La mente occulta di Al Qaeda


di Pino Buongiorno
8/5/2003


Bernard Henryi Levy, nuovo filosofo francese
Non è Osama Bin Laden il capo dell'integralismo. Il filosofo spiega
perché, indagando sulla morte del giornalista Daniel Pearl, ha
capito che il pericolo è in Pakistan.



Da Parigi - A caccia degli assassini di Daniel Pearl, il coraggioso
giornalista del Wall Street Journal, decapitato a Karachi nel
gennaio di un anno fa da una banda di terroristi islamici, Bernard- Henri Lévy, 54 anni, il più famoso filosofo francese, è riuscito
finalmente a penetrare in quello che è da sempre l'obiettivo delle
sue grandi inchieste giornalistiche da Sarajevo a Kabul: «La testa
del diavolo». E le scoperte che ha fatto sono davvero sensazionali.
Eccole. Numero uno: Osama Bin Laden non è il vero capo di Al Qaeda.
Numero due: il terrorismo di matrice islamica è protetto e
alimentato da imam finora sconosciuti e da fazioni dei servizi
segreti pachistani, la potentissima agenzia Inter services
intelligence (Isi). Numero tre: Al Qaeda è ancora alla disperata
ricerca della bomba atomica per distruggere le democrazie
occidentali.

Tutte queste rivelazioni sono contenute in un libro di 537 pagine,
appena pubblicato in Francia e già best-seller: Qui a tué Daniel
Pearl?. In un anno di indagini che lo hanno portato dalle mai
violate (almeno finora) madrasse di Karachi fino alle ville di
Mulholland drive, a Los Angeles, da Londra a Dubai e a Kandahar,
Lévy svela il giallo dell'omicidio a freddo di Pearl («un crimine di
stato») e, attraverso i suoi autori, arriva al cuore dei misteri di
Al Qaeda e di Bin Laden. In questa intervista esclusiva a Panorama,
nella sua casa-museo di boulevard Saint-Germain a Parigi, dove vive
con la cantante e attrice Arielle Dombasle, il filosofo francese,
già inviato di Jacques Chirac in Afghanistan, spiega come l'Islam
militante sia oggi la vera minaccia del nuovo secolo.

Chi ha dunque ucciso Daniel Pearl?
Gli assassini ufficiali sono in carcere in Pakistan, a cominciare
dal cervello del rapimento, Omar Sheik, uno dei dirigenti di Al
Qaeda, ma anche agente dell'Isi assoldato già quando studiava a
Londra, alla London school of economics. Il problema vero riguarda i
mandanti, personaggi altolocati e finora intoccabili. Da un lato,
sono alcuni ufficiali dei servizi segreti pachistani, dall'altro gli
esponenti occulti dell'organizzazione di Bin Laden. L'assassinio di
Daniel Pearl è un'operazione congiunta Isi-Al Qaeda.

È la prima azione comune?
No, i legami sono molto organici e anche vecchi. Spesso gli autori
degli attentati si confondono. Gli ufficiali dell'Isi sono «barbuti
senza barba» e i terroristi della Jihad sono ufficiali senza divisa.

Anche l'attacco dell'11 settembre è stato coprodotto?
È una delle scoperte che ho fatto. Il primo bonifico di 100 mila
dollari ricevuto dal capo degli attentatori, Mohammad Atta,
nell'agosto del 2000, è stato fatto su ordine di Mahmood Ahmed,
all'epoca responsabile dell'Isi. Vale a dire il finanziamento
dell'11 settembre, o meglio, una parte di esso è stato fornito un
anno prima dal boss dei servizi segreti pachistani.

L'Isi dunque era stato informato dei progetti di Al Qaeda?
Certamente ne era a conoscenza chi lo dirigeva in quel periodo.
Addirittura Ahmed era a Washington quella mattina. Fu destituito
quasi un mese dopo, a seguito delle rivelazioni dei giornali indiani
sul trasferimento dei soldi a favore dei dirottatori. L'Isi sapeva e
ha partecipato. La vera questione è quella di appurare se anche il
presidente pachistano Pervez Musharraf fosse stato informato.
Francamente, a tutt'oggi, ho dei dubbi.

Torniamo a Pearl, «il mio fratello mancato», come lo definisce nel
libro. Perché è stato rapito e ucciso?
Sono due questioni diverse. Il rapimento ha una motivazione chiara.
Omar Sheikh ha detto ai suoi complici, quando li ha reclutati, che
dovevano sequestrare un americano, un ebreo e un giornalista. Daniel
Pearl, Danny per gli amici, era tutt'e tre.

Ma perché, dopo 9 giorni, è stato assassinato con tanta ferocia?
Per saperlo ho dovuto rifare tutta la strada che aveva percorso
Danny, un giornalista ebreo, ripeto, ma anche progressista e amico
del mondo musulmano. In buona sostanza, ho dovuto ricostruire il suo
lavoro e anche continuarlo dove era stato interrotto dalla morte. Il
corrispondente del Wall Street journal lavorava su due questioni
principali. La prima riguardava il terrorista con l'esplosivo nelle
scarpe che doveva far esplodere l'aereo del volo Parigi-Miami.
Attraverso Richard Reid, Danny stava arrivando alle complicità
dell'Islam radicale con i servizi segreti americani. La persona
chiave di questa inchiesta è un ex imam di Brooklyn, Mubarak Ali
Shah Gilani, un'oscura figura religiosa islamica che ha iniziato la
sua carriera a New York negli anni Ottanta senza che le autorità
americane fossero mai intervenute contro le sue prediche a favore
della Jihad anti indù e anticristiana. Questo Gilani successivamente
è diventato il guru di Bin Laden, addirittura una delle sue guide
intellettuali.

