IL PRAGMATISMO AMERICANO
La storia della filosofia dell’Ottocento italiano ricalca la storia della filosofia dell’Ottocento mondiale. L’Ottocento è il secolo in cui l’area di formazione della filosofia occidentale si estende dal vecchio continente al Nord-America. Una minuziosa ricerca storico-filosofica sul contesto del pragmatismo italiano di fine Ottocento deve tenere necessariamente conto delle influenze dell’ambiente nord-americano, esaminando a fondo conformità e differenze all’interno dei modelli di evoluzione culturale.
Primo contributo della cultura nord-americana alla storia della filosofia occidentale è nel 1870 la fondazione del Metaphysical Club. Il pragmatismo americano non è una corrente filosofica unitaria: nasce con Charles Sanders Peirce e immediatamente si evolve in senso “utilitaristico” con Williams James ed in senso “strumentalistico” con John Dewey. Le “sotto-correnti” del pragmatismo americano n2 sono tre: il pragmatismo “metodologico” di Peirce, il pragmatismo “utilitaristico” di James, e lo strumentalismo di Dewey.
La nascita del pragmatismo americano – come ho detto- è comune: il Metaphysical Club ne è la culla. Esistono assunti comuni alle riflessioni filosofiche di Peirce, James e Dewey n3: anzitutto la critica all’ideale classico di vita meramente teoretica; l’idea della verità come situazione futura; l’idea che la verità sia una norma d’azione rivolta al futuro. Mentre all’interno delle filosofie tradizionali antecedenti, con l’eccezione del marxismo, nella relazione tra conoscenza ed azione sussiste uno sbilanciamento a favore della conoscenza, nell’America di fine ottocento l’ideale medioevale della vita “teoretica”, cioè della vita dedita alla meditazione ed alla ricerca di una verità a-storica, è sostituito con l’ideale della verità come farsi, come azione, come attività. Con il pragmatismo si assiste ad una rivalutazione dell’azione. In filosofia, come nella vita, è utile solo ciò che sia idoneo a modificare la condotta dell’uomo nei confronti delle cose, nei confronti dell’altro nel mondo e nei confronti di Dio.
La concezione tradizionale della verità come conformità tra cosa ed idea, cioè come adaequatio tra essere e pensiero, è rifiutata. In base alla rivalutazione dell’azione la verità si trasforma da stato mentale ad attività, farsi conoscitivo n4. La verità non è un dato, ma è la risultante delle attività necessarie alla verificazione. C’è una rilettura del verificazionismo empirista: metodo di controllo della verità non è la conformità ad un’esperienza passata o attuale; metodo di controllo, in forma di previsione, della verità è il riferimento ad un’esperienza futura. Il pragmatismo americano è dottrina filosofica orientata per così dire verso il futuro, dal momento che considera verità di un’azione l’effetto futuro dell’azione medesima. Perciò la relazione tra conoscenza ed azione è relazione normativa. La verità, cioè ciò che è conoscenza certa è idonea a modificare l’azione futura divenendo così norma all’azione futura; il credere che una cosa sia vera, suscettibile di uso futuro, influenza indubitabilmente la condotta futura dell’uomo divenendo una sorta di criterio d’orientamento dell’azione futura. Sostiene chiaramente Calcaterra:
“La definizione della credenza come principio guida delle inferenze… volge ad accantonare definitivamente la classica questione della ricerca dei fondamenti assoluti della conoscenza… Peirce osserva innanzi tutto che, al di là della validità formale ed anche effettiva di un’inferenza, il passaggio dalle premesse alle conclusioni di un ragionamento è sempre guidato da un qualche contenuto del pensiero, ovvero da un’opinione che si è stabilita dal pensiero e che funziona appunto come suo principio guida. Più propriamente, ciascuna… credenza costituisce un abito mentale…” n5 .
