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    Predefinito Robert D. Kaplan - La vendetta della geografia

    Articolo di Robert D. Kaplan pubblicato su Foreign Policy e tradotto a puntate da L'Occidentale.


    La vendetta della geografia (The Revenge of Geography)

    I.

    I popoli e le idee possono influenzare gli eventi, ma chi li determina veramente è la geografia, oggi ancor più di ieri. Per comprendere i conflitti futuri, è tempo di spolverare i filosofi dell’epoca vittoriana che meglio di altri hanno compreso la fisicità del mondo in cui viviamo. Un giornalista che ha viaggiato in lungo e in largo offre una guida interpretativa della cartina orografica del globo, e un’anteprima sul prossimo scontro.

    Quando, vent’anni fa, una folla di tedeschi in delirio buttò giù il Muro di Berlino, si trattò di un evento che andava al di là del superamento di un confine arbitrariamente imposto. Fu l’inizio di un ciclo intellettuale che considerava superabili tutte la divisioni, geografiche o di altro genere, e guardava con accesa antipatia a termini come “realismo” o “pragmatismo”; e che invocava l’umanesimo di Isaiah Berlin o ricordava la politica di appeasement (distensione a costo di pesanti concessioni, ndt) verso Hitler a Monaco per lanciare un intervento internazionale dopo l’altro. In questo modo, il liberalismo armato e il neoconservatorismo promotore della democrazia degli anni Novanta condividevano le stesse aspirazioni universalistiche. Ma ahimè, quando la paura di una nuova Monaco va troppo oltre il risultato è il Vietnam – o, come adesso, l’Iraq.

    Così iniziò la riabilitazione del realismo, e con essa un nuovo ciclo intellettuale. “Realismo” è adesso un marchio rispettabile, “neocon” un termine da deridere. L’analogia del Vietnam ha sconfitto quella di Monaco. Thomas Hobbes, che lodava i benefici morali della paura e guardava all’anarchia come al principale pericolo per la società, ha rimpiazzato, nel presente ciclo, Isaiah Berlin quale filosofo di riferimento. La tendenza attuale è quella di lasciare da parte gli ideali universali e mettere a fuoco le diversità – etniche, culturali, religiose. Coloro che, dieci anni fa, indicavano una tale strada venivano tacciati di “fatalismo” o “determinismo”. Adesso vengono lodati in quanto “pragmatisti”. E questa è proprio la chiave di lettura degli ultimi vent’anni: al mondo esistono cose peggiori della tirannia, per quanto brutale essa sia, e in Iraq ce le siamo tirate addosso. Lo dico dopo aver sostenuto quella guerra.

    Così adesso, dopo aver subito il castigo, siamo tutti diventati realisti. O almeno, è questo che crediamo. Ma essere realisti vuol dire qualcosa di più che opporsi alla guerra in Iraq dopo aver saputo che avrebbe avuto un corso negativo. Essere realisti vuol dire riconoscere che le relazioni internazionali sono governate da una realtà più triste e limitata di quella che governa gli affari nazionali. Significa dare un’importanza maggiore all’ordine rispetto alla libertà, perché quest’ultima acquista significato solo dopo che il primo è stato stabilito.

    Significa porre l’attenzione su ciò che divide l’umanità piuttosto che su ciò che la unisce, al contrario di quel che vorrebbero i grandi sacerdoti della globalizzazione. In breve, “realismo” significa riconoscere e accettare quelle forze al di là del nostro controllo che limitano l’azione dell’uomo – la cultura, le tradizioni, la storia, l’oscura onda delle passioni che giace appena dietro il velo della civiltà. E si arriva a quella che, per i realisti, è la domanda centrale in politica estera: chi può agire, e in che modo, e su chi? E di tutte le sgradevoli verità in cui il realismo affonda le proprie radici, la più nuda, scomoda e deterministica è la geografia.

    In effetti, ciò che sta avvenendo con il recente ritorno in auge del realismo è la vendetta della geografia, nell’accezione che se ne dava qualche secolo fa. Nel XVIII e nel XIX Secolo, prima che le scienze politiche assurgessero al ruolo di disciplina accademica, la geografia era un’onorata, anche se non ben formalizzata, disciplina, in cui politica, cultura ed economia venivano spesso definite in relazione a una cartina geografica. Durante i periodi vittoriano o eduardiano, le montagne e gli uomini che le popolavano erano il primo elemento a venir preso in considerazione; le idee, per quanto elevate, soltanto il secondo.

    Eppure, abbracciare la geografia non significa considerarla come una forza implacabile contro cui l’umanità è impotente. Significa piuttosto valutare la libertà e le scelte dell’uomo accettando il fatto che, almeno in una certa misura, siano determinate dal fato. Ciò è tanto più vero adesso, con la globalizzazione che va rinforzando, non attenuando, l’importanza della geografia. Le comunicazioni di massa e l’integrazione economica stanno indebolendo diversi stati, rivelando un mondo hobbesiano fatto di piccole, frammentate regioni, all’interno delle quali i fattori etnici, culturali e religiosi vanno riaffermandosi. Si tratta di fattori ancorati a territori diversi, che sono spiegati nel modo migliore dal metodo geografico. Come le faglie geologiche determinano i terremoti, il futuro politico sarà definito da conflitti e instabilità basati su un’analoga logica geografica. Lo scompiglio provocato dall’attuale crisi economica sta aumentando ancor di più l’importanza della geografia, indebolendo l’ordine sociale e le altre sovrastrutture dell’umanità e lasciando come unico riferimento le frontiere naturali del pianeta.

    E allora anche noi abbiamo bisogno di tornare alla cartina geografica, in particolare a quelle che chiamo le “zone frantumate” dell’Eurasia. Abbiamo bisogno di riportare in auge quei pensatori che meglio conoscevano il territorio. E abbiamo bisogno di aggiornare il loro pensiero, per non farci trovare impreparati quando la geografia si prenderà la sua vendetta.
    Ultima modifica di Prinz Eugen; 27-09-09 alle 22:26

  2. #2
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    Predefinito Rif: Robert D. Kaplan - La vendetta della geografia

    II.

