Nel 1968, Cesare Battisti si iscrisse al liceo classico, ma già nel 1971 abbandonò la scuola. Protagonista di una fase giovanile piuttosto burrascosa, punteggiata da atti di teppismo che lo segnalarono più volte all'attenzione delle forze dell'ordine, Battisti fu per la prima volta arrestato nel 1972, per una rapina compiuta a Frascati. Nel 1974 venne nuovamente tratto in arresto per una rapina con sequestro di persona compiuta a Sabaudia e, successivamente, denunciato (ma non condannato) per aver commesso atti di libidine su una persona che i verbali definiscono "incapace". Dopo aver raggiunta la maggiore età, nel 1977 fu arrestato, sempre per rapina, e rinchiuso nel carcere di Udine dove entrò in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei PAC, che lo accolse nell'organizzazione [1].

In Italia Cesare Battisti è stato condannato come responsabile di quattro omicidi[2] - tre come concorrente nell'esecuzione, uno co-ideato ed eseguito da altri:

6 giugno 1978 a Udine, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; omicidio di cui fu accusato dal "pentito" Pietro Mutti che poi si assunse la responsabilità diretta dell'azione, "declassando" il ruolo di Battisti alla sola "copertura". Santoro era accusato dai PAC di maltrattamenti ai danni di detenuti.
16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (VE), Lino Sabbadin, macellaio di Mestre; Battisti fece da "copertura armata" all'esecutore materiale Diego Giacomin. Sabbadin si era opposto con le armi al tentativo di rapina del suo esercizio commerciale.
16 febbraio 1979 a Milano, Pierluigi Torregiani, gioielliere; Battisti fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore. Nel corso dell'assassinio di Pierluigi Torreggiani venne coinvolto anche suo figlio Alberto, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle per un colpo sparato dal padre durante il conflitto a fuoco con gli attentatori.[3] Torregiani, il 22 gennaio precedente, aveva ucciso un rapinatore durante una tentata rapina in una pizzeria in cui si trovava con i gioielli che aveva mostrato ad una vendita televisiva.
19 aprile 1979 a Milano, Andrea Campagna, agente della DIGOS; omicidio di cui fu riconosciuto come l'esecutore materiale. Campagna aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani.
Per i fatti sopracitati Cesare Battisti si è sempre dichiarato innocente.[4][5] Recentemente Battisti si è detto pronto ad incontrare i parenti delle vittime degli omicidi a lui contestati e ha dichiarato di avere già avuto un rapporto epistolare "di amicizia, sincerità e rispetto" con Alberto Torregiani.[6]

Nel 1979 Battisti venne arrestato nell'ambito di un'operazione antiterrorismo di vaste proporzioni e detenuto nel carcere di Frosinone, a seguito di un'istruttoria che si basava, in parte[7], sulle dichiarazioni di alcuni pentiti.

Il 4 ottobre 1981 Battisti riuscì ad evadere e a fuggire in Francia.

Per circa un anno visse da clandestino a Parigi, dove conobbe la sua compagna e futura moglie, con la quale poi si trasferì in Messico, dove nacque la sua prima figlia. Là iniziò a scrivere, essendo uno dei fondatori della rivista culturale "Via Libre". Terminò il primo romanzo, pubblicato, a sua insaputa, da un suo amico che si spacciò per l'autore — o almeno questo sostiene lo stesso Battisti in un articolo apparso su Paris Match il 22 luglio 2004 in cui comunque non fece il nome né del romanzo, né della persona che se ne sarebbe attribuita la paternità.[8]

Durante la sua latitanza messicana, i giudici italiani lo condannarono in contumacia all'ergastolo perché giudicato responsabile dei quattro omicidi e di varie rapine.

Nel 1990 decise di tornare a Parigi, dove nel frattempo erano andate a vivere sua moglie - con cui il rapporto era entrato in crisi - e sua figlia [senza fonte]. Nella capitale francese frequentò la comunità di latitanti italiani che vi viveva grazie alla dottrina Mitterrand. Intanto terminò un romanzo e visse traducendo in italiano racconti di autori noir francesi, tra i quali Didier Daeninckx e Jean-Patrick Manchette.

Poco tempo dopo venne arrestato a seguito di una richiesta di estradizione del governo italiano. Nell'aprile 1991, dopo quattro mesi di detenzione, la Chambre d'accusation di Parigi lo dichiarò non estradabile. Tornato libero, per vivere e continuare a scrivere acquistò una lavanderia automatica, che in seguito fallì [senza fonte]. Nel frattempo, nel 1993, Gallimard pubblicò nella sua Série Noire il suo romanzo "Travestito da uomo". La sua attività letteraria proseguì con libri in cui espose la sua analisi sull'antagonismo radicale, il più significativo dei quali fu "Orma rossa
Venne arrestato a Copacabana, in Brasile, il 18 marzo 2007, a seguito di indagini congiunte di agenti francesi e carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale. Assieme a lui venne arrestata temporaneamente una donna, esponente dei comitati di sostegno ai latitanti italiani, che avrebbe dovuto consegnargli del denaro[12].

Il 13 gennaio 2009, il Brasile ha deciso di accordare lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti.[13] Il ministro della giustizia Tarso Genro, esprimendosi in modo contrario rispetto alla decisione dal CONARE (l'organismo brasiliano che esamina le richieste di asilo politico) votata due mesi prima[14], ha motivato la decisione su quello che definisce il fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche, nonché sui dubbi espressi sulla regolarità del procedimento giudiziario nei suoi confronti. Il Tribunale Supremo Federale ha, tuttavia, bloccato la scarcerazione di Battisti, contestando la ricostruzione del Ministro.[15] Il Procuratore Generale della Repubblica Brasiliana Antonio Fernando de Souza, che nel 2008 si era espresso a favore dell'estradizione[16], ha considerato legittima e costituzionale la decisione del governo brasiliano e ha chiesto l'archiviazione del processo di estradizione di Cesare Battisti.[16][17]

La decisione del governo brasiliano ha suscitato aspre reazioni sia da parte del governo italiano sia da parte dell'opposizione di centro-sinistra[18][19]. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha in seguito inviato una lettera al suo omologo Luiz Inácio Lula da Silva in cui ha espresso il proprio stupore e rammarico per la decisione del governo brasiliano.[20]

Secondo la stampa brasiliana Carla Bruni sarebbe intervenuta tramite il marito Nicolas Sarkozy sul governo brasiliano per determinare la decisione del Ministro della Giustizia Genro[21]; la notizia è stata pubblicamente smentita in diretta alla trasmissione "Che tempo che fa" del 25 gennaio 2009 dalla stessa Carla Bruni. Sulla decisione brasiliana è da ultimo intervenuto il Parlamento europeo che ha approvato una risoluzione che chiede al governo brasiliano di tenere conto delle sentenze italiane sul caso Battisti[22] e ha osservato un irrituale minuto di silenzio in memoria delle vittime (l'europarlamentare di Alleanza Nazionale Roberta Angelilli ha chiesto di utilizzare il suo tempo di parola per il silenzioso omaggio).[23]