BOLLETTINO INFORMATIVO N°24
A CURA DELL'ASSOCIAZIONE LIMES
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- L'EPIGRAFE -

Siamo in pochi ad amare l'Europa con un amore carnale, con un amore concreto, con un amore patriottico. Quanti nell'Italia del XVI secolo amavano l'Italia? Machiavelli l'amava con quell'amore implacabile, intransigente, immorale che io vorrei mettere al servizio dell'Europa
Pierre Drieu La Rochelle - La français d'Europe, aprile 1942

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- AGGIORNAMENTO DEL SITO -

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DOCUMENTI:
Mondialismo e geopolitica
- Indipendenza e sovranita' per l'Italia, l'Europa ed il resto dei paesi del mondo (A.B.Mariantoni)
- Perche' la Patria? (A.B.Mariantoni)
- Nuovo obiettivo: Iran? (J.Lobe)
- Liberarsi dai Satrapi! (A.B.Mariantoni)
- Chi comanda in Italia? (A.B.Mariantoni)
- No global, anarchici e comunisti a nudo (A.B.Mariantoni)
Palestina
- Bibliografia orientativa sulla Palestina
"Il male americano"
- Scheda: i neoconservatori statunitensi. Chi sono, cosa vogliono

ZONA DI CONFINE
- La canna fa discutere (Lupo)

L'ALTRA INFORMAZIONE
- Dossier: Siamo tutti spiati (a cura di "Winston Smith")
- Autoattentato statunitense a Riyad, in Arabia Saudita. Ecco il motivo (J.Kleeves)
- Visto mai un Papa colonialista? Eccolo qua: Wojtyla (J.Kleeves)
- Wojtyla, Papa dell'ingiustizia (J.Kleeves)
- Lo stralcio e la rabbia (A.Mezzano)
DOSSIER IRAQ:
- Lettera al popolo iracheno e alla nazione araba (S.Hussein)
- Il diario di Fulvio Grimaldi
- Perche' la “sorprendente” ascesa della forza sciita in Iraq? (Hussein Askary )

TERRA DI MEZZO
- Segnalazione libro: Sentieri nel cuore dell'Europa pagana
- Geopolitica e spiritualita' del principio "Reich" (R.Steuckers)

ECOLOGIA
- Notizie in breve del mese di maggio

LA BIBLIOTECA DEL FRONTE ANTI-MONDIALISTA
- Gabriele Adinolfi, Nuovo Ordine Mondiale
- Edward Goldsmith, Processo alla globalizzazione

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- NOVITA' LIBRARIE -

Michel Chossudovsky, Globalizzazione della poverta' e nuovo ordine mondiale
Ega edizioni, pp.440 - euro 18
Dopo il successo della prima edizione del saggio La globalizzazione della poverta', Michel Chossudovsky, uno dei più attenti studiosi di finanza globale, ne propone oggi una nuova versione, completamente rivista, aggiornata e notevolmente ampliata. Il continuo e crescente impoverimento della popolazione mondiale, non solo nel sud del mondo ma anche all'interno dei paesi cosiddetti "ricchi" continua a essere l'aspetto piu' tragico e allarmante della globalizzazione. In questa nuova edizione, Chossudovsky approfondisce alcuni dei nodi chiave dell'attuale dibattito politico-economico in tema di globalizzazione: la concentrazione del potere delle corporazioni, il collasso delle economie nazionali e locali, lo smantellamento dello stato sociale nella maggior parte dei paesi occidentali, lo sgretolamento dei mercati finanziari. Un "classico" degli studi sulla globalizzazione.


Emmanuel Todd, Dopo l'impero
La dissoluzione del sistema americano
Marco Tropea Editore, 191 pagine - euro 13,00
L'impero americano non esiste piu'. Puo' sembrare una tesi paradossale in un momento in cui la presenza degli Stati Uniti si impone sulla scena internazionale, ma l'attivismo bellico dell'amministrazione Bush piu' che un segnale di potenza e' una dimostrazione di debolezza. L'America osservata da Emmanuel Todd e' un gigante dai piedi d'argilla: con un esercito capace di conquistare ma non di tenere i territori, un'industria in costante declino e, soprattutto, un'economia sempre più instabile che conta per i suoi consumi più che per la produzione. Gli Stati Uniti, infatti, dipendono in misura crescente dalle importazioni da Asia e Europa, mentre le esportazioni continuano a diminuire per entita' e importanza. Allo scopo di esorcizzare questa sgradevole dipendenza e rimanere al centro del mondo, la Casa Bianca e' costretta a trovare una soluzione simbolica. Ecco allora la crociata contro il terrorismo mondiale e l'"asse del male", la decisione di agire, come contro l'Iraq, senza l'appoggio internazionale: "micromilitarismo teatrale" a vantaggio di nemici e alleati in cui anche il tanto citato petrolio del golfo Persico potrebbe essere solo un pretesto. Per garantire vittorie sicure si concentra una potenza aeronavale immensa contro stati deboli e, allo stesso tempo, non si risolve mai nessuna crisi in modo definitivo, cosi' da giustificare interventi militari continui. Il mondo descritto nelle pagine di Dopo l'impero e' diventato ormai troppo grande, troppo complesso e dinamico per accettare la supremazia di un'unica nazione, e' un mondo in cui la bilancia del potere economico si e' spostata a favore di Europa, Russia e Asia, e in cui gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi a essere non più una superpotenza ma una nazione a fianco delle altre.

G.Chiesa - M.Villari, Superclan
Chi comanda l'economia mondiale?
Feltrinlli editore, pp.140 - euro 9,00
La descrizione della nuova superclasse sul ponte di comando del potere mondiale. La guerra come unica possibilita' per questa classe di uscire dalla crisi progettuale che la caratterizza. Wall Street e i media sono diventati un binomio cruciale: e' la loro inedita compenetrazione a scandire il ritmo della crescita economica internazionale, a determinare gli orientamenti politici, e – attraverso la comunicazione – a stabilire cio' che e' giusto e "occidentale" e quello che e' contro il nostro sistema. Ma la vera minaccia al nostro tenore di vita e alla nostra democrazia in realta' proviene dall’interno, da una spregiudicata superclasse al potere, un vero e proprio superclan, che ha dimostrato – con la recente sequenza di scandali finanziari culminati nel caso Enron – di possedere solo una grande abilita': quella di saper manipolare conti, bilanci e coscienze. Ma questo e' solo un aspetto del problema, dato che la "guerra infinita" diventera' una componente stabile della politica imperiale per "governare" un mondo percorso da continue e devastanti crisi. La guerra per certi versi e' l’unica fuga in avanti che questo superclan, privo ormai di ogni immaginazione progettuale sulla societa', e' in grado di pensare per mantenersi al potere. Potere mondiale.

