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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Una Vittoria per la Pace

    da www.israele.net

    " ANALISI E COMMENTI

    Una vittoria per la pace

    Da editoriali della stampa israeliana
    11 aprile 2003

    Scrive il Jerusalem Post: "Prendiamoci almeno un minuto per assaporare questo momento. Vi sono pochi momenti nella storia in cui accade qualcosa di cosi' innegabilmente, inequivocabilmente e totalmente positivo: la caduta del muro di Berlino, Entebbe, l'Operazione Salomone. Sono momenti in cui vengono presi grandi rischi, con grande coraggio, e vengono conseguiti grandi risultati. Non sono momenti di pura gioia perche' sono attenuati dalla mesta gratitudine verso coloro che hanno contribuito al successo, ma non possono vederlo perche' hanno perduto la vita. Nessuno di questi momenti viene raggiunto senza terribili sacrifici i quali, lungi dal diminuirne l'importanza, accrescono piuttosto il nostro dovere di apprezzare cio' che e' stato realizzato. Il terrore e la tirannia sono contagiosi, ma lo e' anche la liberta'. Come israeliani, noi oggi festeggiamo la rinnovata speranza di liberta' araba. Vogliano che essi possano condividere cio' che noi abbiamo. Siamo convinti che le forze che odiano Israele, l'America e l'occidente in definitiva sono le stesse che tengono soggiogati gli arabi nella tirannia e nella miseria . Questo e' un giorno di grande speranza non solo per gli arabi, ma anche per noi israeliani. E' un giorno di vittoria non solo per la liberta', ma anche per la pace. Il processo che porta alla pace non consiste tanto nella stesura di bozze d'accordo, quanto nel far capire a coloro che odiano la pace che la loro bellicosita' e' destinata alla sconfitta e loro a cadere con essa."

    Scrive Yediot Aharonot: "Bagdad emerge da una dittatura pluri-decennale. I cittadini iracheni vedono le forze armate anglo-americane come forze di liberazione, un esercito della democrazia. Come in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, la creazione di una democrazia in Iraq, ad opera degli iracheni e al servizio degli iracheni, prendera' tempo. Ma provochera' un terremoto in tutto il Medio Oriente. Alla fine la verita' verra' a galla: e cioe' che il vero problema del mondo arabo e del mondo islamico non e' affatto il conflitto israelo-palestinese, ma sono i regimi autoritari, dittatoriali e antidemocratici. Sbaragliare uno di questi regimi puo' innescare una reazione a catena che porti alla caduta, una dopo l'altra, delle dittature in Siria, Iran, Sudan, Libia e Arabia Saudita .

    Scrive Ha'aretz: "E' ancora troppo presto per dire che la guerra in Iraq e' finita, ma senz'altro il principale capitolo della campagna militare contro il regime di Saddam Hussein si e' concluso. Nel corso delle ultime tre settimane le forze armate del presidente americano George W. Bush e del primo ministro britannico Tony Blair, appoggiate da altre forze come quelle australiane, hanno conseguito successi impressionanti. Naturalmente solo dopo che saranno disponibili tutti i dati si potra' fare un'analisi completa e trarre insegnamenti da questa campagna militare, ma gia' ora la cosa evidente e' che i preparativi fatti dalla coalizione occidentale si sono dimostrati efficaci. Secondo i piani, il governo che verra' formato a Bagdad cessera' di rappresentare una minaccia per i suoi vicini, Israele compreso. Il nuovo, moderato Iraq restera' una potenza regionale importante, con una forza armata tale da scongiurare la tentazione da parte dell'Iran di invaderlo, o da parte dei curdi di separarsi (con il rischio di creare una minaccia per la Turchia) . Il nuovo Iraq potra' liberarsi dell'antica ostilita' verso Israele, dal momento che non esiste alcuna disputa bilaterale tra i due paesi che la giustifichi . Proprio uno sviluppo di questo genere a Bagdad potra' aiutare Bush e Blair a perseguire con maggiore energia il loro impegno di rinnovare il processo di pace israelo-palestinese, con l'obiettivo di arrivare a stabilire relazioni pacifiche e sicure fra due stati indipendenti ".

    (Jerusalem Post, Yediot Aharonot, 19.04.03 - Ha'aretz, 9.04.03)
    "

    Ormai il concetto "due Popoli, due Stai", a condizione di una garanzia certa per la sicurezza dello Stato di Israele, ha preso definitivamente piede fra la grande maggioranza degli israeliani. Ovviamente la pace è però un fatto quanto meno bilaterale, e sicuramente ci sono ancora nello stesso Israele forze contrarie, presenti nella stessa maggioranza di governo. Tuttavia la caduta del regime di Saddam può essere la premessa di una stabilizzazione dell'area tale da favorire la svolta necessaria per portare a soluzione uno dei problemi fondamentali per la pace non solo nella regione, ma nel Mediterraneo e nel mondo intero. Ci auguriamo che l'amministrazione americana e quella britannica mantengano gli impegni pubblicamente assunti in questi mesi, e che l'Unione Europea sappia giuocare un ruolo di stimolo, senza assumere posizioni ambigue, contraddittorie e controproducenti per la pace e la nascita di una Terrasanta pacificata in cui tutte le etnie, le religioni, le nazionalità abbiamo garantiti pienamente i loro diritti e la loro sicurezza.