    Se si vogliono comprendere le intuizioni della geografia, bisogna considerare quei pensatori che più irritavano gli umanisti e i liberali, ossia gli autori secondo cui la cartina geografica determina praticamente tutto, lasciando ben poco alle possibilità di scelta degli uomini.

    Uno di questi è lo storico francese Fernand Braudel, che nel 1949 ha pubblicato “Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’età di Filippo II”. Introducendo la demografia e la natura nel processo storico, Braudel diede un importante contributo nel riportare la geografia al posto che gli compete. Nel suo racconto degli eventi, le forze perenni dell’ambiente determinano tendenze storiche durature che annunciano i futuri eventi politici e le guerre regionali a venire. Per Braudel, ad esempio, fu la povertà delle terre mediterranee, unita a un clima incerto e spesso secco, a spingere i greci e i romani a fare le loro conquiste. In altre parole, ci illuderemmo qualora pensassimo di controllare il nostro destino. Per comprendere le attuali sfide del cambio climatico, del riscaldamento globale e della scarsità di risorse quali l’acqua e il petrolio, dobbiamo richiamarci all’interpretazione ambientale degli eventi sviluppata da Braudel.

    E così, sarà bene riprendere in considerazione la strategia navale di Alfred Thayer Mahan, ufficiale della marina statunitense, autore di “The Influence of Sea Power Upon History, 1660-1783”. Guardando al mare come al grande fattore in comune a tutte le civiltà, Mahan riteneva che la potenza navale fosse stata sempre il fattore decisivo in ogni contesa internazionale. E’ stato Mahan che, nel 1902, coniò il termine “Medio Oriente” per indicare quell’area compresa tra l’Arabia e l’India, che tanta importanza aveva nella strategia navale dell’epoca. In effetti, Mahan vedeva gli oceani Pacifico e Indiano come i cardini della geopolitica mondiale, perché attraverso quelle due enormi distese d’acqua una potenza marittima avrebbe potuto proiettare la propria influenza attorno al perimetro dell’intera Eurasia, e quindi anche all’interno dei due continenti. Il pensiero di Mahan aiuta a capire perché l’Oceano Indiano sia diventato il cuore del confronto geopolitico del XXI Secolo, e perché le sue opere siano richiestissime tra gli strateghi indiani e cinesi.

    Analogamente, lo stratega americano-olandese Nicholas Spykman vedeva quei due oceani come la chiave per il dominio dell’Eurasia, e come il mezzo naturale per controllare la potenza terrestre della Russia. Prima della sua morte, nel 1943, Spykman previde – in un momento in cui gli Stati Uniti erano in guerra col Giappone – l’ascesa della Cina, e la necessità per gli americani di difendere in un non lontano futuro quello che, allora, era il loro nemico; così come previde, a dispetto dell’impegno Usa in Europa, che l’emersione postbellica di una potenza costituita dall’unione di stati europei avrebbe costituito un intralcio per gli Stati Uniti. Tale è la lungimiranza del determinismo geografico.

    Forse la guida più significativa alla rivincita della geografia è lo stesso padre della moderna geopolitica, Sir Halford J. Mackinder, il quale è famoso non in quanto autore di un libro, bensì di un singolo articolo, “The Geographical Pivot of History” (“Il perno geografico della storia”), che ebbe origine da una lezione tenuta nel 1904 presso la Royal Geographical Society di Londra. L’opera di Mackinder è l’archetipo della disciplina geografica, che egli sintetizza così: “Chi inizia è l’uomo, non la natura; ma chi mantiene il controllo è, soprattutto, la natura”.

    La sua tesi è che Russia, Europa orientale e Asia centrale sono i “perni” attorno ai quali ruota il destino del mondo. Mackinder, in un altro libro, si riferisce a questa parte di Eurasia come alla “heartland”, ossia al centro della terra, naturalmente da un punto di vista geopolitico. Attorno a essa vi sono quattro regioni “marginali” che corrispondono, e non è un caso, alle aree di diffusione di quattro grandi religioni; perché, per Mackinder, anche la fede è una questione di geografia. Ci sono due “terre dei monsoni”: una all’est, affacciata sul Pacifico, dove è nato il buddismo; un’altra a sud, affacciata sull’Oceano Indiano, patria dell’induismo. La terza regione marginale è l’Europa, bagnata dall’Atlantico e dimora della cristianità. La più fragile di queste quattro regioni è il Medio Oriente, casa dell’Islam, “privo di umidità a causa della vicinanza dell’Africa” e per la gran parte “scarsamente popolato” (così era, nel 1904).

    Questa mappa orografica dell’Eurasia, e gli eventi che vi si svolsero all’alba del XX Secolo, costituiscono l’oggetto dello studio di Mackinder, la cui frase di apertura annuncia la sua grande intuizione: “Quando gli storici di un lontano futuro guarderanno ai secoli attraverso cui stiamo passando, vedendoli rimpiccioliti, esattamente come noi vediamo oggi l’antica civiltà egizia, potrà anche accadere che descrivano gli ultimi 400 anni come l’epoca colombiana, e potrebbero dire che ebbe termine subito dopo il 1900”.

    Mackinder spiega che, mentre la cristianità medievale era “confinata in una regione ristretta, minacciata dai barbari che ne erano fuori”, l’era colombiana – l’Età della Scoperta – vide l’Europa espandersi oltre gli oceani, attraverso nuove terre. Così, alla fine del XX Secolo, “avremo ancora a che fare con un sistema politico chiuso”, ma questa volta “di scala planetaria”.

    “Ogni esplosione di forze sociali, invece di potersi sfogare in uno spazio esterno barbaro e caotico – è sempre Mackinder che scrive – andrà [forzatamente] a riverberarsi in ogni angolo del mondo, e tutte le fragilità politiche ed economiche del sistema ne saranno scosse in conseguenza”.

    Avendo compreso che gli imperi europei non avevano più nuovi spazi in cui espandersi, e che i loro contrasti avrebbero assunto una dimensione globale, Mackinder previde, sia pure vagamente, le dimensioni di entrambe le guerre mondiali.