M.W. Davies - Z. Sardar, Perche' il mondo detesta l’America?
Feltrinelli Editore, pp. 208 - euro 10,00
L’analisi condotta in questo libro e' un contributo importante per capire le sorti attuali della nostra civilta' occidentalizzata. Ed e' un testo che si rivolge ai lettori di qualsiasi credo politico. Il 14 ottobre del 2001, a una settimana dall’inizio dei bombardamenti americani in Afghanistan, il conduttore della Cnn si trovo' a commentare sgomento i risultati di un sondaggio sulla popolarita' americana nell’area. Il risultato era inequivocabile: l’81% era per i talebani contro il solo 3% a favore degli americani. Si trattava, per certi versi, di una conferma di quanto chiedeva angosciata una donna newyorkese, subito dopo l’esplosione delle Twin Towers: "Perche' il mondo ci odia tanto?". E' questo l’interrogativo che guida gli autori (britannici) nell’esplorare le ragioni di un odio ormai viscerale ma al contempo diffuso verso la potenza americana. Non solo vengono elencate le controversie più recenti in cui gli Usa hanno assunto una posizione impopolare (l’atteggiamento nei confronti degli Accordi di Kyoto, gli interventi militari continui nelle più diverse aree del mondo ecc.), ma viene tracciata una descrizione a tutto campo dell’insieme dei valori che muove il cuore e l’immaginario della superpotenza americana. Nel fare questo, proprio la macchina hollywoodiana assume l’importanza di uno specchio che rifrange sia il Grande sogno americano, sia il suo peggior incubo; uno specchio che, mentre descrive o immagina la realta', al contempo la produce.

Cristopher Hitchens, Il processo Kissinger
Fazi Editore, pp. 180 - euro 12,00
Un libro che ha provocato forte sensazione nei media americani dominando giornali e riviste per mesi. La sua tesi, controversa e documentatissima, ha dato nuova forza a tutti quei gruppi che si battono per l'imputazione di Kissinger per crimini contro l'umanita'. Un atto d'accusa che mostra, grazie a testimonianze oculari ed esclusivi documenti del governo americano recentemente declassificati grazie al Freedom of Information Act, le inequivocabili responsabilita' di Henry Kissinger in alcune delle guerre più sanguinose (a partire da Cambogia e Vietnam) oltre che nell'ascesa al potere di alcuni tra i più feroci dittatori del Novecento. Assistente alla sicurezza nazionale e poi segretario di stato USA dal 1969 al 1977 - Nobel per la Pace, la figura di Kissinger rivela, secondo Christopher Hitchens, le contraddizioni di un Occidente che si rifiuta di fare i conti con il proprio passato e i propri errori. Le informazioni contenute in questo libro sono importanti ora più che mai, viste le recenti dimissioni di Kissinger da capo della commissione investigativa sull'11 settembre.

Palestina su carta 51 disegni di Vauro e otto adesivi da staccare.
Una coedizione kufia-il manifesto a 6,00 euro. Con un contributo di Giulietto Chiesa e un’intervista all’autore di Guido Piccoli. Per sostenere la ricostruzione del Centro culturale giovanile del campo profughi di Jenin. In vendita nelle librerie Feltrinelli e il Libraccio. Per informazioni su altri punti vendita telefonare allo 06/ 68719622 – 687. Acquisti con bollettino postale: c.c.p. n. 708016 intestato a il manifesto soc. coop. Editrice a r. l., via Tomacelli 146, 00186 Roma, specificando la causale

