a Avvenire.
Scommessa del Marocco: l'inclusione degli islamisti
Renzo Guolo
Il Marocco rifiuta di diventare terra del jihad. Le manifestazioni
dei giorni scorsi contro il terrorismo, promosse dal sindacato e dai
partiti - con l'esclusione, imposta, di quelli islamisti
neotradizionalisti - hanno visto una partecipazione imponente: in
particolare a Casablanca, colpita dai kamikaze collegati ad al
Qaeda. A dimostrazione che, in alcuni Paesi musulmani, la reazione
può venire "da dentro". Un fattore chiave per sconfiggere le derive
jihadiste. La mobilitazione del Marocco va dunque salutata con
favore. Allo stesso tempo solleva alcuni interrogativi: che fare in
futuro con i partiti islamisti non jihadisti, di cui si intravede
già l'emarginazione? Che fare ad esempio con un partito
come "Giustizia e Sviluppo", vincitore delle ultime elezioni
politiche, e sino alla vigilia degli attentati pronosticato come
trionfatore delle prossime amministrative, proprio per questo
rinviate dal re all'autunno? Metterli al bando? E con quali esiti?
Il Marocco aveva "aperto" politicamente ai gruppi
neotradizionalisti. Tali partiti, pur battendosi per uno Stato
islamico, non praticano la violenza ma agiscono per una
reislamizzazione della società "dal basso". Lo scambio politico alla
base della loro inclusione prevede però, implicitamente, che essi
non possano, in caso di vittoria, instaurare uno Stato islamico,
pena la fine di ogni transizione "democratica". Per garantire questo
patto essi sono stati "consigliati" a non presentarsi in tutti i
collegi nelle elezioni politiche. La loro inclusione è, dunque,
parziale e "protetta". In tal modo il regime evita sia la loro
vittoria sia la "soluzione algerina": l'intervento repressivo che
mette fine al processo democratico. L'inclusione parziale è
compensata da un'ampia tolleranza verso la pratica sociale
islamista, che permette ai neotradizionalisti di occupare la
società, attraverso il controllo di istituzioni religiose, reti
sociali educative e culturali, di welfare islamico. Il successo
degli islamisti nelle universi tà marocchine, come tre decenni prima
in Egitto, conferma tale egemonia. Il modello "inclusione parziale
contro occupazione del sociale" alimenta però il terreno di coltura
islamista. Una volta cresciuti nella società, i neotradizionalisti
sono spinti a irrompere nella scena politica. Si avvia così una
spirale il cui esito è: una nuova repressione e, in seguito, una
nuova apertura (controllata) del sistema politico. Meccanismo che
permette al ceto politico di regime di riaffermare, in qualità di
garante del ciclo inclusione/esclusione, la propria centralità. In
realtà quel ciclo mette solo temporaneamente al riparo il sistema
politico, in quanto non incide sui meccanismi di riproduzione
islamista nella società. Sull'onda della repressione, poi, il
radicalismo si fa forza dello scacco subito dal "gradualismo"
neotradizionalista per rilanciare l'appello al jihad e allargare il
proprio bacino di reclutamento. La riduzione degli spazi di
democrazia rischia così di alimentare il terrorismo. Per sfuggire a
questo dilemma tragico, i Paesi come il Marocco devono far lievitare
la società e sviluppare differenziazione sociale attraverso la
crescita economica. Ma da soli difficilmente potranno farcela:
troppi i problemi che li affliggono. Essi hanno bisogno di sostegno.
Un ruolo importante in questo senso può essere giocato dall'Europa.
Così come, data la vicinanza con il Maghreb e il Medio Oriente,
dall'Italia, oggi meno incisiva di un tempo nell'area. Ma la
tradizionale politica mediterranea italiana non può essere messa in
secondo piano da esigenze di allineamento su orientamenti altrui.
Anche perché la sicurezza di quei Paesi è, oggi più che mai , la
nostra sicurezza.


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