    Shalom!!!

  2. #2
    SENATORE di POL
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    da www.israele.net

    " pezzi le vecchie idee sul Medio Oriente

    Da un'analisi di Barry Rubin , direttore della Middle East Review of International Affairs
    11 aprile 2003

    Non tutto, ma gran parte del vecchio Medio Oriente giace oggi sotto le rovine delle statue di Saddm Hussein. Ancora una volta le principali asserzioni e convinzioni con cui viene normalmente interpretata e governata questa regione si sono infrante con sorprendente rapidita'. Le forze americane sono a Bagdad, applaudite dalla popolazione irachena nello stesso momento in cui vengono biasimate da tanti che non hanno mai sofferto sotto la frusta di Saddam. Bisognera' non dimenticare troppo in fretta questa giornata.
    Certo, e' il Medio Oriente: molte cose andranno storte, le vittorie saranno infamate, presto faranno la loro comparsa nuove menzogne e nuove giustificazioni. Ma intanto diciamolo chiaro: cio' che avevano previsto coloro che sostenevano la necessita' di questa campagna militare si e' rivelato corretto; cio' che dicevano gli oppositori si e' rivelato errato . Si e' rivelato corretto cio' che sostenevano coloro che propugnano una lettura diversa del Medio Oriente, mentre si e' rivelato errato cio' che sostenevano i paladini del Vecchio Medio Oriente, delle vecchie idee morte e sepolte insieme a quelle centinaia di migliaia di vittime del dittatore iracheno che non comparivano mai nelle teorie, nelle recriminazioni, neanche nei resoconti di coloro che hanno poi il fegato di definirsi "amici" dei popoli arabi.
    Sul breve periodo, il mondo arabo non si e' sollevato in difesa di Saddam. Non ci sono stati catastrofici attentati terroristici. La mitica piazza araba e' rimasta ragionevolmente quieta. Le forze armate irachene sono effettivamente crollate in poco tempo. La gente non amava il dittatore e non ha combattuto fino all'ultimo per difendere le proprie catene. I campi d'addestramento dei terroristi e le camere di tortura del regime sono ora sotto agli occhi del mondo, come probabilmente saranno presto anche le armi non convenzionali. Le folle hanno accolto festanti le forze anglo-americane. E tutte quelle storie sui piani sbagliati, sulla dura resistenza, sulla sconfitta americana, su deliberate atrocita' da parte occidentale, su una presunta devozione nazionalistica al tiranno e tante altre ancora? Sbagliate. Sbagliavano i governi e i dimostranti europei che volevano permettere a Saddam di continua a malgovernare e tiranneggiare ancora per anni e anni . Riconosceranno l'errore? Un amico francese mi ha detto che, dopo che e' stata svelata in Iraq quella prigione del regime piena di bambini in condizioni terribili, la popolazione francese avrebbe chiesto al proprio governo come aveva fatto a prendere le difese di una tale dittatura. Accadra' davvero?
    Non meno importanti i miti di lungo periodo che sono stati smascherati per quello che sono. Alla fin fine il mondo arabo si schiera unito, sempre e dovunque, contro l'occidente? Falso . La retorica dei giornali e delle televisioni arabe riflette una qualche forza potente destinata a scatenarsi nel mondo reale della politica? Falso . I sentimenti anti-occidentali, il nazionalismo pan-arabo e l'odio verso Israele sono destinati e determinare sempre e comunque il comportamento degli arabi su ogni questione importante? Falso . Il conflitto arabo-israeliano e' l'unica questione che conta ed e' destinata a plasmare ogni altra opinione e considerazione in Medio Oriente? Falso (E' significativo che sia finito come e' finito proprio quel regime ba'athista ircheno che non faceva che propugnare una infinita lotta per "liberare" la Palestina, nello sforzo incessante di distogliere la propria gente dalla tentazione di liberare se stessa .) L'unico modo per l'occidente di trattare con i dittatori mediorientali e' la condiscendenza e l'arrendevolezza? Falso . Non si puo' fare nulla per combattere i grandi sponsor del terrorismo, dell'aggressione e delle dittature perche' questa e' la natura stessa del mondo arabo? Falso.
    Cio' non significa, naturalmente, che ora tutto andra' via liscio. Gli iracheni vogliono una vita migliore e vogliono governare se stessi. Si opporrebbero a un eventuale governo prolungato da parte dell'occidente. Dunque deve aver luogo un trasferimento di poteri in tempi ragionevoli. E anche questo problema potra' essere trattato, se la politica degli Stati Uniti sara' guidata con il buon senso usato finora.
    Ma per quanto importante sia la questione in se' dell'Iraq, c'e' anche un'altra questione altrettanto importante: se e fino a che punto tutto cio' segnera' l'avvio di una nuova era. La fragorosa caduta delle statue di Saddam avra' un effetto in qualche misura simile a quello che ebbe la caduta delle statue del comunismo in Urss ed Europa dell'est un decennio fa? Da qui potrebbe venire una ennesima, parziale delusione, come e' stato per tante altre grandiose giornate nella storia moderna del Medio Oriente. Dalla guerra arabo-israeliana del 1967 a quella per il Kuwait del 1991, molte volte in questa regione le forze della reazione sono state sconfitte. Ma nessuna singola dimostrazione ne' l'effetto cumulativo nei decenni di tante dimostrazioni della necessita' di un profondo e completo cambiamento nelle istituzioni e nella mentalita' del Medio Oriente e' riuscita finora ad abbattere la cortina di ferro psicologica e politica che avvolge la regione. Eppure le dure lezioni della realta' si sono regolarmente presentate alla porta piu' e piu' volte. Sara' questa la volta buona? Si puo' dubitarne, ma si deve sperare .
    (Jerusalem Post, 10.04.03)
    "

