I popoli contro l’utopia. A 200 anni dalle insorgenze antigiacobine italiane (*)
1. COMPRENDERE E CELEBRARE
Funzione della storia è il comprendere: che non equivale affatto né al giudicare, né al giustificare. Tra 1796 e 1799, e occasionalmente più tardi, molte genti della penisola Italia insorsero contro le truppe francesi che avevano invaso il paese. Vero e che tali eventi fecero da contrappunto a numerosi casi dì "collaborazionismo", spesso mosso - come accade talora ai collaborazionisti - da nobili ideali. Le insorgenze "antigiacobe" furono differenti da luogo a luogo, da contesto a contesto. Registrarono anche casi di sanguinaria ferocia: come sempre accade nei movimenti "popolari", dalle crociate "dei pezzenti" dei secoli XI-XIII alle colonne anarchiche di Durruti nella Spagna del 1936. Ma furono violenza che reagiva a una violenza precedente: una violenza fatta di massacri, di furti di massa, di coercizione ideologica. Una violenza tanto più ripugnante quanto meno si presentava per quello che era, e quanto più si ammantava degli alibi della Libertà, dell'Uguaglianza, della Fraternità. Celebriamo le insorgenze nel loro secondo centenario. Non per quello che ebbero di barbaro e di violento, ma per quel che rappresentarono in termini di affermazione d'identità, di difesa della Tradizione, di spirito di carità e di sacrificio.
Il resto appartiene alla truce tipologia della violenza collettiva
Franco Cardini
2. L'EUROPA NEL 1796
L'assedio a cui la Francia rivoluzionaria era stata sottoposta a partire dal 1793 iniziò a perdere di efficacia solo due anni dopo, in seguito ai trattati dì pace con il Granducato di Toscana, la Prussia, l'Olanda e la Spagna. Rimanevano, tra gli stati più importanti dell'epoca, in stato di ostilità l'Austria (per via dell'annessione francese dei Paesi Bassi austriaci), il Regno di Sardegna e soprattutto la Gran Bretagna che conduceva un'intensa guerra per mare. Con il 1796, mentre l'alleanza austropiemontese non prendeva alcuna iniziativa, il Direttorio, dopo aver scartato il progetto di invasione dell'inghilterra, decise di impegnare massicciamente l'Austria. Il piano di Carnot prevedeva due teatri strategici: uno principale in Germania, l'altro, diversivo, in Italia. il generale Jourdan, al comando dell'Armata della Sambre-et-Meuse, ebbe il compito di attaccare Mainz e quindi invadere la Franconia, mentre Moreau, a capo dell'Armata del Rhin-et-Moselle, dislocata in Alsazia, doveva spingersi in Svevia. i compiti della Armata d'Italia sarebbero stati invece quelli di impegnare le truppe austriache nella pianura padana e convincere i Piemontesi a passare dalla parte della Francia.
in un secondo momento, dall'Italia l'Armata avrebbe dovuto ricongiungersi con quella di Moreau nel Tirolo. il piano di Carnot non andò propriamente come progettato, anche per l'intervento di un giovane generale, Napoleone di Buonaparte (come si firmò sino al 1796), che, ricevuto il comando dell'Armata d'Italia, andrà al di là degli ottimistici progetti del Direttorio.
3. L'UTOPIA ILLUMINISTA
L'illuminismo, ideologia portante della rivoluzione francese anche nella sua versione più estrema, quella giacobina, ritenne che il mondo dovesse essere radicalmente ricostruito in base a principi dì pura ragione, escludendo ogni altro valore e sentimento umano. Poiché per gli illuministi la ragione è universale, uguale ovunque e sempre, ne consegue che non hanno né debbono avere alcuna importanza le consuete distinzioni fra gli uomini, non solo quelle sociali ed economiche, ma neppure quelle derivanti dalla storia e dalle molteplici condizioni umane, geografiche, etniche, linguistiche, religiose che esse siano. Debbono esistere soltanto i "diritti dell'uomo e del cittadino". Ciò che è buono per la Francia e i francesi, paese e uomini primogeniti dell'illuminismo e della rivoluzione, deve essere buono per ogni uomo in ogni paese del mondo, italiano, tedesco, inglese, russo, spagnolo che sia. Compito delle armate francesi è portare agli altri le "conquiste splendide" della rivoluzione francese: chi non accetta e non si adegua sarà sottomesso con la forza ed obbligato con ogni mezzo ad "essere felice". Ma la varietà e diversità degli uomini non si lascia costringere in questo schema arbitrario e precostituito, nemico della natura umana e tragicamente utopico nella sua pretesa di ottenere l'impossibile: la trasformazione radicale degli uomini. Tedeschi, spagnoli, russi non si adeguano e reagiscono. Gli italiani insorgono in nome delle proprie peculiari tradizioni, della propria religione, dei propri costumi, dei propri sovrani. Sono, appunto le insorgenze, diffuse dalle Alpi alla Calabria, dal Piemonte alla Dalmazia.
4. ILLUMINISMO E CATTOLICESIMO
L'era illuminista è il trionfo dell'ideologia, la creazione razionale di una dottrina sull'uomo e la società che i suoi ideatori ritengono valida per tutti gli uomini, e quindi in grado dì imporsi ed essere imposta sull'umanità, eventualmente anche con la forza: e questa è la radice di tutti i totalitarismi degli ultimi due secoli. Non stupirà quindi che questa pseudoreligione filosofica vedesse il cristianesimo, e più di tutto il cattolicesimo, come il proprio nemico principale. Ancor prima della Rivoluzione è nota la sferzante polemica anticristiana di Voltaire, il ribaltamento blasfemo della morale cattolica in De Sade e nel libertinismo, la serrata propaganda anticattolica della Massoneria.
Nella Francia rivoluzionaria già nel 1789 iniziarono le distruzioni ed i saccheggi di proprietà ecclesiastiche, e a partire dal luglio 1790 il nuovo stato cercò di staccare il clero francese da Roma per creare una Chiesa nazionale controllata da Parigi (la "Costituzione civile del clero"). Papa Pio VI, il 10 marzo 1791, condannò in un suo Breve questo tentativo, ed il carattere anticattolico della Rivoluzione. Nel 1792 l'Assemblea legislativa rivoluzionaria condannò alla deportazione tutti i sacerdoti che non avessero giurato fedeltà allo stato, cioè la maggioranza; dal 14 luglio 1792 inizieranno i massacri di questi sacerdoti "refrattari", che giungeranno al culmine nel settembre dello stesso anno e proseguiranno fino alla fine delle Insorgenze di Vandea e Bretagna (1815). Anche dopo la caduta di Robespierre, sotto il Direttorio "moderato" prosegui imperterrita la campagna di scristianizzazione forzata, particolarmente intensa nelle campagne. La morte in prigionia di Papa Pio VI (Valence, 29 agosto 1799) fu pubblicamente festeggiata dai membri del Direttorio e dalla propaganda giacobina come la fine del Papato e del Cattolicesimo: il Pontefice defunto veniva festeggiato nelle stampe propagandistiche giacobine come "Pio l'Ultimo". il nuovo Papa, Pio VII (il romagnolo Gregorio Chiaramonti) scomunicò Napoleone il 10 giugno 1809 con la bolla Ad perpetuam rei memoriam.