Carmela Crescenti, Cola di Rienzo.
Simboli e allegorie
Edizioni all'insegna del veltro, pp. 300 - euro 20
Nella Guerra di Hitler David Irving pone all’inizio di ogni capitolo, a mo’ di esergo, qualche verso del Rienzi di Richard Wagner. In effetti, non e' un mistero che il mito di Cola di Rienzo esercito' un certo influsso sul Fuehrer tedesco, il quale ebbe a dichiarare, nel 1939, che il suo incontro con il Rienzi wagneriano, avvenuto quarant’anni prima, aveva segnato un momento determinante della sua vita. A tale proposito, scrive un recente biografo del Tribuno romano: “Hitler si convinse di avere avuto in Rienzi un modello da far rivivere e da completare. L’Europa del Trecento aveva trovato in Cola, cavaliere dello Spirito Santo, un uomo che aveva tentato di farla pervenire alla perfetta terza eta' delle profezie; Hitler sarebbe stato colui che avrebbe portato a compimento l’operato del suo modello, identificando pero' la terza eta' con il Terzo Reich” (Tommaso di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo, Roma 2002, p. 253). Fu cosi' che il Preludio del Rienzi di Wagner venne spesso eseguito nelle manifestazioni pubbliche dei nazionalsocialisti. Nel medesimo periodo, le note del Rienzi risuonarono anche altrove: a Mosca, nella sala in cui fu celebrato il decimo Congresso dei Soviet, nel 1928. Friedrich Engels, d’altronde, in gioventù aveva scritto un’opera di teatro che aveva il suo protagonista in Cola di Rienzo, visto come l’animatore di un movimento popolare antioligarchico. Fu naturalmente l’Italia a fornire il contesto più adatto per una riattualizzazione della vicenda di Cola. Se all’inizio degli anni Trenta lo storico tedesco P. Piur vide nel Duce del Fascismo un “Rienzi redivivo”, gia' altri lo avevano preceduto nell’accostamento dei due personaggi. Nel 1923, a New York, l’anarchico Carlo Tresca aveva scritto su “Il Martello” che Benito Mussolini avrebbe fatto la stessa fine di Cola di Rienzo. Negli ultimi giorni dell’aprile 1945, davanti allo scempio di Piazzale Loreto, qualcuno avra' forse ricordato la predizione dell’antifascista italoamericano. Sicuramente molti avranno ricordato la pagina conclusiva di un libro che Gabriele D’Annunzio aveva pubblicato quarant’anni prima, La Vita di Cola di Rienzo: “(…) lo appesero per i piedi a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo lapidarono (…) Quivi rimase al pubblico ludibrio due di' e una notte (…) Per comandamento di Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiolo, fu tratto al campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia dei giudei sozzi che l’ardessero. (…) I ve'nti ebbero la cenere, i secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi. Cosi' scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su’ uoi colli sola co’ suoi fati e co’ suoi sepolcri”. Se a distanza di secoli la vicenda di Cola di Rienzo ha potuto continuare ad agire in questo modo, cio' e' dovuto al fatto che l’episodio storico di cui il Tribuno fu protagonista e' esso stesso denso di elementi mitici e simbolici. Ora, il recente studio di Carmela Crescenti (Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2003) indaga per l’appunto la dimensione mitica e simbolica, oseremmo dire ierostorica, di tale vicenda. L’autrice non e' certamente una novizia in questo genere di indagini. Laureata in Lingua e Letteratura Araba, nel corso di numerosi soggiorni nel Nordafrica e nel Vicino Oriente ha conosciuto eminenti maestri della spiritualita' islamica, dai quali ha potuto raccogliere parte dell’antica tradizione orale ed ha approfondito le tematiche del Sufismo. Ha cosi' potuto tradurre, introdurre e commentare un importante testo del Magister Maximus della metafisica islamica (Muhyiddin Ibn ‘Arabi, Il nodo del Sagace, Milano 2000; distrib. Edizioni all’insegna del Veltro, Parma), continuando ad occuparsi, in parallelo con la cultura tradizionale dell’Islam, di studi medioevali. Questo studio sul linguaggio simbolico utilizzato da Cola di Rienzo, d’altronde, ha preso forma dalla tesi con cui Carmela Crescenti si e' addottorata in Lettere Italiane.

Julius Evola, I testi del "Meridiano d’Italia"
Edizioni Ar, pp.240 - euro 21
Contributi di F. Ingravalle: ‘Una meditazione per l’azione’;
P. Di Vona: ‘Evola, il fascismo e la ricostruzione nazionale’;
A. Braccio: ‘Nota sul ‘Meridiano d’Italia’’
Gli interventi evoliani sul ‘Meridiano d’Italia’, dal ‘49 al ‘58, costituiscono un contributo dottrinario per l’azione. Scrive F. Ingravalle: “L’ambiente della ‘destra radicale’ italiano fu effettivamente formato, sotto il profilo teorico, da Evola. Che, poi, la sua parola, trasposta sul terreno della prassi, paia ‘semplificata’, e' cosa normale per ogni idea che sia trasposta sul terreno della prassi”.

Luisa Bonesio (a.c.) La montagna e l'ospitalita'
Il mondo alpino tra selvatichezza e accoglienza
Edizioni Arianna - pp. 112, euro 8.00
Contributi di: Antonio Straga', Caterina Resta, Giangiorgio Pasqualotto, Adone Brandalise, Claudio Rise', Moidi Paregger, Aldo Bonomi, Maurizio Pallante, Matteo Meschiari
Tradizionalmente considerata, a causa della sua impervieta', simbolo di arroccamento e di separatezza, la montagna e' stata anche, storicamente, luogo di accoglienza di pellegrini, stranieri, fuggitivi, irregolari di ogni sorta. Nell'epoca della globalizzazione anche al mondo alpino sembra essere progressivamente sottratto il suo spazio proprio, la sua rocciosa alterita', per essere - ultimo continente selvatico d'Europa - immesso nel circuito di un nomadismo privo di radici. La vocazione della montagna all'ospitalita' e' destinata a realizzarsi nell'accoglienza di chi e' in transito, per turismo, professione, vocazione, o dalle terre alte potra' nascere la riscoperta di un'appartenenza non chiusa in se stessa, ma nemmeno azzerata nella sua specificita' all'interno della logica dei mercati?
- Atti del Convegno di Belluno all'interno dell'annuale rassegna Oltre le vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna, organizzato con il concorso dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Belluno e con l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, sede di Venezia. -

Giuseppe Ricci, La teledittatura
Il berlusconismo: neocivilizzazione sociale e consenso politico
Kaos edizioni 13 euro

Giano Accame (a cura), L'idea partecipativa di Filippo Carli
Edizioni Settimo Sigillo - euro 7

Renato del Ponte, La citta' degli Dei.
La Tradizione di Roma e la sua continuita',
Edizioni Ecig - euro 15

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- IN GIRO PER LA RETE
# Sintesi e notizie dal processo Milosevich si possono trovare al sito http://www.slobodan-milosevic.org/ ricco di documentazione altrimenti irreperibile.

# Sul sito spagnolo Nuestra Revolución http://www.ramiroledesma.com/nrevolucion/ ampia raccolta di scritti dedicati alla figura di Ramiro Ledesma Ramos, animatore del nazionalsindacalismo spagnolo.

# e' in rete il sito www.gabrieleadinolfi.it che contiene i suoi articoli, le sue opere, le recensioni delle sue opere, le considerazioni dell'autore sull'attualita', la sua biografia, la sua agenda, gli obiettivi politici e metapolitici che persegue, nonche' i canali per scambiare le proprie opinioni con lui e per contattarlo ai fini di organizzare incontri pubblici o privati o di collaborare con le sue iniziative metapolitiche (riviste, provocazioni culturali, universita' d'estate, ecc.).