Successiva è la distinzione, introdotta da Peirce medesimo, tra pragmatismo jamesiano e pragmaticismo n6. Peirce introduce un modello di filosofia critico-razionalistica fondato sulla ricerca di un metodo utile a determinare il senso dei concetti intellettuali; James un modello di filosofia irrazionalistica fondato su una teoria metafisica e morale della verità. Analizzate le tendenze comuni è necessario, riprendendo la distinzione di Peirce tra “pragmaticismo” peirceiano e “pragmatismo” jamesiano, esaminare in maniera distinta le due “sotto-correnti”: da un lato il pragmatismo “metodologico” di Peirce e dall’altro il pragmatismo “metafisico” utilitaristico di James.
Occorre delimitare chiaramente il nostro contesto di ricerca. Ci interesseremo in estrema sintesi esclusivamente delle riflessioni filosofiche di Peirce e di James immediatamente connesse alle idee e ai concetti del pragmatismo italiano di Calderoni e Vailati: la tematica della conoscenza; la definizione del concetto di credenza, l’idea della verità. Delineeremo in entrambi una teoria della conoscenza. Di Peirce non introdurremo le ricerche “faneriche” e sulla natura del cosmo; mentre di James trascureremo la filosofia della mente in senso stretto e l’analisi dei concetti “metafisici” di Dio come ente finito e di universo come struttura non monistica n7.
Peirce fonda la sua riflessione filosofica in materia di conoscenza sul concetto di credenza. La credenza è, infatti, la base della razionalità umana. La filosofia della conoscenza di Peirce nasce dalla critica “concretistica” all’idea cartesiana di un “dubbio universale”. Per Peirce il motore della ricerca viene considerato un “dubbio reale e vivente”, non un “dubbio universale”. E’ il “dubbio reale e vivente” che conduce l’uomo a formarsi determinate credenze. Il dubbio cartesiano, inteso come idoneità dell’uomo a mettere in discussione sistematicamente ciò che non è intuitivamente evidente è ben diverso dal dubbio di Peirce. Per quest’ultimo il dubbio è uno stato mentale di insoddisfazione e di frustrazione che l’uomo tende a trasformare in stato d’animo calmo e certo con l’introduzione di nuove credenze. Il dubbio cartesiano è un metodo di controllo su ciò che non è evidente; il dubbio in Peirce è uno stato mentale caratteristico dell’uomo. Mentre Cartesio n8 indirizza l’uomo verso il dubbio individuale ed indica il dubbio come fonte accessoria di conoscenza insieme all’intuizione; Peirce indirizza l’uomo alla credenza ed indica come fonte unica di conoscenza l’abbandono dell’irritazione scaturente dal dubbio. “Pensare”, cioè uscire lottando dallo stato di irritazione connaturato al dubbio, vuole dire creare credenze (stati mentali di calma e sicurezza), o, in altri termini, creare una correlazione infinita di inferenze tra credenze; la credenza nuova si motiva in base alla credenza antecedente e così via all’infinito, riconoscendo l’esistenza necessaria di una credenza iniziale non verificata. L’ammettere l’eventuale esistenza di una credenza iniziale non verificata, non necessariamente vera, e suscettibile di emenda, riconduce la riflessione di Peirce a riconoscere il “fallibilismo” del metodo scientifico. Non esiste un unico modo di stabilire credenze: vi è il metodo della tenacia, che consiste nel non mettere in discussione credenze; il metodo dell’autorità, che consiste nel vietare le credenze difformi; il metodo della metafisica, che consiste nel costruire ed ordinare credenze in sistemi; il metodo scientifico. I tre metodi iniziali (tenacia; autorità; metafisica) hanno la caratteristica comune di non tollerare l’errore; tenacia, autorità e metafisica stabiliscono credenze senz’ombra di fallimento. Il metodo scientifico rinuncia all’infallibilità; la scienza stabilisce credenze non necessariamente vere ma emendabili. La nozione di credenza – come visto – è centrale all’interno della filosofia conoscitiva del Peirce. La credenza è norma all’azione futura. Pensare vuole dire creare una correlazione infinita di inferenze tra credenze. Ed è una credenza antecedente ad indirizzare la serie di inferenze (abduttive) idonee a fondare nuove ed ulteriori credenze. Peirce analizza – come farà successivamente in Italia Vailati- la struttura dei meccanismi inferenziali riconoscendo