5. LA CAMPAGNA D'ITALIA
Dopo alcune conquiste minori in Liguria ed aver spostato a Savona il proprio Quartier generale, l’11 aprile 1796 Napoleone Bonaparte, da poco nominato comandante dell'Armata d'ltalia, iniziò l'invasione dell'Italia partendo dal territorio piemontese e sconfisse ripetutamente gli austro-piemontesi a Montenotte, Millesimo e Diego (12, 13, 14 aprile). Il 28 aprile a Cherasco Vittorio Amedeo III di Savoia fu costretto a firmare una tregua, e col successivo trattato di pace di Parigi il Piemonte fu costretto a rinunciare a Nizza e alla Savoia, annesse alla Francia. Di fronte all'inattivita austriaca nel mese di maggio 1796 Napoleone continuò l'iniziativa militare: varcato il Po a Piacenza il 5, respinse gli austriaci a Codogno l'8 e a Lodi il 10.6 14 il generale francese Massena entrò per primo a Milano. Il 18 Bonaparte era a Brescia, e dopo la metà di luglio fu posto l'assedio alla fortezza Mantova. Respinto un primo contrattacco austriaco nel mese di agosto, l'Armée d'Italie occupò Rovereto il 4 settembre, e subito dopo Trento; settembre Napoleone sconfisse l'armata austriaca guidata dal generale Wurmster a Bassano, mentre proseguiva l'assedio della fortezza di Mantova. Nella tregua che ne seguì egli dette vita a tre Repubbliche, la Cisalpina, la Cispadana e la Transpadana, che si sarebbero dovute fondere nella Repubblica dell'Italia settentrionale. La nuova controffensiva austriaca ebbe inizio nell'ottobre 1796, e costrinse i francesi a ritirarsi dietro l'Adige. Dal 15 al 17 novembre questi contesero agli austriaci il punto chiave di Arcole, e alla fine l'attenta regia di Napoleone portò i francesi alla vittoria. Un ulteriore attacco in massa austriaco lo costrinse ad una battaglia difensiva presso Rivoli (14-15 gennaio 1797), nuovamente vinta. 1116 gennaio i francesi rintuzzarono un estremo tentativo di sortita austriaco da Mantova assediata: vista l'inutilità dì ogni resistenza, la fortezza si arrese il 2 febbraio; l’Italia settentrionale era di fatto in mano francese. immediatamente dopo Napoleone mosse con un esercito contro lo Stato Pontificio, occupando la Romagna e costringendo Papa Pio VI a firmare il Trattato di Tolentino (9 febbraio 1797), grazie al quale il generale sperava di ottenere mezzi sufficienti per continuare la guerra contro l'Austria, sconfitta ma non ancora piegata. Il 10 maggio 1797 Napoleone riprese infatti l'offensiva contro l'Austria, raggiungendo il Tagliamento grazie ad alcuni successi minori e costringendo il nemico a ritirarsi a Udine, mentre anche il Tirolo, compresa Bolzano, cadeva in mano francese, e successivamente Trieste e Klagenfurt (29 marzo). Napoleone a quel punto non era tuttavia abbastanza forte per muovere direttamente contro Vienna senza il supporto dell'Armata del Reno francese al comando del generale Moreau, il quale però indugiava. Trovatosi in difficoltà sul piano strategico, Napoleone decise di giocare la carta della diplomazia, e mentre occupava Leoben (7 aprile) al fine di mostrarsi più forte di quanto fosse veramente, propose all'Arciduca Carlo d'Asburgo una tregua. Temendo il protrarsi dell'incomprensibile immobilità dell'Armata del Reno, motivata probabilmente da gelosie di Moreau nei confronti dei successi del Bonaparte, questi stilò una serie di articoli preliminari per aprire un negoziato con gli austriaci, senza nemmeno attendere il generale Clarke, plenipotenziario del Direttorio. Il 18 aprile 1797 l'Imperatore d'Austria firmò il protocollo preliminare di Leoben, anche se alcuni punti vennero modificati con la pace di Campoformido (17 ottobre). La prima Campagna d'Italia era finita, e con essa si chiudeva di fatto anche il secolo decimo ottavo.
6. LE INSORGENZE PIEMONTESi E VALDOSTANE
1796: Pace di Parigi (15. V). La Savoia e la Contea di Nizza passano alla Francia. Inizia la Resistenza antifrancese dei montanari nizzardi e cuneesi, detti Barbet Anton Francesco Riquier fu uno dei loro capi leggendari (nato a Dieppe nel 1762, catturato con l'inganno e giustiziato dai Francesi nel 1798).
1797: Rivolta antifeudale (ma non giacobina) della società rurale piemontese, vittima da secoli di emarginazione e di miseria. Repressione del governo sabaudo.
1798: (8.XII). I Francesi occupano tutto il Piemonte. I contadini delle province subalpine meridionali insorgono contro i soprusi dell'esercito invasore e dei suoi collaborazionisti.
1799: Si scatena la repressione francese: Strevi è bruciata, decine di prigionieri sono fucilati, Acqui saccheggiata (fine febbraio). Insorgono anche i montanari: nelle valli occitane del Cuncense (i Barbet, guidati da "Violino", di Boves), in Valle d'Aosta (il Regiment des Socques libera Aosta il 3 maggio), nel Canavese; al seguito del guerrigliero milanese Branda Lucioni (i "Branda") . I Francesi, sconfitti dagli Austro-Russi, nella loro ritirata bruciano cascine e massacrano contadini; ad Asti (22 maggio) compiono uno spaventoso eccidio in cui si contano un migliaio di vittime. I "Branda" costituiscono l'avanguardia degli Austro-Russi ed entrano per primi, vittoriosi, a Torino il 26 maggio.
Nelle insorgenze del triennio 1796-1799 si individuano re antiche corporazioni della gioventù rurale, dette "Badie", che sin dal Medioevo (il "Tuchinaggio": secoli XIV-XVI) insorsero contro le pretese feudali e dei Comuni della pianura, e furono sempre le custodi dello spirito di libertà della gente della montagna.
7. L'INSORGENZA IN LIGURIA
Nel territorio dell'odierna Liguria le truppe francesi entrarono già nell'aprile 1794, con la conquista di Oneglia; i primi scontri tra la popolazione e l'Armée francese si ebbero già nel 1795 (a Balestrino, ove si contarono 15 vittime civili), mentre le prime vere e proprie Insorgenze armate contro l'invasore francese si possono far risalire al giugno 1796, pochi mesi dopo l'invasione comandata dal generale Massena: in particolare va ricordata l'insorgenza di Arquata Scrivia comandata da Agostino Spinola, cittadina che ti' incendiata e parzialmente distrutta il 9 giugno, ed in cui si lamentarono fucilazioni di "barbetti", insorgenti locali o presunti tali; anche a Tortona la rivolta iniziata il 13 giugno fu repressa nel sangue il 7 dello stesso mese. Il 22 maggio del 1797 i "rappresentanti" di Francia ordirono un tentativo di insurrezione giacobina in Genova, con l'obiettivo di mettere in piedi un governo provvisorio sotto la regia del francese Faypoult; l'inattesa e veemente risposta del popolo genovese, partendo dal porto e dai carruggi della città vecchia, riconquistò per qualche giorno la libertà al grido di "Viva Maria". La repubblica genovese si arrese a Napoleone il 5 giugno 1797, e come in altre parti d'Italia, una volta entrati in Genova gli invasori misero in piedi una "Repubblica Ligure" democratica. Contro i francesi e i loro sparuti alleati giacobini locali che cercavano dì imporre alla popolazione le consuete riforme "illuminate" ed anticattoliche, i marinai ed i contadini del territorio ligure organizzati nelle tradizionali Confraternite religiose presero le armi già nel settembre dello stesso anno: dopo la prima Insorgenza di Al baro (4 settembre 1797) sono note quelle di Montanesi, Pontedecimo, Campomortone, Rivarolo, Sestri Ponente, Chiavari, Finale Marina, Diana, Taggia, delle Val di Vara, Val Polcevera e Val di Magra. In un'occasione, al comando di Marcantonio Dasseri, gli insorgenti riuscirono addirittura ad entrare in Genova in armi. Il 15 agosto 1799 l'esercito francese del generale Joubert venne sconfitto dal generale Suvorov a Novi Ligure e successivamente a Saluzzo; dopo questi rovesci i francesi abbandonarono il territorio della Repubblica Ligure, tranne un forte contingente militare francese al comando del generale Massena che si asserragliò in Genova, ove si rifugiarono anche i giacobini italiani più compromessi col regime d'occupazione, tra i quali va ricordato il poeta Ugo Foscolo; Genova venne assediata da un esercito austriaco e dagli insorgenti liguri al comando di Luigi Domenico Assereto e si arrese il 6 giugno 1800. In riconoscimento del valore degli Insorgenti, questi furono i primi ad entrare nella città liberata. In quel periodo per valore militare si segnalò particolarmente la comunità di Val Fontanabuona (nell’entroterra del Levante genovese), in cui dal 1797 al 1800 l'esercito francese fu impegnato in una durissima battaglia: questa valle di fatto non fu mai "pacificata" dall'invasore e dette un grande contributo all'Insorgenza ligure.
