Il trionfo di Andreotti è...
...la disfatta dei magistrati ed ex tali...ma che gusto c'è?
La storia del “padrino”….
….. Andreotti…
Roma. Il 27 marzo del 1993, Giulio Andreotti, leader della Democrazia cristiana, maggior partito di governo di tutto il dopoguerra italiano, seppe che i magistrati intendevano chiedere al Senato di poterlo indagare per collusione con la mafia. Quel giorno, Andreotti seppe di essere ufficialmente nel mirino della procura di Palermo, e in quel periodo altri politici democristiani vennero accusati di avere rapporti illeciti con la criminalità organizzata. Erano i giorni in cui Bettino Craxi, il leader dell’altro grande partito di governo, il Partito socialista, era accusato dai magistrati di Milano di corruzione sistematica.
Tutto cominciò negli ultimi mesi dell’anno precedente, il ’92, quando i giudici inquirenti di Palermo si schierarono apertamente contro il responsabile del loro ufficio, spingendolo alle dimissioni. Il presidente della commissione Antimafia della Camera era Luciano Violante, ex magistrato di Torino, ora deputato del Pda, ossia l’ex Partito comunista. L’apprezzamento di Violante, e qualche insistita pressione, furono determinanti perché alla guida della procura di Palermo venisse nominato un suo vecchio e caro amico, Giancarlo Caselli, anche lui magistrato di Torino. Poco prima, l’11 di settembre del 1992, i magistrati palermitani erano andati negli Usa a sentire Tommaso Buscetta, pentito storico della mafia. Buscetta aveva già collaborato col giudice Giovanni Falcone, poi ucciso dalla mafia nel maggio del ’92. Ora, Buscetta pareva pronto per nuove rivelazioni. Il 24 ottobre 1992 Violante inserì nel programma dei lavori della sua commissione una serie di audizioni sul tema “mafia e politica”. Il 6 novembre ’92 Buscetta arrivò a Roma per deporre davanti alla commissione presieduta da Violante. Nel corso di una lunga audizione, Buscetta sostenne che dietro alcuni omicidi di Palermo c’era una “entità politica”. Ammise che si trattava di un politico ancora in vita. Tergiversò un poco. Tornò negli Usa. Il 15 gennaio 1993, il vecchio compagno di Violante, Caselli, si insediò al comando della procura di Palermo. E poco più di un mese più tardi, il 17 febbraio 1993, il ministero degli Interno concesse a Buscetta lo status di collaboratore di giustizia, che garantisce sostegno economico e tutela della persona.
Il 27 marzo, Caselli firmò la richiesta di autorizzazione a indagare sul più vecchio ex premier della Dc, Andreotti. Tre giorni più tardi il suo amico Violante presentò la propria relazione sui rapporti tra mafia e politica alla Commissione parlamentare, e in cinque giorni la relazione venne approvata. Nella relazione si legge:”Risultano certi alla Commissione i collegamenti di Salvo Lima (ucciso dalla mafia) con gli uomini di Cosa Nostra. Egli era il massimo esponente della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti…” Quello stesso giorno, interrogato negli Usa, Buscetta abbandonò ogni reticenza, e raccontò al nuovo procuratore di Palermo, Caselli,:”Oggi posso subito precisare che il referente politico nazionale, a cui Lima si rivolgeva per le questioni di interesse di Cosa Nostra, era l’onorevole Giulio Andreotti…”.
Trascorse poco più di un mese, e si arrivò al 13 maggio 1993, giorno in cui i senatori italiani dovevano decidere se l’inchiesta su Andreotti poteva andare avanti, oppure no, per sospetto di persecuzione. L’altra Camera, quella dei deputati, due settimane prima aveva individuato sospetto di persecuzione su Craxi, e negato quattro indagini su sei. Scatenando però la durissima reazione dei magistrati, dei partiti di sinistra, dell’estrema destra, dei loro militanti, dei giornali. Il 5 maggio si decise che il voto di approvazione delle indagini non sarebbe stato più segreto: pochissimi, davanti alla rabbia popolare, ebbe la forza di opporsi. E infatti, il 13 maggio, al Senato si votò addirittura per alzata di mano. I senatori, praticamente unanimi, dissero di sì alle indagini della procura di Palermo su Andreotti. Lo stesso ex premier votò a favore.
