segue il GWN. N. 18
in questo numero:
*Crescono le foreste ed è merito dell¹anidride carbonica *Garattini spiega perché non è possibile rinunciare alla sperimentazione animale.
*Quando l¹attenzione per gli animali diventa esagerata
*La leggenda del biodiesel
*Studio danese dimostra che è meglio incenerire che riciclare lattine di alluminio
* Gli ambientalisti, i cavoli e le candele
Crescono le foreste ed è merito dell¹anidride carbonica
GWN - Da diversi anni molti autorevoli scienziati hanno sottolineato che l¹aumento dell¹anidride carbonica avrebbe portato ad una crescita significativa della flora che copre la superficie terrestre, ma le principali associazioni ecologiste, i mezzi di comunicazione di massa e la lobby dei catastrofisti ha continuato a gridare che il pianeta sta morendo, le foreste scompaiono e l¹anidride carbonica (CO2) sta surriscaldando l¹atmosfera favorendo apocalittici sconvolgimenti climatici. Ora la verità sta venendo a galla. E¹ appena stato pubblicato uno studio della NASA (US National Aeronautics and space Administration) e del Dipartimento dell¹energia degli Stati Uniti da cui risulta che da venti anni a questa parte il pianeta mostra segni evidenti di una notevole espansione della copertura verde. Secondo le rilevazioni da satelliti, dal 1982 fino al 1999 l¹area di boschi e foreste sulla Terra è aumentata del 6% 1 . Lo studio sostiene che tra le cause di questa insospettata crescita, la più importante è la maggiore concentrazione in atmosfera dell¹anidride carbonica, considerato dagli ambientalisti catastrofisti un gas satanico, molto apprezzato invece dalla flora che lo usa come nutriente per il processo di fotosintesi.Inoltre sembra che l'aumento della CO2 abbia riscaldato aree fredde, dissipato nubi, incrementato la quantità di luce solare e dove il clima era troppo secco sono cresciute le piogge. In Asia e Africa per esempio è caduta più acqua nelle zone aride, mentre le zone più fredde di Stati Uniti e Canadà sono diventate meno rigide. Nel riportare la descrizione degli scienziati che hanno redatto lo studio, Franco Foresta Martin ha scritto sul Corriere della Sera che: «Si finirà come nel Carbonifero, oltre 300 milioni di anni fa, quando il clima era caldo umido, il pianeta ricoperto da foreste con piante giganti e rigogliose, e gli oceani caldi come un brodo?2 » «Il rinverdimento del pianeta non è omogeneo - ha spiegato il leader del gruppo di ricerca, Ramakrishna Nemani, professore di Scienze forestali all¹Università del Montana -. Ci sono Paesi che guadagnano superfici verdi, come l¹India il Brasile e il Canadà, e altri che le perdono, come il Messico e la Siberia. E poi ci sono dei casi singolari come la foresta pluviale dell¹Amazzonia che, sebbene subisca interventi di deforestazione a causa dei tagli nelle zone periferiche, tuttavia al suo interno mostra vigorosi segni di ripresa».
Lo studio è stato pubblicato dalla rivista ³Science» in edicola il 6 di giugno. I dati sono stati raccolti e confrontati con due studi indipendenti, derivanti da 18 anni di rilevazioni fatte da satelliti, radiometri ad alta tecnologia e dai sistemi di rilevazione del National Oceanic and Atmospheric Administration. E¹ interessante pure notare il fallimento del dogma neomalthusiano secondo cui la crescita della popolazione è necessariamente collegato ad un esaurimento delle risorse vegetali.
Dal 1982 al 1999 la popolazione mondiale è passata da 4,45 miliardi a 6,03 miliardi, ma le foreste non sono diminuite, anzi sono cresciute.
Garattini spiega perché non è possibile rinunciare alla sperimentazione animale
GWN _ La disputa sull¹uso degli animali per sperimentazioni sui farmaci è un argomento che suscita sempre grande attenzione. Una certa ideologia ³animalista² particolarmente diffusa negli ultimi trenta anni sta creando molti problemi agli scienziati che lavorano in campo medico. Con una lettera scritta al Corriere della Sera, (11 maggio 2003 pag .14) Silvio Garattini Direttore dell¹Istituto «Mario Negri» di Milano, ha spiegato perché «la sperimentazione animali è indispensabile per la medicina» e che «Soltanto così è stato possibile finora scoprire nuove terapie e migliorare quelle esistenti».
