Reduce da un grande successo in Germania il film di Wolfgang Becker arriverà in Italia il 9 maggio
Good Bye Lenin la ballata dolce e amara della Ddr
Tonino Bucci
Non è un addio di liquidazione e non è neppure un ricordo nostalgico aggrappato al passato. Good Bye, Lenin! è un saluto in chiave di commedia - amara di lacrime non retoriche - al rivoluzionario bolscevico che ha ispirato tutti i governi nati dall'Ottobre sovietico nella stessa misura in cui ha rappresentato sogni, ideali e speranze collettive. E' un Lenin che prende congedo da una Berlino ormai conquistata dai vessilli del capitalismo dopo la caduta del Muro quello che il regista Wolfgang Becker raffigura in uno scenario quasi onirico, tanto realistico quanto surreale. E' un Lenin che appare nella forma di una statua gigantesca appesa a un elicottero mentre vola sui palazzi intorno all'Alexanderplatz, via verso il cielo, la mano protesa in un saluto a chi resta giù.
La pellicola di Becker affronta in maniera inedita una questione che la cultura ufficiale tedesca ha, nel migliore dei casi, rimosso: la memoria della Germania dell'Est e la rielaborazione, nell'immaginario collettivo, dello Stato della Ddr. Il regista lo fa adottando il linguaggio "leggero" della commedia costruita sulla vicenda paradossale di un ragazzo di Berlino Est e di sua madre nei mesi che precedono e seguono la caduta del Muro. Lei è Christiane (Kathrin Sass), militante e attivista del partito, misteriosamente abbandonata dal marito che è fuggito all'Ovest. Passano gli anni e il figlio Alexander (Daniel Bruehl) cresce. Il mondo della sua infanzia gravita attorno al personaggio di un cosmonauta a tratti circondato da un alone fantastico. Quando la Repubblica democratica tedesca ha da poco superato il quarantesimo anniversario dalla fondazione, il paese è attraversato dai sussulti del mondo socialista. Gli echi delle parate non sono ancora cessati del tutto che le strade diventano teatro di manifestazioni di protesta e di scontri con la polizia. Tra i manifestanti - a chiedere riforme - c'è anche Alexander. Ma dall'altra parte c'è sua madre. Per Christiane il colpo è troppo duro perché il cuore possa reggere. La donna cade in coma per otto mesi. Otto mesi cruciali in cui accade di tutto. La Ddr cade in un precipitare di eventi sotto l'effetto domino di una situazione internazionale. Quando si risveglia il Muro non c'è più, il socialismo è crollato, e i simboli del comunismo scompaiono uno ad uno in una furia iconoclasta e distruttrice delle tracce del passato. Decisamente troppo per il cuore provato di Christiane tanto che i medici raccomandano al figlio di risparmiarle qualunque emozione forte.
Nonostante i toni amari il dispositivo della storia assicura a partire da queste prime battute iniziali una serie di equivoci, sotterfugi e ilarità. Alexander dedica tutto il suo tempo a ricostruire nella stanza della madre il socialismo della Ddr, l'ultima isola di resistenza al capitalismo che impera lì fuori. E più la finzione va avanti, più il riso diventa caustico, più emergono gli aspetti dolenti della nuova realtà.
Miglior film europeo al Festival di Berlino e grosso successo in Germania - dove ha incassato più di 28 milioni di euro - sei nomination ai Lola (gli Oscar tedeschi che verranno assegnati il 6 giugno) per il miglior film, miglior regia, migliori attori protagonisti e non protagonisti, Good Bye, Lenin! è in arrivo nelle nostre sale il 9 maggio. Il regista Becker nasce nel '54 a Hemer, si laurea in germanistica alla Libera Università di Berlino (ovest) e frequenta poi la Scuola della televisione e del cinema tedesco. Si diploma qui nell'86 con il film Farfalla (die Schmetterlinge) che gli vale anche il Pardo d'oro a Locarno. Nel '92 esce Kinderspiele e cinque anni dopo la sua terza pellicola, Das Leben ist eine Baustelle ("La vita è un cantiere"). Il resto è cronaca recente, con Good Bye, Lenin! presentato alla Berlinale.
Nella vicenda che rappresenta nella sua ultima pellicola, Becker non nasconde le ascendenze letterarie che derivano dalle letture di Christa Wolf e altri autori della Ddr. Ma si tratta anche di uno spaccato sulla vita reale e quotidiana - ricostruita anche attraverso lo studio dei giornali dell'epoca - che coinvolse i tedeschi dell'Est.
Alexander si danna per trovare i cetriolini "socialisti", i preferiti dalla madre - ora non più in commercio. E' costretto a frugare nei cassonetti alla ricerca dei barattoli che puntualmente riempie con i cetriolini dell'Ovest. Si arrabbatta con un amico che sogna di diventare regista e insieme girano notiziari televisivi che parlano della Ddr, del partito e del compagno Honecker come se nulla fosse cambiato. E più passa il tempo, più il giovane deve fare i conti con il capitalismo, con le nuove banche che non accettano più i soldi dell'est - i risparmi di una vita - con il sarcasmo e il senso di superiorità dei tedeschi dell'ovest. Il mondo che lo circonda è irriconoscibile, attraversato da una trasformazione antropologica: televisione, ricevitori satellitari e partite di calcio occupano il primo posto nei desideri della gente.
E' a questo punto che l'impresa di Alexander prenderà un'altra piega. Si spingerà talmente avanti nella finzione - e nell'atto di amore verso la madre - da rielaborare e ricostruire una Ddr probabilmente mai esistita o, comunque, esistita nelle potenzialità, nei sogni e negli ideali. E' la Ddr del socialismo che «non può essere rinchiuso in muro», la Ddr della fratellanza e uguaglianza tra gli uomini, la Ddr presa a simbolo nella figura del cosmonauta che vede il mondo da lassù. «Visti da qua i nostri ideali continuano a far sognare».
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