    Inappuntabile caro amico "giudeo", inappuntabile.

    Shalom!!!

  3. #3
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Il nuovo Iraq fra India e Giappone
    di Barbara Mennitti


    I cittadini di Baghdad ballano festanti sulle macerie del regime che li ha oppressi per oltre un ventennio, i marines, sui loro cingolati, entrano quasi senza incontrare resistenza nella roccaforte del rais. Dopo i primi momenti di circospezione si mescolano alla folla degli iracheni, si abbracciano con i ragazzi scesi in strada a festeggiarli, li aiutano a buttare giù i simboli dell’oppressione. La guerra non è ancora finita, ma si avvia alle fasi conclusive. L’attenzione, dunque, si sposta ora sull’Iraq del dopo Saddam. Cosa fare e come farlo per evitare di sprecare questa guerra e questa vittoria. Stanley Kurz, studioso della Hoover Foundation ed editorialista del Wall Street Journal, del Weekly Standard e della National Rewiev, cerca di dare una risposta sull’ultimo numero della Policy Review , autorevole bimestrale statunitense. Il suo lungo saggio si intitola: “Democratic imperialism: a blueprint” .

    L’obiettivo dell’Amministrazione Usa è la democratizzazione dell’Iraq e possibilmente di tutta l’area mediorientale perché, come ha detto il presidente Bush, “ le nazioni libere non alimentano le idologie omicide ”. Ma come è possibile educare alla democrazia una società che da tanto tempo vive in contrasto con i valori dell’Occidente? L’esempio che ricorre spesso in questi giorni, quello della democratizzazione del Giappone nel secondo dopoguerra, non appare calzante, perché essa si fondava su una serie di prerequisiti economici, sociali e storici che in Iraq non ci sono. Il Giappone era per molti aspetti un paese già moderno, culturalmente omogeneo e monoetnico. Secondo Kurtz, invece, l’esempio cui guardare è quello dell’India, trasformata dall’influenza inglese in una delle poche democrazie del mondo non occidentale.

    Fino al 1830, la politica coloniale britannica tendeva a non interferire con il sistema sociale indiano e a rispettarne le élites. Ma ben presto gli inglesi si accorsero di aver bisogno di amministratori per un territorio tanto vasto e così, sotto l’influenza delle politiche liberali di alfabetizzazione ispirate da James Mill, si creò una classe di funzionari indiani anglicizzati, ai quali si iniziò a devolvere parte del potere. Fu proprio questa classe, spiega Kurtz, a diventare “il cuore del movimento indipendentista indiano”. Altre politiche di amministratori liberali, la costruzione di una rete di comunicazione e di trasporto, contribuirono a dare agli indiani una coscienza nazionale e la consapevolezza di una identità comune.

    Un processo lungo, sembra dunque sugerire Kurtz, che passa attraverso la formazione di un gruppo di riformatori locali e non attraverso l’acquisizione improvvisa delle istituzioni democratiche . Per accelerare questo processo che nel caso dell’Iraq non può evidentemente essere secolare, il primo espediente potrebbe essere quello di ricorrere agli esuli iracheni che, avendo vissuto per anni in Occidente, ne hanno già assimilato i valori democratici . Loro potrebbero essere il tramite con la società irachena e servirebbero anche ad arginare una reazione nazionalista araba.