Questa era la prima inchiesta. E la seconda?
È un argomento tabù in Pakistan: la bomba atomica di Islamabad. Ci
sono due categorie di persone che se ne occupano: i nazionalisti,
per i quali l'arma ha scopi difensivi contro l'India, e gli
internazionalisti, che la considerano la bomba dell'Islam, a
disposizione di tutte le nazioni che si rifanno al Corano (l'Umma).
Danny stava lavorando sui contatti in corso fra alcuni scienziati
nucleari pachistani e Bin Laden. In particolare si era occupato di
uno dei padri della bomba del Pakistan, Sultan Bashiruddin Mahmood,
che era ed è in stretti rapporti sia con un altro ex capo dell'Isi,
Hamid Gul, sia con Bin Laden. Questo stesso scienziato, di credo
fondamentalista, ha anche lavorato per trasferire il nucleare in
Corea del Nord.

Chi è davvero Bin Laden, alla luce delle sue scoperte?
È solo l'uomo visibile dell'organizzazione, quello in primo piano.
Gli ispiratori, i suggeritori sono altri e sono sconosciuti al
grande pubblico.

Li riveli.
Sono il palestinese Azzam, morto all'inizio degli anni Novanta a
Peshawar, il rettore del seminario teologico di Binori, a Karachi,
il mufti Nizamuddin Shamzai, e poi l'imam sul quale indagava Pearl,
vale a dire Gilani. Questi sono i veri capi di Al Qaeda. Poi ci sono
i generali della fazione radicale dell'Isi pachistano, ufficiali in
pensione o ancora in servizio. Questa è la prima cosa che non si sa
in Occidente.

E la seconda?
Al Qaeda non è un'organizzazione a sé stante, ma un arcipelago che
si rinnova continuamente e con numerose relazioni in tutto il mondo.
I gruppuscoli affiliati possono anche sparire per poi ricostituirsi
in maniera diversa e sotto altri nomi.

Bin Laden è vivo?
Penso di sì, e penso anche che verrà catturato. Sono convinto che
gli americani sanno dov'è e che lo arresteranno quando il contesto
politico sarà idoneo ai loro interessi strategici. Detto questo,
credo però che anche la cattura di Bin Laden non cambierà di molto
la situazione, perché, come ho detto, gli ispiratori sono altrove, i
militanti sono in crescita e l'organizzazione è sovrannazionale. Al
Qaeda cioè non dipende da un solo uomo né da un solo stato.

Bin Laden è riuscito a ottenere l'arma finale?
Non credo. O almeno, non ne è entrato in possesso finora. Ma questo
continua a essere lo scopo ultimo dei capi di Al Qaeda. E l'unica
possibilità di fabbricare queste «bombe sporche» la possono trovare
in Pakistan, dove il nucleare c'è, dove ci sono anche gli scienziati
che sostengono le stesse idee fondamentaliste e dove ci sono i
servizi segreti complici. Se fino a questo momento non hanno
centrato l'obiettivo lo si deve solo al fatto che nelle forze armate
pachistane hanno vinto, per ora, i nazionalisti contro gli
internazionalisti. Sono costoro che detengono gli arsenali e
nascondono i codici. Penso anche che la Cia sia abbastanza presente
sul territorio per rendere più difficile il compito di chi si vuole
impossessare di queste armi.

Bisogna fidarsi di Musharraf?
Per me è un personaggio poco simpatico e con un passato molto
ambiguo. Ma oggi rappresenta l'unica carta in mano alle nostre
democrazie in un paese che considero il più pericoloso del mondo.
Non abbiamo altra scelta che cercare di rinforzarlo.

Tutto inutile dunque quello che è stato fatto in Iraq per destituire
Saddam Hussein?
La strategia di questa amministrazione americana mi sfugge. C'è
qualcosa di assurdo nel fatto di andare a cercare armi di
distruzione di massa a Baghdad, per poi non trovarle a due mesi di
distanza, e anche i presunti e non dimostrati contatti di Bin Laden,
quando tutto questo si trova in maniera evidente in Pakistan. Spero
che ci sia qualcosa che ancora non conosciamo nelle motivazioni di
George W. Bush. Mi auguro solo che l'America non sia rimasta
prigioniera di uno schema geopolitico dello scorso secolo. Bisogna
abbandonare una visione troppo arabizzata della questione Islam
militante. Il centro di gravità si è spostato nel sud dell'Asia, tra
le Filippine, l'Indonesia e il Pakistan.

La guerra al terrorismo non rischia di portare allo scontro delle
civiltà?
No, l'unico conflitto riguarda oggi l'interno dell'Islam, quello
radicale e quello moderato. Vedere uno scontro fra noi occidentali e
il resto del mondo significa avere un'idea schematica, stupida e in
fondo razzista che vorrebbe mettere nello stesso calderone gli
assassini del comandante Massoud e di Daniel Pearl con gli eredi di
Massoud e le donne algerine. Il dovere dell'Occidente è rifiutare di
amalgamare i due Islam e sostenere con tutte le forze la parte
moderata del mondo musulmano.