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    Predefinito Sulla liberazione di Cesare Battisti in Francia

    Barbara Spinelli, "La Stampa" del 7 marzo

    Cari amici francesi, sono settimane che frequento i vostri siti
    Internet
    sulla liberazione di Cesare Battisti, che leggo gli appelli di
    solidarietà e
    le invettive contro quelli che chiamate: i «tribunali speciali
    italiani».
    Tribunali «riservati all'estrema sinistra», è scritto nei vostri testi,
    che
    avrebbero condannato Battisti e tanti militanti rivoluzionari per atti
    non
    commessi o non provati. Se non vivessi qui a Parigi da ventiquattro
    anni
    avrei l'impressione d'esser capitata in un remoto e irriconoscibile
    paese,
    cinto da altissime mura che impediscono ai suoi abitanti d'uscire dal
    guscio
    in cui son racchiusi e di vedere il mondo esterno. Volete esser gli
    spiriti
    più liberi d'Europa, e date l'impressione di esservi fabbricati con le
    vostre mani una prigione mentale in cui vi trovate curiosamente bene.
    Vorreste essere gli spiriti più universalisti, e un singolare
    provincialismo
    sembra sommergervi, con tutti i vizi che vi s'accompagnano.
    Il più grave di questi vizi mi pare l'ignoranza, ma un'ignoranza molto
    speciale. E' un'ignoranza perentoria, che non solo non sa ma fa tutto
    per
    non sapere. È un'ignoranza militante: in molte delle cose che dite
    scorgo
    questo tono militante sessantottesco, che siete i soli in Europa a non
    avere
    abbandonato; a non aver temperato con un po' di senso dell'umorismo,
    delle
    proporzioni. Proprio perché vivo da tanto tempo in Francia so che è
    anche
    una vostra virtù, quest'ostinato andare contro corrente. Ma oggi siete
    alle
    prese con il risvolto negativo delle vostre virtù: a forza di ascoltare
    solo
    ex rivoluzionari terroristi, sulla storia recente d'Italia, siete come
    divenuti ciechi. La maggior parte di voi non sa nulla del dossier
    giudiziario di Battisti, nulla dei processi che lo hanno condannato per
    due
    omicidi, e quest'ignoranza è perfino ammessa. Un giornalista del
    settimanale
    Marianne, Philippe Cohen, dopo aver scritto che la condanna fu emessa
    «per
    fatti non commessi», confessa a "Panorama" di «sapere ben poco del
    dossier
    giudiziario di Battisti». Perfino l'ex ministro Robert Badinter prende
    posizione in vostro favore ma poi ammette di ignorare gli elementi dei
    processi. Già questo è stupefacente, per un intellettuale: che si
    pronunci
    con tanta sicurezza su cose di cui è ignaro. Mi fa pensare a Aragon,
    quando
    approvò le dottrine sulla genetica di Lyssenko senza essersi informato
    su
    quel che fosse la «genetica autenticamente marxista e proletaria».
    Molto brevemente, dunque, vorrei ricordarvi alcune cose. Che il
    terrorismo
    ha fatto in Italia, tra attentati e stragi, circa trecentoquarantanove
    morti
    e settecentocinquanta feriti (cifre dell'Associazione vittime del
    terrorismo). Che il crimine si nascondeva dietro un presunto ideale, ma
    con
    gli ideali non aveva nulla a che vedere. Che non è la stessa cosa:
    l'estrema
    sinistra e il terrorismo di sinistra. Che negli Anni 70 non vi fu in
    Italia
    una guerra civile, né un'insurrezione antifascista. Dunque non vi sono
    neppure i vinti di questa presunta guerra, che oggi avrebbero riparato
    in
    Francia. Dunque non ha senso ed è anzi pericoloso parlare di
    responsabilità
    collettive, perché negli Stati di diritto la responsabilità è sempre
    individuale. Erri De Luca ha scritto sui vostri giornali che Battisti
    appartiene a una «generazione di vinti», ma le cose non stanno così:
    Battisti appartiene a un gruppo di criminali che o son stati catturati,
    o
    sono latitanti e non hanno ancora espiato le condanne. Il gruppuscolo
    da lui
    fondato, in particolare, non aveva nulla d'ideale. I Proletari armati
    per il
    comunismo organizzarono nel 1977-78 due omicidi: uno contro la guardia
    carceraria di Udine Andrea Santoro, uno contro l'agente di polizia
    Campagna
    (ammazzati da Battisti in persona). Poi su ordine di Battisti decisero
    di
    punire povera gente, commercianti, rei d'essersi difesi durante i
    cosiddetti
    «espropri proletari». Così furono uccisi il macellaio di Venezia Lino
    Sabbadin e il gioielliere di Milano Pierluigi Torregiani, con la
    partecipazione diretta o indiretta di Battisti. Nel corso della
    colluttazione, Adriano figlio di Torregiani fu colpito da una
    pallottola
    sfuggita al padre prima che questi cadesse, e da allora, paraplegico, è
    sulla sedia a rotelle. L'ho visto alla Rai il giorno in cui Battisti è
    stato
    scarcerato. Peccato non l'abbiate potuto vedere anche voi. Dopo tutto
    questo, Battisti fu condannato, in contumacia perché nel 1981 era evaso
    dal
    carcere. Una regolarissima corte d'assise milanese lo ritenne colpevole
    di
    almeno due omicidi, sulla base non solo di confessioni di compagni ma
    di altre prove e testimonianze. La sentenza, confermata in appello e
    parzialmente riformata in Cassazione, fu l'ergastolo.