Dopo la proclamazione dell'impero, il 30 giugno 1805 la repubblica ligure e la città di Genova vennero annesse direttamente alla Francia fino al 1815, anno del crollo di Napoleone. In ogni modo, l'avventura napoleonica segnò la fine della secolare autonomia della Repubblica Genovese.
8. LOMBARDIA
Dopo le vittorie sugli austro-sardi (Montenotte, Millesimo, Dego, Mondovi) dell'aprile 1796, che piegano i Savoia all'armistizio di Cherasco (27 aprile 1796), l'Armée d'Italie, al comando del generale Bonaparte, varca il Po all'altezza di Piacenza. Battuti nuovamente gli austriaci a Lodi, i francesi entrano a Milano il 14 maggio 1796. L'occupazione francese e le manifestazioni anticattoliche dei giacobini locali determinano l'immediata reazione popolare. Il 22 insorge Como, il 23 Varese, il 24 Lodi, il 25 Cremona. Sempre il 23 i milanesi cacciano da piazza buoni o i giacobini che vi stanno piantando l'albero della libertà, ma sono costretti dalla carica della cavalleria francese a ripiegare nel quartiere popolare di Porta Ticinese per tentarvi un'estrema resistenza. La prima grande insorgenza è tuttavia quella di Pavia. Nei paesi del contado (Trivolzio, Casorate, Binasco) le agitazioni popolari, accompagnate dal suono continuo delle campane a martello, cominciano già il 17 giugno, ma l'esplosione si ha, con l'abbattimento dell'odiato albero della libertà, il 23. Fra gli insorti vi sono, nonostante gli inviti del vescovo alla calma, alcuni preti, alcuni nobili (fra gli altri il conte Giuseppe Gambarana, genero di Pietro Verri) e moltissimi popolani. Uno di questi, il capomastro Natale Barbieri, assume il comando delle operazioni per la conquista del castello, dove si è rifugiata la guarnigione francese (si arrenderà dopo due giorni d'assedio). Come tutte le insorgenze del periodo 1796-1798, quella lombarda è del tutto spontanea e, di Conseguenza, priva com'è di organizzazione e di collegamenti, destinata alla sconfitta di fronte a un esercito che dispone di un'enorme superiorità di armamento e, soprattutto, di un comando centrale in grado di spostare e concentrare truppe secondo il bisogno. A muovere contro la ribelle Pavia è lo stesso Bonaparte, che ordina il saccheggio e l'incendio del paese di Binasco, dove alcune centinaia di contadini hanno invano tentato di fermarlo. La sera stessa, dopo un furioso combattimento strada per strada, i francesi riprendono e saccheggiano spietatamente Pavia. Molti i fucilati, fra i quali Natale Barbieri. Altri, più modesti, episodi di insorgenza si hanno nella primavera del 1797 a Lodi, a Monza e ancora a Pavia. Nel '99, a seguito delle notizie delle vittorie riportate dagli Austro-Russi del generale Suvarov, i moti controrivoluzionari, rivolti adesso oltre che contro i francesi contro la Repubblica Cisalpina ("i ladri la fondarono / i pazzi l'esaltai~ono / i saggi l'esecrarono / i forti l'ammazzarono", dicevano le strofe di una celebre canzonetta dell'epoca) assumono carattere generale, coinvolgendo anche le zone e le città (Bergamo, Brescia ecc.) già facenti parte della Lombardia veneta e unite poi alla Cisalpina.
9. REPUBBLICA DI VENEZIA
Nonostante la proclamata neutralità della Repubblica di Venezia nel marzo 1797 il generale Bonaparte fa occupare dalle sue truppe le città di Brescia, Bergamo e Crema (la cosiddetta Lombardia veneta), che proclama separate da Venezia. Nei territori veneti (inclusi quelli geograficamente lombardi e qui, in particolare, nelle valli del bergamasco e del bresciano) le insorgenze, oltre alle motivazioni religiose sempre determinanti, affondano le radici anche nell'attaccamento alla Repubblica di San Marco vivissimo a Verona, di fatto occupata dai francesi unitamente a Peschiera fin dal l~ giugno 1796. È difatti a Verona che il 17 aprile 1797 esplode l'insorgenza detta delle "Pasque veronesi', frutto anche di un sotterraneo lavoro preparatorio e di provocazioni ad opera dei servizi segreti francesi alla ricerca di un pretesto per una guerra aperta e per l'ultima spallata all'indipendenza della Repubblica. La trappola dei "servizi" nulla toglie al valore degli insorti e all'importanza di questa insorgenza, clic, smentendo la tesi di chi attribuisce natura esclusivamente contadina ai moti controrivoluzionari, ha carattere prettamente urbano, coinvolgendo un'intera città e tutte le classi sociali. L'insorgenza veronese riesce assai più violenta delle previsioni del generale francese Balland, costretto a rinchiudersi, dopo gravi perdite, in Castel Vecchio, e si protrae fino al 25 aprile, quando la mancanza di consistenti aiuti da parte di Venezia rende inevitabile la resa per evitare il saccheggio, ma non gravissime imposizioni finanziarie e la fucilazione dei capi della rivolta. 1112 maggio 1797 il Maggior Consiglio, su esortazione del doge Manin, decreta la fine della Serenissima e affida il governo ad una "Municipalità democratica". La notizia, nonostante i tentativi di festeggiamenti del partito dei "novatori", provoca in tutta la città violenti tumulti, ai quali, al grido di "Viva San Marco", partecipano anche i militari croati e dalmati, da secoli al servizio della Repubblica. I tumulti anti francesi, particolarmente forti a Vicenza e nel vicentino, proseguono poi nei mesi di maggio, giugno e luglio. La Repubblica democratica ha breve vita. Il trattato di Campoformido (18 ottobre 1797) assegna il Veneto all'Austria (gli austriaci entrano a Venezia il 18 gennaio a 1798), tranne Bergamo, Brescia e Crema attribute alla Cisalpina e le isole lonie annesse alla Francia. Il Veneto, in quanto sotto dominio austriaco, non partecipa alle insorgenze del 1799, mentre insorgono, alla notizia delle vittorie degli austro-russì, i montanari e i contadini dell'ex Lombardia veneta, unita alla Cisalpina.
10. TIROLO
La grande insorgenza del Tirolo (all'epoca comprendente anche il Trentino, denominato Tirolo italiano o meridionale), dominata dalla carismatica figura di Andreas Hofer (ma non vanno dimenticati altri protagonisti come Peter Mayr e il padre cappuccino Gioacchino Haspinger) è del 1809, quando i tirolesi, tedeschi ed italiani, insorgono contro il governo del re Massimiliano di Baviera, alleato di Napoleone, che col trattato di Presburgo (26 novembre 1805) gli aveva assegnato la provincia del Tirolo. Tuttavia il Tirolo viene coinvolto nella guerra e nell'invasione francese già nel 1796, quando le truppe del Bonaparte, vanamente contrastate dagli austriaci del maresciallo von Wurmser, occupano Trento (5 settembre 1796). Alla resistenza, che vede in prima fila i trentini, al comando dei capitani di compagnia Marco Zanini, Carlo Zambotti, Luigi Levri e altri, partecipa col grado di caporale il giovane Andreas Hofer. La seconda invasione e del 797 e questa volta i francesi del generale Joubert si spingono fino a Bolzano (23 marzo) e a Bressanone (25 marzo). Il loro successo ha breve durata. I montanari riprendono le armi e, organizzati dal barone Johann-Ludwig von Loudon, ribattezzato dai suoi seguaci "il generale contadino", liberano in rapida successione Bressanone (6 aprile), Bolzano (7 aprile), Salorno (9 aprile), Trento (10 aprile). L'insorgenza tirolese è indubbiamente animata da amor di patria e da attaccamento al governo degli Asburgo (ma non molto prima si erano avute turbolenze contro il tentativo dell'imperatore Giuseppe di incrinare le tradizioni cattoliche del paese), tuttavia la sua connotazione profonda è religiosa. Non per nulla il simbolo della resistenza popolare del 1797 è ancora oggi la contadina di Spinga, Catharina Lanz, che, impugnando un forcone, blocca la porta della chiesa per impedire un tentativo di profanazione da parte dei francesi. La motivazione religiosa risulta poi evidentissima nella grande insorgenza del 1809, corale reazione popolare al tentativo di scristianizzazione voluto dal ministro conte di Montgelas, affiliato alla setta massonica degli "Illuminati di Baviera". A causa delle successive vicende storiche si è tentato, per opposte ragioni, da amici quanto da avversari, di trasformare gli insorgenti tirolesi e Hofer in campioni del nazionalismo germanico, dimenticando sia la presenza dei tirolesi italiani, guidati nel 1809 dal maggiore Alessandro Stanchina e dai capitani Gioacchino Bertelli, Bernardino Dal Ponte e altri, sia che tedeschi sono il governo e i reggimenti bavaresi contro i quali, e i loro alleati francesi e sassoni 'gli insorgenti sì battono con tanto coraggio da riuscire a strappargli per ben due volte (12 aprile e 15 agosto 1809) lnnsbruck, capitale del Tirolo.