    Mackinder guardava alla storia d’Europa come “dipendente” da quella asiatica, in quanto vedeva lo sviluppo della civiltà europea in funzione delle lotte in difesa delle invasioni asiatiche. Se l’Europa, scrive Mackinder, divenne il fulcro della cultura fu solo grazie alla sua geografia: un’intricata rete di montagne, vallate e penisole, delimitata a nord dai ghiacci e a ovest dall’oceano, chiusa dal mare e dal Sahara a sud e posta di fronte alle immense, minacciose pianure russe a est. In queste terre ben circoscritte si riversarono le invasioni delle tribù nomadi provenienti dalle desolate steppe asiatiche. L’unione stretta da franchi, goti e popoli cresciuti sotto l’ala dell’Impero romano per difendersi da questa minaccia gettò le basi della Francia moderna. In modo analogo altre potenze europee nacquero, o perlomeno maturarono, con gli scontri che ebbero con i nomadi dell’Asia. In effetti, fu il presunto cattivo trattamento che i turchi avrebbero riservato ai cristiani in pellegrinaggio a Gerusalemme a provocare le Crociate, che Mackinder considera essere l’inizio della moderna storia collettiva dell’Europa moderna.

    Nel frattempo la Russia, sebbene protetta da fitte foreste contro molti vicini aggressivi, nel XIII Secolo era preda dell’Orda mongola. Questi invasori decimarono la popolazione, e la cambiarono profondamente. La maggior parte dell’Europa non conobbe un tale livello di devastazione, ed emerse quindi come il centro politico del mondo, mentre alla Russia fu a lungo negato un posto nel Rinascimento europeo. Ultimo impero terrestre, quasi privo di barriere naturali contro un’invasione, la Russia avrebbe conservato la memoria di ciò che significa essere conquistati da un nemico spietato. Di qui, la sua ossessione di espandersi e mantenere il controllo delle zone ai suoi confini.

    Le scoperte fondamentali di questa cosiddetta era colombiana – scrive Mackinder – non fanno altro che confermare i concetti base della geografia. Nel Medio Evo, i popoli europei erano, per la maggior parte, confinati alla terra. Ma quando si scoprì la rotta per l’India, attorno al Capo di Buona Speranza, gli europei ebbero d’improvviso accesso all’intera costa dell’Asia meridionale, per tacere delle scoperte strategiche legate al Nuovo Mondo. Mentre gli europei occidentali “coprivano gli oceani con le loro flotte”, la Russia andava espandendosi in modo altrettanto impressionante sulla terraferma, “emergendo attraverso le foreste del nord” per controllare la steppa con i suoi cosacchi, investendo la Siberia, e mandando i suoi contadini a fare della steppa sudoccidentale una distesa di grano. Era la vecchia storia: Europa contro Russia, una potenza marittima e liberale (come Atene o Venezia) contro una potenza terrestre reazionaria (come Sparta o la Prussia). Perché è lo stesso mare che, oltre a portare il cosmopolitismo derivato dai contatti con gli approdi di tutto il mondo, fornisce l’inviolabilità dei confini di cui la democrazia ha bisogno per mettere radici.

    Nel XIX Secolo – osserva Mackinder – l’avvento del motore a vapore e l’apertura del canale di Suez moltiplicarono le possibilità della potenza marittima europea verso il l’orlo meridionale dell’Eurasia, proprio come le ferrovie cominciavano a fungere da strumento di potere per le potenze terrestri nel cuore dell’Europa. Era dunque pronto lo scenario per la supremazia dell’Eurasia, che porta Mackinder ad affermare: “Mentre consideriamo questa rapida rassegna delle correnti della storia, non risalta forse una certa persistenza delle relazioni geografiche? Non è forse il fulcro della politica mondiale quella vasta regione euroasiatica inaccessibile alle navi, ma che nell’antichità era aperta alle scorribande dei nomadi a cavallo e adesso sta per essere coperta da una rete di strade ferrate?”.

    Proprio come i mongoli un tempo bussavano, talvolta sfondandole, alle porte delle frontiere dell’Eurasia, così in quel momento, cioè nel 1904, la Russia avrebbe giocato lo stesso ruolo da conquistatore, perché – scrive Mackinder – “le grandezze geografiche sono ben più misurabili e assai più costanti delle variabili umane”. Si lascino da parte gli zar e i commissari di là da venire; sono argomenti banali in confronto alle immense forze fisiche della geografia.

    Il determinismo di Mackinder ci prepara all’ascesa dell’Unione sovietica e alla sua vasta zona di influenza nella seconda metà del XX Secolo, così come alle due guerre che l’hanno preceduta. Dopo tutto, come ha osservato lo storico Paul Kennedy, si è trattato di conflitti attorno alle regioni “marginali” di Mackinder, che vanno dall’Europa orientale all’Himalaya e oltre. La strategia di contenimento adottata durante la guerra fredda, peraltro, dipendeva fortemente da basi collocate ai bordi di quella zona, localizzate nel Medio Oriente e nell’Oceano Indiano. In effetti, l’intervento americano in Afghanistan e in Iraq, e le tensioni attuali con la Russia in merito ai destini dell’Asia centrale e del Caucaso, sono fattori che rinforzano le tesi di Mackinder. Nell’ultimo paragrafo del suo articolo, Mackinder arriva a sollevare lo spettro di una conquista cinese del “fulcro” mondiale, ciò che la porterebbe ad essere la potenza geopolitica dominante. Si guardi alla conquista demografica di parte della Siberia da parte dei cinesi, in un periodo in cui il controllo della Russia sulle sue terre esterne sta vacillando. Un altro punto, si può ben dire, su cui Mackinder ha visto giusto.