    La risposta, dunque, sembra essere una specie di colonialismo illuminato, come lo chiamava Mill, non aggressivo ma giustificato solo in chiave autodifensiva, seguendo, qui sì, l’esempio dell’occupazione del Giappone nel dopoguerra. Un imperialismo liberale che accompagni per mano l’Iraq sulla strada della democratizzazione, “un gradualismo che – conclude Kurtz – non è un tradimento del principio democratico. Al contrario è un’intuizione che ci hanno tramandato i fondatori stessi del liberalismo ”.

    11 aprile 2003

    bamennitti@ideazione.com
    "

    Shalom!!!

  4. #4
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    da www.lastampa.it

    " Diario israeliano
    Palestinesi increduli davanti al crollo delle loro speranze di rivalsa

    11 aprile 2003

    di Fiamma Nirenstein

    MI ricordo che nel 1967 un giornalista egiziano, Ahmed Said, ripeteva alla radio che gli aerei israeliani cadevano come mosche mentre l’esercito di Nasser era già a pezzi. Di nuovo siamo caduti prigionieri delle nostre stesse menzogne. Avevo detto ai miei figli di non guardare le stazioni arabe per sapere come stanno le cose, ma era troppo bello sognare la vittoria». Così parla Abed al’Zamel, un vecchio insegnante di Silwad, vicino a Ramallah.

    I palestinesi, così come il resto del mondo arabo, sono costernati. Per ore sono rimasti come ipnotizzati a fissare la tv che mandava in onda le loro peggiori fantasie: la statua del Raíss con la bandiera americana sulla testa, il popolo della culla della civiltà mediorentale che, con le scarpe, in segno di massimo disprezzo, batte il volto dell’ex sovrano assoluto. I palestinesi non sanno come prendere la sconfitta irachena: «Noi abbiamo combattuto 20 giorni a Jenin, cosa hanno combinato laggiù con tutti i loro soldati e le loro armi di distruzione di massa?», si chiedono. E parlano di «tradimento». Il giornale Al Hajat Al Jadida è uscito con una vignetta tragica dove tutta la Nazione araba piange su Baghdad; Al Ayyam è uscito listato a lutto. Un centro di raccolta di aiuti per gli iracheni è stato smantellato.

    I palestinesi non reagiscono diversamente dai siriani o dai sauditi. Si sperava che questa guerra aprisse la strada della riscossa per l’orgoglio e la forza della Nazione araba spodestata e umiliata. Saddam era l’eroe che si ergeva solo e forte contro gli americani e quindi, secondo i palestinesi, anche contro Israele. Di nuovo, come nell’ultima Intifada, è accaduto ciò che a occhi occidentali sembra incomprensibile: Come ha potuto pensare Arafat di spezzare gli israeliani col terrorismo? Come immaginò Nasser nel ‘56 e nel ‘67 di distruggere Israele? Eppure gli arabi hanno sognato la vittoria, o almeno un lunga guerra onorevole. Invece la strada della forza si è rivelata deludente. Chissà che il processo di pace non torni di moda.
    "

    Shalom!!!

  5. #5
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    da www.ilfoglio.it

