Rieccoli, quelli che fino a l'altro giorno richiedevano manodopera allogena a gran voce.......MALEDETTI TRADITORI del Veneto....adessi li hanno fatti entrare e loro se ne vanno e a noi ci lasciano i danni
ECONOMIA. Il Gruppo ottimista sul futuro, utile in crescita. La famiglia fa un passo indietro nell'organizzazione
Benetton: laboratori addio
Il futuro è la delocalizzazione. Più spazio ai manager
PONZANO. Contoterzismo addio. Il «nuovo sistema Benetton» sta crescendo in Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Moldavia, Croazia, Slovenia. Lo ha ricordato Luciano Benetton ieri a Ponzano, a margine dell'assemblea degli azionisti. E i contoterzisti? «Non hanno più senso, devono cercare di puntare su settori più tecnologici e innovativi», ha spiegato.
Anticipati i dati della trimestrale. Se saranno confermati, l'annus horribilis potrebbe essere alle spalle. L'utile netto è in aumento del 29%, il casual cresce del 3,8%. Ma la vera rivoluzione è Silvano Cassano, 46 anni, cui il consiglio di amministrazione ha assegnato le più ampie deleghe mai assegnate a un manager del Gruppo. La famiglia fa un passo indietro.
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TREVISO. Se i dati della trimestrale saranno confermati, l'annus horribilis del Gruppo Benetton potrebbe essere, forse, dietro le spalle. Così almeno sperano a Ponzano Veneto, dove ieri mattina si è svolta l'assemblea degli azionisti di Benetton Group, l'ammiraglia dell'impero industrial-finanziario della famiglia trevigiana. Archiviato un bilancio in rosso - il primo della sua storia - per 9,8 milioni di euro, Benetton Group guarda ai manager per disegnare il suo futuro. E in particolare a Silvano Cassano, 46 anni, top manager di estrazione commerciale, cui il consiglio di amministrazione ha dato le più ampie deleghe mai assegnate a un manager del gruppo. Con lui arriveranno presto altri manager a guidare i principali settori di interesse dell'impero Benetton.
A spiegare il passo indietro della famiglia è stato direttamente Luciano Benetton, a cui la famiglia ha chiesto di gestire questo delicato passaggio, il più importante nella storia del gruppo industriale. Due gli elementi che hanno giocato a favore del passaggio di consegne: la difficoltà ad individuare un successore all'interno della famiglia per un gruppo i cui interessi spaziano ormai dalle telecomunicazioni alle autostrade e, in secondo luogo, l'amarissima esperienza nel settore sportivo.
La famiglia ha annunciato «un passo indietro» nella gestione operativa del gruppo: che cosa significa?
«Il ragionamento è questo: dal 1986 siamo quotati in Borsa e abbiamo assegnato a un manager esterno i compiti di amministratore delegato. Con la presenza della famiglia c'erano sempre dei giocatori fissi in campo. Adesso vogliamo delegare ancora di più ai manager, dando più mezzi, più autorità, più possibilità di decisione. Ora siamo solo in due ad avere deleghe in consiglio. Per questo abbiamo deciso di fare un passo indietro».
E' il preludio ad un disimpegno della famiglia anche nel capitale di Benetton Group?
«No, la famiglia è e rimane la principale azionista del gruppo. Così sarà anche nel futuro, non ci sarà alcun disimpegno finanziario. Il nostro passo indietro consentirà un rilancio e nuovi investimenti, soprattutto dopo la cessione del ramo sportivo».
Una pagina nera nella storia del gruppo: qualcuno ha parlato di «bagno di sangue».
«Il nostro sogno di crescere nello sport si è rivelato sbagliato. Può succedere. La perdita di quest'anno si spiega semplicemente così: abbiamo venduto degli assets che avevamo acquistato ad un prezzo più alto a quello di cessione. Ci abbiamo rimesso. Ma abbiamo scelto di ascrivere la perdita nel bilancio 2002 per ripartire più leggeri».
Tornate ai maglioni e alle magliette: con quale spirito?
«Il core business va bene, produce utili, considerando che ci troviamo in un momento di calma piatta dei mercati. Il consumatore europeo è distratto da altre cose, ma non è povero. Bisogna trovare una proposta accattivante perché sia portato all'acquisto».
Avete già qualche idea?
«Stiamo facendo degli esperimenti. Il segreto è riuscire a incuriosire il consumatore e convincerlo all'acquisto. Quando siamo partiti avevamo dalla nostra la capacità di fare un prodotto semplice e innovativo, di largo consumo e con molti colori».
E adesso, invece?
«Stiamo lavorando sulla qualità e sullo stile italiano. Abbiamo dalla nostra la capacità a realizzare grandi volumi. Oggi ci sono mode che durano un mese e mezzo o due. Ecco, dobbiamo inserirci in questi segmenti e riuscire a commercializzare grandi volumi. Giocando su prodotti appetibili, capi che si vedono nelle boutique noi dobbiamo riuscire a venderli in grandi quantità e a prezzi diversi. Noi dobbiamo essere là, anticipando i gusti del mercato. I primi esperimenti sono positivi».
Da pochi mesi è stato aperto il megastore di Shangai: avvertite le conseguenze della Sars, la polmonite atipica?
«In Cina i nostri clienti ci hanno chiesto di dare corso, per adesso, solo al 50% degli ordini. Certo la preoccupazione è forte, vediamo come si evolverà la situazione. Sicuramente i cinesi quest'anno consumeranno meno. Dal Giappone invece ci aspettiamo maggiori acquisti perché hanno così paura della Sars che preferiscono non uscire dal Paese».
Più in generale qual è la prospettiva dell'economia mondiale?
«Vedo il bicchiere mezzo pieno. Sono ottimista e fiducioso. Certo, adesso il mercato è calmo, bisogna aspettare un po'. Ma sta a noi inventare cose nuove: una volta si andava bene perché l'inflazione era alta e c'erano sempre mercati nuovi che si aprivano. Oggi non è più così, il mondo è globale e l'inflazione è bassa, i prodotti durano molto di più, non possiamo pretendere che ogni anno il pubblico acquisti prodotti come l'anno prima, bisogna anche vedere come vive la gente...».




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