Ha scritto Garattini: «Da qualche tempo è in atto un¹offensiva politica e mediatica contro la sperimentazione animale, quel complesso di ricerche necessario per scoprire nuove terapie e migliorare quelle già esistenti. Nulla di nuovo perché fin dai tempi di Pasteur esistevano gli oppositori, i precursori dei nuovi antagonisti della «vivisezione», un termine non più rispondente alla realtà, ma utilizzato ad arte per suscitare automaticamente visioni di orrore. Oggi a livello del Parlamento esistono addirittura proposte per abolire ogni forma di sperimentazione animale. Questo movimento è affiancato da gruppi estremisti che spesso usano forme di protesta molto più violente.
Di fronte a questa situazione è importante informare l¹opinione pubblica che la sperimentazione animale è ancora indispensabile se vogliamo ottenere quei progressi terapeutici che tutti auspicano. Gli oppositori ritengono che gli animali siano così lontani dall¹uomo da non poter essere utili per una sperimentazione. In realtà gli animali vengono utilizzati come «modelli» dell¹uomo e ciò per ragioni molto precise. Organi e funzioni degli animali sono simili a quelli dell¹uomo: circolazione, innervazione, sistemi ormonali, mediatori chimici sono comuni. Le nuove tecniche di biologia molecolare ci aiutano oggi a modificare gli animali, per ottenere modelli di malattia sempre più simili a quelli umani e su questi studiare nuovi farmaci.
Gli oppositori sostengono che l¹utilizzo degli animali è obsoleto perché esistono metodi di indagine molto più recenti, fra cui l¹impiego delle culture cellulari in vitro. E¹ chiara la contraddizione: se gli animali nella loro complessità non sono un adeguato modello dell¹uomo, ancora meno lo saranno poche cellule che crescono in una provetta. Ciò non toglie che le cellule non siano utili e non abbiano la loro importante funzione nella ricerca medica.
Tutti i moderni laboratori utilizzano tecniche in vitro; se dovessimo fare un¹analisi dei metodi impiegati non vi è dubbio che oggi la maggior parte delle ricerche riguarda studi in vitro. Tuttavia queste tecniche non sono affatto alternative ma solo complementari alle verifiche che per ora vanno fatte necessariamente in vivo. D¹altra parte chi avrebbe il coraggio di sperimentare nell¹uomo un farmaco di cui non si conoscano le reazioni indotte preliminarmente in varie specie animali? Ciò non toglie che gli stessi ricercatori, anche solo per ragioni economiche, non siano impegnati a ridurre il numero degli animali. All¹Istituto «Mario Negri» negli ultimi 20 anni il numero di ratti e topi è diminuito di circa 5 volte pur essendo aumentato di 4 volte il numero totale dei ricercatori. Fra l¹altro è lo stesso progresso scientifico che ci aiuta. Ad esempio: da oltre un decennio non si utilizzano più animali per titolare l¹insulina, perché oggi l¹insulina si può misurare con metodi chimici. Gli stessi animali si sono avvantaggiati dei progressi, perché oggi più di ieri gli animali da esperimento vengono trattati in modo da evitare ogni sofferenza o stress.
Storicamente l¹impiego degli animali è stato indispensabile per il progresso della medicina. Se si riesce oggi a salvare delle vite attraverso trapianti d¹organo è grazie alla sperimentazione animale. Se gli antibiotici possono evitare le epidemie del passato è grazie alla sperimentazione animale. Se abbiamo a disposizione farmaci anti-ipertensivi, anti-ulcera, anti-depressivi e tanti altri per ridurre la mortalità, per curare malattie e migliorare la qualità della vita è ancora grazie alla sperimentazione animale.
Se vogliamo continuare a godere di questi progressi - e ce ne è bisogno considerando tutte le malattie ancora incurabili - l¹opinione pubblica deve accettare per il momento l¹uso degli animali così come accetta di utilizzarli per il cibo quotidiano. I ricercatori non sono dei sadici, sono degli esseri sensibili che spendono lo loro migliori energie per rispondere alle drammatiche attese di chi soffre3 ».