come attività inferenziali dell’uomo le attività di deduzione, induzione ed abduzione n9. L’induzione è una deduzione inversa, mentre l’abduzione è una induzione meno certa. E’ vero che nel pensiero umano deduzione ed induzione hanno un ruolo fondamentale, ma – secondo Peirce – nella creazione di abitudini mentali/ credenze non esiste meccanismo inferenziale efficace come l’abduzione. Mentre infatti deduzione ed induzione non introducono alcunché di nuovo, l’abduzione è fonte di idee/ concetti nuovi. La serie di inferenze che fonda nuove credenze sotto la direzione di una credenza antecedente è una serie inferenziale abduttiva. Analizzati i meccanismi mentali di formulazione delle credenze Peirce sostiene che l’utilità di una credenza nella vita è variabile della verificabilità della credenza medesima. La verificabilità di un’azione - secondo Peirce- è l’effetto futuro dell’azione medesima n10. Una credenza è vera nel momento in cui sussista conformità tra effetti attesi dalla credenza ed effetti realizzati; una credenza è falsa nel momento in cui non sussista tale conformità. Nel momento in cui sia vera, la credenza è norma d’azione utile; nel momento in cui non lo sia, è una norma d’azione non utile ad incidere sulla condotta umana.
Peirce tuttavia non intende allo stesso modo di Cartesio la verità come se fosse l’esito individuale del confronto tra credenza ed effetti futuri scaturenti dalla credenza. La verificazione in Peirce è un evento individuale; la verità è un evento comunitario:
“L’opinione finale, sulla quale, fatalmente, tutti coloro che indagano si troveranno d’accordo, è ciò che intendiamo con verità, e l’oggetto rappresentato in questa opinione è il reale. In questo modo io spiegherei la realtà…”n11.
La verità è l’insieme delle attività di verificazione della comunità scientifica come la realtà è l’accordo della comunità sulla verità. Peirce si dimostra fiducioso del cammino trionfale della scienza verso la verità, senza tuttavia trascurare – come osservato – l’idea di fallibilità della conoscenza scientifican12. Le idee della verità come “collaborazione” comunitaria e dell’Amore/ Dio come motore evolutivo dell’universo formano in Peirce un’etica della solidarietà.
Per ciò che concerne il meccanismo conoscitivo, Jamesn13 conferisce alla nozione di credenza una funzione accessoria. E’ senza dubbio elemento costitutivo della razionalità umana, ma non ne è condizione necessaria e sufficiente. Per James – allo stesso modo che in Peirce- il dubitare è il motore della ricerca. “Dubitare” vuole dire tradursi da uno stato mentale di incertezza ad uno stato mentale di certezza e rilassamento. La razionalità è innanzitutto sensazione emotiva soddisfacente, derivata dal conformarsi del mondo interno al mondo esterno. Il tradursi dell’uomo dalla incertezza alla certezza è – come in Peirce- credenza. Ma la credenza non è unica base necessaria alla razionalità umana. E’necessario riconoscere l’incidenza del desiderio sulla credenza. “Pensare” vuole dire introdurre una catena infinita di inferenze tra credenze, senza tuttavia escludere l’influenza benefica e normale del desiderio (interesse/ valutazione) sulla catena di inferenze. Ma in James la credenza non è esclusivamente un’inferenza tra credenze ulteriori: decidere è frutto di una creazione, dovuta all’incidenza sulle inferenze della selezione tra sensazioni diverse. E la selezione tra sensazioni è una valutazione, scaturente da una situazione emotiva. Nella vita dell’uomo vi sono necessariamente due modalità di ottenere la verità. L’una obiettiva, incentrata sulla introduzione di credenze interamente verificabili, razionale in senso stretto, normale; l’altra subiettiva, incentrata sull’influenza dell’emozione individuale sulle credenze, inverificabile, razionale in senso lato, eccezionale. Scrive James:
“La nostra natura passionale non soltanto può legittimamente, ma deve, decidere nella opzione tra più affermazioni, quando è un’opzione genuina che non può per sua natura essere decisa su basi intellettuali; perché, in tale circostanza, “non decidere, ma lascia aperta la questione” è anch’essa una decisione passionale – proprio come decidere per il sì o per il no – ed è soggetta allo stesso rischio di perdere la verità…”n14.