    La sensatezza del determinismo geografico resiste attraverso l’abisso di un secolo perché riconosce che la più autentica lotta dell’umanità non è per le idee, bensì per ottenere il controllo del territorio, e specialmente il centro e i confini dell’Eurasia. Naturalmente contano anche le idee, che si estendono sulla geografia. Eppure esiste un’intrinseca logica geografica, alla quale sono agganciate certe ideologie. L’Europa orientale comunista, la Mongolia, la Cina, la Corea del Nord sono state tutte vicine alla potenza terrestre dell’Unione sovietica. Il fascismo classico è stato un fenomeno prevalentemente europeo. Il liberalismo ha sviluppato le sue radici più profonde negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che sono entrambe, essenzialmente, stati insulari e potenze marittime. Un tale determinismo è facile da detestare, ma difficile da negare.

    Per capire dove porta lo scontro delle idee, dobbiamo riesaminare Mackinder adattandolo ai nostri giorni. Dopo tutto, Mackinder non poteva prevedere come i cambiamenti di un secolo potessero ridefinire – e migliorare – l’importanza della geografia nel mondo attuale. Uno che lo ha fatto è Paul Bracken, professore alla università di Yale, che nel 1999 ha dato alle stampe “Fire in the East”. Bracken descrive una mappa concettuale dell’Eurasia definita dalla contrazione dei tempi e delle distanze e dal riempimento delle zone vuote. Ciò lo porta a enunciare una “crisi di spazio”. Nel passato, una geografia scarsamente popolata agiva da meccanismo di sicurezza. Ora non è più così, spiega Bracken, perché mentre gli spazi vuoti vanno scomparendo, la stessa “dimensione finita della Terra” diventa un fattore di instabilità. E come io stesso ho imparato al comando dell’esercito e al General Staff College, “attrition of the same adds up to big change”, il logoramento di uno stesso fattore determina un grande cambiamento.
    Ultima modifica di Prinz Eugen; 27-09-09 alle 22:15

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    III.

    Una delle forze che sta rimpicciolendo la mappa dell’Eurasia è la tecnologia, in particolare le sue applicazioni militari e la crescente potenza che ne traggono gli stati. Nei primi anni della guerra fredda, gli eserciti asiatici erano istituzioni elefantiache, il cui compito primario era il consolidamento della nazione. Guardavano all’interno dei propri confini. Ma con il crescere della ricchezza e l’affermarsi della rivoluzione informatica, sono diventati – partendo dal Medio Oriente e finendo alle tigri economiche che affacciano sul Pacifico – organizzazioni capaci di elevata flessibilità, equipaggiate di missili, fibre ottiche e telefoni satellitari, che si appoggiano su complessi a struttura mista militare-civile tipicamente postindustriali. Quegli stati sono anche diventati più coesi, permettendo ai loro militari di guardare all’esterno, versi altri stati. La geografia dell’Eurasia, piuttosto che un cuscinetto, sta diventando una prigione da cui non si può fuggire.

    Adesso, per usare le parole di Bracken, c’è una “ininterrotta cintura di nazioni”, da Israele alla Corea del nord, impegnate a sviluppare missili balistici e arsenali altamente distruttivi. Una mappa che riporti le gittate dei missili in possesso di questi paesi, mostrerebbe una serie di cerchi sovrapposti: non solo nessuno è al sicuro, ma una reazione a catena sul modello del 1914 che porti a una guerra allargata è facilmente ipotizzabile. “Il diffondersi dei missili e delle armi di distruzione di massa in Asia è simile al diffondersi della six-shooters (la rivoltella dotata di tamburo a sei colpi, ndt) nel vecchio West”, scrive Bracken: un fattore di equilibrio internazionale economico e letale.

    L’altra forza alla base della rivincita della geografia è la crescita della popolazione, che rende la mappa dell’Eurasia ancor più claustrofobica. Negli anni Novanta, molti intellettuali consideravano il filosofo settecentesco Thomas Malthus come un pensatore eccessivamente determinista, in quanto trattava l’umanità come una specie che reagisce all’ambiente fisico che la circonda, piuttosto che come a un insieme di singoli individui. Ma col passare degli anni, e con le crescenti fluttuazioni dei prezzi del cibo e dell’energia, la reputazione di Malthus è in crescita. Camminando per le periferie di Karachi o di Gaza, dove tantissimi attivisti religiosi – soprattutto giovani uomini – inscenano le loro proteste, si può facilmente constatare come i conflitti per accaparrarsi le scarse risorse disponibili preconizzati da Malthus si stiano verificando. Nei trent’anni in cui mi sono occupato del Medio Oriente, l’ho visto evolvere da una società essenzialmente rurale a un regno di modernissime megalopoli. Nei prossimi vent’anni, la popolazione araba sarà quasi raddoppiata, ma le riserve d’acqua saranno minori di quelle attuali.

    Una Eurasia fatta di grandi aree urbane, minacce missilistiche reciproche e media portati al sensazionalismo sarà un’Eurasia fatta di folle bellicose, alimentate da voci che viaggiano alla velocità della luce da una megalopoli del terzo mondo all’altra. E così, in aggiunta a Malthus, dovremo sentir parlare abbondantemente di Elias Canetti, il filosofo del XX Secolo che parlava della psicologia delle folle, ossia del fenomeno costituito da una massa di persone che perdono la propria individualità in cambio di qualche velenoso simbolo collettivo. E’ soprattutto nelle città euroasiatiche che la psicologia delle folle avrà un grosso impatto geopolitico. Ma anche qui, le idee hanno importanza. Ed è proprio la compressione geografica dei tempi moderni a procurare un terreno di coltura ideale su cui ideologie pericolose possono crescere e diffondersi.

    Tutto ciò richiede un’estesa rivisitazione delle teorie geopolitiche di Mackinder. Perché il rimpicciolirsi della mappa dell’Eurasia, e il suo riempirsi di gente, non solo cancella le regioni immaginate in quelle concezioni, ma annulla anche la divisione dell’Eurasia fatta da Mackinder, tra un “perno” centrale e zone a esso “marginali”. L’assistenza militare della Cina e della Corea del Nord all’Iran possono provocare una reazione armata di Israele. La US Air Force può attaccare l’Afghanistan, una nazione che non affaccia sul mare, partendo dall’isola di Diego Garcia, che si trova in mezzo all’Oceano Indiano. Le marine militari cinese e indiana possono proiettare il loro potere dal golfo di Aden al Mar cinese meridionale, ossia al di fuori delle regioni di propria pertinenza, investendo tutto il perimetro continentale. In breve, a detrimento di Meckinder, l’Eurasia è diventata un tutto organico.