# Intervista a Giulietto Chiesa a proposito del sul suo nuovo libro Superclan http://www.feltrinelli.it/SchedaTest...94&id_int=1094

# http://www.casamontag.org/ Da vedere, da sostenere!

# Il falso salvataggio del soldato Jessica http://notizie.virgilio.it/news/focu...l?pmk=hpstr2_3
Le rivelazioni di un'inchiesta della Bbc. Altre informazioni anche all'indirizzo http://news.bbc.co.uk/1/hi/programme...nt/3028585.stm

# Il nostro futuro e' la resistenza. Intervista ad Ahmad Yassin, leader spirituale di Hamas http://www.arabcomint.com/yassin.htm

# Thierry Meyssan, presidente del "Rete Voltaire" (autore del celebre "L'incredibile menzogna" e di altri interessanti saggi e scritti sulla politica imperialista americana ed alcune vicende oscure legate alla stessa, 11 settembre in primis, n.d.T.) e' stato ricevuto recentemente dalla direzione di Hezbollah. I colloqui hanno riguardato i mezzi di resistenza all'imperialismo del governo Bush. Diversi punti sono stati toccati, in particolare i progetti statunitensi di smantellamento dell'Iraq, il progetto Perle di deportazione dei Palestinesi, il falso attentato islamista contro una petroliera francese nello Yemen. http://www.reseauvoltaire.net/article8732.html

# Un interessante articolo sulla recente questione della Sars a cura di Gordon Poole
http://www.nuovimondimedia.it/module...rder=0&thold=0

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- I SIONISTI DELL'AMMINISTRAZIONE BUSH -

Trovato in giro per la rete:

Se Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa, non e' israelita, sono invece israeliti i suoi più stretti collaboratori. Il suo dipartimento, con Paul Wolfowitz, Douglas Feith (incaricato speciale per favorire l’entrata della Turchia in Europa) e Mickael Rubin (a cui sono affidati i dossier Iran e Irak), e' una vera e propria cittadella sionista. Richard Perle, figlio spirituale dell’ex senatore Henry Jackson, soprannominato “la voce d’Israele al Senato”, e' capo dell’Ufficio Direzionale del Pentagono. Lewis Libbyz, capo gabinetto di Dick Chaney, il cui vice al Consiglio Nazionale di Sicurezza e' John Hannah che ha nominato all’importante incarico di responsabile del Medio Oriente Elliot Abrams. John Bolton e' sottosegretario di Stato al controllo delle armi al Dipartimento di Stato di Colin Powell. Il suo vice e' David Wurmser. Tra gli innumerevoli neoconservatori piazzati ai diversi punti strategici dell’Amministrazione, menzioniamo Ari Fleischer, portavoce di Bush, Thomas Dine, direttore di “Radio Liberty”, ormai messa al servizio della “guerra contro il terrorismo” o, ancora, il temibile Robert Kagan, teorico della guerra preventiva e ispiratore della politica estera di Bush, attualmente in missione a Bruxelles. La rivista indipendente American Free Press si e' a più riprese interessata al “Team B”, inquietante struttura specializzata nello spionaggio interno e posta sotto la responsabilita' di Richard Perle, Paul Wolfowitz e Irving Kristol (Editore del Weekly Standard). Paul Grumbach, giornalista indipendente che pubblica articoli sul sito web di Duke (davidduke.org), pone l’attenzione su due organismi essenziali nella penetrazione dei neoconservatori in seno al governo federale, l’American Enterprise Institute e il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA); l’uno e l’altro, situati fortemente a destra, trattengono relazioni privilegiate col Likud. Veri think-tanks della politica medio-orientale, questi gruppi hanno elaborato da circa sei anni una buona parte delle posizioni attualmente sostenute dal governo Bush. Ex analisti della CIA, Kathleen e Bill Christien confermano tale prospettiva in un lungo articolo: “The Bush administration dual loyalists” (Le ripartite fedelta' dell’amministrazione Bush), che si puo' trovare sul sito CounterPunch.org dei giornalisti indipendenti Alexandre Cockburn e Jeffrey St Clair. Autori di alcuni dei discorsi più estremisti di Netanyahou, Perle e Feith designano nel 1996 come nemici principali la Siria e l’Irak e reclamano un rafforzamento della cooperazione colla Turchia e la Giordania. Riprendendo cosi' un punto gia' sviluppato da David Wurmser. La battaglia per dominare e ridefinire l’Irak e', per estensione, la battaglia per dominare a lungo termine l’equilibrio dei poteri del medio Oriente; questo equilibrio di poteri e', secondo Wurmser, concretizzato dai due assi Arabia Saudita-Siria-Irak-Olp da una parte, Usa-Israele-Turchia-Giordania dall’altra. Cio' che e' illustrato da un documento presentato da Richard Perle nel 2000 durante una conferenza al pentagono e dove appare una mappa raffigurante: Israele (tutta la Palestina), la Giordania (divenuta Palestina) e l’Irak (divenuto Reame Ascemita). Cosi' si comprende meglio l’entusiasmo di Fred Barnes, editorialista del Weekly Standard di fronte alla nomina di Elliot Abrams, “contrario ad ogni processo di pace”: qualche tempo prima delle ultime presidenziali, effettivamente, Abrams raccomandava uno spiegamento della politica estera americana e del sistema di difesa missilistica in funzione della sicurezza d’Israele. E’ provato - scriveva - che il possesso di missili e di armi di distruzione di massa da parte dell’Iran e dell’Irak aumenta considerevolmente la vulnerabilita' d’Israele, minaccia che sarebbe fortemente diminuita se gli Usa fornissero uno scudo antimissilistico e provocassero la caduta di Saddam Hussein. Cio' che accadra' in Medio Oriente nel corso delle prossime settimane potrebbe dare ragione alle più pessimiste Cassandre. Non bastava che la ditta Bush fosse spinta all’azione bellica dagli effluvi del petrolio, non bastava che i predicatori imbevuti di apocalissi bibliche sognassero nuove arche dell’alleanza e vendette finalmente possibili sul Faraone e sui suoi discendenti maledetti. Ci voleva la folle isteria d’un piccolo gruppo detentore di una potenza mostruosa che minaccia di far saltare il mondo se non gli si riconsegna il territorio che afferma appartenergli da quattromila anni.