Quando l¹attenzione per gli animali diventa esagerata
GWN _ La sensibilità e l¹attenzione nei confronti degli esseri non umani è sicuramente un sentimento da apprezzare, ma l¹ideologia ³animalista² che sta sempre più influenzano il nostro modo di vivere, rischia di diventare qualcosa di ³patologico². A questo proposito ha scritto Emmanuela Ronzoni sul settimanale Tempi: «Abbiamo pochi e bistrattati bambini, ma in compenso molti altri record civili. Come i maiali da residence, i cani da palestra, gli uccelli esotici e i serpenti da beauty farm4 » «Mentre Wwf (e Giovanni Sartori) - ha precisato la Ronzoni- denunciano un inesistente aumento di popolazione planetario (gli stessi demografi dell¹Onu sono stati costretti a rivedere le loro stime al ribasso) qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsi, e seriamente, del sovraffollamento da animali domestici. (...) Sì, perché adesso gli animali si usano anche per guarire: è la pet therapy, sempre più diffusa in tutto l¹orbe. Pare, infatti, che risolva più problemi un babbuino dello psicoterapeuta. Mentre a Torino arriva il pet-lifestyle, la moda di portare con sé il proprio animale in ufficio. Evita il trauma della separazione mattutina, come naturalmente non avviene al momento di separarsi dal pupo, scaricato con un sospiro di sollievo all¹asilo più vicino. Snoopy, incrocio tra un husky e un canelupo, fa la damigella d¹onore al matrimonio di Sonia e Massimiliano a Cesano Maderno e porta le fedi dei due sposi. Beh, almeno stavolta abbiamo evitato la tortura alla bimba infiocchettata come una bomboniera. A Novate nasce la carta d¹identità canina, a Macerata si stila la ³Carta dei diritti degli animali² e a Monza, San Fruttuoso, il geometra Francesco Catania ha progettato ³Cuccioli amati², un camposanto di diecimila metri quadri per bestiole di piccola taglia. Sono ormai più di quaranta milioni in Italia tra cani, gatti, uccellini, pesci, rettili e roditori, a cui si aggiunge l¹acquisto in crescita di animali esotici. I più quotati: il furetto e il cane della prateria, che altro non è se non un topo gigante con tanto di coda lunga 9 centimetri. Pare che un animale ³da compagnia², qualsiasi esso
(ormai) sia, riesca a sciogliere lo stress e la tensione nervosa meglio della presenza del compagno o del coniuge e, soprattutto, sia il sostituto molto meno esigente di un bambino. A Bologna, ad aprile, c¹è stata Zoomark, la fiera più importante del settore. Si è visto di tutto: dal tapis roulant per il cane che non può uscire di casa, al cappottino leopardato, al collare indiamantato, al profumo (Canel numero 5 il più amato), alle salviettine per il dopo-bisognino. Roba da cani! E così, a furia di palestre, vita mondana, cene a base di Brunello di Barboncino, il nostro povero compagno animale si stressa e si deve necessariamente ricorrere allo psicologo. Ebbene sì, siamo giunti a questo: animali per curare uomini e professoroni laureati per assistere animali. Con parcelle da capogiro. E poi ci dicono che non ci meritiamo una vita da cani: magari! E infatti, a Viareggio, è stata progettata la prima beauty farm per uomini e animali (cani e gatti, ma anche serpenti, cavalli, iguana, fra gli altri). Per non parlare degli oroscopi. Navigando qua e là tra i siti internet dedicati ai nostri ³amici², veniamo a scoprire che il cane Acquario «è molto socievole, comunicativo ma soprattutto indipendente. Invidia molto i gatti per la loro agilità, (Š) e gli piace discutere delle cose prima di aggredire». In questi tempi di vacche magre, anche il maiale (per una sorta di contrappasso) e lo storione hanno fatto parlare di sé. È successo un po¹ di tempo fa a Milano: il porco in questione, una gran bella scrofa vietnamita, si è meritata la prima pagina di cronaca del maggior quotidiano italiano (vedi Corriere Milano, 15 marzo 2003), compatita per essere stata condannata dalla Asl ³agli arresti domiciliari² per aver morsicato un suo coinquilino, «il ragazzino di casa». Nell¹appartamento di due stanze del quartiere Stadera, insieme al maiale: quattro iguana, due salamandre, un piccolo serpente, pesci tropicali, e un cane della prateria» La Ronzoni ha raccontato anche di: «Un piemontese in vacanza a Diano Marina con il figlioletto di sei anni, tira una pietra a un papero nel tentativo di dividerlo da altri con cui si stava azzuffando, e lo uccide involontariamente. Sarebbe stato proprio il bimbo a chiedere al padre di agire per paura che gli animali si facessero male. La scena, purtroppo, non è sfuggita a un giovane ambientalista milanese iscritto al Wwf (la razza peggiore), che ha prontamente chiamato i vigili urbani. Il papà è stato quindi denunciato e rischia fino a un anno di reclusione».
