da www.voceoperaia.it


Cuba
la trappola in cui molti sono caduti



Le pesanti condanne inflitte ai dissidenti politici filo americani e l'esecuzione capitale comminata a tre degli undici dirottatori a mano armata, hanno scatenato un putiferio politico, un coro di esecrazioni e di stigmatizzazione del governo cubano.
In prima fila, come pupari, i grandi network internazionali controllati da multinazionali legate a doppio filo all'amministrazione Bush (la catena di Murdoch in primis). A seguire, come pupazzi, i mezzi di comunicazione di tutti i paesi imperialistici, anche quelli che si erano pernessi di dire no a Bush sulla vicenda irachena.
Non c'è alcun dubbio che questa furibonda campagna è orchestrata, mirata, finalizzata a intossicare l'opinione pubblica occidentale e a scagliarla contro Cuba. Evidentemente per prepararla ad un'escalation anticubana, forse non solo politica. Chiunque voglia esprimere un giudizio, politico o addirrittura etico-morale, sulla repressione a Cuba, non può prescindere da questo contesto --cioè dal fatto che stiamo discutendo a comando, su un campo minato, peggio, entro un perimetro in cui le regole del gioco sono dettate dal nemico, sono truccate, e rispettando le quali rischiamo di essere tutti funzionali al disegno dei Masters of reality.
Tra i più accaniti nel condannare le misure repressive adottate dalla direzione politica cubana, prestigiosi esponenti della sinistra italiana politically correct, tra i quali spicca l'inFausto, segretario del PRC, che ha battuto tutti non solo per tempismo ma pure per la fermezza con cui ha chiesto a Fidel Castro di "democratizzare" la società cubana.
Come truppe di complemento di questo democratico esercito della salvezza, stanno combattendo strenuamente, anche se solo nel mondo virtuale della Rete (l'unico in cui paiono avere voce in capitolo), numerosi esponenti dell'area anarchica e libertaria. Proprio da loro sono venuti gli attacchi più virulenti, non solo alla pena di morte in quanto tale, ma alla "dittatura di Fidel".
Fa specie che i compagni libertari non si rendano conto di essere dei pappagalli che imitano a comando. Proprio loro che sono cosi spietati a criticare chiunque accetti le compatibilità capitalistiche, ad esempio quelle elettorali, parlamentari, istituzionali e via dicendo, paiono dimenticare che il mondo delle comunicazioni di massa e del tempo reale, non è meno normato, perimetrato e autoritario di quello tradizionale, statuale, con la sua repressiva fisicità. I nostri libertari farebbero bene a dare una ripassata alle tesi dei situazionisti e di Guy Debord in particolare, che non solo libertari erano sul serio, ma fornirono una chiave interpretativa sovversiva della imperialistica società dello spettacolo e, inascoltati, invocavano una radicale quanto esistenzialistica fuoriuscita. I nostri libertari suppongono che essere rivoluzionari significhi riaffermare i soliti principi-luoghi-comuni antiautoritari in ogni sede, in ogni momento. Non li sfiora il dubbio che a volte sia meglio tacere --ovvero che spesso, il solo accettare l'agenda e il dibattito scelti dal nemico sia fare stupidamente il loro gioco.
Un sintomo infallibile dell'inesistenza di un organico e indipendente punto di vista rivoluzionario, del fatto che siamo in una fase di ritirata disordinata è proprio questo: che non riusciamo ad imporre al nemico, non diciamo il terrerno dello scontro, ma neanche l'agenda dei problemi principali, e lo inseguiamo sul piano inclinato di quelli secondari, se non effimeri, inconsapevolmente diventando quinte ruote del suo carro.