Jim Reeves

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- RIFLESSIONI -

I morti in Palestina (non sempre) ''fanno notizia''
Se agli uomini-bomba palestinesi si riserva l’apertura del giornale, i razzi sionisti su auto, abitazioni, scuole e ospedali lasciano indifferenti intere redazioni. Chi decide cosa fa notizia? Quali i criteri di scelta per le scalette dei tg?
di Mr. Hyde - Tratto da http://www.clorofilla.it

L’idea che da sempre tg e giornali «autorevoli» mirano a far passare sulla cosiddetta «questione palestinese» e' che mentre mediatori di buona volonta' studiano «piani di pace» sempre più affinati e cavillosi, e operosi e pacifici «coloni» dissodano «terre abbandonate dall’ignavia locale», i «selvaggi» palestinesi, riottosi e refrattari ad ogni vivere civile, ordiscono trame terrifiche a non finire. Lo schema pinocchiesco e' il seguente: se non ci fossero i palestinesi (o si ritirassero in qualche recondito anfratto per far posto a gente «più civile»), la martoriata terra di Palestina (pardon, «d’Israele») troverebbe finalmente requie; il che, in fondo, e' il punto di vista sionista, sin dall’inizio, al di la' di ogni camuffamento tattico. Quindi, se la contesa non ha termine la colpa sarebbe solo dei palestinesi, inospitali, ingenerosi verso dei «poverini» errabondi, costantemente a rischio di pogrom, dagli Stati Uniti all’Antartide. A presentarle cosi' le cose sembrerebbe che tra il Giordano e il mare tutto fili di norma in maniera accettabile, con l’unico intoppo dell’uomo-bomba palestinese che periodicamente rovina tutto. Ma se uno ci fa caso, fagocitati come sono nelle brevi «dagli esteri», riesce a captare che ogni giorno ci sono dei palestinesi ammazzati a iosa e nei modi più impensabili. Ed e' diventato talmente normale ammazzare un palestinese che nemmeno ci si fa più caso. Alle coscienze pelose dei benpensanti stringe più lo stomaco la tal nigeriana che da anni «sara' lapidata tra un mese» che i cinque, sei, sette palestinesi lapidati quotidianamente con pietre all’uranio impoverito. Tra questi ve ne sono di due o tre anni, miracolosamente «morti» per i telegiornali, in realta' immolati sull’altare del più odioso razzismo: non quello contro cui tuona il buonismo radical-chic, ma quello vero, pratico, sviluppato fino alla logica dell’eliminazione fisica, contro il quale figuriamoci se qualche intellettuale cortigiano trova qualcosa da eccepire. I metodi da propaganda battente in uso nei tg sono d’altra parte gli unici cui puo' ricorrere chi sa di avere torto marcio. I sionisti si sono appropriati unilateralmente di una terra abitata da altri e altrettanto unilateralmente ne hanno fatto la loro base di potere, ne hanno cacciato gran parte degli abitanti e ve ne hanno precluso ogni possibilita' di ritorno, hanno reso la vita un calvario di umiliazioni a quelli che si sono ridotti a cittadini di serie B a casa propria, gli hanno demolito le case, sradicato gli olivi e appiccicato la toppa gialla sulla macchina. Non contenti, gli usurpatori hanno messo le mani sulle «fabbriche del consenso», facendo e disfacendo le reputazioni. Naturalmente i sionisti non si sentono - ne' mai si sono sentiti - «usurpatori», anzi si chiedono perche' mai questi cocciuti filistei non si danno una calmata dopo 55 anni. Non trovate che sia davvero un ragionamento strano per chi accampa pretese perche', dice, dopo 2.000 anni di giro del mondo la mongolfiera con la stella di David si e' afflosciata sul capo dei palestinesi? Ma se 55 anni legalizzano un esproprio, perche' 2.000 non bastano a sancire un’usucapione? E non e' tutto, poiche' la storia non e' neppure andata cosi', come piace far credere ai sionisti. La semplice verita' e' che la mongolfiera di 2.000 anni fa nessuno l’ha più avvistata e che i fautori dell’esproprio si son cuciti di recente la propria mongolfiera raccontando, al loro arrivo, di aver girato il mondo un paio di millenni. Detto questo, e' lecito o no indignarsi perche' ogni volta che un palestinese si fa saltare in una operazione militare contro gli occupanti i mezzibusti di ‘Raiset’ si stracciano le vesti come se tutto il resto non accadesse?

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- RIFLESSIONI 2 -

Lettera di Massimo Fini pubblicata da L'Unita'