    " Michael Ledeen al Foglio
    Il neoconservative pensa che la pace vera viene dopo una guerra giusta
    La Francia? Si è comportata da nemico I pacifisti? Ipocriti, dov’erano quando Saddam decimava il suo popolo?
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    L’Iraq è soltanto una battaglia - Roma. Michael Ledeen sostiene che i “processi di pace” non hanno mai funzionato e non possono funzionare. E dirlo davanti a un gruppo di osservatori israeliani e palestinesi, invitati dal Ce.A.s. ( Centro di Alti studi per la lotta al terrorismo ) al Castello di Priverno, per discutere su “Come uscire dal terrorismo e dalla violenza insurrezionale”, rende la tesi vieppiù perentoria. “La storia dimostra che i conflitti non si risolvono con i negoziati”, spiega lo studioso dell’ American Enterprise Institute, il laboratorio dei neocon washingtoniani . “La pace è sempre il risultato d’una guerra e delle condizioni imposte da chi la vince”. E se obietti la vocazione pacifista delle moderne società fondate sul lavoro e l’incompatibilità tra spirito industriale e militare, Ledeen la prende a ridere. “Davvero? Chi lo dice?”. Auguste Comte. “L’industria incompatibile con la guerra… mai sentito. Lenin dove sei? La pace è soltanto quella che viene dopo la guerra. Non ne conosco altra. E i pacifisti europei che manifestano contro la guerra in Iraq sono degli ipocriti. Dov’erano quando Saddam ammazzava milioni di iracheni? Quando la Francia ha invaso la Costa d’Avorio? Quando la Cina ha invaso il Tibet e durante il genocidio russo in Cecenia? Scendono in piazza solo quando ci siamo di mezzo noi americani ”. Ma quando si tratta di antiamericanismo e antieuropeismo, o del rischio di guastare i rapporti euroatlantici, Ledeen puntualizza: “ L’antiamericansimo c’è sempre stato. C’era quello della sinistra anticapitalistica. Quello della destra imperialistica, che rimprovera a noi americani di non esserlo abbastanza. E c’è l’antiamericanismo dettato dall’antisemitismo, comune a destra e sinistra”. Quanto all’antieuropeismo, meglio parlare di antifrancesismo, dice. “La Francia si è comportata da nemico, prima facendo di tutto per bloccare la nostra autodifesa; poi ricattando i partiti dell’opposizione turca e costringendoli a votare contro l’uso delle basi da parte nostra. Il che ci è costato una settimana di tempo e le vite di non so quanti soldati inglesi e iracheni che avremmo potuto risparmiare. Finché Chirac è presidente, sarà molto difficile ricucire i rapporti. Col resto dell’Europa, posto che il Regno Unito ne faccia parte, non ci sono problemi. Abbiamo avuto la partecipazione attiva di Germania, Spagna, che è rientrata sulla scena mondiale abbandonata nel 1588, un ruolo di prim’ordine di Olanda, Danimarca, Polonia”. Ma da qui a immaginare per l’Ue un ruolo di mediazione tra gli Stati Uniti e i paesi arabi ce ne corre: “Magari gli europei potessero fare il nostro consigliere diplomatico”, dice Ledeen. “Sono molto molto più eleganti e raffinati di noi, ma i paesi interessati, dai paesi arabi ai paesi ex comunisti, vogliono trattare direttamente con noi”. La questione della Cia Il filo diretto però non impedisce l’errore. Oggi è l’intelligence israeliana che rimprovera agli americani di aver fatto troppo affidamento sulla tecnologia e troppo poco sul fattore umano. “Negli ultimi anni abbiamo reso alla Cia la vita impossibile”, ammette Ledeen. “Il Congresso ha stabilito che la Cia non facesse ricorso all’omicidio né al reclutamento di assassini. Il Codice Clinton ha stabilito che gli agenti della Cia non avessero contatti con ufficiali di governi di paesi con problemi di diritti civili. Allora, tanto vale chiuderla, la Cia. Perché, chi si mette a parlare coi cattivi? D’altra parte Cia e Dipartimento di Stato, a costo di una guerra civile col Pentagono, sono sempre stati contrari a coinvolgere i civili. Noi per un mese in Ungheria abbiamo addestrato vari gruppi del Congresso nazionale iracheno a sparare, bombardare, circa cinquemila persone dell’opposizione che trasportate dall’esercito in Iraq hanno avuto un ruolo fondamentale nei combattimenti sia a Nord sia a Sud, dove interi villaggi sono stati liberati grazie a loro ”. Ma non avete preparato il paese politicamente. “E’ vero. Ma l’Iraq è soltanto una battaglia d’una guerra più ampia. Adesso, dobbiamo stabilire il massimo di sicurezza, garantire alla popolazione una vita normale, mandare cibo, acqua, soldi, creare scuole, ospedali, aiutare gli iracheni a scegliersi un governo rappresentativo in vista della transizione democratica. E processare la gente di Saddam Hussein con una specie di Norimberga, come quella che avremmo dovuto celebrare anche in Urss, non per liberare tutto il male possibile, ma perché gli iracheni come i russi devono conoscere la loro storia. Quanto al rischio di comportarci in Iraq come Israele nei territori occupati, è una preoccupazione peregrina. L’errore nostro, semmai, è di partire troppo presto, di andarcene prima di aver finito il lavoro” .
    "

