CON CHI CAMMINARE E A CHI DOMANDARE
di Luca Casarini
Da "Global Magazine" - Numero 2

Se il 15 febbraio, il giorno della mobilitazione in tutte le capitali del mondo contro la guerra annunciata, è la data simbolo dell’inizio del movimento no war, le manifestazioni dello scorso 12 Aprile, a guerra “conclusa”, segnano la fine di un primo ciclo di lotte. O meglio, il passaggio ad un’altra fase, non si sa se breve o lunga viste le pericolose minacce della polizia mondiale verso altri paesi, in cui si ritorna ai temi “no global”. E’ chiaro che questa distinzione nominalistica è fatta solo per capirci: dopo questo mese di guerra in Iraq è evidente a tutti che la guerra globale è un processo permanente, a diverse intensità, e soprattutto è parte fondante del disegno neoliberista. Come dire che il Wto, il G8, la Banca Mondiale sono strutture del sistema di guerra e che essa serve a mantenere e riprodurre un meccanismo di governo su un mercato planetario. Non lo sapevamo, ma a Seattle parlavamo di guerra, quando si protestava per la distruzione delle foreste amazzoniche o per le politiche commerciali in Africa.

La guerra è un elemento, il più forte, ordinativo nell’Impero. E con il golpe statunitense si sono affermate tutti i vecchi pruriti dell’unica superpotenza militare ed economica, come la distruzione di un’europa non allineata, l’attacco agli interessi dei possibili rivali di mercato come la Cina, il controllo sul petrolio mondiale, la costruzione di una nuova Onu a stelle e strisce. Se avesse mai veramente contato qualche cosa si potrebbe aggiungere anche il Tribunale Penale Internazionale contro i crimini di guerra, oggi definitivamente polverizzato da chi i crimini e le stragi le fa, con bombe e missili contro i civili, e non ha problemi di legge o giustizia di sorta. Semplicemente perché è il più forte, e la legge la impone. Il 15 febbraio non è nata una nuova superpotenza, come recitavano i media di mezzo mondo. Un’opinione pubblica globale di milioni e milioni di persone che si è materializzata e ha rappresentato miliardi di abitanti del pianeta, non è stata purtroppo in grado di fermare la guerra. Non ha messo abbastanza in difficoltà i suoi governanti, anche se ci ha provato. Però, al contrario di come fanno i novelli politicanti o gli intellettuali tresconi e senza nome in qualche rivista del pacifismo non governativo, non è per niente serio dire che Bush ha perso, che la pace è trionfante e cazzate del genere.

Diciamoci le cose in faccia: gli sta andando anche troppo bene ai criminali della Casa Bianca, ai loro servetti come Aznar e Berlusconi e adesso, con la ricostruzione e il nuovo assetto di diplomazie domate, rischia di andar bene anche ai becchini, ai Blair, Rutelli, Dalema. Il dibattito italiano ha avuto due picchi opposti: Sofri e Ingrao. Sofri ci ha detto che migliaia di morti civili, e l’arroganza fascistoide dei generali che conducono i talk show sono un passaggio, seppure “sgradevole” verso la democrazia. Ingrao, generoso e contro tutti, che la resistenza la dovevano fare gli irakeni e noi li dovevamo appoggiare. I movimenti invece hanno detto che se c’era una speranza di poter fermare i macellai del pentagono, questa era legata all’innalzamento e alla diffusione del conflitto qui, nei nostri paesi esportatori di guerra.. E certamente è più civile l’indignazione, la rabbia, anche se non è “politically correct” di ciò che può esprimere chi ha gestito una guerra “umanitaria”, con bombe e missili, e ora parla non solo di pace, ma anche insegna agli altri cos’è violenza e non violenza. Ciò che è legale o no.

