1) Più diritti, lavoro migliore
Articolo 18. Albani, piccolo imprenditore romagnolo che fa campagna per il

MANUELA CARTOSIO
Il 15 giugno Stefano Albani metterà due sì nell'urna. Che un militante
Verde, ex assessore comunale a Riccione, voti contro gli «elettrodotti
coattivi» è naturale. E' meno scontato che un piccolo imprenditore come lui
voti per portarsi in casa l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, lo
dichiari pubblicamente e - addirittura - tirata giù la saricinesca batta la
riviera romagnola per attaccare i manifesti per il sì. Stefano Albani è una
mosca bianca. Non per quel che pensa, ma per i comportamenti che ne fa
derivare. La maggior parte dei piccoli imprenditori - racconta - ammettono
che l'articolo 18 è un «falso problema», sanno d'avere a disposizione decine
di scappatoie per garantirsi comunque la flessibilità «in uscita». Eppure si
asterranno in massa, perché l'economia sta vivendo un momento difficile, per
ossequio alle direttive delle associazioni di categoria e perché, al dunque,
«un diritto del lavoratore viene sempre percepito come una lesione
dell'autonomia aziendale». L'azienda della famiglia Albani - 4 soci e 6
dipendenti - nata come filiale Olivetti vende arredi e macchine per ufficio
e fornisce assistenza tecnica. Stefano ha aderito al Comitato per il sì
perché il diritto al reintegro attiene alla persona prima ancora che al
lavoratore, «quindi deve valere per tutti, non può essere lasciato al caso o
alla fortuna d'essere assunti in un'azienda con più di 15 dipendenti».
Niente Cococo o interinali dagli Albani, «noi assumiamo solo a tempo
indeterminato, perché i lavoratori sono il patrimonio dell'azienda». Per
formare un buon tecnico occorrono un paio d'anni, il mordi e fuggi per
risparmiare sul costo del lavoro non funziona, i tecnici «ci rappresentano
presso i clienti», devono essere «competenti» ed «educati». La ditta Albani
non ha mai licenziato nessuno. Nella zona tra Riccione e Cattolica funziona
come nave scuola. Molti dipendenti, accumulata esperienza, danno le
dimissioni, si mettono in proprio e «ce li ritroviamo come concorrenti».
Invece di fare terrorismo contro l'articolo 18, le associazioni
dell'artigianato e delle piccole imprese dovrebbero battersi per ottenere
finanziamenti alla formazione, compresa quella dei titolari delle aziende.
«Formando i nostri dipendenti, svolgiamo una funzione sociale oltre che
economica sul territorio».

Un problema assai più rilevante dell'articolo 18 è l'accesso al credito. Per
le piccole imprese i costi sono proibitivi. le banche invece di premiare le
idee finanziano chi ha capitali e offre garanzie. Quanto al governo, il
«geniale» Tremonti con la sua legge ha finanziato una miriade di capannoni,
«vuoti, perché adesso c'è crisi». Ha spostato gli investimenti sul mattone,
quando invece servirebbero per l'innovazione di prodotto, «per finanziare
chi ha testa». Come fa la ditta Albani a stare sul mercato, con un costo del
lavoro verosimilmente più alto della concorrenza? Semplice, risponde
Stefano, «noi quattro soci ci facciamo un culo così; ci sono momenti buoni e
altri come questo in cui stringiamo i denti e lavoriamo di più».

Per contrastare la marea astensionista il nostro microimprenditore fa
ricorso persino all'altro referendum, quello sugli elettrodotti. «Su questo
tema dalle nostre parti c'è più sensibilità, esistono molti comitati contro
un megaelettrodotto tra Forlì e Fano». Certo, se Cofferati non si fosse
pronunciato per l'astensione, se si fosse «adeguato» al sì della Cgil, se
non fosse rientrato nel ranghi «scambiando» l'astensione con la candidatura
a sindaco di Bologna, il quorum sarebbe stato a portata di mano. Ora è tutto
più difficile, ammette Stefano, ma dobbiamo darci dentro comunque perchè i
sì siano tantissimi, anche se il quorum non dovesse essere raggiunto.
«Anch'io ho firmato le proposte di legge della Cgil, ma con questo governo
le buone leggi sono una chimera. Di pessime ne ha già fatte e altre sono
dietro l'angolo. A maggior ragione bisogna votare sì all'estensione
dell'articolo 18».

Le firme le abbiamo raccolte in tanti, osserva Stefano, «ma l'hanno fatto
diventare il referendum di Bertinotti». Nulla contro Bertinotti, precisa,
«però questo purtroppo è un handicap per il raggiungimento del quorum».


