Il destino delle lingue passa anche per l’Europa
Guido Romeo
La lingua non è solo il dono divino più prezioso, come amano ripetere i linguisti. È anche il più fragile. Spesso si accosta la diversità linguistica a quella biologica, cercando di correlare varie dinamiche di differenziamento, o si cerca di spiegare la diffusione e l’evoluzione di una lingua con criteri biologici, fino a parlare di memi, unità linguistiche che si comporterebbero come acidi nucleici, frammenti di Dna o Rna in grado di replicarsi e mutare, fino a generare nuove parole, nuove varianti del parlato o vere e proprie lingue.
La verità è che una lingua è molto più deperibile di una molecola, e le strategie di conservazione sono assai più complesse. Una lingua è vivente, ma non è dotata di un codice genetico che possiamo estrarre, manipolare e riprodurre fino a generare un altro individuo identico. E non possiamo nemmeno confinarla in uno zoo o in una riserva protetta per garantirne la sopravvivenza.
Non c’è quindi da stupirsi se Kenneth L. Pike, primo presidente del Sil International, l’Istituto Summer di linguistica (www.sil.org), amasse ripetere: «Nessuna lingua è troppo piccola per essere salvata». Le cifre presentate nelle pagine precedenti sono allarmanti, ma non devono far pensare che le lingue a rischio di estinzione siano un problema solo delle piccole etnie. Secondo lo studio Euromosaic promosso dalla Commissione Europea nel 1992 (www.uoc.edu/euromosaic), metà delle 46 lingue minoritarie d’Europa rischia di scomparire. Una perdita che coinvolge molte persone, se si pensa che in totale il 14 per cento dei cittadini europei, circa 35 milioni di persone, parla una lingua non ufficiale.
Per il catalogo Ethnologue (www.ethnologue.com), mantenuto e aggiornato dal Sil, in Italia si parlano almeno 32 lingue oltre all’italiano. E attenzione, stiamo parlando di lingue vere e proprie, non di dialetti, che sono invece varianti di una lingua. La distinzione non implica un giudizio di minore o maggiore importanza, ma semplicemente una classificazione sulla base di criteri di parentela che mettono in rilievo le differenze all’interno della penisola, come spiega il ricco sito di Dario de Judicibus (www.dejudicibus.it/dizionario/italialang.html).
Il piemontese e il siciliano, per esempio, non sono dialetti, in quanto la loro origine è indipendente dallo sviluppo della lingua italiana. Viceversa il laziale e il pugliese sono varianti dell’italiano, e perciò ricadono tra i dialetti. Alcune lingue sono originarie della penisola, e derivano direttamente da quelle italiche, altre sono la conseguenza di migrazioni o invasioni da parte di altre popolazioni in epoche più o meno recenti. Si va dal lombardo, che insieme alle sue varianti di milanese, novarese, bergamasco e ticinese fa la parte del leone, con più di 8.600.000 parlanti, seguito a ruota dal napoletano-calabrese - che supera di poco i 7.000.000 - fino al mocheno, lingua di radice germanica usata da circa 1900 trentini intorno a Fierozzo, Palù e nella Valle del Fersina, e alla Cenerentola dello stivale: l’italiano-ebraico che conta ormai solo poche centinaia di parlanti ed è ufficialmente l’unica lingua a rischio di estinzione sul nostro territorio.
Ma è proprio necessario salvare una lingua? Alcuni linguisti, come John Edwards in Lingue ed identità sociale (www.stfx.ca/people/jedwards/books.html), sostengono che la scomparsa o la riorganizzazione di una lingua sia da considerare come un’«alterazione» più naturale di una sua sopravvivenza statica e immutabile. Ma se dobbiamo considerare una lingua come un’attività, un sistema di comunicazione che esiste solo dove c’è una comunità che la parla e la trasmette, la diversità linguistica diventa un cruciale banco di prova della diversità culturale. La scomparsa di una lingua è perciò una spia del cambiamento sociale ed economico dell’ambiente abitato da una comunità, perché con la sua morte scompare un modo di vivere.
L’Europa si è dimostrata sensibile a questi temi. La relazione pubblicata alla fine dello studio Euromosaic è molto chiara nel riconoscere le differenze linguistiche come un elemento centrale di quella diversità culturale che si vuole come cardine della capacità di innovazione europea in campo sia sociale sia scientifico. Non solo: nel 1992 il Consiglio d’Europa ha stilato la Carta europea per le lingue regionali e minoritarie (http://www.coe.int/T/E/Legal_Affairs...rity_languages), un trattato che supera i confini dell’Unione ed è destinato a sostenere le lingue tradizionalmente parlate da una parte della popolazione che non rappresentano dialetti delle lingue ufficiali di quello Stato, né sono lingue artificiali o di immigrati.
La Carta è stata ratificata da 17 Stati, mentre altri 12, tra i quali anche l’Italia che nell’articolo 6 della sua Costituzione sancisce gli stessi princìpi, l’hanno solo sottoscritta. Altra storia sembrano invece essere i fondi destinati alle lingue minoritarie da parte dell’Unione Europea. Benché il 2001 fosse l’Anno europeo per le lingue, il sostegno economico dell’Unione sembra in netto calo. Fino al 2000, l’Eblul, l’ufficio europeo per le lingue meno usate (www.eblul.org), poteva disporre di quattro milioni di euro all’anno, ma problemi sull’assetto giuridico di questi stanziamenti sembrano aver ridotto il budget dell’ufficio a un milione di euro con i programmi per le minoranze della rete Mercator.
A margine della relazione sull’anno europeo delle lingue (europa.eu.int/comm/education/languages/it/actions/year2001.html), il Parlamento Europeo aveva però sollecitato la Commissione a presentare - entro la fine del 2003 - un programma pluriennale per il multilinguismo, prevedendo fondi specifici per le lingue minoritarie. C’è da sperare che anche i politici capiscano quello che Luigi Luca Cavalli-Sforza, in Geni, popoli e lingue (Adelphi, 1996), spiega chiaramente: la diversità linguistica è come la diversità genetica, perché mapparla e coglierne tutte le sfumature è una corsa contro il tempo.
I flussi migratori e la facilità degli scambi commerciali non stanno solo imponendo poche lingue di uso comune, ma anche rimescolando i patrimoni genetici delle popolazioni come mai è avvenuto prima. E nel giro di un secolo rischiamo di veder sfumare i contorni di un differenziamento genetico e linguistico cominciato più di 100.000 anni fa.




Rispondi Citando
