Pubblico l'editoriale di oggi de "Il Manifesto"

Referendum? Grazie, sì. Alla fine la Cgil ha scelto, e oggi la proposta del segretario generale sarà votata dal direttivo nazionale del maggior sindacato italiano. Sì all'estensione dell'art. 18 a chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti, propone Guglielmo Epifani, un dirigente che a qualcuno era apparso «minore» dopo l'era del carismatico Cofferati e che invece ha avuto il coraggio di scegliere una posizione forte. Forte perché quel sì era tutt'altro che scontato, dato che la Cgil non è tra i promotori del referendum, anzi l'ha apertamente criticato. Forte perché gli altri sindacati, Cisl e Uil, sono su posizioni diametralmente opposte (non solo sull'art. 18). Forte perché a sinistra solo Rifondazione comunista e qualche esile ramo d'Ulivo hanno scelto di schierarsi per la vittoria del sì. Al contrario, si potrebbe dire: che c'è di strano, se un sindacato che ha mobilitato l'opposizione sociale alla politica di Berlusconi, fino a riempire Roma con tre milioni di persone in difesa dei diritti di chi lavora e di chi vorrebbe lavorare, decide oggi di proseguire la sua battaglia sostenendo un referendum che propone di estendere il diritto assurto a emblema, quello che prevede la riassunzione di chi venga ingiustamente licenziato?
La stranezza non sta nella Cgil e nella sua decisione ma in tutto quel che la circonda. Sta negli altri sindacati che hanno scelto un ruolo dialogante, se non subalterno, rispetto alla politica del peggior governo e della peggiore Confindustria che proprio ieri hanno firmato un indecente contratto separato nel settore più importante ed evocativo, quello metalmeccanico. La stranezza - si parva licet - sta soprattutto nella totale assenza di un'opposizione politica ai processi di smantellamento del welfare e alla progressiva cancellazione di diritti attraverso le leggi delega, con cui il mercato del lavoro viene trasformato in una giungla dove l'unica legge è quella del più forte.
La Cgil aveva due strade di fronte a sé. Accodarsi ai processi di inglobamento dentro la cultura dominante, riscoprendo cinghie di trasmissione antiche e dunque - oltre che disastrose - fuori tempo con il presunto azionista di riferimento: il catatonico schieramento di centrosinistra. Oppure poteva decidere di proseguire il cammino diffile ma anche esaltante con la sua base sociale, che si è dimostrata ben più ampia dei lavoratori dipendenti con la tessera della Cgil. Epifani ha suggerito al suo gruppo dirigente la seconda strada, per due ragioni. La prima è che la vittoria del sì, oltre a un bastone tra le ruote del liberismo berlusconiano, rappresenterebbe oggi l'unico modo per rilanciare la strada legislativa che le è cara, per la difesa e all'estensione dei diritti a tutto il mondo del lavoro. La seconda ragione è che, dice Epifani, «non possiamo dividerci da una parte importante dei sentimenti e degli umori profondi delle persone che vogliono essere rappresentate da noi».
La strada imboccata dalla Cgil è dunque radicalmente diversa da quella di un'opposizione politica che, nella sua parte maggioritaria, ha deciso di rompere con la sua base sociale. Sulle politiche economiche e sociali, ma persino sul dopoguerra. La cecità impedisce a questa «opposizione» persino di vedere da che parte sta un paese reale che non trova rappresentanza politica adeguata. Così è sull'articolo 18, per il quale persino i sondaggi di Mannheimer prevedono una prevalenza di sì, tra i cittadini-elettori di sinistra come in quelli di destra. Addirittura, c'è chi si preoccupa di tale esito che ritiene nefasto e lancia appelli a disertare le urne, sapendo che il no aiuterebbe il raggiungimento del quorum.
I cittadini «orfani» di rappresentanza politica, comunque, oggi sanno di poter contare su una rappresentanza sociale. O almeno su qualcuno che li accompagnerà nella battaglia per i diritti del lavoro (cioè di cittadinanza, come diceva Cofferati).