Caro Direttore,
le motivazioni date per la guerra all'Iraq sono state cambiate più volte in corsa. Prima era che Saddam non avrebbe mai accettato le ispezioni, ma quelle le ha accettate, poi che non avrebbe mai permesso a Blix e ai suoi di entrare nei «tenebrosi palazzi imperiali» e il rai's di Baghdad si e' lasciato frugare persino nel frigorifero, quindi gli americani hanno sostenuto che, ispezioni o no, Saddam quelle «armi di distruzione di massa» ce le aveva di sicuro e che quindi non ciurlasse nel manico perche' lo sapevano benissimo che c'erano. Per forza, verrebbe da dire, glieli avevano forniti loro il nervino e l'antrace, in combutta con altri Paesi occidentali e con la Russia. Glieli avevano forniti perche' li usasse prima contro gli iraniani di Khomeini - che allora era «il Male» di turno perche', a differenza di Saddam, all'epoca «laico» e socialisteggiante, non stava nella logica e nello schema del biimperialismo sovieto-americano, osava non essere ne' capitalista ne' marxista, orrore - e poi contro i curdi in rivolta divenuti insidiosi per l'alleata Turchia. Infine, poiche' quelle armi non sono state comunque trovate nonostante i marines avessero setacciato l'Iraq in lungo e in largo, la giustificazione ufficiale e' diventata che era necessario, giusto e morale abbattere un dittatore sanguinario e criminale ed esportare gloriosamente la democrazia in Medio Oriente. Ebbene, se questa fosse davvero la motivazione della guerra all'Iraq, se le nostre opinioni pubbliche credessero sul serio che e' un dovere morale dell'Occidente (termine gia' in se' sinistro, che evoca l'Eurasia e l'Estasia del «1984» di Orwell) abbattere con le armi le dittature, le teocrazie, i regimi tradizionali e tribali e insomma tutto cio' che non e' democrazia, la riterrei la più agghiacciante delle motivazioni, più che se dicessimo che abbiamo occupato, pardon «liberato», Baghdad per il petrolio e per il colossale business della cosiddetta ricostruzione che mistifica come aiuto cio' che e' invece un'ulteriore rapina. Ci metteremo allora a fare guerre «di liberazione» alla Siria, come gia' si minaccia, e poi all'Iran, all'Arabia Saudita, alla Giordania, all'Egitto, al Pakistan, alla Cina, a Cuba e in seguito alle democrazie imperfette, alla Russia, al Venezuela e, perche' no, anche all'Italia dove il capo del governo controlla l'intero sistema televisivo nazionale, come Saddam Hussein, e molto di più dell'autocrate Milosevic che pur siamo andati ad abbattere con le armi, senza l'avallo dell'Onu e in spregio di ogni norma di diritto internazionale, a cominciare da quella, fino ad allora mai messa in discussione, che vieta l'ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano, sempre in nome, va da se', della democrazia e dei «diritti umani» (anche «umano» e «umanitario» stanno diventando termini inquietanti, che mettono in allarme come li si sente nominare)? Ma, a parte questo, e' lo stesso voler portare la democrazia ovunque, con le cattive ma anche con le buone, che e' rabbrividente. Perche' e' una concezione totalizzante e totalitaria della democrazia, che somiglia molto a una dittatura universale. Non rispetta le tradizioni, il vissuto, i percorsi di popoli che hanno una storia che non ha nulla a che fare con la nostra e che si sono dati assetti politici diversi dalla democrazia ma non, necessariamente, meno rappresentativi. Qualcuno vorra' forse sostenere che i Taleban, che avevano il consenso, sia pur non espresso con i metodi elettorali di tipo occidentale, ridicoli e addirittura grotteschi in una realta' tribale, di tutte le zone rurali dell'Afghanistan, e cioe' dell'80% della popolazione, fossero meno rappresentativi del governo «democratico» del Quisling Karzai, consulente da anni dell'americana Unocal, che controlla a malapena, nonostante l'appoggio delle truppe di occupazione chiamate, anche qui, «forze di liberazione» o di «peace keeping», Kabul e qualche citta'? Ma i Taleban erano «brutti, sporchi e cattivi», non erano democratici, imponevano il burqa (per la verita' da quelle parti usava da sempre), avevano una concezione della dignita' femminile diversa da quella che se ne ha in Occidente, dove la donna viene esposta e venduta, nelle Tv, nelle pubblicita', al cinema, a pezzi e bocconi come i quarti di bue in macelleria, non mettevano al primo posto l'economia ma il Corano, e quindi andavano abbattuti e il loro Paese spianato da bombe da dieci tonnellate. Ecrases l'infame! Ma a parte la democraticita' e la rappresentativita' o meno di questi o di quelli, ogni popolo dovrebbe conservare almeno l'elementare diritto di filarsi da se' la propria storia, senza palesi supervisioni che vengono da migliaia di chilometri e da secoli di distanza. E invece questa concezione totalitaria della democrazia non rispetta, in nome di astrazioni, l'altro da se', il diverso da se'. Rispetta e concepisce solo se stessa. e' questo che ho chiamato «il vizio oscuro dell'Occidente», che viene da lontano, da molto lontano. Soffia, potente, non più in Europa ma sull'intero pianeta, lo spirito della Rivoluzione Francese, l'«esprit de ge'ome'trie», lo spirito dell'astrazione, dell'omologazione, della violenza ideologica, del giacobinismo. Lo spirito della ghigliottina. Ma noi la chiamiamo, disonorandola, democrazia.

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- COMUNICATO -
La liberta' dell’Europa si gioca nel Vicino Oriente.
http://www.adaes.org

Più che una “guerra per la democrazia” o una “guerra per il petrolio”, l’aggressione anglo-americana contro l’Iraq e' stata una tappa della lunga marcia degli Stati Uniti d’America per il controllo del mondo intero. Tutto lascia supporre che la prossima tappa sara' la Siria.... Gli obiettivi dell’intervento americano nel Vicino Oriente sono stati chiaramente descritti da Robert Kagan, uno degli “intellettuali in divisa” ispiratori di Bush, che scrive: “L’impegno a lungo termine che gli Stati Uniti stanno per assumere in Iraq e nel Vicino Oriente somigliera' a quello assunto in Giappone cinquant’anni fa. L’idea, all’epoca, non era solo quella di sbarazzarsi dell’aggressivo potere imperiale nipponico; si trattava di ricostruire la politica e la societa' giapponese su modello americano”. Più in la', Kagan precisa: “Sessant’anni più tardi, in Giappone, ci sono ancora truppe americane. Se gli Stati Uniti si recheranno in Iraq, e' bene che siano pronti a restarci tutto il tempo necessario.” D’altra parte, spiega: “Le ragioni della guerra in Iraq non sono ne' la democrazia nel Vicino Oriente, ne' il petrolio. Si tratta di un problema di sicurezza regionale”. Dietro il termine “sicurezza regionale”, si legge chiaramente il desiderio di radicare per l’eternita', nella regione vicinorientale, lo Stato coloniale di Israele. Stato che e' un presidio degli interessi americani nel Vicino Oriente e che, grazie al “complesso olocaustico” e all’azione della sua lobby etnico-religiosa, puo' influire in modo efficace sia nella politica interna che estera dell’intera Europa. L’obiettivo del governo di Washington sembra essere quello di ricostituire il Patto di Baghdad del 1955: controllare l’intera regione, dal Mediterraneo fino alle frontiere con l’Unione Indiana. In tal modo, gli Stati Uniti si assicurerebbero una durevole egemonia mondiale. Infatti, una volta impadronitisi delle riserve di petrolio, oltre a gestirne liberamente la produzione e controllarne le rotte mediante una politica dei prezzi, ricatterebbero i possibili competitori: l’Europa, la Cina e il Giappone. E, soprattutto, minaccerebbero il cuore geostrategico della massa continentale euro-afro-asiatica. Al di la' delle false informazioni distillate dai mezzi di comunicazione e al di la' delle false ragioni addotte, la posta in gioco nel Vicino Oriente e' di portata mondiale. Si tratta, infatti, del tentativo di egemonia della cultura neo-cartaginese su tutto il pianeta, attuata mediante la distruzione dei suoi nemici o mediante il loro strangolamento economico. La futura liberta' dell’Europa si gioca dunque, oggi, nel Vicino Oriente. Tutti coloro che resistono al Nuovo Ordine Mondiale e che contro di esso agiscono sono gli alleati oggettivi degli Europei. E’ per tali ragioni che alcuni Europei, che credono nell’avvenire del nostro Continente e ritengono che soltanto l’accrescimento della potenza europea possa contribuire alla pace nel mondo ed alla liberta' dei popoli, hanno deciso di creare una Associazione di amicizia euro-siriana, gia' rappresentata a Parigi e a Roma, che aprira' i propri uffici in tutte le altre capitali europee. Il sostegno al popolo iracheno, al suo legittimo governo e al ramo regionale del Partito Ba’th, e' stato tardivo e, in alcuni casi, pavido. Traiamo un utile insegnamento dalle debolezze del passato, e organizziamo, fin d’ora, il sostegno al popolo e al governo siriano.