11. EMILIA ROMAGNA
In Emilia Romagna il primo obiettivo delle truppe francesi sono le Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le province più settentrionali e ricche dello Stato pontificio. I francesi entrano a Bologna il 18, il 23 a Ferrara e a Lugo (allora parte della legazione di Ferrara), il 26 a Ravenna, Per il momento conservano una formale indipendenza i ducati di Modena e Reggio e di Parma e Piacenza (il primo fino al 4 ottobre 1796, il secondo fino all'annessione alla Francia nel 1802). Dovunque l'invasione suscita forti reazioni popolari, che diverrebbero tutte vere e proprie rivolte se non fosse per l'intervento moderatore dei vescovi (Codronchi a Ravenna, Prati, Bellisomi, Manciforti a Forti, Cesena e Faenza). L'insorgenza di maggiore portata e significato (il generale francese Augereau parlerà di "Vandea d’Italia") e comunque quella che ha inizio il 30 giugno a Lugo, quando gli incaricati delle confische per il tributo imposto dagli occupanti spogliano le chiese e s'impossessano, per fonderlo, del busto argenteo del patrono, Sant'Ilaro (o Ellero). Alla testa della rivolta sono un nobile, il conte Matteo Manzoni, e il fabbro Francesco Mongardini, che, in contrapposizione al Buonaparte, assume il nome di generale Buonapace. Gli Insorgenti sconfiggono sul Santemo una forte colonna francese, ma il 7 luglio sono battuti dalle soverchianti forze del generale Augereau. Nonostante l'intervento del cardinale Barnaba Chiaramonti (il futuro Pio VII), vescovo di Imola, l'insorgenza è repressa nel sangue e Lugo viene messa a sacco. L'insorgenza lughese ha carattere corale e urbano, coinvolgendo, senza distinzione di classi sociali, tutti gli abitanti del capoluogo e del contado. L'altra grande insorgenza di questo periodo, quella del marzo 1797, che prende il nome dal paese di Tavoleto, ha invece carattere rurale e montanaro e coinvolge l'intero territorio montuoso tra Romagna e Marche. Oltre a queste negli anni dal 1796 al 1798 vere e proprie insorgenze si hanno in Garfagnana, provincia del ducato di Modena; altrove la resistenza assume soprattutto carattere passivo, con alcune esplosioni motivate da circostanze come il divieto di celebrare cerimonie religiose, partìcolamente offensivo per il sentimento popolare. Nel 1799, con la notizia delle vittorie degli austro-russi, l'insorgenza assume carattere generale e coinvolge praticamente ogni località (Cento, Finale, San Giovanni in Persiceto, Pianoro, Loiano, Rimini, Porretta, Lugo, ecc.) incluso (contro i giacobini locali), nonostante la formale indipendenza, il ducato di Parma.
In seguito (dicembre 1805-gennaio 1806), dopo il passaggio al dominio francese, nelle valli piacentine e parmigiane Agostino De Torri e Giuseppe Bussandri guidano un'Insorgenza analoga per caratteristiche sociali ed ambientali a quella di Tavoleto, ditale estensione e violenza da preoccupare lo stesso imperatore Napoleone, che interverrà di persona per spegnere l'incendio.
12-13 TOSCANA E UMBRIA
In Toscana l'insurrezione antifrancese del 1799 ebbe il suo centro principale ad Arezzo, con il movimento del "Viva Maria". Un movimento nei confronti del quale certa storiografia "impegnata" non ha risparmiato critiche e villanie definendolo "reazionario" e "sanfedista", condotto da una "plebaglia subornata", animato solo da "superstizione" e "fanatismo religioso"; ma che in realtà affondava le sue radici in un diffuso malcontento popolare, ampiamente giustificato da vecchie riforme, che avevano abolito i tradizionali canali di sussistenza senza creare valide alternative. Ora, quel progetto politico veniva ad assumere i colori dell'estremismo "giacobino", e per di più si affidava alle armi di un esercito invasore rapace e crudele. L'insorgenza del '99 era cosi largamente preceduta da diversi tumulti, minori bensì ma egualmente significativi tanto in Toscana quanto in Umbria: nel 1793 e più ancora nel 1795 si ebbero tumulti in quasi tutta la Toscana, fortissimi ad Arezzo, per l'aumento del prezzo del pane e per la pressante richiesta di un calmiere; nel 1798 l'innalzamento nelle piazze principali delle nostre città dell'albero della libertà scatenò l'indignazione popolare. Nel 1796, poi, il miracolo della "Madonna del Conforto" ad Arezzo rianimò fortemente il sentimento religioso e con esso l'avversione per gli "atei". Nei primi giorni della primavera 1799 le truppe francesi occuparono Firenze, e subito dopo Siena, costringendo il Granduca Ferdinando III - amato dalle classi indigenti quanto era stato detestato il padre Pietro Leopoldo - a rifugiarsi a Vienna. Accanto alle solite retoriche erezioni di "alberi della libertà", dall'esercito invasore si ebbero pesanti imposizioni straordinarie, requisizioni, estorsioni, rapine, violazioni e spoliazioni di chiese e conventi, che rinnovarono il sentimento di ostilità già manifestatosi nel '98.1112 aprile scoppiò un tumulto antifrancese a Firenze, subito estesosi a Pistoia, il 29 aprile a Terranuova Braeciolini e in varie altre località del Valdarno Superiore e inferiore.