    Che la nuova mappa dell’Eurasia sia priva di fratture lo si può vedere in Pakistan, nell’avamposto di Gwadar. Là, sull’Oceano Indiano, in prossimità della frontiera indiana, i cinesi hanno costruito un nuovissimo porto d’acque profonde. Il prezzo dei terreni sta andando alle stelle, e la gente parla di questo ancora sonnacchioso villaggio di pescatori come della futura Dubai, che un giorno potrebbe unire, attraverso lo stretto di Malacca, le città dell’Asia centrale alle fiorenti classi medie cinese e indiana per mezzo di gasdotti e supertanker. I cinesi, inoltre, hanno in serbo piani per sviluppare altri porti indiani con l’obiettivo di far arrivare gli oleodotti direttamente nella Cina occidentale e centrale, anche qualora un ponte venisse costruito sull’istmo di Kra, in Thailandia. Non contenti di essere aggirati dai cinesi, gli indiani stanno allargando i loro porti e stringendo accordi con Iran e Birmania, dove la rivalità con la Cina raggiungerà lo zenit.

    Queste connessioni sempre più profonde stanno trasformando il Medio Oriente, l’Asia centrale e gli oceani Pacifico e Indiano in un vasto continuum, del quale l’angusto e vulnerabile Stretto della Malacca sarà il Fulda Gap del XXI Secolo (Fulda Gap, zona della Germania di alto valore strategico ai tempi della guerra fredda - ndt). I destini del Medio Oriente islamico e dell’Indonesia islamica stanno così diventando inestricabili. Ma sono i vincoli geografici, non quelli religiosi, ad avere maggiore importanza.

    Questa nuova mappa dell’Eurasia – più stretta, più integrata, e più popolosa – sarà ancora meno stabile di quanto pensava Mackinder. Invece di alcuni centri principali, “heartlands”, e zone marginali, che implicano separazione, ci ritroveremo con una serie di noccioli interni ed esterni fusi insieme da una politica di massa e da una paranoia comune. Infatti, gran parte dell’Eurasia diventerà probabilmente tanto claustrofobica quanto lo sono adesso Israele e i territori palestinesi, con la geografia che controlla ogni cosa e non lascia spazi di manovra. Sebbene il sionismo sia un esempio della potenza delle idee, la battaglia per la terra tra israeliani e palestinesi è un caso di totale determinismo geografico. Questo è anche il futuro dell’Eurasia.

    La capacità degli stati di controllare gli eventi resterà indebolita, in alcuni casi distrutta. I confini artificiali cominceranno a sfaldarsi, a diventare permeabili, lasciando al loro posto soltanto i fiumi, i deserti, le montagne e altri incontrovertibili fatti geografici. In effetti, la conformazione fisica del terreno potrebbe diventare la sola guida credibile per capire i conflitti futuri. Come le scosse della crosta terrestre producono instabilità in certe regioni, così ci sono aree dell’Eurasia maggiormente inclini ai conflitti di altre. Queste “zone frammentabili” minacciano di implodere o di esplodere, e se ciò non accade mantengono un equilibrio comunque precario. Non è sorprendente che cadano nel nocciolo instabile dell’Eurasia: il grande Medio Oriente, la grande regione di transito tra il bacino del Mediterraneo e il subcontinente indiano, un luogo che fornisce i riscontri più chiari di tutte le principali variazioni della politica internazionale.

    Questo nocciolo interno, per Mackinder, è la più instabile delle regioni. Eppure, lui scriveva in un’epoca in cui oleodotti e missili balistici erano di là da venire; il fatto è che scorgeva in essa una sorta di intrinseca volatilità. Ma le concedeva un’importanza secondaria. Un secolo di sviluppo tecnologico e di crescita demografica hanno reso il Medio Oriente non meno instabile ma certo più determinante, e dove l’Eurasia maggiormente rischia di finire in pezzi è proprio nelle diverse “zone frantumate” di quell’area.

    Il subcontinente indiano è una di esse. E’ individuato, sul suo bordo terrestre, da solidissimi bastioni geografici quali la catena montuosa dell’Himalaya, a nord, e la giungla birmana, a est; e dal confine un po’ più soft rappresentato dal fiume Indus, a ovest. In effetti, la frontiera occidentale si divide in tre parti: l’Indus; le scoscese montagne che sfociano nelle lande desolate dell’Asia centrale, terra delle tribù Pashtun; e, alla fine, il granitico, imbiancato massiccio dell’Hindu Kush, che si inoltra in Afghanistan. Dato che questi impedimenti geografici non sono in contraddizione con le frontiere legali, e dato che ci vuole un po’ di generosità per considerare i vicini dell’India come degli stati veramente funzionanti, l’attuale conformazione politica del subcontinente non si può dare per acquisita.

    Lo si capisce chiaramente facendosi una camminata avanti e indietro per quelle frontiere terrestri, le più deboli delle quali, stando alla mia esperienza personale, sono proprio quelle ufficiali: una mera collezione di tavoli dove annoiati burocrati ispezionano i bagagli dei viaggiatori. Soprattutto a occidente, la sola frontiera degna di questo nome è l’Hindu Kush, il che mi porta a pensare che anche limitatamente al periodo in cui viviamo l’apparente ordine in cui sono inquadrati il Pakistan e l’Afghanistan sudoccidentale può scomparire, facendo spazio a un ritorno dell’idea, seppur vaga, della “grande India”.

    In Nepal, il governo controlla a malapena le campagne, dove vive l’85% della popolazione. Nonostante l’aurea di salubrità riflessa dall’Himalaya, quasi la metà dei nepalesi vivono nelle umide vallate a ridosso del confine con l’India. Viaggiando attraverso questa regione, ci si può rendere conto che le differenze con la pianura del Gange sono minime. Se i maoisti attualmente al potere in Nepal non riescono a rinsaldare il ruolo dello Stato, lo stato stesso può dissolversi.