Pochi giorni fa, dieci anni dopo quegli eventi, Giulio Andreotti è stato assolto nel secondo grado di giudizio, dopo che era stato assolto anche in primo grado, e dopo che i magistrati avevano presentato ricorso.
In questi dieci anni sono stati ascoltati 362 testimoni e 37 pentiti, che tuttavia sono stati imprecisi e contraddittori.
Andreotti ha detto di essere felice che non ci sia più ombra sulla Dc.
Ma non c’è più neanche la Dc.
Mi dite che soddisfazione per gli elettori di oggi di Berlusconi poter dire, fra 10 anni, ...noi l'avevamo detto che il nano di Arcore ne sarebbe uscito bene..., leggendo sui giornali che il premier Rutelli, con a fianco il ministro degli Interni Cofferati e degli Esteri D'Alema commenta con parole sentite la nomina, firmata dal capo dello Stato Walter Veltroni, a senatore a vita dello sfortunato e grande imprenditore Silvio Berlusconi.
saluti
Vi interessa l'opinione...
….di un esperto?
Giancarlo Perna lo intervista per il Giornale.
Ha somatizzato l’assoluzione riacquistando peso? gli chiede ricordandolo magro.
Io non somatizzo, dottore, risponde; è un fatto che ingrassa o dimagra in base ai risultati giudiziari, dico. E inizia l’intervista.
D- Ci volevano le Sezioni unite per sapere che lei non era picciotto?
R- Una larga parte dei miei concittadini non l’ha mai creduto. Un’altra fetta, invece, molto rumorosa, coi giornali dalla sua, mi riteneva apparentato alla mafia senza neanche bisogno delle indagini.
D- La persecuzione è finita solo ora che è andato in pensione. C’è un nesso?
R- Che mi sia tolto di mezzo ha probabilmente agevolato. Al processo di Palermo, commisi un errore fatale. Dichiarai che, al Csm ero in testa alla lista dei candidati a primo presidente di Cassazione e chiedevo perciò una sentenza celere. Non so se la candidatura sia stata una concausa per la condanna. So che è piombata quando ero in corsa.
D- Per sbatterla alla gogna, i suoi cari colleghi dovevano avercela a morte con lei.
R- Tutto fa pensare di sì. La mia giurisprudenza che garantiva il rispetto delle regole era in rotta di collisione con chi voleva conquistare il potere per via giudiziaria. Io ammettevo il carcere solo se c’erano tutte le condizioni di legge. Ad altri serviva la galera facile.
D- C’è stato un complotto?
R- Spesso è più un problema di inadeguata preparazione professionale. A Palermo, per esempio, ho notato errori tecnici così gravi, che è inutile ipotizzare anche la malafede.
D- il suo ultimo accusatore smentito, il già procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, è stato promosso procuratore generale di Torino.
R- Un chirurgo che sbaglia parecchio è messo da parte. Tra i magistrati invece si prescinde dal risultato dell’attività giudiziaria e si fa carriera per anzianità. A pari anzianità, fa aggio la notorietà e anche quella negativa può tornare utile. Altrimenti non mi spiego come magistrati che hanno commesso errori gravissimi facciano carriera. Non vale solo per Caselli.
D- Contro di lei, c’è stato lo zampino della politica?
R- Certo sì. Della parte che voleva eliminare le garanzie per conquistare il potere coi processi. Nel mio caso la sinistra.
D- Ora lo può dire: cos’è lei politicamente?
R- Un conservatore liberale. Conservatore, come ogni studioso di diritto. Liberale, perché ho il culto del rispetto della persona. Finché c’era votavo Pli.
D- Che pensa dei giudici che l’hanno condannata?
R- Gente di scarsa professionalità.
D- I procuratori le sono sempre stati contro. Da ultimo, quello della Cassazione, Siniscalchi.
R- Ha scandalizzato. Anziché parlare di legittimità come si fa in Cassazione, ha discusso in fatto. Ho ricevuto decine di telefonate di magistrati della procura generale che si sono detti mortificati per il comportamento del collega.
D- Quale morale dalla sua vicenda?