Nè migliore è una sinistra che compensa con una retorica dell’altro secolo la sua incapacità di produrre conflitto in questo secolo. O dei finti democratici radicali che avviliscono persino le grandi lezioni di Gandhi e Luther King. La sinistra di governo è “destra” e si dichiara come tale. Non perde occasione di ribadire, con guerre umanitarie o carabinieri in Iraq, privatizzazioni o Centri di detenzione per migranti, da che parte sta senza “se” e senza “ma”. Anche quando vuole lo Stato dei Magistrati o del carcere duro. La sinistra retorica invece, è nascosta. Inneggia alla “guerra contro l’imperialismo a fianco delle masse arabe” o alla “Rivoluzione” e tanto le basta. Fortunatamente, la parte viva dei movimenti, quella che da Seattle non ha mai smesso di cercare, di provare, quella insomma che ci crede e non è per niente poca cosa, ha sperimentato forme di resistenza, diserzione, disobbedienza, sabotaggio che danno un valore costituente, di costruzione concreta di un altro mondo possibile, alle lotte contro la guerra. I morti, morti politici, sociali, culturali che ancora si ostinano a rispuntare fuori ad ogni epoca, sotto sembianze diverse, e che popolano le due sinistre, hanno cercato di zavorrare i movimenti. Hanno confuso, volutamente, il conflitto e consenso con la corruzione, l’opportunismo, il politichese. La teoria sbandierata secondo cui basta il consenso anche senza conflitto, azione concreta, diserzione attiva per battere la guerra, è naufragata miseramente non solo quando la guerra è scoppiata nonostante l’opinione pubblica contraria, ma anche il 12 Aprile. Quel giorno non c’erano tre milioni di persone a Roma, né un milione e mezzo a Madrid. Né un milione ad Hyde Park. Primo dato: l’opinione pubblica “attiva” è difficile da mantenere, proprio perché è prodotta da tutta una serie di fattori, non ultimo l’efficacia, l’utilità che percepisce delle cose che fa o che gli vengono proposte. Secondo dato: se questa opinione pubblica non viene assunta come spazio pubblico da attraversare, da percorrere, da interrogare e da ascoltare, diventa un feticcio, una cosa morta ed inutile, se non pericolosa. Se la moltitudine diventa platea, e per di più passiva, rischia di diventare simulacro di sé stessa ed essere utilizzata contro ciò che si muove. Terzo punto: il conflitto e il consenso non può essere “calcolato” sugli episodi, sulle singole sperimentazioni, ma è un processo. Aver tentato di escludere, o peggio criminalizzare, pratiche radicali di conflitto, come hanno tentato vari politburo di movimento, per favorire la crescita del consenso, si è dimostrata una teoria sbagliata e pericolosa. Sbagliata, perché il movimento quando non si muove si riduce.

La gente era molta meno, dieci volte di meno a Roma, anche perché la sfilata molti non sapevano veramente a che potesse servire. L’opinione pubblica globale non è una massa. Tutti siamo opinione pubblica e attivisti. Non vi è una platea distinta dal palco, che questa volta al Circo Massimo, ha rischiato di vedere più persone sopra che difronte. Le azioni di “sanzionamento dal basso” delle banche che commerciano armi, la “rottura diplomatica” esercitata a Venezia, Roma, Madrid, Città del Messico, Washington, Melbourne, Il Cairo ed ovunque, anche sfidando la violenza della polizia davanti ad ambasciate e consolati di Stati Uniti ed Inghilterra, parlano un linguaggio di cambiamento. Le azioni di blocco, “embargo”, contro le raffinerie della Esso, o i sabotaggi alle sue attività, sono la continuazione del blocco dei treni delle armi, delle mobilitazioni contro il Wto a Seattle e il G8 a Genova. Non è un caso se ad incontrarsi, pur con forme diverse, su questo modo di intendere il “fare politica”, siano una parte radicale del volontariato cattolico, associazioni ambientaliste di base e una nuova sinistra radicale che interpreta la disobbedienza non come un’ideologia ma come una sperimentazione continua, articolata e differente anche al suo interno, del conflitto e consenso zapatista. Sul versante istituzionale non sono certo i partiti, a parte alcune eccezioni, ad aver dato un contributo. Anzi. La loro crisi, la crisi di un meccanismo di rappresentanza segnalato ormai come irreversibile anche dalla vicenda della guerra senza consenso e senza parlamenti, li porta spesso a tentare di imbrigliare i movimenti quando esprimono radicalità, perché in quel caso non sono rappresentabili dalla politica istituzionale. Sembra interessante invece il ruolo di molte esperienze municipali, di molti percorsi di affermazione di “diserzione” dalla guerra attuati in realtà politico – amministrative in Europa, in Italia, in Spagna, in Francia.

La costruzione di un nuovo modo di pensare il “comune”, inteso come ciò che è in comune, condiviso, è una maniera di progettare comunità della nuova cittadinanza, in conflitto con il credo neoliberista. Questa guerra non è finita, è iniziata, come è avviata ormai la seconda fase dell’Impero, caratterizzata dalla guerra preventiva e diffusa, dai check point in ogni parte del globo, dalla polizia mondiale. Da un tasso di autoritarismo più alto di quanto si potesse immaginare. Dobbiamo riprendere il “camminare domandando”, senza arroganza e senza pensare di poter fare da soli. Noi siamo solo una parte. Ma si può anche decidere con chi non camminare e a chi non chiedere più nulla perché non hanno nulla di nuovo da dire. Sono i soliti, vecchi esempi di una sinistra che non è più capace né di indignarsi, né di ribellarsi. Per loro un altro mondo non è possibile.

L.C.