    Lo stesso discorso vale per il Bangladesh. Ancor meno del Nepal, può giovarsi di difese geografiche che lo rendano uno stato. Quello che vedevo dal finestrino del pullman sul quale viaggiavo attraverso quel paese, era lo stesso paesaggio piatto e acquatico fatto di risaie e boschi che si può vedere da entrambe le parti del confine con l’India. Questa macchia artificiale di territorio nel subcontinente indiano potrebbe cambiare ancora una volta, travolta dalle tempeste della politica regionale e dell’estremismo islamico, e dalla stessa natura.

    Come nel Pakistan, anche nel Bangladesh nessun governo, militare o civile, ha mai funzionato neanche lontanamente bene. Milioni di rifugiati bengalesi hanno già attraversato il confine per entrare illegalmente in India. Con 150 milioni di persone – una popolazione più grande di quella russa – ammassata al livello del mare, il Bangladesh è vulnerabile a qualsiasi variazione climatica, figurarsi quelle provocate dal riscaldamento globale. Semplicemente per motivi geografici, decine di milioni di persone, in Bangladesh, potrebbero finire inondate dall’acqua salata, avendo poi bisogno della madre di tutti gli interventi umanitari. Nel frattempo, lo stato sarebbe crollato.

    Ovviamente, il peggiore incubo del subcontinente è il Pakistan, le cui disfunzioni sono il risultato diretto della sua totale mancanza di logica geografica. L’Indus potrebbe essere una sorta di confine, invece il Pakistan si allunga a cavallo delle sue sponde, proprio come la fertilissima pianura del Punjab è tagliata in due dal confine indo-pakistano. Solo il deserto di Thar e le paludi meridionali costituiscono, al sud, una frontiera naturale tra i due paesi. E sebbene si tratti di barriere formidabili, sono comunque insufficienti a strutturare uno stato tanto composito, in cui vivono diverse etnie, ognuna geograficamente localizzata. A unire Punjab, Sindi, Baluchi e Pashtun è l’Islam. Ogni altro gruppo odia i Punjab e l’esercito da loro controllato, esattamente come nella ex Jugoslavia i non serbi odiavano i serbi e l’esercito che questi controllavano. La ragion d’essere del Pakistan è quella di dare una patria ai musulmani del subcontinente, ma di questi, ben 154 milioni – quasi tanti quanto l’intera popolazione del Pakistan – vivono in India.

    A ovest, le montagne e i crepacci della frontiera nordoccidentale del Pakistan, che delimitano l’Afghanistan, sono del tutto permeabili. Ogni volta che ho attraversato quel confine, non ho mai avuto bisogno di farlo legalmente. In realtà, quei due paesi sono inseparabili. Da entrambe le parti vivono i Pashtun. La fascia di territorio selvaggio tra le montagne dell’Hindu Kush e il fiume Indus è il Pashtunistan, un’entità che minaccia di emergere qualora il Pakistan dovesse collassare. Ciò porterebbe, automaticamente, alla dissoluzione dell’Afghanistan

    I talebani non sono altro che l’ultima incarnazione del nazionalismo Pashtun. In effetti, la gran parte dei combattimenti in Afghanistan si verifica nel Pashtunistan, ossia nella zona sudorientale del paese e nelle aree tribali del Pakistan. Il nord dell’Afghanistan, a ridosso dell’Hindu Kush, ha visto meno scontri, è nel mezzo della ricostruzione e sta costruendo relazioni più strette con le repubbliche ex sovietiche dell’ex Urss, abitate dalle stesse etnie che popolano l’Afghanistan settentrionale. Questo è l’estremo mondo di Mackinder, fatto di montagne e di uomini, dove i fatti della geografia si impongono ogni giorno, per il grande dispiacere delle forze a guida Usa e anche dell’India, il cui destino e i cui confini sono ostaggio di quel che accade nei dintorni delle montagne dell’Hindu Kush.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Robert D. Kaplan - La vendetta della geografia

    IV.

    Un’altra “zona frantumata” è la penisola arabica. Le ampie distese controllate dalla famiglia reale saudita sono sinonimo di Arabia, come India è sinonimo del subcontinente. Ma mentre l’India è densamente popolata in tutta la sua estensione, l’Arabia Saudita costituisce una rete geograficamente nebulosa di oasi separate da vaste lande aride. Autostrade e collegamenti aerei sono vitali per la coesione del regno. E mentre l’India è costruita su un’idea di democrazia e pluralismo religioso, l’Arabia Saudita è costruita sulla lealtà a una famiglia allargata. Però, se l’India è circondata da stati dalla geografia incerta e dall’autorità carente, i confini sauditi scompaiono in un inoffensivo deserto al nord e sono protetti a est e sudest da solidi e ben governati sceiccati.

    Dove l’Arabia Saudita è veramente vulnerabile, e dove la fragilità dell’Arabia è più acuta, è nel popolosissimo Yemen, a sud. Sebbene abbia un’estensione pari soltanto a un quarto dell’Arabia, la sua popolazione è quasi altrettanto numerosa. Ne segue che il nocciolo demografico della penisola è concentrato nel suo angolo montagnoso sudorientale , dove ampie piattaforme basaltiche si innalzano in grandi strutture sabbiose o in dorsali vulcaniche, abbracciando una fitta serie di oasi densamente popolate sin dai tempi antichi. Dato che né i turchi né gli inglesi hanno mai avuto un reale controllo dello Yemen, non è stata lasciata quell’infrastruttura burocratica che altre colonie hanno avuto in eredità. Nei miei viaggi nello Yemen, qualche anno fa, ho incontrato un paese pieno di camionette zeppe di giovani armati fedeli a questo o quello sceicco, mentre ben pochi erano i segni della presenza del governo. Gli accampamenti di questi sceicchi ribelli sono protetti in genere da parapetti di fango essiccato, qualcuno anche da pezzi d’artiglieria. Esistono diverse stime sul numero di armi circolanti nello Yemen; la cosa sicura è che qualunque yemenita voglia procurarsene una, non ha difficoltà a farlo. Nel frattempo, le riserve d’acqua potabile non dureranno per più di una, massimo due generazioni.