2) Referendum gli spot oscurati
2 giugno: festa o notte della Repubblica? Per protestare contro la scarsa
informazione dei mezzi di comunicazione, pubblici e privati, ieri, dalle
20.00 alle 23.00, in Largo Chigi a Roma tutti i soggetti impegnati nella
campagna referendaria per l'estensione dell'articolo 18 hanno proiettato i
messaggi autogestiti per il sì. Scopo della manifestazione, quello di
mettere i cittadini nella condizione di esprimere, il 15 e 16 giugno, un
voto consapevole e contrastare il silenzio che avvolge il referendum. Il
comitato promotore, Rifondazione comunista, Socialismo 2000, Verdi, Fiom,
Arci, Cnl, Federazione Cobas, RdB, Sin.Cobas e Sulta si ribellano a questo
silenzio chiedendo alla Rai, a Mediaset, ai giornali di dar conto delle
ragioni del referendum, sia favorevoli sia contrarie, e invitando tutti i
cittadini ad assistere alla proiezione dei messaggi per il sì che non
vengono trasmessi sufficientemente da chi ha il compito istituzionale di
farlo. Presente alla manifestazione, anche il comitato promotore del
referendum sull'elettrodotto.

Tra gli spot meno trasmessi dalla Rai, quello con il presidente di
Socialismo 2000, il Ds Cesare Salvi, e Pietro Sermonti, il giovane dottore
del serial tv «Un medico in famiglia». Entrambi invitano a votare sì, per
estendere l'articolo 18 ai dipendenti delle piccole imprese, ma anche per
frenare la delega 848bis attualmente «in caldo» al Senato: se dovessero
vincere i no o non si raggiungesse il quorum, il ministro del welfare Maroni
minaccia di approvarla all'indomani del voto, avviando così lo
smantellamento dell'articolo 18 anche per quelli che lo hanno già.
Giornalisti e direttori di rete di Rai e Mediaset sono invitati a informare
adeguatamente il pubblico (tra gli appelli del fronte del sì, quello
dell'Arci, sottoscritto da noti giornalisti e direttori di testata
italiani).

3) Studenti e atipici appello per il sì
«Rifiutiamo la logica della divisione e contrapposizione tra lavoratori e
generazioni. Chi dice che estendere oggi i diritti a una parte del mondo del
lavoro significa impedire domani a precari e lavoratori atipici di
conquistare tutele e luoghi di democrazia, dice il falso». Comincia così il
documento firmato da giovani di diverse sigle, studenti e atipici, che
invita a votare sì il prossimo 15 e 16 giugno, per estendere l'articolo 18 a
chi non ce l'ha e inaugurare una nuova stagione di diritti per i lavoratori
non subordinati. Tra loro molti iscritti al Nidil, nonostante il segretario
degli atipici della Cgil sia stato nel piccolo drappello che non si è
espresso per il sì nel direttivo del 6 e 7 maggio, uscendo dall'aula al
momento delle votazioni. «Not in our name»: gli atipici, parafrasando lo
slogan dei pacifisti americani contro la guerra di Bush in Iraq, dicono che
«questa campagna per il no o per l'astensione, non la farete in nostro
nome». «Crediamo - aggiungono - che votare sì sia un passo importante sulla
strada delle riforme, un'occasione per rispondere all'attacco portato avanti
dal governo Berlusconi contro il mondo del lavoro vecchio e nuovo». Tra i
firmatari, i lavoratori di Ipse 2002 e Atesia, il tavolo Stop precarietà
dell'Fse, i collaboratori Coop, Fgci, Arci, esponenti di Uds, Udu,
Socialinks, e di Ds, Sinistra giovanile e Cgil.

I giovani per il sì invitano anche tutti i cittadini all'assemblea di sabato
7 giugno «Un sì contro la precarietà, un sì per il futuro» a Roma, nella
sala Portico della facoltà di sociologia, in via Salaria 113, alle 16,30.