Ma l'insorgenza vera e propria si ebbe ad Arezzo, a partire dal 6 maggio. Quel che la caratterizzò fu l'eccezionale costituzione di un vero e proprio governo provvisorio (la "Suprema Deputazione") che organizzò l'insurrezione e il suo sostentamento, elaborò una strategia militare, e creò perfino un embrionale servizio di informazione con la pubblicazione del gazzettino "Digitus Dei est hic". I francesi furono cacciati dalla città fin dal primo giorno, e l'insurrezione - via via sostenuta dalle truppe aretine più o meno organizzate - dilagò rapidamente in tutta la Toscana: in direzione di Siena (Sinalunga, Monticiano, Massa Marittima, Rapolano, Volterra e la stessa Siena), in Valdichiana (Castiglion Fiorentino, Foiano, Montepulciano, Chiusi), in Valtiberina (Sansepolcro, Città di Castello e fino al Montefeltro), in Valdarno (Montevarchi, San Giovanni, Figline, Bibbiena, Poppi). Un episodio particolarmente aspro della guerra antifrancese si ebbe con l'assedio di Cortona da parte di truppe polacche e francesi (13-16 maggio), con la resa e il saccheggio della città e la successiva riscossa favorita dalle truppe aretine. Da qui parti anzi una forte offensiva che liberò dapprima le città del Trasimeno (Passignano, Magione, Castiglion del Lago, Città della Pieve), già teatro di insorgenze locali nell'anno 1798, quindi la stessa Perugia, e si spinse sino a Foligno, Spoleto, Terni, Narni e Orvieto (giugno-agosto). A Firenze, alla fine di agosto, cacciati ormai i francesi da tutta la Toscana e dalle regioni vicine, il governo fu assunto dall'antico Senato, che restaurò la legalità sciogliendo senza contrasto le formazioni degli insorti e la stessa "Suprema Deputazione" aretina. La vicenda dell'insorgenza era così conclusa,
14. L'INSORGENZA NELLE MARCHE
L'insorgenza nelle Marche inizia dal Piceno e si estende rapidamente a tutte le zone montane appenniniche. Da qui, a macchia di leopardo, si radica in tutta la regione. Ai francesi e ai giacobini restano alcune delle principali città e soprattutto la piazzaforte ed il porto di Ancona, fino alla sua conquista da parte delle truppe austriache e delle "masse" degli insorgenti che il generale de la Hoz e riuscito ad Organizzare militarmente e portare all'assedio. Il territorio della Marca diviene cosi teatro di numerosi violenti scontri. Ascoli viene presa e perduta più volte dalle due parti, cosi come molti altri paesi e località della regione. Il rituale è sempre lo stesso: gli insorgenti entrando nelle città abbattono gli alberi della libertà, saccheggiano le case dei giacobini che spesso vengono malmenati e giustiziati. Lo stesso accade da parte giacobina e francese: rioccupate le città, si passano per le armi gli avversari, si perseguita il clero e con particolare accanimento vengono colpite le chiese, profanate le ostie e usati calici e pissidi per i bisogni corporali. Si possono intravedere nelle convulse questioni che agitano le Marche nel 1799 i caratteri di uno scontro ideologico ben più profondo di quello che l'oleografia ottocentesca ci ha consegnato. Lo scontro che si instaura nel Piceno e nel maceratese è tra la repubblica e gli immortali Principi" da un lato e la restaurazione dall'altro, ma soprattutto vi si contrappongono una concezione laica universalista ed una fondata sullo spirito religioso, sulla legittimità delle istituzioni e sulle identità locali. I proclami dei due schieramenti sono a tal proposito espliciti. In realtà quella che nel 1799 si combatte nelle Marche, come nel resto d'Italia, è la prima vera guerra civile tra italiani.
Un'eredità che verrà raccolta soprattutto nell'ascolano con nuove insorgenze nel 1849 contro la Repubblica Romana e nel 1861 contro l'Unità d'Italia e che alimenterà per tutto l'Ottocento gli umori ed il malessere di vasti strati della popolazione marchigiana, coni e traspare negli scritti di quel paladino della reazione che fu il recanatese conte Monaldo Leopardi.
15. L'INSORGENZA NEGLI ABRUZZI
Quando i francesi invasero e occuparono il Regno delle Due Sicilie (dicembre 1798) penetrarono necessariamente anche in Abruzzo dove tuttavia trovarono una tenacissima opposizione. Sfaldatosi rapidamente l'esercito regolare napoletano furono gli Insorgenti, appartenenti a tutte le classi sociali, ad insorgere spontaneamente (la prima rivolta di Teramo è del 2 dicembre), ed a rispondere in massa poi al Proclama di Re Ferdinando IV dell'8 dicembre 1798 che dopo il crollo della truppa regolare esortava la popolazione tutta "a difendere il proprio Paese, che la natura stessa difende con le vostre montagne, dove nessuna armata e mai avanzata, senza trovarvi il sepolcro" ed "a combattere contro lo straniero, nemico della Patria e della religione... per conservare a voi quanto avete di più caro: la religione, l'onore delle vostre mogli e delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba"; armati più che altro di attrezzi agricoli e di poche armi strappate ai francesi gli Insorgenti resistettero aspramente durante tutto l'inverno 1798-99, rendendo molto difficile la conquista delle principali città abruzzesi. A Teramo vi fu un secondo moto di montanari e cittadini il 19 dicembre 1798 (giorno della festa del Patrono della città, San Bernardo), ispirato dal Vescovo della città, Mons. Luigi Maria Pirelli, coraggioso difensore della libertas ecclesiae. Il 16 marzo 1799 sì ribellò L'Aquila, e rapidamente l'Insorgenza dilagò in tutto il territorio circumvicino, in cui si ebbero mesi di scontri violentissimi con la truppa napoleonica che proseguirono ininterrotti fino al dicembre dello stesso anno. Vi furono scontri ad Antrodoco, Celano, Magliano, Montereale, Arischia e Borbona. Secondo fonti francesi, dopo un lungo assedio nel gennaio 1799 a Isernia vennero uccisi migliaia di "Insorgenti", senza distinzione di sesso e di età, secondo lo schema di una indiscriminata rappresaglia contro la popolazione civile inerme che si ripeterà regolarmente in tutto il Regno di Napoli. Guidata dai capimassa Giuseppe Costantini detto Sciabolone, Matteo Manodoro, i fratelli Fontana, Santini, l'abate Micarelli e don Donato de Donatis (ma non va dimenticata l'appassionata assistenza morale e spirituale che decine dì sacerdoti prestarono agli Insorgenti fino ed oltre il martirio), la resistenza antifrancese dilagò nelle campagne, interessò i paesi di Civitella del Tronto, Campli, Controguerra, Putignano, Roio, Popoli, Sulmona, Lanciano, Leonessa, Cittaducale, Ortona, Guardi agrele, Vasto; nel Molise oltre ad Isernia insorsero Montenero di Bisaccia, Campomarino, Atina3 Morrone, Longano, e t'Insorgenza non si spense fino alla completa liberazione del Regno, nel maggio dcl 1799. Nel marzo 1806, al momento della seconda invasione napoleonica del Regno, riesplose la resistenza popolare; ripresero le armi i vecchi capimassa Sciabolone e Manodoro, cui si aggiunsero Ermenegildo Piccioli, Mammone, Francesco Bernardi, Diomede Bucciarelli ed altri. Particolare rilevanza ebbe la resistenza della fortezza di Civitella del Tronto, che per 4 mesi resistette agli eserciti francesi grazie al maggiore irlandese Matteo Wade e ai suoi 323 uomini, appoggiati dall'esterno dagli insorgenti di Giuseppe Costantini; la fortezza capitolò solamente il 22 maggio 1806. Civitella si copri dì gloria anche nel 1861, quando fu l'ultima piazzaforte borbonica a cedere le armi ai piemontesi, nuovamente difesa da un manipolo di soldati, dalla popolazione del paese e dagli Insorgenti delle campagne.
16. LE DONNE E L'INSORGENZA
Ricostruire il contributo e la partecipazione femminile alla storia delle insorgenze antigiacobine italiane significa individuare un'ulteriore chiave interpretativa del fenomeno controrivoluzionario; l’attestata presenza femminile rafforza la convinzione che si trattò di movimenti popolari spontanei, di insorgenze, appunto; insorgenza non è solo sommossa, non e ancora rivoluzione e non è neppure e soltanto rivolta. li termine insorgenza indica autentica ribellione proveniente "dal basso" e dal profondo del corpo sociale, e un moto ed un sommovimento dettato dall'istintiva difesa della propria specificità (religiosa, linguistica, culturale) e delle proprie radici. Analizzare lo specifico femminile può contribuire a rintracciare un "filo d'oro", quello della massiccia partecipazione delle donne, che taglia trasversalmente e lega idealmente la guerra civile vandeana e le insorgenze italiane antifrancesi e, andando più avanti nella storia nazionale, il cosiddetto brigantaggio antiunitario della seconda metà del XIX secolo.