Studio danese dimostra che è meglio incenerire piuttosto che riciclare le lattine di alluminio GWN _ Secondo uno studio dell¹Istituto danese per la ricerca sull¹ambiente, è meglio incenerire lattine di alluminio che riciclarle. Dorte Vigsø, direttrice di ricerca del noto istituto sostiene che durante il processo di riciclaggio di lattine viene emessa quasi la stessa quantità di diossido di carbonio nell¹atmosfera che durante l¹incenerimento5 . Il dibattito su come ³utilizzare le le lattine vuote² si è scatenato perché in Danimarca, da quando è entrato in vigore in autunno un sistema di vuoto a rendere per lattine di alluminio, che risulta però molto più costoso dell¹incenerimento. «La ricerca ha dato come risultato sorprendente, che nel riciclaggio delle lattine di alluminio attraverso la loro fusione, viene immessa nell¹atmosfera una quantità di biossido di carbonio non inferiore a quella immessa nel semplice processo di incenerimento» A parlare così è Dorte Vigsø.la direttrice degli studi del rinomato Istituto Danese per la Ricerca sull¹Ambiente (IMV), il quale ha condotto delle indagine sugli effetti ambientali derivanti dal riciclaggio delle lattine di alluminio. I risultati finali della ricerca non faranno contenti in nessun modo i sostenitori del recycling delle lattine. Stando all¹IMV, in Danimarca nel processo di fusione delle lattine di alluminio da cui se ne ottengono poi delle nuove, vengono impiegate principalmente delle macchine che ricevono l¹energia dagli stabilimenti delle centrali termoelettriche. In questo processo, viene emessa nell¹atmosfera all¹incirca la stessa quantità di biossido di carbonio che viene emessa attraverso il semplice processo di incenerimento dei rifiuti. Nello studio è stato preso in considerazione anche il consumo energetico legato ad una produzione di alluminio nuovo a partire da quello vecchio. Inoltre, l¹alluminio non è neanche un materiale tossico o un materiale che scarseggia in natura, per cui tutte le tesi favorevoli al suo riciclaggio verrebbero a cadere. Dietro a tutta questa ricerca vi è una discussione che dura, ormai, da due anni e che riguarda la questione della praticità delle lattine di alluminio. In Danimarca le lattine di lamiera stagnata sono state vietate come materiale per il confezionamento, fino a che la Legge Europea sulla Concorrenza non l¹ha costretta ad impiegarla. A questo proposito il Direttore dell¹istituto Björn Lomborg sostiene: «E¹ triste che oggigiorno, con sempre più frequenza, vengano presi dei provvedimenti per la tutela ambientale, solo perché suonano bene e senza che vi sia dietro un progetto ecologico ed economico ben ponderato». Il sistema dei vuoti a rendere costa alla Danimarca ben 6 milioni di euro in più rispetto a quanti se ne spenderebbero se le lattine venissero semplicemente incenerite. Denaro questo, che potrebbe venire impiegato con risultati più soddisfacenti, per altri provvedimenti di politica ambientale. Ad esempio, sarebbe possibile, dotare di filtri di particelle tutti gli autobus che circolano per Copenhagen. «Purtroppo in Danimarca - ha affermato Lomborg - il sistema dei vuoti a rendere ha già preso piede e per questa ragione la nostra ricerca non ha riscosso particolare successo presso coloro che prendono decisioni all¹interno del governo». Vigrø, la direttrice del progetto, ha spiegato che: «Prima di introdurre un sistema di riciclaggio molto oneroso e costoso per tutti coloro che vi prendono parte, le autorità preposte dovrebbero analizzare con precisione qual è, in sostanza, il profitto reale, per non strapazzare inutilmente la buona volontà dei consumatori». Nei paesi dove l¹energia viene ricavata dagli impianti di incenerimento e dove vengono impiegati filtri d¹aria altamente sviluppati, in casi particolari, incenerire i rifiuti può risultare l¹alternativa più semplice e migliore. A schierarsi dalla parte di Dorte Vigsø vi sono anche altri colleghi scandinavi. In febbraio, due studi condotti dall¹ufficio ambientale danese ³Milijostyrelsen² hanno dato come risultato che ridurre i rifiuti in concime organico e riciclare i prodotti di plastica è un sistema altrettanto infruttuoso quanto il riciclaggio delle lattine di alluminio. Anche nella vicina Svezia, è scoppiato un acceso dibattito, dopo che l¹ex-capo dell¹ufficio locale preposto alla protezione ambientale, insieme ad altri quattro esperti di tutela ambientale di grosso calibro, si sono espressi in modo marcato con il dossier apparso sul maggiore quotidiano svedese, il ³Dagens Nytheter, affermando che a dover essere incenerite non dovrebbero essere solamente le lattine di alluminio, ma anche le confezioni usa e getta, il vetro, la plastica e i rifiuti organici. Nel Dossier si dice: ³Non assortire i rifiuti fa bene all¹ambiente². (Mirko
Testa)
La leggenda del biodiesel
GWN - In merito all'utilizzo del biodiesel e dei suoi benefici e limiti Il prof. Gianni Fochi ha pubblicato su Avanti (25 maggio 2003) un interessante articolo, che riproponiamo ai lettori di Green Watch News. Ha scritto il prof. Fochi: «Si sente tanto parlare d¹ecoballe a proposito dei rifiuti in Campania. - A noi, però, il termine fa venire un¹idea molto più birichina: ecoballe, balle ecologiche, panzane in salsa ambientale. In questa specialità il nostro bel paese qualche primato può vantarlo. Nel campo delle energie alternative, uno dei più fertili nella produzione ecoballistica, c¹è per esempio un filone che ha potuto svilupparsi grazie a un consistente beneficio fiscale. Nel febbraio 2001 un vistoso servizio del Corriere della Sera, seguito nello stesso anno da un numero di Report (RAI TRE) e da un collegamento del TG5, esaltava il lancio del cosiddetto biodiesel in Italia. Finalmente i nostri connazionali potevano fare il pieno, per i loro motori diesel, non più col vecchio e inquinante gasolio, derivato ‹ ohibò! ‹ dal petrolio, ma con un carburante d¹origine vegetale. Insomma: metti un fiore nel motore (avrebbe potuto essere uno slogan di successo: agli ecologici produttori mancò il verso). La materia prima del biodiesel è costituita infatti da oli estratti da piante, che però, essendo trigliceridi, cioè èsteri della glicerina, non possono essere usati tali e quali, perché non sono volatili, cioè non hanno tendenza a evaporare. Vanno dunque trasformati in èsteri volatili. Cediamo a questo punto la parola ai professori Enzo Fedeli e Alberto Girelli, già direttori della stazione sperimentale per i combustibili (S. Donato Milanese), che mandarono al direttore del Corriere una lettera di protesta (mai pubblicata): "Il processo di trasformazione dei trigliceridi in esteri del metanolo [Š] comporta una serie di operazioni fisiche e chimiche sulla sostanza grassa [Š] che si concludono con due correnti: gli esteri del metanolo e la glicerina con impurezze varie. Le due correnti devono essere trattate in quanto inquinate. Una volta risolto il problema dei sottoprodotti [Š] e formulato opportunamente il combustibile, questo [Š], accanto a qualità pregevoli, quali l¹assenza di zolfo, l¹alto potere lubrificante, il comportamento a bassa temperatura, ne ha di meno positive, quali il potere calorifico minore del gasolio [a differenza di quanto riportato sul Corriere; n.d.r.] e il fatto di produrre emissioni non tanto accettabili quanto parrebbe dal [Š] servizio. Infatti ³l¹odore della combustione simile a quello delle patate fritte² (così nel servizio) [Š] è fatto di molecole[Š], tra le quali spiccano la formaldeide e l¹acroleina". Fedeli e Girelli criticavano poi due affermazioni precise: "La prima riguarda il prezzo, che non è affatto inferiore a quello del gasolio, tenuto conto che su quest¹ultimo grava un¹imposta di fabbricazione dalla quale il biodiesel è (per ora) esente. Il costo industriale [Š] del gasolio (prima