R- Corriamo tutti rischi gravissimi. Per ridurli al minimo bisogna aumentare i controlli sui singoli magistrati. Il Csm deve tallonarli e punirli severamente in caso di errori.
D- Per esempio?
R- Un Pm che sbaglia molto, va isolato. Un giudice, invece, può anche essere messo in un collegio dove, “annacquato” tra gli altri, farà meno danni.
D- A Palermo sono ancora sotto accusa per concorso in mafia Andreotti, Contrada, Mannino.
R- Sono convinto che saranno assolti come me e Musotto. Per questa imputazione a Palermo non c’è stata finora una sola condanna definitiva. Fa riflettere. Questi processi hanno ingorgato per un decennio la procura e messo alla gogna degli assoluti innocenti. E, alla fine, nemmeno le scuse.
D- Lei le ha avute?
R- Niente. Neanche l’onorificenza automatica che hanno tutti i magistrati che vanno in pensione, quella di Cavaliere di Gran Croce.
D- Ci tiene?
R- Nessuno potrà veramente risarcire me e i miei familiari. Ma mi aspetterei almeno un riconoscimento morale. Potrei far parte delle Istituzioni, di una Authority, tutti incarichi per i quali sono ben legittimato. In mancanza, però, non mi strapperei le vesti.
D- Il provvedimento sul legittimo sospetto, è sacrosanto o un regalo a Berlusconi o Previti?
R- Leggi regalo non ne conosco, poiché si applicano a tutti. La Cirami non è perfetta, anche se nell’ultima stesura si avvicina. Il bisogno della legge c’era, si vedrà se funziona.
D- Da quel che sa dei suoi processi, il Cavaliere è un manigoldo?
R- Di quelli arrivati alla conclusione, ho letto le sentenze. Non c’erano gli elementi per iniziarli. Dovevano essere archiviati. Non so se sia stata incapacità professionale o altro.
D- Se sarà condannato, lo considererà colpevole o vittima?
R- Leggerò la sentenza definitiva. Le eventuali condanne prima, non bastano a superare la presunzione d’innocenza.
D- Che ne pensa del triplice “resistere” borrelliano?
R- Un magistrato non deve resistere alle leggi votate dal Parlamento. Deve applicarle. Se ne dubita, chieda lumi alla Consulta.
D- Che ne pensa della simil intercettazione nel bar Mandara di bocassiniana memoria?
R- E’ un episodio che non possiamo qualificare per non essere querelati.
D- Silvio Berlusconi chiede la grazia per Adriano Sofri.
R- Conosco il processo. Il ricorso di Sofri contro la condanna pervenne alla mia sezione di Cassazione. Ma passò alle Sezioni riunite per iniziativa della parte civile. Sofri protestò con uno sciopero della fame.
D- Si fidava di lei. A ragione?
R- Avrei annullato la sentenza, come hanno fatto le Sezioni riunite. Nulla di nuovo è emerso nei processi successivi. Posso perciò dire che, da punto di vista probatorio, Sofri non è colpevole.
D- L’Unità chiede a Sofri di rifiutare la grazia perché la chiede Berlusconi.
R- Se la grazia verrà d’ufficio, Sofri farebbe male a rifiutarla. E la grazia è doverosa, perché gli elementi acquisiti non giustificano la condanna.
D- Il procuratore di Milano D’Ambrosio, d’accordo con la grazia, fa questo ragionamento: Sofri è cambiato, il carcere non ha più per lui una funzione rieducativi. Vale per molti. Anche per Priebke?
R- Anche per Zorzi. Supponiamolo autore delle stragi, ora però è una degnissima persona in Giappone. Vero che la pena deve tendere alla rieducazione, ma prima va applicata. Il caso Priebke, che anche si era rifatto un’esistenza, è quello di uno a cui è afflitta un’inutile sofferenza alla fine della vita.
D- Pensionato, gironzola nei giardinetti o che?
R- Godo della stima di molti avvocati. Mi auguro di essere designato come arbitro di controversie commerciali.
D- Perché non fa lei l’avvocato?
R- Dovrei avere fiducia nell’interlocutore e io non ho fiducia nella magistratura.
Così termina l’intervista a (ma lo avrete già capito) Corrado Carnevale. Su Il Giornale di domenica 17 novembre 2002.
saluti