17. LE INSORGENZE A ROMA E NEL LAZIO
Già a partire dal 1791, con l'annessione forzata di Avignone alla Repubblica francese, le relazioni diplomatiche tra Parigi e Roma si fecero difficili. Da parte francese si montarono numerose provocazioni allo scopo di creare pretesti per un intervento militare: il 13 gennaio 17)3 l"'incaricato d'affari" francese N. De Bassville venne ucciso a Roma in un moto di piazza per aver ripetutamente ostentato le insegne repubblicane ed insultato il popolo romano poco sensibile alla propaganda giacobina: l'evento venne ricordato in una poesia di Vincenzo Monti, il quale negli anni che seguiranno cambierà più volte bandiera. 1127 dicembre 1797 in un episodio assai simile venne ucciso sempre a Roma il generale francese L. Duphot; l'Armata d'Italia, di stanza ad Ancona, ne approfittò per circondare la città, e dopo avere inutilmente atteso per tre giorni l'insurrezione promessa dai pochi giacobini locali, vi entrò in forze l'11 febbraio 1798. Secondo un rituale consolidato, il 15 febbraio venne proclamata la Repubblica Romana. Cinque giorni dopo l'anziano Pontefice, Papa Pio VI, fu costretto all'esilio in Toscana e successivamente deportato in Francia, dove mori in prigionia nel 1799. Dopo altri cinque giorni, il 25 febbraio, scoppiò l'insorgenza a Roma (il "Vespro romano"), che fu repressa nel sangue e scatenò il primo saccheggio francese della città. Malgrado la sconfitta l'insorgenza si estese rapidamente ad Albano, Velletri, Castel Gandolfo, Alatri, Frosinone, Ferentino, Sezze, Civitavecchia e Terracina; quando una di queste città veniva riconquistata dagli invasori veniva saccheggiata e talvolta incendiata. Un esercito di insorgenti che tentavano di liberare Roma fu sconfitto alle Frattocchie da G. Murat nel marzo 1798: nuovi disordini antigiacobini scoppiarono nella capitale il 27 luglio. Il 27 agosto 1798 insorse per la prima volta Viterbo: il 1799 vide anche le prime gesta del celebre "brigante" Michele Pezza, detto Fra' Diavolo, e l'insorgenza ad Orvieto, Anagni, Palestrina, Zagarolo, Frascati e di nuovo Velletri. 1110 agosto 1799 un esercito di Insorgenti al comando di Giovan Battista Rodio sconfisse i francesi a Valmontone e a Marino; il 26 settembre 1799 cadde la repubblica romana, grazie agli eserciti del Card. Ruffo e dei "Viva Maria". Il 14 marzo 1800 veniva eletto in un Conclave a Venezia Papa Pio VII, che il 3 luglio rientrò a Roma, liberata dalle truppe napoletane. Un anno dopo Napoleone, già Primo Console, riconquistò l'Italia ed impose al Papa il Concordato vessatorio del 15 luglio 1801. Dopo il 1806 e la rioccupazione napoleonica del l'ItaIia Meridionale scoppiò di nuovo l'insorgenza: nel sud del Lazio si distinse il colonnello Michele Pezza, passato alla storia col soprannome di Fra' Diavolo. Roma venne occupata ancora dai francesi il 2 febbraio 1808; il 17 maggio 1809 Napoleone, già Imperatore, proclamò solennemente la fine del dominio temporale della Chiesa e annetté il Lazio all'Impero. Papa Pio arrestato il 6 luglio 1809 e deportato in Francia. Il 23 Napoleone abrogò unilateralmente il Concordato ed impose al nuovo giuramento di fedeltà all'imperatore, ossia a se stesso; i le deportazioni dei sacerdoti refrattari; nel marzo 1813 Papa Pio VII, benché inerme e prigioniero dei francesi, rifiutò di firmare un nuovo Concordato che lo stesso Napoleone voleva imporgli. Pio VII rientrerà a Roma solamente il 24 maggio del 1814. Nel frattempo si erano susseguite Insorgenze popolari a Viterbo, Vitorchiano e nella Ciociaria.
18. LE INSORGENZE IN CAMPANIA
L'odierna Campania, alla fine del XVIII secolo cuore dal Regno delle Due Sicilie, fu interessata dagli sconvolgimenti europei del tempo relativamente tardi: Ferdinando IV di Borbone, all'indomani della prima invasione francese di Roma, mobilitò il suo esercito contro gli invasori dello Stato della Chiesa "per rendere alla religione cattolica i dovuti onori": era il 20 novembre 1798. Il 21 dicembre dello stesso anno, dopo alcune sconfitte militari, il Re lasciò Napoli e si rifugiò a Palermo, protetta dalla flotta inglese.
Il 24 gennaio 1799 le truppe francesi comandate dal generale Championnet entrarono in Napoli dopo tre giorni di furiosi combattimenti con i "lazzari", i popolani della città; durante le ultime fasi della battaglia questi furono cannoneggiati alle spalle dagli sparuti giacobini napoletani asserragliatisi in Castel S.Elmo (nell'assedio morirono dagli 8.000 ai 10.000 popolani): il 26 fu proclamata la Repubblica Napoletana. L'arrivo dell'esercito francese scatenò Insorgenze popolari a Teano, Sessa, Fondi, Castelonorato (ove per rappresaglia fu sterminato l'intero villaggio), Itri, Sora, Acerra, Pomigliano. Il 21 giugno 1799 gli insorgenti del Regno, riuniti nell'Armata della Santa Fede creata e guidata personalmente dal Cardinale Fabrizio Ruffo riconquistarono Napoli dopo 8 giorni di combattimenti: il 28 marzo 1801 venne firmato a Firenze un trattato di pace con la Francia che restituiva ai Borboni quasi tutto il territorio del Regno. Il 27 gennaio 1806 Napoleone I imperatore lanciò una nuova campagna contro Napoli, che venne occupata il 30 marzo; Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, venne proclamato Re, per essere poi sostituito da Gioacchino Murat. Riesplose l'Insorgenza popolare, per quanto con risultati minori: in questa seconda fase, caratterizzata dal proliferare del cosiddetto "brigantaggio", in realtà guerriglia popolare dalle spiccate caratteristiche cattoliche e legittimiste, sì distinsero nell'alta Campania Fra' Diavolo e nella zona irpina un capomassa già appartenente all 'Armata del Cardinale Ruffo, Pasquale Mauriello detto Vuozzo. Il 9 giugno 1815 Re Ferdinando IV di Borbone rientrò a Napoli.
19. LE INSORGENZE IN PUGLIA E BASILICATA
Gli eventi del 1799 coinvolsero, accanto alla Campania, anche le altre parti del Regno delle Due Sicilie. Come altrove, le ricadute in termini economici e la violenta propaganda antireligiosa degli invasori francesi scatenarono una diffusa reazione popolare. In Puglia, il giorno stesso della proclamazione della Repubblica di Napoli (24 gennaio I 799) a Lecce la popolazione insorse e distrusse l'albero della libertà; nel mese di febbraio lo stesso accadde a Troia, Francavilla Fontana e Serracapriola; successivamente le popolazioni locali svellero il simbolo del potere giacobino a San Severo, Andria, Trani, San Giovanni Rotondo (il cui tempio venne saccheggiato dalla truppa francese), San Marco in Lamis, Monte 5. Angelo, Cerignola ed altri centri minori. La reazione francese fu spietata: il 23 marzo la colonna francese guidata dal generale Broussier e da giacobini italiani infierì sulla popolazione civile di Andria (4.000 morti), su Trani (1.200 morti), che fu ridotta in rovine, Carbonara (800 morti) e Ceglie, in cui tutti gli abitanti catturati furono fucilati e il paese incendiato. In Basilicata già dal 9 febbraio si ebbero Insorgenze a Laurino Lucano, Bella, Castelgrande e Matera. La vittoria del Card. Ruffo, che il 7 maggio 1799 entro a Matera, chiuse la prima fase dell'insorgenza. Dopo il marzo 1801 in seguito alla pace di Firenze vennero dislocate guarnigioni francesi a Brindisi ed Otranto; la presenza di queste truppe generò ben presto una guerriglia popolare che obbligò Napoleone a ritirare queste truppe nel marzo dell'anno dopo. In seguito alla seconda invasione francese del 1806 si rinnovarono gli episodi di Insorgenza, susseguenti alla sconfitta dei reparti napoletani ancora operativi. In Basilicata i principali centri di essa furono Campotenese, Pescopagano, Muro (sotto la guida del sacerdote don Arcangelo Barbieri), Potenza, Pietragalla, Grassano, Vietri, Lagonegro, Verbicaro, al comando di capimassa quali Gerardo Curcio detto Sciarpa, Francesco A. Ruscianì, Muscatiello, Cicchelli, Pinto, Lonìgro, Squaquecchia ed il Pagnotta. Di fronte ai crescenti successi militari dell'Insorgenza le truppe francesi adottarono la tecnica delle "colonne infernali" già ben collaudata in Vandea, e le popolazioni civili diventano quindi il bersaglio principale delle rappresaglie giacobine: a Rocca imperiale, a Castelsaraceno, a Lauria, a Viggiano la truppa comandata dal Massena si abbandonò a fucilazioni di massa di civili, saccheggi, efferate profanazionì e sistematici stupri. Nel dicembre 1806 l'insorgenza lucana poteva dirsi momentaneamente repressa.