Nel momento in cui non sia realizzabile una decisione interamente razionale, cioè fondabile su una credenza interamente verificabile, il limitarsi a non decidere o a decidere tardivamente sarebbe dannoso. Anche laddove manchi una credenza verificabile è interesse dell’uomo decidere. Il non decidere a causa della mancanza di una credenza fondata non ha valore diverso dal decidere non avendo una credenza. In entrambi i casi sussiste una decisione. Nell’una sussiste la decisione di decidere senza credere; nell’altra la decisione di non decidere. La decisione di non decidere rimane una decisione senza credenza fondata.
La chiarificazione del dualismo credenza/ desiderio è accennata nello scritto jamesiano del 1884 “The Dilemma of Determinism”. Per James il dilemma libertà/ determinismo non trova e non troverà mai soluzione nel “metodo scientifico”, essendo un dilemma metafisico. Laddove il “metodo scientifico” non si dimostri efficace, rimane l’unica via della decisione arbitraria. La scelta a favore dell’una libertà) o dell’altro (determinismo) non avviene in base a credenze, ma a seconda delle emozioni di ciascun individuo. Ecco che il will to believe jamesiano è un metodo accessorio, in momenti eccezionali della vita, al “metodo scientifico”n15.
Se in Peirce la verità di una credenza è frutto di una verificazione successiva e comunitaria (nel senso di comune alla comunità scientifica), James intende il criterio di validazione delle credenze come un meccanismo “convalidativo” individuale. L’accettazione individuale è fonte di convalidazione di una credenza. Per James - in date circostanze- sono vere le credenze che ci servono, non sono vere le credenze che non ci servono. James sembra invertire drasticamente l’assunto metodologico di Peirce “sono utili le credenze che sono vere, sono inutili le credenze che non sono vere”.
L’incidenza delle riflessioni di Peirce e di James su Mario Calderoni – come vedremo- è elevata, ed è altrettanto evidente l’influenza del pragmatismo americano nei confronti del pragmatismo italiano.
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n2 La distinzione tra modello di Peirce e modello di James, che inciderà in maniera notevole in Italia sulla relazione tra pragmatismo “logico” e pragmatismo “magico”, è sottolineata da L. Demartis in Pragmatismo, Milano, Editrice Bibliografica, 1995, 12-13: “La duplice paternità della corrente si riflette nelle diverse etimologie cui si fa risalire il significato del termine pragmatismo, dalle quali emergono, fin dall’inizio, due differenti filoni del pragmatismo che fanno capo rispettivamente a Peirce e a James. Secondo Peirce pragmatismo deriva dalla distinzione operata da Kant tra praktisch e pragmatisch ed è da intendersi finalizzato ad una nuova teoria logica del significato… Per James invece il termine deriva dal greco pragma (azione) da cui, precisa l’autore, proviene il termine prassi… Egli infatti dichiara di voler fare un uso più ampio della dottrina del significato di Peirce, traducendola in una teoria metafisica e morale della verità per la quale vero è ciò che da’ luogo a conseguenze pratiche soddisfacenti, relativamente alle esigenze vitali più profonde degli individui…”. Allo stesso modo afferma N. Abbagnano, in Filosofi e filosofie nella Storia, Torino, Paravia, 1994, vol. III, 400: “Queste due forme di pragmatismo (il Pragmatismo “metodologico” ed il Pragmatismo “metafisico”) sono profondamente diverse, poiché la prima mette capo ad un razionalismo sperimentalistico e fallibilistico (vicino ai procedimenti della scienza) mentre il secondo sfocia in un irrazionalismo a sfondo metafisico, religioso e (in taluni casi) politico…”.