    Non dimenticherò mai quel che mi disse nella capitale Sanaa un esperto militare statunitense: “Il terrorismo è un’attività imprenditoriale, e in Yemen ci sono più di 20 milioni di persone aggressive, bene armate e col bernoccolo degli affari, tutti buoni lavoratori, almeno in confronto ai loro vicini sauditi. E’ questo il futuro, ed è temuto come la morte dal governo di Riad”. Il futuro di questo paese profondamente tribale avrà molto da dire sul destino dell’Arabia Saudita. Ed è la geografia, non certo le idee, a determinare tutto ciò.

    La “mezza luna fertile”, incastonata tra il Mediterraneo e la pianura iraniana, costituisce un’ulteriore “zona frantumata”. I paesi di questa regione – Giordania, Libano, Siria, Iraq – sono vaghe espressioni geografiche che prima del XX Secolo avevano ben poco significato. Se cancellassimo i confini ufficiali dalla mappa, resteremmo con una spennellata di concentrazioni sciite o sunnite che contraddicono le frontiere nazionali. All’interno di queste frontiere, le autorità governative del Libano o dell’Iraq sono appena esistenti. Il governo siriano è tirannico e fondamentalmente instabile; quello giordano è razionale ma sotto un discreto assedio (la principale ragione d’esistere, per la Giordania, è di fungere da cuscinetto per gli altri stati arabi suoi vicini, che temono un confine in comune con Israele).

    Di tutti gli stati geograficamente illogici della mezza luna fertile, nessuno è più illogico dell’Iraq. La tirannia di Saddam Hussein, di gran lunga la peggiore del mondo arabo, era però geograficamente motivata: ogni dittatore iracheno, a partire dal colpo di stato del 1958, doveva essere ancor più repressivo del precedente per essere in grado di tenere unita una nazione priva di confini naturali, da sempre attraversata da fortissime identità etniche e settarie. Le montagne che separano il Kurdistan dal resto dell’Iraq, e la divisione della pianura mesopotamica tra sunniti, al centro, e sciiti, al sud, può rivelarsi più determinante, per la stabilità del paese, del desiderio di democrazia. La quale, se non riuscisse a mettere solide radici istituzionali in un tempo ragionevolmente breve, dovrà assai probabilmente pagare dazio alla realtà geografica del paese, che determinerà un ritorno alla tirannia, o un’esplosione di anarchia.

    Se non fosse per tutte le cose dette e scritte sull’Iraq, geografia e storia potrebbero indicare che potrebbe essere la Siria l’autentico occhio del ciclone delle turbolenze arabe. Aleppo, al nord, è una città-bazar che ha profondi legali storici con Mosul e Baghdad, a est, e l’Anatolia con Damasco. Ogni volta che le fortune di Damasco declinavano con l’ascesa di Baghdad, Aleppo riacquistava la sua grandezza. Girando per i suk di Aleppo, è sorprendente constatare quanto lontana sembri Damasco. I bazar sono dominati da curdi, turchi, circassi, arabi cristiani, armeni e altri; al contrario dei suk di Damasco, che sono per lo più un mondo prettamente saudita.

    Come in Pakistan e nell’ex Jugoslavia, ogni setta o religione, in Siria, ha confini precisi. Tra Aleppo e Damasco vi è la patria dei musulmani sunniti, in costante espansione. Tra Damasco e il confine giordano ci sono i drusi, e sulle montagne al confine col Libano ci sono gli alawiti; entrambe le etnie sono ciò che resta delle migrazioni persiane che, mille anni fa, si riversarono in Mesopotamia.
    Le elezioni del 1947, del 1949 e del 1954 hanno inasprito queste divisioni, polarizzando il voto su schemi settari. L’ultimo Hafez el Hassad giunse al potere nel 1970, dopo 21 cambi di governo in 24 anni. Per tre decenni, è stato il Breznev del mondo arabo, evitando il futuro con la sua incapacità di costruire una società civile nazionale. Suo figlio Bashar dovrà riuscire ad aprire il sistema politico, anche solo facendo leva su una società che cambia velocemente grazie all’influsso di canali satellitari e internet. Ma nessuno può sapere quanto potrà essere stabile una Siria post-autoritaria. Gli interessati devono temere il peggio. Eppure una Siria post-Assad può riuscire meglio dell’Iraq post-Saddam, soprattutto perché lì la tirannia è stata assai meno dura. In effetti, arrivare nella Siria di Assad dopo essere stati nell’Iraq di Saddam è stato come arrivare in paradiso.

    Oltre alla sua incapacità di risolvere il problema della legittimazione politica, il mondo arabo è incapace di assicurare il proprio sviluppo. Nel XXI Secolo i turchi domineranno gli arabi, perché gli uni avranno l’acqua e gli altri no. Infatti, per sviluppare il proprio arretratissimo sudest e così eliminare il separatismo curdo, la Turchia dovrà deviare tratti sempre maggiori del fiume Eufrate dalla Siria all’Iraq. E più il Medio Oriente diventerà un regno di aree urbane assetate, più l’acqua acquisterà valore rispetto al petrolio. Le nazioni che la possiederanno avranno la possibilità di ricattare quelle che non ce l’hanno; in altre parole, avranno potere. L’acqua sarà come l’energia nucleare, facendo così della desalinizzazione e delle strutture energetiche “dual use” (suscettibili di impiego militare o civile, ndt) il bersaglio dei loro missili in eventuali guerre future. Non solo nella West Bank, ma in ogni posto dove non c’è spazio di manovra.