    In genere si esce dal nazionalismo ricorrendo a un sentimento difficile
    ma
    semplice: la vergogna, il dubbio su se stessi. Chi ha scelto di
    riparare in
    Francia non sa cosa sia questo sentimento, ma anche voi sembrate
    ignorarlo.
    Eppure è strano, perché fu pur sempre Pascal, a parlare dell'Io odioso
    (le
    moi haïssable). Perché siete stati voi - Bernard-Henri Lévy e Bernard
    Kouchner, che vi siete indignati per l'arresto di Battisti - ad averci
    insegnato il metodo che consiste nel mettere in questione se stessi e
    le
    proprie certezze: è avvenuto con Zola durante l'affare Dreyfus, è
    avvenuto
    con voi quando uscì l`"Arcipelago Gulag" di Solzenicyn. Tanto
    più stupefacente è l'errore di giudizio che state secondo me
    commettendo sul caso Battisti.
    Proprio perché vivo nel vostro paese, tuttavia, non mi basta fare
    l'elenco
    delle tante cose incongrue che avete detto sul terrorismo italiano e su
    chi
    realmente ne ha sofferto: la più terribile delle quali, a mio parere, è
    quella frase ricorrente che attribuisce, a Battisti, l'appellativo di
    «vittima degli anni di piombo». Vorrei capire come mai questa
    perentorietà,
    quest'ignoranza militante. Vorrei sapere il perché di una così totale
    indifferenza a chi il terrorismo ebbe a soffrirlo davvero, alle vittime
    autentiche degli anni di piombo che oggi non vi capiscono (vi giro la
    lettera che ho ricevuto da Maurizio Puddu, presidente dell'Associazione
    vittime del terrorismo, pubblicata oggi su questo giornale). Provo
    dunque a
    fare il vostro identikit, per meglio comprendere. Provo a capire come
    tante
    vostre virtù rischino di tramutarsi in vizi e in chiusure mentali.
    In primo luogo: l'impegno per le libertà e la giustizia nel mondo. In
    passato e ancor oggi avete militato più volte e con generosità, per
    paesi
    lontani: avete redatto appelli per Solidarnosc in Polonia, per le
    vittime
    della pulizia etnica nei Balcani, per la Cecenia minacciata di
    sterminio.
    Siete stati i primi a capire che il comunismo era un totalitarismo
    sanguinario. Solzenicyn fu tappa cruciale nel vostro curriculum, nella
    metà
    degli Anni 70, quando in Italia lo si ignorava e lo si disprezzava. Ma
    questo vostro universalismo aveva e ha un'originalità non sempre
    condivisibile. Aveva gli occhi aperti su quel che accadeva lontano, ed
    era
    privo d'ogni curiosità per quello che succedeva nelle immediate
    vicinanze.
    L'Italia, la Germania, l'Inghilterra: sono paesi che non conoscete, che
    apparentemente non vi interessano. Tutti i paesi dell'Unione sembrano
    non
    interessarvi. Siete universalisti ma nazionalisti, quando si tratta
    dell'Europa con la quale state costruendo un'unione economica,
    politica,
    militare, e anche giudiziaria.
    Un secondo aspetto importante è la vostra speciale collocazione nel
    Sessantotto europeo. Di quell'epoca avete conosciuto le glorie, ma non
    gli
    orrori. Siete stati troppo intelligenti per precipitare come gli
    italiani o
    i tedeschi nel terrorismo, avete avuto troppo senso della realtà per
    farvi
    tentare dalla violenza utopista. Alla lunga questo però non vi ha
    avvantaggiati, perché non avendo peccato, siete rimasti come impagliati
    nel
    Sessantotto, senza mai doverne provare vergogna. Il finto romanticismo
    rivoluzionario che non avete permesso a voi stessi, l'avete proiettato
    fuori
    di voi, in un'Italia esoticamente reinventata e in realtà disprezzata:
    l'avete proiettato in Battisti, o ai tempi di Sartre e Genet nella
    banda
    Baader-Meinhof. Essendo innocenti del terrorismo non siete nemmeno
    stati vaccinati dal male, ed è il motivo per cui Sollers parla di
    Battisti
    come di un «eroe rivoluzionario».