    Cordiali saluti

  6. #6
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    da www.ansa.it



    " SHARON: DOPO IRAQ AUMENTATE POSSIBILITA' DI PACE
    GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ritiene che il conflitto in Iraq abbia dato una scossa all'intero Medio Oriente che '' da' ora la possibilita' di arrivare a un accordo con i palestinesi prima di quanto si creda ''.
    In un'intervista esclusiva al giornalista Ari Shavit apparsa sul quotidano Haaretz, il primo ministro israeliano ha rilasciato una serie di dichiarazioni insolitamente concilianti circa la costituzione di uno stato palestinese e le ''dolorose concessioni'' che Israele e' disposto a fare per arrivare alla fine del conflitto.
    Le dichiarazioni del premier hanno avuto ampia eco in tutto il mondo politico israeliano.
    Secondo il premier, dopo l' Iraq, '' c'e' ora l'occasione di creare un differente rapporto tra noi e gli stati arabi e tra noi e i palestinesi. E' un'occasione che non va sciupata e che io intendo esaminare con la massima serieta '''.
    Pur ribadendo che Israele non fara' concessioni sulla sua sicurezza e in risposta a una domanda circa l'eventuale sgombero di insediamenti ebraici in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, Sharon ha risposto che se i palestinesi mostreranno di essere davvero intenzionati ad arrivare alla pace, ''noi dovremo fare dei passi che saranno dolorosi per ogni ebreo e per me personalmente'', sottintendendo uno sgombero di insediamenti .
    ''Io ho ormai 75 anni - ha detto ancora - e non ho altre ambizioni politiche oltre la mia attuale posizione e sento ora che il mio obiettivo e il mio scopo sia quello di dare a questo paese pace e sicurezza''.
    Alla domanda se sia davvero disposto ad accettare la nascita di uno stato palestinese nei Territori, Sharon ha risposto: '' Penso che e' cio' che succedera'. Bisogna essere realisti. Alla fine ci sara' uno stato palestinese....non penso che dobbiamo governare su un altro popolo e gestire la sua vita. Non penso che ne abbiamo la forza. E' un peso molto grande sul popolo e solleva questioni etiche e gravi problemi economici ''.
    ''Perche' il conflitto cessi - ha continuato - i palestinesi devono prima di tutto riconoscere il diritto degli ebrei a una madre patria e all'esistenza di uno stato ebraico indipendente nella madre patria del popolo ebreo ''. Cio' significa che dovranno anche rinunciare al 'diritto al ritorno' in Israele dei profughi palestinesi .
    ''Intendo lavorare con uno stato palestinese dal momento in cui si formera'. Non attendero' che sia il mio telefono a squillare'' ha detto Sharon assicurando che l'occupazione delle citta' palestinesi e' temporanea e destinata a cessare .
    Per Sharon infine anche dopo la rimozione della minaccia irachena restano altri tre stati che creano ''dei problemi'' per i loro tentativi di procurarsi armi di distruzione di massa, ed essi sono ''la Libia e l'Iran''. L'Arabia Saudita rappresenta inoltre un altro ''problema'' perche', a dire di Sharon, da' ''assistenza a organizzazioni terroristiche'' .
    13/04/2003 15:20
    "

    Shalom!!!

  7. #7
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    da www.ilfoglio.it

    " Sono solo tre giorni che Saddam è caduto e qualcosa già si muove .
    In Iran Rafsanjani propone di riprendere i rapporti diplomatici con gli Usa, il turco Gül annulla una visita in Siria .