Mentre gli imperialisti suonano le trombette del Sull'attenti! noi non possiamo ubbidire come soldatini, dobbiamo anzi dire Signor no!. Mentre gli strateghi della disinformazione strategica tracciano l'ordine del giorno, noi non dovremmo sederci come servi sciocchi nel tavolo truccato della
discussione, ma rovesciarglielo addosso. Mentre gli imperialisti issano il vessill dei "diritti umani", ovvero la bandiera a stelle e striscie, noi dovremmo non solo bruciarla, ma denunciare con massima forza l'ipocrisia e il cinismo per cui chi strangola, affama e bombarda i popoli, non può presentarsi come apostolo della libertà. In un mondo in cui due terzi dell'umanità sopravvive in condizioni subumane, denutrito, in baracche di fango e cartone, privo di acqua potabile, senza accesso all'istruzione e a cure sanitarie, parlare di "libertà e democrazia" è il piu' colossale degli inganni. In un mondo in cui centinaia di milioni di esseri (sub)umani sono condannati a morte dalla nascita, accettare di cincischiare sui "diritti umani" significa non solo prenderli per il culo, ma fare i pagliacci sopra al patibolo in cui il boia compia la sua opera.
Dal punto di vista degli ultimi della terra, degli oppressi e dei diseredati, Cuba è cento volte più libera e democratica degli Stati Uniti, poiché non solo assicura a tutti i suoi cittadini i "diritti umani"
davvero fondamentali, ma non partecipa al saccheggio imperialistico, non assicura ai suoi cittadini quei diritti a spese di altri popoli.
Non ci piacciono le condanne a morte, non ci piacciono ne' pene ne' penitenziari. Siamo i primi a detestare la concezione dogmatica e statolatrica affermatasi con lo stalinismo. Ci rendiamo perfettamente conto che il "socialismo reale" -di cui quello Cubano ha finito per essere una versione, declinata tuttavia in forme meno brutali- ha miseramente fallito nell'impresa di coniugare eguaglianza e rispetto dei diritti democratici; che occorre ai comunisti ripensare radicalmente la questione della libertà e della democrazia nella fase post-rivoluzionaria -liberandosi dalla credenza metafisica per cui, una volta abolite le classi, tutti i problemi relativi ai Diritti e al Diritto saranno automaticamente sorpassati e risolti.
Intanto ai nostri anarco-libertari (non meno dogmatici dello stalinismo che inutilmente esorcizzano e cosi contigui alla concezione individualistica e atomistica della libertà propria dei liberali borghesi) vorremmo ricordare che c'è un doppio limite alla libertà individuale, non solo quello di non calpestare quella dell'altro, ma di rispettare i diritti della comunità e il carattere sovrano delle sue decisioni (Rousseau ci perdonerà questo plagio).
Separare la difesa dei diritti individuali dal contesto politico e sociale, dallo stato d'assedio di cui Cuba è vittima, significa abbandonare l'impostazione di rivoluzionaria, materialistica, per accettare quella propria del Diritto borghese, quella metafisica dell'eguaglianza giuridica di cittadini diseguali e divisi in classi antagonistiche.
Scappare (con un sequestro a mano armata) da Cuba per fuggire, non ad Haiti ma negli USA, paese nemico per eccellenza, non è un atto individualistico di libertà, ma un gesto politico di brutale sudditanza verso "il nemico principale del genere umano" (Che Guevara). Un atto da quinta colonna, che non soltanto umilia Cuba e la sua rivoluzione, ma concepito per obbligare il suo popolo alla resa e alla capitolazione. Un atto controrivoluzionario che meritava di essere punito in maniera esemplare (dove per esemplare intendiamo politicamente esemplare, non certo la fucilazione).
Questo vorremmo che dicessero i nostri anarco-libertari, se davvero non sentono di essere come i Ferrara, i Pannella, i Rutelli (e i Saramago, i Galeano, gli Ingrao e i Bertinotti che fanno le voci stonate nello stesso coro), poiché apparentemente dicono le stesse cose loro.
Questo vorremmo che dicessero quei libertari che non confondono la libertà con il liberalismo borghese. Quelli che non hanno dimenticato le migliaia di fucilazioni sommarie che gli anarchici e i libertari della Spagna Repubblicana furono costretti ad eseguire (ad esempio contro preti e
disertori che abbandonavano il fronte) per difendere la rivoluzione ed evitare ciò che invece accadde: la sanguinosissima vittoria del fascismo e decenni di pumbea dittatura.
Purtroppo impazzano libertari d'allevamento che hanno la memoria corta e sono solo lo sporco delle unghie di quelli veri, di quelli di un tempo.