4) Art. 18, reintegrato testimone di Geova
L'articolo 18 salva anche dalle discriminazioni religiose. A Brescia, è
stato annullato in appello il licenziamento di un testimone di Geova. Il
lavoratore, fattorino dipendente della ditta «Fleming spa», aveva lasciato
degli opuscoli nella sala d'aspetto di una casa di cura diretta da una
congregazione cattolica. Per la Corte, la sentenza di primo grado «aveva
espresso giudizi senza alcuna prova». La ditta è stata condannata a
reintegrare il fattorino e a corrispondergli lo stipendio dal momento del
licenziamento. Nelle motivazioni, i giudici affermano che «il licenziamento
non era giustificato né oggettivamente né soggettivamente», e tra i diversi
punti da loro elencati a sostegno vale la pena citare i seguenti: «La
circostanza che la diffusione degli opuscoli abbia infastidito la
congregazione religiosa proprietaria della casa di cura ... per quanto
legittima (sebbene possa forse lasciare qualche perplessità sul piano della
tolleranza religiosa e più in generale nei confronti del prossimo) mantiene
però a sua volta una giustificazione e giustifica in egual misura la
reazione del datore di lavoro se circoscritta a modalità coerenti e
proporzionate al fatto. ... La reazione è stata del tutto sproporzionata e
si può dire abnorme, quindi contraria ai principi di correttezza
nell'esecuzione dei contratti, in quanto diretta contro la condotta di un
fattorino del tutto avulsa dalla esecuzione del servizio di laboratorio e
dai rapporti commerciali e per di più contro una condotta nella quale non
può essere ravvisata una ingiuria o comunque una grave offesa (si è pur
sempre trattato della diffusione di pubblicazioni religiose in cui si
propone una lettura delle sacre scritture e non della diffusione di una
rivista pornografica o di una di quelle riviste di cronaca rosa e nera che
per contenuti, fotografie ecc. possono suscitare scandalo)».

5) Quel sì che non possiamo votare
Assemblea del Comitato immigrati a Napoli. La proposta di un seggio virtuale
il 15 giugno
FRANCESCA PILLA
Loro non andranno a votare il 15 e il 16 giugno per estendere l'articolo 18
alle imprese sotto i 16 dipendenti e non perché hanno accettato l'invito ad
andare al mare, ma perché la legge gli nega la possibilità di esprimersi su
una questione che li riguarda direttamente. Il diritto al reintegro sul
posto di lavoro se licenziati senza giusta causa per gli immigrati infatti è
una questione vitale perché legata a doppio taglio con la politica del
governo sull'immigrazione che ha trasformato il permesso di soggiorno in
contratto di soggiorno, cioè significa che se un migrante viene licenziato
automaticamente perde anche il diritto a restare in Italia. Di questo si è
parlato in un giorno caldo e di festa a Napoli nell'assemblea organizzata
dagli Immigrati in movimento per chiarire il ruolo dei migranti nella
campagna referendaria anche dopo la decisione del comitato degli immigrati
in Italia di sostenere con forza il referendum. Se si raggiungerà il quorum
e vincerà il «sì» i cambiamenti della legislazione infatti riguarderanno
soprattutto loro, che quasi sempre lavorano in maniera precaria nelle
piccole imprese. Così la proposta di Alfonso De Vito della Rete immigrati in
movimento è quella di organizzare un seggio per i migranti a palazzo San
Giacomo, nella sede del comune di Napoli. Certo sarebbe un voto del tutto
simbolico, ma importante anche per le iniziative che chiedono il diritto di
voto agli stranieri che lavorano e soggiornano nel paese alle amministrative
e ai referendum, come in ogni caso è regola in molti paesi europei.

E i disobbedienti che aderiscono al comitato campano per il «sì» sostengono
che proprio il comitato dovrebbe impegnarsi al coinvolgimento di quei
soggetti che oggi sono esclusi da qualsiasi diritto come le fasce del lavoro
minorile e dei lavoratori immigrati. L'altra proposta di una riunione
affollata da migranti che sono arrivati da tutta la Campania è stata proprio
quella di introdurre nello statuto della regione, come si sta facendo in
Puglia, il diritto di voto per gli immigranti alle amministrative. Una
questione controversa, sulla cui fattibilità con la riforma del Titolo V
della costituzione si dividono anche i costituzionalisti, tra chi ritiene
l'introduzione del diritto conforme alle leggi dello stato e chi no. La cosa
sicura è che se il progetto dovesse andare in porto e approdare in Corte
costituzionale sarebbe già un successo per mettere al centro dell'attenzione
il problema.

Nel frattempo i migranti campani - dopo aver ascoltato gli interventi di
Enrica, dello sportello legale per gli immigrati, di Franco Maranta,
consigliere regionale del Prc, di Massad della comunità magrebina, di Mario
Avoletto della Rete no global che hanno spiegato tutte le ragioni del «sì» e
l'importanza di essere uniti per la chiarezza e lottare per costruire una
società altra - hanno chiesto «a tutti i cittadini di votare anche per
loro». E stata lanciata infine l'iniziativa del no border camp, il campeggio
del movimento contro i centri di detenzione e la legge Bossi-Fini, dal 21 al
26 luglio in Puglia. Un luogo significativo sia per la presenza di uno dei
più grandi cpt del paese, ma anche perché terra di sbarco di popoli in cerca
di speranza.