    --------------------------------------------------------------------------------
    Aperture anche dalla Corea - Roma. Crepitavano ieri gli ultimi scontri a Tikrit, e il primo editoriale del Sunday Times titolava “ Morte o democrazia ”. Sottolineando che chi ha posto in questi termini il suo no a Iraqi Freedom ha sbagliato i conti , dovrebbe ammetterlo, e dare una mano alla riarticolazione dei rapporti internazionali che ora prende le mosse, fondata su una messa al bando del terrorismo e delle armi di distruzione di massa non più parolaia, che regimi e reti criminali continuavano ad aggirare, bensì sul “rispetto anche coatto” di questi obblighi . Le fosche previsioni di antiamericanisti di professione sono smentite non solo da durata e modalità militari della liberazione degli iracheni. Tutti i primi segnali politici che vengono dal Medio Oriente e dai “paesi canaglia” testimoniano che l’effetto di Iraqi Freedom c’è, e che sbaglia chi pensa che a regolarlo saranno solo i tank. La prima conferma è l’intervista rilasciata da Ariel Sharon ad Haaretz, che i lettori del Foglio trovano qui a fianco. Sono figlie di Iraqi Freedom, le “dolorose concessioni” cui il premier israeliano è disposto per un accordo “destinato ad avvenire prima di quanto molti si aspettino”, “perché è inevitabile la nascita di uno Stato palestinese”, e Abu Mazen “ha compreso che è impossibile sconfiggere Israele con il terrorismo”. A Teheran Hashemi Rafsanjani, l’ex presidente che costituisce una delle tre figure di cui vive il confronto tra riformatori e conservatori, ha avanzato una proposta che ha del rivoluzionario, nella travagliata storia dei rapporti irano-americani. Ha proposto che la ripresa di pieni rapporti diplomatici con gli Usa, formalmente interrotti dalla presa degli ostaggi nel 1979, venga sottoposta a un referendum popolare, approvato dal Parlamento o dal Consiglio politico arbitrale che egli presiede, se l’ayatollah Khamenei fosse d’accordo. La proposta si estende alla ripresa di rapporti anche con l’Egitto, pure da allora sospesi . L’apertura iraniana non si alimenta solo del realismo dei riformatori. Dopo l’assassinio dello sceicco Abdul Majid al Khoei da parte di esponenti dello Jiamaat e-Sadr Thani, guidati da Moqtada Sadr che fa riferimento a Teheran, a Najaf, città santa degli sciiti, si è aperto un problema serio, che investe direttamente le gerarchie sciite che in Iran si riconoscono nel fronte conservatore. Oggi Najaf può tornare a divenire la vera capitale religiosa degli sciiti, scalzando l’iraniana Qom. E’ questione che gli Usa non consentiranno a Teheran di regolare con i pugnali, che ieri centinaia di seguaci di Moqtada Sadr minacciavano di usare anche contro l’ayatollah Sistani, anch’egli accusato di essere troppo aperto agli occidentali. Lo Sciri, il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica che degli sciiti iracheni in questi anni è stato punto di riferimento, continua a tenere posizioni misurate. Arrestato il fratellastro del rais Quanto alla Siria, l’arresto ieri al suo confine del fratellastro di Saddam, Watban Ibrahim Hasan, ex ministro degli Interni del regime, ha confermato i sospetti Usa sul fatto che Bashar el Assad abbia aperto le porte a fedeli del rais (“Non abbiamo dubbi”, ha detto Donald Rumsfeld) e forse ad armi proibite. “Sarebbe poco saggio”, ha ammonito Colin Powell. A Damasco ieri c’era Dominique de Villepin, ma nella conferenza stampa col collega siriano Faruk al Shara ha preferito tagliar corto: “ Non è più tempo di polemiche ma di responsabilità”. Assad non può evitare a lungo di rispondere, anche sul sostegno agli Hezbollah . Il vicepremier e ministro degli Esteri turco, Abdullah Gül, ieri è stato cautissimo nell’esprimere preoccupazione su come sta funzionando l’accordo con gli Usa per tenere i peshmerga curdi fuori dalle città liberate. E ha rinviato una sua visita a Damasco, escludendo che Ankara possa pensare ad accordi con Siria e Teheran “anche nel peggiore scenario di sviluppi nel Nord dell’Iraq che ci preoccupano”. Aggiungete l’imbarazzo mortale di Mosca per i faldoni trovati a Baghdad nella direzione del Mukhabarat, che confermano i rapporti che i servizi russi hanno mantenuto fino alla fine con quelli iracheni; che la Corea del Nord sabato sembra aver messo da parte la pregiudiziale che subordinava la disponibilità a discutere del suo programma nucleare a un preventivo incontro vis-à-vis con gli Usa, da potenza a potenza; e infine che l’emergere della rete offshore in cui Saddam riversava i miliardi sottratti al suo paese (grazie anche a un finanziere svizzero-italiano, Elio Borradori, vedi ieri il Sunday Times con molti istruttivi particolari dell’inchiesta in cui è impegnata anche la nostra guardia di finanza) toglie il sonno a un po’ di residui tiranni nel mondo. No, non va poi così male, per esser caduto Saddam solo da tre giorni.
    "

    Cordiali saluti liberali.

  8. #8
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    da www.israele.net

    " La Siria: un altro nemico della pace

    Da un editoriale di Ha'aretz
    16 aprile 2003

    La Siria e' stata bruscamente redarguita e ammonita dagli americani per l'aiuto fornito al regime di Saddam con forniture militari e con l'offerta di rifugio a membri del regime in fuga. La Siria e' sulla lista di Bush dei paesi "delinquenti", insieme alla Libia e poco sotto a Iraq, Iran e Corea del Nord. Oltre alla cooperazione siriana con Saddam, Bush ha citato le armi chimiche nelle mani siriane. Ma le provocazioni siriane non si limitano a questo. Vi sono anche i consolidati legami con organizzazioni terroristiche palestinesi (Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare-Comando Generale) e libanesi (Hezbollah). La campagna globale degli Stati Uniti contro il terrorismo e' puntata anche contro questi gruppi e i paesi che li ospitano. Se gli Stati Uniti riusciranno ad obbligare Iran e Siria a smetterla con il loro sostegno a queste organizzazioni che colpiscono Israele all'interno dei suoi confini, nei territori e all'estero, cio' rappresenterebbe un altro contributo sostanziale, dopo la rimozione dell'Iraq dalla cerchia dei paesi ostili, alla sicurezza d'Israele e quindi alla pace .
    (Haaretz, 15.04.03)
    "

    Shalom!!

