millenario” (Bruno Mondadori Editore, 2001); l’uno soprattutto linguistico, l’altro maggiormente filosofico ma, allo stesso modo, libri entrambi affascinanti e rivoluzionari.
Vi troveremo sovvertiti tutti i luoghi comuni e le teorie conclamate sull’origine delle lingue occidentali. Si resta nudi e senza padri riconosciuti, dopo la lettura; non più indoeuropei, ma semiti di cultura e di lingua. Un cataclisma e un sovvertimento tanto radicali che ben si capisce perché questo studioso di 90 anni sia stato costantemente emarginato dalla cultura ufficiale italiana (ma invece ammirato all’estero) e solo adesso raccolga il frutto di decenni di ricerche silenziose e vastissime. Ora che Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Emanuele Severino, Giuseppe Pontiggia fra gli altri (e, prima ancora, Montanelli che gli offerse spazio su Il Giornale), ne riconoscono i meriti e attribuiscono al suo lavoro la capacità di illuminare esemplarmente questioni fondamentali fin qui rimaste irrisolte.
Non a tutti sarà sfuggito, infine, che lo scorso aprile l’impareggiabile Radiotre ce ne ha fatto finalmente udire la voce ancora limpida in un ciclo a lui dedicato da Gabriella Caramore all’interno di quello straordinario serbatoio di grande cultura, non solo religiosa, che è Uomini e Profeti (in onda tutti i sabati e le domeniche alle ore 12,15).
Nelle opere del prof. Semerano si parla di lingua ma bisognerà intendere civiltà, perché qui cambiano i parametri, i modelli di riferimento e le reciproche influenze; ogni cosa, non ultimo il concetto filosofico di infinito da Anassimandro in poi: è una vera rivoluzione culturale. Egli sostiene che tutte le lingue dell’Occidente sono figlie di una madre comune: l’accadico-sumero, che nel II millennio a.C. irradiandosi dalla Mesopotamia fecondò di nomi le cose del mondo, dal bacino del Mediterraneo all’estremo nord dell’Europa continentale, dallo stesso civilissimo Egitto che usava l’accadico come lingua della diplomazia, fino all’India e alla Cina remota. E noi ignoriamo che ancora oggi lontanissime schegge incandescenti di significati illuminano le nostre parole inconsapevoli di uomini moderni.
Da queste tesi ne esce definitivamente decapitata l’idea di una universale e perduta lingua indoeuropea che disintegrandosi avrebbe dato vita agli idiomi storici dell’occidente. Un’esistenza, in verità, finora senza reali riscontri e solo supposta dall’acribia dei linguisti, e che Semerano giudica fantasiosa e senza fondamento.
Anche l’etrusco, al pari del greco, del latino e quindi dell’italiano, avrebbe ascendenze semitiche, e solo l’incomprensibile ostinazione degli accademici ha finora impedito di riconoscere in quei segni debiti tanto palesi verso le lingue mesopotamiche. Un esempio illuminante di questa disseminazione di sensi sono i toponimi perché conservano nelle viscere l’ansito, l’urgenza e l’impeto iniziale, e tradiscono sempre le caratteristiche originarie, storico-ambientali e sociali che indussero gli uomini alla nominazione. Cortona ne è un esempio flagrante.
Essa nacque etrusca e sul suo nome antico, Curtun, che Dionigi d’Alicarnasso confonde con quello di Kroton [Crotone], nessuno prima di Semerano ha potuto dire qualcosa di ultimativo. Egli ritrascrive una civiltà a partire dalle sue parole e scopre l’origine dell’etrusco Curtun e di altri consimili toponimi come Gyrton, Kyrton, Gortina, Corinto o Creta nella base accadica qarittum [zona fortificata], femminile di qardu, da cui la voce ugaritica qrt (ma anche l’aramaico qarta, l’ebraico qeret e l’arabo qarjat), che significa oppidum, fortezza; infine, città. Cortona, dunque, altro non vorrebbe dire che Città. E non potrebbe essere lo stesso anche per Quarata (AR), Quarrata (PT), Quarazze (BZ) o altre voci analoghe? (Ma questo lo suggerisco soltanto io e me ne assumo la responsabilità!)
Non è, questa, in senso assoluto una novità: ne accenna già Alberto Della Cella nel suo “Cortona antica” edito nel 1900 riferendo dell’ipotesi di alcuni autori a lui precedenti che avrebbero riconosciuto nel toponimo una discendenza dall’ebraico Curto o Kurto, cioè Città; ma ne fa menzione solo per liquidarla senza riguardi.
Ancora, nel 1979, Aldo Neppi Modona - che già nel suo pregevole “Cortona etrusca e romana nella storia e nell’arte” (Olschki, 1977) aveva annunciato la prossima pubblicazione de “Le origini della cultura europea”, anche usandone preventivamente il metodo a conferma dell’interpretazione della voce etrusca tinscvil da lui data - riporta con grande onestà intellettuale in un brevissimo saggio apparso a sua firma nell’Annuario n°18 dell’Accademia Etrusca (pag. 414) una comunicazione verbale fattagli dall’amico e collega Semerano circa l’origine semitica del toponimo Cortona e la illustra puntualmente con l’apparato storico e linguistico riferitogli dal suo stesso autore (il medesimo trascritto sopra, che era ben altro da quello degli ignoti studiosi citati da Della Cella).
La tesi odierna di Semerano sull’origine del nome di Cortona non giunge quindi del tutto imprevista, è, semmai, - rispetto alle precedenti - adeguatamente argomentata e riposa dentro un quadro linguistico-culturale efficace e completo che la accoglie come vera, legittima, e la rende anzi inevitabile.
Chiana/Clanis, che oggi identifica così fortemente un territorio e i suoi abitanti, significa argine del fiume ed è l’esito a cui in ambiente etrusco e mediterraneo si è giunti adattando la base *kal(u)ini, frutto a sua volta della giunzione delle voci accadiche kalu [diga] e inu [fiume]. Questo nome, con le sue molte varianti in tutta Europa, divenne abituale per quei fiumi che nella stagione invernale avanzavano con andamento torrenziale e che bisognava tenere a bada costruendo solidi argini onde evitare devastanti inondazioni. In Campania l’odierno Lagni un tempo si chiamava Clanius (Virgilio, Georgiche II, 225) e a seguito di forti piogge condivideva con il nostro Clanis le medesime caratteristiche di ingovernabilità che indussero a così nominarlo.
Il significato di Chiana che è giunto a noi come acqua stagnante, palude, luogo vischioso e putrido non è etimologico, ma solo secondario e deduttivo, ottenuto piuttosto dall’osservazione delle conseguenze sul territorio del regime esuberante di un fiume che avrebbe bisogno di argini e non li trova.
http://www.letruria.it


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Boh, io ci entro.![]()


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Allora riproverò domani.
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Giustissimo.Originally posted by nhmem
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Oggi ci son riuscito. Meno male.
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