20. LE INSORGENZE TN CALABRIA
Una volta completata la conquista francese del Regno delle Due Sicilie, il 7 febbraio 1799 il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara, nominato Vicario generale dal Re Ferdinando IV di Borbone (rifugiatosi a Palermo), sbarcò presso Scilla con soli sette compagni, senza armi né denaro; il 18 dello stesso mese inizio a radunare gli Insorgenti "a massa" per riconquistare il Regno. A capo di un'eterogenea Armata composta da decine di migliaia di Insorgenti, per la maggioranza contadini calabresi mal armati, rinforzati da pochi soldati inglesi, russi e turchi e riunita sotto la protezione di Sant'Antonio, Ruffo in poco più di 4 mesi risalì in armi tutta la Calabria e giunse fino a liberare Napoli, portando a termine un'impresa militare che ancora oggi non manca di stupire. La sua marcia fu accompagnata da una lunga serie di Insorgenze popolari antigiacobine: il 7 marzo a Catanzaro, il 22 a Crotone e nello stesso periodo 5. Giovanni in Fiore, Corigliano Calabro, Nicastro, Cutro e Santa Caterina. La Calabria conobbe altre notevoli figure di Insorgenti: il generale Giovan Battista Rodio (1770-1806), Parafante, Nicola Gualtieri detto Panedigrano, Gaetano Jocca, attivo sia nel 1799 che dopo il 1806, Lorenzo Martire, ex-ufficiale dell'esercito borbonico, Costantino de Filippis, Giuseppe Necco detto "l'invincibile". Il 22 marzo 1806 Carmine Caligiuri capitano una rivolta popolare ("i vespri soveritani") che da Soveria Mannelli si estese rapidamente nella zona circostante; come in altre parti d'ltalia anche questa rivolta fu scatenata dall'atteggiamento arrogante della truppa francese che, come dicono le fonti, "non rispettavano neanche la religione e rubavano gli ex-voto, deridevano i sacerdoti e oltraggiavano le donne... ". La rivolta si estese rapidamente anche ai paesi di Carenzia, Cotronei, Savelli, Longobucco, Pedace, Martorano, Sant'Eufemia, Pietrafitta e Corigliano Calabro. Nel febbraio 1808 Sicilia e Reggio, le ultime città ancora in mano agli Insorgenti, furono conquistate dai francesi e i legittimisti superstiti si salvarono via mare. In Calabria avvenne un ultimo episodio che chiuse definitivamente le guerre napoleoniche: dopo innumerevoli voltafaccia Gioacchino Murat, il genero di Napoleone già nominato da questi Re di Napoli nel 1808, sbarcò a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815, ma venne catturato dalle popolazioni locali e successivamente fucilato dal generale sanfedista Vito Nunziante. Si chiuse così un'epoca.
21. LE ISOLE
La Sardegna non conobbe l'occupazione francese se non per un brevissimo periodo dal gennaio al maggio 1793 nelle due isole di San Pietro e Sant'Antioco, dove però fortunatamente arrivo, permanenza, partenza dei francesi avvennero in tutta tranquillità. Due altri tentativi di sbarco, entrambi respinti grazie anche alla pessima organizzazione dei due corpi di spedizione, avvennero a Cagliari e alla Maddalena. La flotta francese giunge a Cagliari il 23 gennaio 1793. Per un mese la città è sottoposta a continui violenti bombardamenti navali, ai quali poco oppongono i rari cannoni della difesa. Lo sbarco del 14 febbraio però fallisce e il 20 i francesi si reimbarcano in disordine. Allo sbarco alla Maddalena partecipa lo stesso Napoleone, che il 22 febbraio 1793 installa una batteria sull'isolotto di Santo Stefano, iniziando il bombardamento della cittadina. Efficaci risultano però il fuoco delle batterie sarde e alcune operazioni di contrattacco, che infine, insieme all'indisciplina delle truppe francesi, costringono il comandante francese ad ordinare la ritirata. Fra i sardi si distingue soprattutto il nocchiere Domenico Millelire, che sì guadagna la prima medaglia d'oro al valore della marina italiana. La Sicilia non fu interessata direttamente dalle invasioni francesi, ma ospitò a Palermo Ferdinando IV di Borbone, Re delle Due Sicilie, alla fine del 1798, quando fu costretto dall'invasore a lasciare Napoli. Dalla Sicilia partì poi l'incredibile avventura del Cardinal Fabrizio Ruffo di Bagnara, che nel febbraio 1799 partendo dalla Calabria riconquistò tutto il Regno al suo legittimo sovrano.
22. IL BRIGANTAGGIO E LA NASCITA DELLA QUESTIONE MERIDIONALE
Erede dell'omonimo sistema eretto in funzione antifrancese a partire dal 1799 che diede vita a bande agguerrite ed organizzate militarmente facenti capo a personaggi sovente non privi di senso strategico e capacita guerresca, il brigantaggio meridionale dopo la fase napoleonide e la restaurazione divenne antipiemontese, e quindi rivolto contro il sistema di unificazione della penisola. Il brigantaggio si sviluppò agli inizi in Basilicata, in cui dal 1860 al 1862 dal Tirreno allo Jonio l'intero territorio era controllato da bande armate che tennero più volte in scacco i nuovi soldati scesi dal nord, portatori di un linguaggio ed una cultura del tutto estranei a quelli locali. La rivolta della Basilicata diede coraggio e forza alle bande della Calabria, Campania, Abruzzi, Puglia e Molise, infiammate dall'introduzione da parte del nuovo stato della leva obbligatoria e dell'imposta generale sull'entrata di ogni bene privato e pubblico, entrambe ignote al sistema giuridico precedente. Ad ingrossare le fila dei rivoltosi concorsero poi alcuni legittimisti spagnoli e soprattutto francesi, clic armarono le bande in funzione antiunitaria. Rimase estranea al fenomeno la Sicilia, in cui fu sempre forte il patto, divenuto poi scellerato, fra i partigiani del nuovo Stato italiano e i galantuomini che avevano mantenuto i loro antichi privilegi (patto di cui i fatti di Bronte furono una conseguenza significativa cd emblematica). Il neo Parlamento italiano, sentito il parere di una commissione d'inchiesta composta da Bixio, Saffi, Sirtori, Massari e Castagnola approvo la Legge Pica, che istituì nel Meridione consigli e tribunali di guerra, inviandovi 120.000 armati (quasi la meta dell'esercito italiano). Lo scopo indicato dalla Commissione fu raggiunto (almeno sulla carta), ma il prezzo fu altissimo. Il generale Pallavicino, posto a capo delle operazioni, non badò a metodi e da Matera al Melfese e alle Murge di Minervino, dal Crotonese al Cosentino fino all'Avellinese, al Beneventano e ad Isernia decimò e distrusse il brigantaggio, comprese le bande Crocco e Romano. La borghesia emergente e la piccola nobiltà che già aveva tradito i Borboni si allearono con i nuovi occupanti: il risultato fu la resa dei conti di odi antichi, che i piemontesi favorirono e sfruttarono. Vi furono centinaia di procedimenti sbrigativi e sommari che sì accumularono a disposizioni arbitrarie e furibonde che portarono alla condanna di moltissimi innocenti, mentre l'odio politico condusse a fabbricare falsi documenti a carico e all'uso massiccio di falsi testimoni. Nella sola Basilicata furono incarcerate 2.400 persone e condannate al confino forzoso 525, di cui 140 donne, a conferma del ruolo che aveva avuto l'elemento femminile nella diffusione del brigantaggio. In ogni comune fu lasciato un presidio armato, solo a cavallo del 1900 sostituito gradualmente dalla stazione dei Carabinieri. Con la scomparsa del brigantaggio nasce il patto fra la classe politica dominante nel nord, sostituita successivamente da quella romana, e i ceti parassitari del sud, che e all'origine delle sciagure del Meridione d'Italia a tutt'oggi irrisolte.