n3 Cfr. L. Demartis, Pragmatismo, cit., 5: “Nonostante le diverse posizioni espresse dagli autori che in qualche modo si riferirono e riferiscono al movimento pragmatista, si può cogliere tra queste un comune denominatore nell’interesse per l’esperienza come processo in atto che coinvolge uomo e natura, la conseguenze interdipendenza tra oggetto e soggetto, mente-corpo, teoria-pratica,la considerazione della verità di una conoscenza in relazione alle azioni che essa rende possibili…”.
n4 Per un’analisi sistematica delle teorie aletiche si veda F. D’Agostini, Disavventure della verità, Torino, Einaudi, 2002, passim.
n5 Cfr. R. M. Calcaterra, Il Pragmatismo americano, Bari, Laterza, 1997, 19-20.
n6 Cfr. C.S. Peirce, What Pragmatism is, in “Monist”, 1905, vol XV, 161-181 ovvero in “Collected Papers”, vol. V, 411-437, trad. it. di G. Gilardoni, in “Pragmatismo e Pragmaticismo”, Liviana, Padova, 1969.
n7 Per un’analisi sistematica dei temi non direttamente trattati si vedano R. M. Calcaterra, Il Pragmatismo americano, cit., passim e A. Santucci, Storia del Pragmatismo, Bari, Laterza, 1992, passim.
n8 Cfr. Cartesio, Discorso sul metodo, in G. Brianese, Il discorso sul metodo di Cartesio e il problema del metodo nel XVII secolo, Torino, Paravia, 1988, 67. Cartesio nel Discorso sul metodo scrive: “In tal modo non intendevo imitare gli Scettici, che dubitano solo per dubitare e si compiacciono di mostrarsi sempre irresoluti, ma, al contrario, il mio progetto mirava soltanto a farmi acquistare la certezza e a rimuovere la terra mobile e la sabbia per ritrovare la roccia o l’argilla. Ciò, mi pare, mi riusciva abbastanza bene; infatti cercando di scoprire la falsità o l’incertezza delle proposizioni che esaminavo… non ne incontravo nessuna tanto incerta che non mi fosse possibile trarne sempre qualche conclusione abbastanza sicura, non fosse altro che questa: che quella tale proposizione non conteneva nulla di certo”. Prima Cartesio introduce l’idea di dubbio universale e successivamente la critica in un modo molto simile al modo in cui introdurrà il concetto “je pense, donc je suis”.
n9 E’ difficile rendere conto del vastissimo dibattito sulla struttura dei meccanismi inferenziali dal momento che il tema esula dalla nostra discussione e la letteratura in materia è davvero sterminata. Limitiamoci a definire sommariamente con l’ausilio dell’Enciclopedia Garzanti di filosofia, Milano, Garzanti, 1981 i concetti di deduzione, induzione ed abduzione:
a] deduzione: la deduzione è “ nel significato più ampio, il rapporto di derivazione che lega, in un ragionamento, la conclusione alle premesse…Aristotele identifica la deduzione con il sillogismo e ne specifica il significato in senso stretto come ragionamento che procede dall’universale al particolare… Il concetto aristotelico di deduzione attraversa tutto il medioevo e si trasmette al pensiero moderno…”. Per una estesa analisi del concetto di deduzione si veda V. Girotto, La deduzione, in “Psicologia del pensiero”, a cura di V. Girotto e P. Legrenzi, Bologna, Il Mulino, 1999,11-39.