dell¹imposta) è ovviamente legato a quello del petrolio grezzo, ma non è mai salito oltre la metà circa di quello del biodiesel. Ciò senza rilevare che, comunque, anche il costo di quest¹ultimo risente del costo generale dell¹energia, in gran parte legato a quello del petrolio. La seconda riguarda il bilancio della CO2, esposto [sul Corriere; n.d.r.] in modo ingannevole. Tutte le pratiche ‹ agronomiche e industriali ‹ per ottenere il biodiesel finale richiedono apporti di energia, quindi il bilancio della CO2 non può essere positivo e neppure in pareggio". La Voce del Chimico, periodico dell¹ordine interprovinciale dei chimici lombardi, nel 2001 scrisse: "La possibilità di ottenere combustibili diesel da sostanze grasse è stata ripetutamente tentata, con risultati costantemente negativi nel loro complesso tecnico-economico. [Š] La destinazione di coltivazioni di piante oleaginose a scopo energetico (il cosiddetto fuel harvesting) urta contro l¹esigenza di estensioni enormi di terreno fertile, che verrebbe sottratto alla sua logica e sostenibile destinazione all¹alimentazione umana e all¹allevamento del bestiame". In poche parole, il biodiesel non è amico dell¹ambiente. Fedeli e Girelli hanno approfondito la questione sulla Chimica e l¹Industria, organo della Società Chimica Italiana, Per raggiungere l¹obiettivo di sostituire con biodiesel il 5 % del gasolio impiegato in Italia, bisognerebbe coltivare a colza una superficie pari ‹ tanto per fare un paragone ‹ al 73 % di quella dedicata all¹olivicoltura. Alla fine del processo ci sarebbero da smaltire ogni anno 4300 tonnellate d¹idrocarburi usati per l¹estrazione dell¹olio vegetale. Lo stato farebbe meglio a riservare sconti fiscali alla produzione di biodiesel da soli scarti agricoli, qualora studi approfonditi dimostrassero la convenienza di quella strategia per il loro smaltimento. Allo stato attuale delle conoscenze, i benefici fiscali al biodiesel derivante da coltivazioni ad hoc sono da ritenersi un ossequio ingiustificato all¹ideologia ³verde²: insomma, una sorta di turbativa del mercato dei carburanti e uno spreco di denaro pubblico, che potrebbe invece essere impiegato per una più seria difesa dell¹ambiente. Fra l¹altro, il biodiesel italiano deriva in larga parte da oli vegetali stranieri: a chi va dunque lo sgravio fiscale? Non ai nostri contadini. Dulcis in fundo, a noi il ricorso a vegetali transgenici (OGM) non fa paura, ma agli ambientalisti sì. Allora sappiano che molta materia prima del biodiesel è americana, estratta da colture transgeniche».
Gli ambientalisti, i cavoli e le candele
GWN _ Abbiamo ricevuto in redazione un interessante e arguta lettera che pubblichiamo di seguito. «L'istituzione di una centrale eolica, deliberata dalla Regione Abruzzo, è stata disapprovata dagli ambientalisti poiché lo scuotimento del vento darebbe fastidio agli uccelli; arrecherebbe, cioè, danni all'ambiente ornitologico e all'ecosistema. Ma gli ambientalisti, è noto, sono anche contrari ai cavi della corrente elettrica che provocherebbero inquinamento elettromagnetico. È altrettanto noto che gli ambientalisti sono contro le centrali a carbone che creano le piogge acide, eccetera, eccetera... La cosa mi ricorda la storiella di quel tale che si reca in un supermercato di cavoli distribuito su più piani. Nell'atrio vi sono tre porte ed un cartello con due frecce che indicano direzioni contrapposte e la scritta: "cavoli freschi a destra, cavoli secchi a sinistra". Sceglie di non scegliere ed infila la porta di centro che, attraverso una gradinata, reca al piano superiore, ove un altro cartello suggerisce: "cavoli grandi a destra, cavoli piccoli a sinistra"; scarta le due possibilità e segue l'indicazione che conduce ad altro pianerottolo con altro cartello: "cavoli dritti a destra, cavoli ricurvi a sinistra"; così al pianerottolo
successivo: "cavoli lunghi e cavoli corti". Giunto sull'ultimo pianerottolo trova un cartello che finalmente chiede: "Ma si può sapere che cavolo cerchi?". Per quanto personalmente mi riguarda, scelgano pure gli ambientalisti il cavolo di corrente che desiderano, io ho una buona scorta di candele..» Don Maso www.abruzzopress.it


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