23. LA QUESTIONE CATTOLICA
I fatti che dopo il 1796 mutarono in modo definitivo l'equilibrio politico della penisola misero in discussione un rapporto che per secoli era sembrato talmente consolidato e naturale da parere indissolubile: quello tra genti d'Italia, clero e religione cattolica. Di fronte all'irruzione degli eserciti giacobini, alla loro forza militare e all'aggressività del loro anticristianesimo, l'atteggiamento dell'alto clero fu spesso notevolmente diverso da quello del basso clero, solidale al popolo. Malgrado i giacobini avessero dato ripetutamente prova della precisa volontà di demolire la libertà della Chiesa nella società civile italiana, e benché due Papi, Pio VI e Pio 111, fossero stati arrestati, ripetutamente minacciati e deportati in Francia a Napoleone (nella deportazione il primo trovò anche la morte), più di un Vescovo italiano, influenzato con tutta evidenza dal giansenismo di Scipione de' Ricci, concesse aperta collaborazione ed appoggio alle diverse repubbliche collaborazioniste filo-francesi in Italia, fino a rendersi complici di gesti apertamente profanatori, come la diffusione del culto di San Napoleone; tutto ciò mentre la maggior parte dei Presulì rimase prudentemente distaccata da ogni impegno politico diretto, cercando semmai di ammorbidire i contrasti e lasciando al Papa il compito di indicare con vigore la strada della resistenza alla scristianizzazione forzata; solo un'esigua minoranza tra i Vescovi italiani appoggio esplicitamente l'insorgenza popolare antigiacobina, spesso pagando di persona. Del tutto diverso fu l'atteggiamento del popolo e del basso clero, che come abbiamo visto non attese disposizioni dall'alto per impugnare le armi in difesa della religione e dei sovrani legittimi. In alcune zone d'Italia (come in Romagna e in parte della Toscana) questa separazione di fatto tra l'intransigenza popolare e la ricerca di una pacifica convivenza col nuovo ordine delle cose da parte di molti Vescovi fu vissuto come una sorta di tradimento, ed è storicamente alla base della nascita dell'anticlericalismo che ancor oggi contraddistingue queste terre. Inoltre, l'invasione napoleonica portò al potere un nuovo ceto intellettuale, economico e politico: una borghesia permeata in profondità dall'ideologia illuminista, largamente urbana e quindi estranea al mondo delle campagne, quanto mai sensibile alle mode che dalla Francia giungevano oramai da decenni, dalla Massoneria al neoclassicismo, dall'ottimismo russoviano all'anticristianesimo volterriano. Questo ceto, particolarmente operante nel Centro-Nord (mentre al Sud il collaborazionismo filogiacobino conobbe più fortuna fra nobili, militari e alto clero) si arricchì considerevolmente speculando con l'economia di guerra ed acquistando a prezzi stracciati i beni mobili ed immobili che i francesi sequestravano copiosamente a chiese, conventi, congregazioni religiose ed enti assistenziali
Tutto il periodo dell'unificazione italiana che la retorica nazionalista chiamò "Risorgimento" è leggibile nell'ottica di uno scontro crescente non fra classi ma fra ceti contrapposti: da un lato una borghesia urbana produttiva ed industriale, che a partire dal nord-ovest d'Italia si affermò come la nuova classe dirigente in tutta la penisola, particolamente solidale con i progetti politici francesi prima, e piemontesi successivamente; d'altro canto un popolo rurale e cattolico sempre più impoverito (specie nel Mezzogiorno), che successivamente all'unità d'Italia andrà a formare quel proletariato che costituì il combustibile e il costo umano inevitabile dell'industrializzazione. La nuova classe politica, per quanto minoritaria, era sempre più evidentemente e dichiaratamente anticattolica; la gran massa del popolo italiano, profondamente e sentitamente cattolico, era viceversa sempre più emarginato e politicamente impotente, come i nostri plebisciti-truffa risorgimentali dimostreranno. Il periodo che va dal 1796 all 870 segna le diverse tappe di questo processo di scristianizzazione condotto sulla pelle dei popoli d'Italia, che separò drasticamente il popolo cattolico dal nascente potere, cui tuttavia non mancò mai né l'efficacia poliziesca né l'arroganza antipopolare. Le stesse vicende che terminarono nella conquista piemontese dì Roma (20 settembre 1870), dalla spedizione garibaldina alla "conquista del Sud" sottolineano come il "mito fondatore" dell'unità d'Italia fosse sovente solo un pretesto mitologico per attaccare e disgregare la fedeltà popolare verso il cattolicesimo, i Sovrani degli stati preunitari e il Papa; augusti ispiratori, alcune potenze protestanti come l'Inghilterra e la vasta rete internazionale del laicismo politico, direttamente influenzata dalla Massoneria. Anche dopo l'unità proseguirono in modo serrato gli sforzi tesi ad addomesticare la Chiesa da parte dei nuovi potenti e dei nuovi ricchi, contro cui si levò la voce di numerosi Pontefici (Pio lX, Pio X, Leone XIII), di molti Beati e Santi (dal Ven. Pio Brunone Lanteri a San Gaspare del Bufalo, fino a San Giuseppe Cafasso e San Giovanni Bosco) e le attività del cattolicesimo sociale dell'800 e delle Dottrina Sociale Cristiana. Questa contrapposizione ti' talmente evidente che ai cattolici dopo il 1870 fu imposta la non partecipazione alla vita politica nazionale (il "non expedit"), che durò fino al 1929 anno della Conciliazione.
24. LA TRADIZIONE NAZIONALE
Le insorgenze furono anche uno dei primi momenti di aggregazione moderna del sentimento nazionale italiano. Quali clic fossero i motivi primi che inducevano veneti, napoletani, lombardi, abruzzesi, calabresi, pugliesi, marchigiani, umbri, a insorgere contro le armate della rivoluzione guidate da Napoleone, è ovvio che inevitabilmente insieme si sviluppava un sentimento antifrancese, destinato a trasformarsi alla lunga in sentimento italiano. La lotta per la chiesa, per il re, per la propria piccola patria, contro i sacrilegi, le requisizioni, le ruberie, diventava un po' per volta lotta per la grande patria contro lo straniero. Anzi, in alcuni luoghi lo era da principio. Non dimentichiamo infatti che quando nel Veneto o in Dalmazia sì insorgeva al grido di "San Marco", sia durante il triennio giacobino (1796-99) sia più tardi nel 1809, questo si riferiva sì al Santo Apostolo, ma soprattutto in quanto simbolo della Serenissima Repubblica di Venezia. E dalla difesa della già grande patria veneta era poi facile passare alla patria italiana, come infatti è avvenuto. Insomma, paradossalmente, per un intervento provvidenziale o per una astuzia della ragione storica che sia, il sentimento nazionale si sviluppava contemporaneamente fra gli Insorgenti e fra i napoleonici. Ma quella degli Insorgenti - ecco la grande differenza - era una patria, della quale faceva parte integrante l'antica tradizione cattolica, proprio quella che la rivoluzione cercava, invano, di estirpare con qualsiasi mezzo.
SCHEDA BIBLIOGRAFICA
Mai come nel caso di una pagina di storia dimenticata il libro è veicolo di riappropriazione e di riscatto. Qui indichiamo solamente alcuni titoli che, in diverso modo, possono essere utili a riappropriarsi di questa stagione negata della nostra identità e della nostra storici, che dal 1796 giunge nei suoi diversi effetti fino ai giorni nostri.
- AA. Vv., Le Insorgenze antifrancesi in Italia nel triennio giacobino (1796-1799), Edizioni APES, Roma 1992.
- AGNOLI F.M., Gli Insorgenti, Il Cerchio, Rimini 1993.
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(*) AA.VV., Andreas Hofer eroe della fede, Il Cerchio, Rimini 1998, pp. 113 ss.


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