b] induzione: “In logica, forma di ragionamento che dall’esame di uno o più casi particolari giunge a una conclusione la cui portata si estende al di là dei casi esaminati…”.
c] abduzione: “Ragionamento sillogistico che si differenzia dall’induzione e dalla deduzione per la sua minore capacità dimostrativa… sillogismo in cui la premessa maggiore è certa, quella minore è incerta; la conclusione ha dunque una certezza inferiore o uguale alla premessa minore…”.
n10 Cfr. L. Demartis, Pragmatismo, cit., 19: “Peirce è in grado di stabilire la regola, o massima pragmatica, per rendere chiare le nostre idee: “Consideriamo quali effetti che potrebbero concepibilmente avere conseguenze pratiche noi concepiamo che gli oggetti della nostra concezione abbiano. Allora, la nostra concezione di quegli effetti è la totalità della nostra concezione dell’oggetto”…”.
n11 Cfr. AAVV,Charles S. Peirce. Le leggi dell’ipotesi, a cura di M. A. Bonfantini, R. Grazia, G. Proni, Milano, Bompiani, 1984, 124 richiamato in R. M. Calcaterra, Il Pragmatismo americano, cit., 23.
n12 Cfr. A. Santucci, Storia del Pragmatismo, cit., 47: “La ricerca deve procedere indefinitivamente… senza pregiudizi ed esclusioni. Il Pragmatista logico o pragmaticista ne aveva fornito le regole, aveva mostrato come si fissano le credenze e si rendono chiare le idee, come la conoscenza consista in un’interpretazione e l’ipotesi v’abbia una parte preminente.Con esse egli proponeva un modo nuovo di fare filosofia, libero dalle tradizioni ingombranti e dall’autorità delle scuole, ben deciso a respingere le manipolazioni del sapere da parte del sistema industriale e produttivo… Peirce indicava nella comunità degli scienziati il luogo in cui era possibile sottrarsi alla corruzione del potere e all’alienazione. Poteva allora accadere che questa apologia della scienza ne compromettesse l’elemento fallibile e cedesse all’idea di un suo progresso irreversibile, alla visione di un universo sulla via di diventare tutto razionale e trasparente…”.
n13 Cfr. E. Oggioni, Filosofia e Psicologia nel pensiero postromantico, Bologna, Patròn, 1955, 117: “James deve essere considerato fra tutti i filosofi dell’età postromantica il migliore e il più progredito, perché quello che meglio ha inteso che il gran problema della coscienza contemporanea, il problema critico e gnoseologico del rapporto tra fatto e valore, fra la contingente irrazionalità e soggettività spontanea dell’essere umano… e l’oggettività e normatività del pensiero giudicante, non può essere risolto appellandosi ad un’evidenza di ordine razionale ed intellettuale… bensì alle forze irrazionali della soggettività, cosicché la verità non può essere concepita che come un mito ideologico, in cui si crede non già perché lo si trova evidente, ma che si trova evidente, appunto perché, preliminarmente, si decide di credervi. La deficienza più grave del pensiero di James è l’assenza in lui di una mentalità storicistica…”.
n14 Cfr. W. James, La volontà di credere, a cura di G. Graziussi, Principato, Messina, 1953, 27, richiamato in R. M. Calcaterra, Il Pragmatismo americano, cit., 56.
n15 Cfr. A. Santucci, Storia del Pragmatismo, cit., 77: “Certo è che il clamore sollevato da Pragmatism avrebbe indotto il suo autore a difendersi e a reagire, a confidarsi con Perry su certi scritti del Bourdeau: “Quando sostengo che a pari condizioni la concezione moralmente più soddisfacente verrà ritenuta dagli uomini più vera delle altre, mi citano come se dicessi che qualsiasi cosa moralmente soddisfacente può considerarsi vera, per insoddisfacente che sia dal lato della coerenza logica con ciò che sappiamo o crediamo vero circa gli eventi fisici e naturali”…”.
Kiricrate




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