Contatto in Italia
info.italia@aedes.org

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- AJA, TRIBUNALE DEL NUOVO ORDINE MONDIALE -

All'opinione pubblica jugoslava ed internazionale

La lotta che conduco qui e' per la verita' e per la liberta'. Questo lo sa tutto il pianeta. Questo tribunale illegale dimostra giorno per giorno di essere un fallimento. E questo nella sua fase centrale. Una fase in cui vediamo la loro falsa pubblica accusa e testimoni falsi. Siamo gia' al secondo anno. Hanno paura anche solamente ad immaginarsi come andra' l'altra fase [nella seconda meta' del "processo" tutto il tempo dovra' essere dedicato all'autodifesa di Milosevic, ndT], quando io parlero' e quando parleranno i testimoni che chiamero' io. Contro di me hanno applicato tutti i mezzi di pressione possibili: politici, mediatici, psicologici e fisici. SENZA SUCCESSO. Adesso hanno dato inizio ad una persecuzione brutale attraverso bugie infami [si riferisce alla campagna scatenata nel tentativo di imputare alla famiglia Milosevic l'omicidio Djindjic e gli altri episodi di sangue avvenuti in Serbia dal 2000 in poi, ndT]. Questa persecuzione e' anche fisica ed e' accompagnata da una campagna dei media. E tutto il pubblico vede che i responsabili dei crimini, quelli arrestati, sono proprio gli stessi che l'attuale regime aveva tanto lodato per il "contributo" dato in occasione del colpo di Stato del 5 ottobre. Sono proprio gli stessi che, con i volti coperti, sono entrati nel cortile della mia residenza, quegli stessi che mi hanno arrestato e rapito per i loro propri interessi. Hanno scatenato una persecuzione brutale su mia moglie e su mio figlio solo per causa mia. Perche' non possono fermarmi. Perche' saro' il vincitore morale in tutti i casi. Perche' la verita' e' dalla parte mia. A causa di questa persecuzione sono gia' tre anni che non vedo mio figlio, e da un po' di tempo non posso vedere nemmeno mia moglie. Il loro vero obiettivo e' quello di tagliare tutti i miei contatti. Diritto [quello a mantenere contatti, ndT] che qui non viene ne' puo' essere negato a nessuno. Ed e' proprio per questo che intendono negarmelo in questa maniera disonesta. Io chiedo che cessi la persecuzione ai danni di mia moglie e di mio figlio poiche' essa ha una motivazione esclusivamente politica, contro la mia battaglia ed allo scopo di assolvere i crimini commessi contro la Jugoslavia e contro i suoi cittadini.

L'Aia, 23 aprile 2003
Slobodan Milosevic

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- SOLIDARIETA' AD EDOUARD LIMONOV -

Il Caso Limonov
Dopo la sua recente condanna a quattro anni di prigione per delitti d’opinione lo scrittore franco-russo Eduard Limonov e' a tutt’oggi imprigionato a Saratov. Ne' l’accusa ne' la difesa presenteranno ricorso d’appello alla sentenza, e lo scrittore, che non si ritiene colpevole di alcunche' non presentera' domanda di grazia. Ma avendo potuto usufruire delle attenuanti generiche, anche a causa dell’eta' prossima alla sessantina, ed avendo inoltre scontato piu' della meta' della pena potrebbero crearsi le condizioni per una sua scarcerazione anticipata entro quest’autunno. Il contesto nel quale si svolgeranno le elezioni legislative russe, previste per dicembre, ed il carattere impetuoso e deciso di Limonov rischiano pero' di spingere le autorità a rimandarne la scarcerazione. Una volta libero Eduard Limonov cerchera' di ottenere la revisione del processo nella speranza che gli sia resa giustizia. Nel frattempo il Partito Comunista e le altre forze patriottiche stanno studiando la possibilità di offrirgli per le prossime elezioni un posto nelle liste elettorali. Nei prossimi giorni verra' presa una decisione sulla possibilita' di trasferire Limonov in un’altra prigione. Non mancheremo di fornirvi l’indirizzo al quale sarà di nuovo possibile fargli pervenire dei libri o dei messaggi di stima e simpatia. Nell’attesa sono ormai pronte le traduzioni in francese delle sue ultime opere “Prigioniero dei morti” e “Un’altra Russia”.

Comite' français pour la libe'ration d'Edouard Limonov.
loti.michel@wanadoo.fr


Un e'crivain nationaliste « embastille' » en Russie !
L'Affaire Limonov - dossier pre'sente' par Patrick Gofman
Re'f. 165 - 19 euros - Frais de port gratuit.
(Frais de port gratuit - expe'dition le jour de re'ception de votre commande)

Un livre exceptionnel qui regroupe tous les soutiens et les articles consacre's a' ce qui s'ave're de'ja' être « l'affaire Dreyfus » de la nouvelle Russie de Vladimir Poutine.