  9. #9
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    da www.ilfoglio.it

    " Effetti della RealpolitIrak
    La Nord Corea accetta il gioco diplomatico Chi ha già vinto è la Cina
    Bush premia Pechino, potenza che media Mosca invece perde punti. In America però non tutti si fidano del nuovo clima
    --------------------------------------------------------------------------------
    Washington. A parte Saddam e il suo imperterrito ministro dell’Informazione che affermava che gli angloamericani erano impantanati a Bassora, mentre erano già a Baghdad, il regime nordcoreano di Kim Jong Il è stato, con quello del presidente siriano Bashar el-Assad, il più violento nell’accusare gli Stati Uniti. Certo, il rovesciamento del regime iracheno e la pressione che Washington intende esercitare su tutta la regione per farla uscire dalla cronica conflittualità sottraggono a Pyongyang il più importante mercato per armi e tecnologie a uso militare che aveva conquistato, ma che le aveva, assieme al suo programma nucleare, fatto meritare un posto nell’Asse del male. Ma il realismo è dote comune agli asiatici e il successo militare anglo-americano ha indotto Kim a un brusco voltafaccia. Dopo avere minacciato gli Stati Uniti, ora ha chiesto di riaprire i negoziati sul futuro dei suoi controversi impianti nucleari. Questa riapertura della politica del dialogo non è una novità, ma adesso vi si aggiunge un retroscena. Secondo diverse fonti, Kim avrebbe fatto nelle settimane scorse un viaggio segreto a Pechino, sia per prendere contatto con i dirigenti cinesi appena insediati, sia per capire quanto la sua politica di confronto con gli Stati Uniti avrebbe potuto trovare appoggio in una Cina che, almeno formalmente, aveva condannato l’attacco all’Iraq. Di questo viaggio non ci sono conferme, ma piuttosto smentite obbligate da parte cinese. Pechino, infatti, è incerta tra l’assumere il padrinato di Pyongyang, che comporterebbe una certa responsabilità in eventuali mosse avventate della Corea del Nord, e il prendere le distanze da Kim, rinunziando a un ruolo di influenza che comunque dà prestigio. Il fatto che Kim sia di colpo ritornato alla politica del dialogo significa tuttavia che da parte cinese, con o senza viaggio segreto, ha avuto una spinta ad agire in questo modo. Anche perché la Cina ha già tratto un vantaggio: quello di ospitare l’incontro che si svolgerà a Pechino il prossimo 23 aprile, secondo quanto riferito dall’agenzia giapponese Kyodo. Un vantaggio doppio: non solo il prestigio di ospitare l’incontro, ma soprattutto quello di parteciparvi per intero, cioè nella sostanza della discussione. Deluse Tokyo e Seul, poi riaccolte La linea americana è quella di una trattativa multilaterale, che includa Giappone e Corea del Sud. La Corea del Nord invece voleva un incontro bilaterale con i soli americani, ma vi ha rinunciato, accettando la presenza di Pechino. Così si è arrivati a un incontro a tre: Stati Uniti, Cina e Corea del Nord. Washington però dice di voler coinvolgere al più presto anche Seul e Tokyo. Ma intanto, se ha accettato Pechino, lo ha fatto anche per ringraziare i cinesi per il loro comportamento durante la guerra d’Iraq. Tra i paesi importanti del “fronte del no” (Francia, Germania, Russia), la Cina, pur facendone parte, ha assunto le posizioni meno rigide contro gli americani, e più silenziose. In questo modo si è assicurata un credito, che Bush intende onorare: fare della Cina l’interlocutore principale sul tema della sicurezza in Asia orientale. Anche perché Pechino non soltanto non ha alcun desiderio di vedere ai suoi confini un paese turbolento, ma soprattutto non vuole che abbia armi nucleari, togliendole la supremazia in questo campo e aprendo la strada anche a un riarmo nucleare del Giappone. La decisione cino-americana è un chiaro segnale a Mosca, inviato non tanto da Pechino quanto piuttosto da Washington, abbastanza delusa per le reiterate critiche, anche se nessuna particolarmente pericolosa, del presidente russo, Vladimir Putin, all’intervento in Iraq. Con il vertice a tre potrebbe chiudersi la crisi che si era aperta lo scorso ottobre, quando Pyongyang aveva rivelato la prosecuzione del programma nucleare, aveva espulso gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e aveva minacciato un conflitto con Seul se gli Stati Uniti non avessero accettato negoziati bilaterali. Ma a Washington, visti i precedenti, non tutti si fidano. Se Colin Powell è speranzoso, anche perché è il capo della diplomazia americana, non manca chi ritiene che, negoziati o no, la Corea del Nord andrà avanti con la politica nucleare, avendo tratto dalla guerra all’Iraq la conclusione che solo il possesso di tali armi può essere un deterrente efficace. Ragionamento che si può rovesciare: l’esito della guerra irachena avrebbe indotto l’establishment nordcoreano a cambiare politica. Deluse, per ora, Tokyo e Seul, dove la scelta americana a favore del ruolo della Cina non è piaciuta. La Realpolitik ha le sue regole.
    "

    Cordiali saluti

  10. #10
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    up! per atterraggio morbido....

 

 
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