    Un’ultima “zona frammentata” è il nocciolo persiano, che va dal Mar Caspio al nord dell’Iran fino al Golfo persico, a sud. Praticamente tutte le risorse energetiche del Medio Oriente, gas e petrolio, giacciono in questa zona. Come le rotte marittime si irradiano dal Golfo Persico, così oleodotti e gasdotti vanno estendendosi dalla regione del Mar Caspio fino al Mediterraneo, al Mar Nero, alla Cina e all’Oceano Indiano. La sola nazione che si trova a cavallo di tutte e due queste aree di produzione energetica è l’Iran, come osservato da Geoffrey Kemp e Robert E. Harkavy in “Strategic Geography and the Changing Middle East”.

    Il Golfo Persico possiede il 55% delle risorse mondiali di greggio e l’Iran lo domina, dallo Shatt el Arab fino al confine iracheno sullo Stretto di Hormuz, a sudest: una linea costiera lunga 1.317 miglia nautiche grazie alle sue numerosissime insenature e isole, che offrono una miriade di posti ideali per celare imbarcazioni pirata contro il traffico delle petroliere. Non è affatto casuale che l’Iran sia stato la prima superpotenza della storia mondiale. C’è una certa dose di logica geografica in questo.

    L’Iran è la maggiore fusione universale del Medio Oriente, strettamente sintonizzato a tutti i noccioli a lui esterni. Il suo confine si adatta molto approssimativamente alla conformazione geografica del territorio – pianure a ovest, montagne e mari al nord e al sud, distese desertiche a est, verso l’Afghanistan. Per queste ragioni, l’Iran ha una tradizione di stato-nazione e civiltà urbana assai più antica di tanti altri luoghi nel mondo arabo, e di tutti gli stati della mezza luna fertile. A differenza delle illogicità geografiche che abbondano nelle regioni confinanti, non c’è niente di artificiale nell’Iran. Non è sorprendente che l’Iran sia adesso corteggiato da India e Cina, le cui marine domineranno le rotte navali euroasiatiche del XXI Secolo.

    Tra tutte le “zone frammentate” nel grande Medio Oriente, il nocciolo iraniano è unico: l’instabilità provocata dall’Iran non deriverà dalla sua implosione, ma da una forte, coesa nazione iraniana che esploderà verso l’esterno da una piattaforma geografica naturale per frantumare le regioni che la circondano. La sicurezza fornita all’Iran dai suoi confini naturali è stata, storicamente, un aiuto poderoso per una proiezione esterna. Il presente non è diverso. Attraverso un’ideologia senza compromessi ed efficientissimi servizi informativi, l’Iran gestisce un non convenzionale, postmoderno impero di entità parastatali in tutto il Medio Oriente: Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, il movimento che fa capo all’imam Saadr in Iraq. Se la logica geografica dell’espansione iraniana appare simile a quella della Russia descritta da Mackinder, è perché lo è.

    La geografia odierna dell’Iran, come prima quella della Russia, stabilisce quale sia la strategia più realistica per mettere in sicurezza questa disastrata regione: il contenimento. Come per la Russia, l’obiettivo di contenere l’Iran è quello di mettere sotto pressione le contraddizioni del regime teocratico e impopolare di Teheran, nel tentativo di cambiarlo dall’interno. La battaglia per l’Eurasia ha molti fronti, sempre più interconnessi. Il principale è quello delle menti e dei cuori degli iraniani, proprio come accadde per gli europei dell’est durante la guerra fredda. L’Iran è la dimora di uno dei popoli più sofisticati del mondo musulmano; viaggiando in quelle terre, si incontrano assai meno antiamericani e antisemiti di quanti se ne possano incontrare, ad esempio, in Egitto. E’ qui che la battaglia delle idee incontra i dettami della geografia.

    Anche in questo secolo, gli assiomi di Mackinder restano validi nella battaglia per l’Eurasia: l’uomo inizierà, ma la natura prenderà il controllo. L’universalismo liberale e l’individualismo di Isaiah Berlin non sono svaniti, ma sta diventando chiaro che il successo di queste idee è, in larga misura, legato alla geografia. E’ stato sempre così, e adesso è ancor più difficile negarlo, mentre la recessione in corso sta portando l’economia mondiale a contrarsi, per la prima volta in sessant’anni. Non solo il benessere, ma anche l’ordine sociale e politico ne usciranno intaccati, lasciando soltanto le frontiere della natura e le passioni degli uomini quali arbitri nel decidere della annosa questione: chi può prevalere, come, e su chi? Pensavamo che la globalizzazione ci avesse liberati da un mondo antico fatto di vecchie mappe, e invece quello ritorna, forte come prima.

    Dobbiamo imparare a pensare come nell’epoca vittoriana. E’ l’atteggiamento che ci deve guidare in questo nuovo realismo. I deterministi geografici hanno diritto di sedere assieme agli umanisti liberali, fondendo così le analogie tra il Vietnam e Monaco. Abbracciare le costrizioni e le limitazioni della geografia è impegnativo soprattutto per gli americani, abituati a pensare che nessun impedimento, naturale o d’altro genere, gli si possa opporre. Ma negare i fatti della geografia porta soltanto a disastri che ci rendono vittime di questa geografia.

    Meglio, allora, dare un attento sguardo alla carta geografica e capire fino a che punto sfidare i limiti che ci impone, in modo da dare un aiuto realmente efficace alla diffusione dei principi liberali. E’ proprio nel mezzo di questa vendetta della geografia che si trova l’essenza del realismo, il punto cruciale di una politica globale lungimirante: lavorando al limite di ciò che è possibile, senza precipitare nel precipizio dell’irraggiungibile.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Robert D. Kaplan - La vendetta della geografia

    Due note:

    1) Nel sottotitolo del thread doveva comparire da "Foreign Policy", ma forse per via delle virgolette è rimasto un equivoco "da".

    2) Evidentemente il traduttore non ha mai sentito parlare del fiume Indo e così ha lasciato la dicitura anglosassone.
    Ultima modifica di Prinz Eugen; 27-09-09 alle 22:35

  6. #6
    gira così
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    Predefinito Rif: Robert D. Kaplan - La vendetta della geografia

    Decisamente interessante e pieno di spunti - forse più per il senso generale e per il momento in cui viene pubblicato l'articolo che per un ipotetico valore di riscoperta di genere.
    Mi era completamente sfuggito.

 

 

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