« Bouc e'missaire », e'crit Associated Press.
Le 7 avril 2001, cent « ninjas » du FSB (ex-KGB) s'abattent sur une isba solitaire, dans la taïga de l'Altaï. Ils y capturent, la plume a' la main, Edouard Limonov, e'crivain franco-russe « ultra-nationaliste » (AFP). Limonov subit 2 ans de prison du type stalinien. Puis un tribunal lui promet « 14 ans de camp a' re'gime se've're », pour « projet de coup d'e'tat, tentative de formation de groupes arme's ille'gaux, terrorisme, ainsi que de recel d'armes et d'explosifs ». Des intentions. Que l'e'crivain nie.
Abandonne' par le Quai d'Orsay, Limonov trouve le soutien de confre'res en Russie, en France (les e'crivains Patrick Besson, e'ric Neuhoff, Ste'phane Denis, Bernard Frank, Fre'de'ric Beigbeder, Thierry Se'chan, Denis Tillinac, ADG, Dominique Venner, etc. et les e'diteurs Le Rocher, L'Âge d'Homme, Albin Michel, Grasset & Fasquelle, Le Dilettante, Jean Picollec, etc. - et dans le monde entier, par la voix de PEN International.
"L'Affaire Limonov" pre'sente une suite chronologique de documents, sans commentaires. De'pêches, lettres, fax, articles de presse. Rien de plus. Mais rien de moins. a' vous de juger.
160 pages - 20 euro
Bon de commande a' renvoyer avec votre re'glement a' :
Dualpha Diffusion - BP 58 - 77522 Coulommiers cedex
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Site internet : www.dualpha.com

Vous pouvez recevoir les catalogues de Dualpha Diffusion sans engagement de votre part sur simple demande.

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- ARNO BREKER -

Dominique Egret "Arno Breker: Ein Leben für das Schöne. Une Vie pour le Beau, A life for the beautiful", Grabert Verlag, 1996, 55 Euro.
Catalogo dell’esposizione del Museo Arno Breker, Schloss Nörvenich, D – 52388 Nörvenich
Questo volume incantera' tutti i cultori della scultura classica. La pubblicazione del francese Dominique Egret apporta un considerevole contributo all’editoria dedicata ai grandi scultori del XX secolo: Auguste Rodin, Charles Despiau e Aristide Maillol. Arno Breker (1900-1991) fu un amico personale sia di Despiau che di Maillol lo scultore più giovane tra quelli di questa scuola europea. Lo storico dell’arte Egret ha selezionato i capolavori dell’opera di Breker dal 1924 al 1991. Essi documentano come Breker si separo' dallo stile di Rodin e Maillol per elaborare la sua particolare impronta che fu il fondamento nella scultura moderna della "Nouvelle Ecole". Il lussuoso volume, con copertina rigida, e' composto di 352 pagine e più di 600 illustrazioni. Il testo e' trilingue in inglese, francese e tedesco. Per la prima volta uno sguardo esaustivo e' riservato al periodo classico di Breker tra gli anni 1929 e 1945 in cui l’artista rappresento' in modo eccelso la bellezza dell’uomo e della donna. La star tedesca di Hollywood Marlene Dietrich dira' più tardi ripensando agli anni tra il 1938 e il 1945: "A Hollywood io ho sognato quegli uomini che Arno Breker scolpiva a Berlino". Colpiscono nel libro anche le sculture che Breker fece ai suoi contemporanei: Salvador Dali', Ernst Fuchs, Isamu Noguchi, Ezra Pound, Konrad Adenauer, Anwar El Sadat, il Negus Haile Selassie dell’Etiopia e lo statista e poeta africano Leopold Sedar Senghor. L’editore di Breker, Joe F. Bodenstein e Marco Bodenstein hanno reso accessibili all’autore fotografie uniche, mai pubblicate prima: come il celebre ritratto giovanile di Breker eseguito dal famoso fotografo Man Ray a Parigi, ed anche fotografie del nuovo Arno Breker Museum dove il principe spagnolo inauguro' un monumentale busto dedicato a Salvador Dali'. Arno Breker fu senza dubbio lo scultore più significativo del XX secolo nella tradizione classica. Nella rappresentazione dell’ideale della bellezza dell’essere umano nessun artista contemporaneo ha potuto eguagliarlo. Nato nel 1900, Breker divenne il legame, nella prima meta' del secolo, tra l’arte della scultura rappresentata da Auguste Rodin e la scuola creata da Charles Despiau e Aristide Maillol. Amico intimo di quest’ultimo, unito ad entrambi nella visione dell’uomo rappresentato come coronamento della creazione, Arno Breker fu l’ultimo scultore europeo ad aver progettato delle nuove dimensioni nella figurazione plastica dell’uomo raggiungendo in questa sua opera un incomparabile abilita' artistica. Nonostante cio' egli – uno degli artisti della scultura più rappresentativi del secolo – fu, fino alla sua morte nel 1991, l’oggetto di violentissimi attacchi per ragioni politiche. Imperturbabile, l’artista non ha mai rinnegato ne' la sua esperienza di vita ne' la sua opera e non ha mai cessato di rivendicare il suo ideale artistico: "Ho sempre celebrato l’uomo, mai un ideologia" dichiarera' a Berlino nel 1981. In un'altra occasione il maestro disse: "Sono lo scultore dell’uomo nel triplice aspetto della creazione: corpo, anima e spirito." Da giovane Breker visse per lungo tempo in Francia. Egli fu un europeo in un epoca in cui nessuno aveva avuto la visione di un Europa unita. Gli anni di Parigi segnarono la sua vocazione sopranazionale, la sua tolleranza e il suo senso della giustizia. Tutti gli amici sopravvissuti al cambio di secolo ricordano il rispetto e l’ammirazione di Breker per gli artisti stranieri. Per Roger Peyrefitte, egli fu "nel dominio dell’arte un faro che illuminera' il XXI secolo"..

Museum Arno Breker, Schloss Nörvenich, D – 52388 Nörvenich
Tel. 02426 4632 Fax: 02426 – 1311 E-mail: info@europaeische-kultur-stiftung.or
http://www.europaeische-kultur-stiftung.org/inhalt.html
Sito francese con opere, biografia e bibliografia completa: http://arno.breker.free.fr/
Grabert Verlag, Postfach 1629, D - 72006 Tübingen
Tel. (07071) 4070-0 Fax (07071) 407026 E-mail: grabert-verlag@t-online.de

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