    La terza virtù che diventa vizio è quella connessa al ruolo
    dell'intellettuale. Ottenuto riparo in Francia, Battisti ha scritto
    dodici
    romanzi polizieschi. E' diventato «uno dei nostri», «uno di Gallimard»,
    sembrano dire i firmatari degli appelli dove persino si chiede, on
    line, di
    versare denaro per sostenerlo finanziariamente. Nella difesa delle
    corporazioni siete impareggiabili, ma spesso per l'appunto assai
    corporativi. Battisti è diventato, come usate dire, un intellò. Dunque
    per
    forza di cose un innocente, dunque un intoccabile.
    La quarta virtù è quella rivoluzionaria, che però rischia di divenire
    un
    mito rigido: chiunque si dichiari rivoluzionario sembra essere
    benvenuto, in
    casa vostra. E'il motivo per cui non aggrottate le ciglia quando Erri
    De
    Luca scrive su "Le Monde" frasi come questa: «La Francia ha avuto
    bisogno
    della rivoluzione per passare dalla monarchia alla repubblica. L'Italia
    ha
    avuto bisogno delle scosse rivoluzionarie degli Anni Settanta per
    acquisire
    una democrazia». La verità è che l'Italia degli anni di piombo, voi la
    conoscete attraverso gli occhi di chi, riparato in Francia, vi ha
    venduto
    una sua storia falsa con la stessa tecnica con cui i magliari vendevano
    merce difettosa negli Anni Cinquanta. C'è invece molta buona
    letteratura
    su quegli anni, pubblicata in Italia. Vale la pena leggere alcuni
    di questi libri.
    Vi prego, non parlate più di rifugiati o fuorusciti, quando il più
    delle
    volte si tratta di latitanti. Sappiate che la vostra visione del nostro
    sistema giuridico è identica alle denunce quotidiane fatte da Silvio
    Berlusconi. Anche lui parla di tribunali speciali, e come tanti
    cosiddetti
    fuorusciti, denuncia i «teoremi giudiziari» e i giudici di parte.
    Immagino
    che vogliate aiutare l'Italia onesta. Sappiate che non la state
    aiutando.
    L'Italia che oggi contesta Berlusconi è impegnata in una battaglia per
    la
    difesa delle istituzioni, a cominciare dalla magistratura.
    Un'ultima parola sulla dottrina di Mitterrand, che aveva preso la
    decisione
    politica di lasciar stare in Francia i terroristi italiani, purché
    rinunciassero alla lotta armata. Quella dottrina era già uno sbaglio,
    secondo me, perché partiva dall'idea che in Italia fossero impossibili
    giusti processi. Comunque non può avere valenza giuridica e assurgere a
    dogma, così come non ha valenza giuridica il pentimento che, secondo
    Lévy,
    Battisti esprimerebbe nei suoi libri. Ci si pente o ci si dissocia
    nelle
    appropriate sedi legali (è possibile senza denunciare i compagni, in
    Italia)
    e non solo nell'intimo della coscienza. Altrimenti ha ragione
    Berlusconi,
    che crede di dover rispondere non già ai magistrati ma all'opinione,
    agli
    elettori, ai telespettatori. Certo, si può discutere d'amnistia. Ma
    l'amnistia per crimini terroristi di sangue non può esser decisa né da
    Mitterrand, né dagli intellettuali, né dagli imputati che oggi
    vorrebbero,
    come dice Oreste Scalzone, «avere il diritto di parlare d'altro». Il
    diritto
    di «parlar d'altro» può esser deciso solo in Italia, perché qui son
    stati
    commessi i delitti e qui son sepolti i morti per terrorismo.
    Voi non avete dovuto affrontare la prova del terrorismo perché siete
    stati
    più bravi, più virtuosi. Forse anche perché siete stati più
    anticomunisti.
    Ma questa vostra superiorità vi ha resi ciechi, questo vostro
    anticomunismo
    vi ha apparentati a tanti brigatisti che nei comunisti italiani
    vedevano
    il diavolo, perché il Pci d'allora difese l'ordine, la legge. Non aveva
    detto anche questo Pascal: che chi vuol far l'angelo finisce col fare
    la bestia e istupidire?

  2. #2
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