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    Predefinito Aurelia Del Prete e altri misteri del Napoletano

    Battenti, miracoli e prodigi, cinque secoli di fede alle porte di Napoli

    Nell’area vesuviana, tutti abbiamo sentito parlare dei pellegrinaggi nel Lunedì dell’Angelo e dei famosi «battenti» che si recano al Santuario della Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia. Ma per quale motivo? Sí certo, per devozione alla Madonna, ma perché in quel dato giorno e soprattutto, perché così tanta gente, da richiamare anche i turisti stranieri per ammirare l’evento?Ebbene bisogna andare indietro nel tempo, fino a risalire al 1450 per scoprire l’origine dell’evento. Un giorno, nei pressi della zona in cui oggi sorge il Santuario, due giovani si misuravano a pallamaglio, un gioco in cui si aggiudicava la gare chi riusciva a lanciare piú lontano una palla di legno colpendola con un maglio. Uno dei due ragazzi colpí con forza la palla e avrebbe senz’altro vinto la partita se la sfera non fosse andata a sbattere contro un albero di tiglio che ombreggiava l’immagine della Madonna con il bambino.


    Il Golfo di Napoli - Immagine tratta dal sito http://www.montorosuperiore.com

    Colmo d’ira il giocatore cominciò a bestemmiare la Santa Vergine, prese la palla e la lanciò contro la Madonna,colpendola a una guancia. In quello stesso istante, davanti ad una moltitudine di persone, il volto della Vergine iniziò a sanguinare, come fosse carne viva. Da quel momento, ogni Lunedí dell’Angelo, moltissime persone cominciarono ad andare in pellegrinaggio sul luogo dell’evento per venerare la Madonna. Solo successivamente sul luogo fu costruita una chiesetta, che poi fu riedificata nel 1592 per disporre di una struttura ancora piú grande,dedicata alla Madonna con il bambino. Quello del volto sanguinante non fu l’unico miracolo accaduto a Sant’Anastasia. La storia, infatti, racconta che ce ne fu un altro. Era il 1573. La contadina Aurelia Del Prete, mentre spaccava la legna si ferí ad un piede e temendo il peggio fece subito un voto alla Vergine dell’Arco: se fosse guarita avrebbe portato alla chiesetta, per riconoscenza, due piedi di cera. La donna guarí, si recò a Napoli per acquistare i piedi di cera da portare alla Vergine. Sulla strada del ritorno, però, gliene cascò uno che si frantumò. Infuriata, Aurelia scaraventò per terra anche l’altro piede e lo calpestò, bestemmiando terribilmente. Qualche anno dopo, nel 1589, sempre di Lunedí dell’Angelo, anche il marito Marco Cennamo per grazia ricevuta si recò alla chiesetta con un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi, da cui era guarito. La moglie (Aurelia) volle accompagnare l’uomo e portò con sé anche un maialino da vendere al mercato. Il maialino, però, scappò tra la folla e Aurelia, bestemmiando e imprecando, gli corse dietro fino ad arrivare sotto l’immagine della Madonna. In quel momento arrivò anche il marito, ma la donna, ormai, aveva perso ogni pazienza e dopo aver preso il voto dell’uomo, lo scaraventò a terra calpestandolo, poi maledisse l’immagine e chi l’aveva dipinta. Ebbene un anno dopo la bestemmiatrice cominciò ad avvertire forti dolori alle gambe e ai piedi. Nella notte tra la Pasqua e il lunedí in Albis, del 1590, senza che lei se n’accorgesse, i piedi si staccarono dalle gambe. Era il tremendo castigo subíto dalla giovane contadina per aver offeso in tal modo la Madonna, che pure le aveva salvato gli arti. A nulla valse nascondere i piedi, una tale storia, infatti, non poté passare inosservata arrivando agli orecchi del Vescovo di Nola il quale istituí un processo canonico e accertò la veridicità del miracolo. Da allora i piedi sono esposti nel Santuario della Madonna dell’Arco.

    Dal sito http://www.vesuviopark.it (Diritti Riservati)

  2. #2
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    La "particolare" testimonianza di Aurelia del Prete

    Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell'Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tutta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale.

    Un giorno costei, spaccando della legna si ferì un piede e temendo cose peggiori, fece voto alla Vergine dell'Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza, avrebbe portato alla chiesetta una coppia di piedi di cera.

    Il lunedi di Pasqua di Resurrezione di quell'anno 1589 essa, cedendo alle preghiere del marito, che si recava alla chiesetta per portarvi anch'egli un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del Santuario.

    A causa della gran calca di popolo il porcellino le sfuggi di mano e si mise a correre spaventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, imprecando, si diede a corrergli dietro ed a cercarlo e cosi venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito, vi giungeva dall'altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l'ira della donna giungendo al colmo esplose sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l'immagine della Vergine Maria e colui che l'aveva dipinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti.


    I Piedi di Aurelia Del Prete - Immagine tratta dal sito http://www.medivia.it/

    L'anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nonostante le cure dei medici, nella notte tra la domenica di Pasqua e il Lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe. I parenti ed Aurelia stessa collegarono la cosa al fatto sacrilego dell'anno precedente. Pur volendo tenere nascosca il tragico evento la cosa si riseppe e siccome l'evento poteva essere di monito per tanti fedeli i piedi dell'Aurelia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel Santuario.

    In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; e da vicino, da lontano, da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all'Arco, per sincerarsi della cosa, o per implorar grazie dalla Vergine.

    Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu così necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare inconvenienti. «Era - dice il Domenici - tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!».

    Il Vescovo di Nola, Monsignor Fabrizio Gallo, cercando di impedire una interpretazione supersistiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto, per proibire ai fedeli di venerare l'Immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell'accaduto ed il giorno 11 maggio, venuto all'Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il marito, il medico che l'aveva curata, Francesco d'Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il Cav. Capecelatro ed altri; e infine la stessa Aurelia Del Prete ed avuta relazione dell'accaduto, domandò ad essa cosa ne pensasse; la donna rispose: «Perchè l'anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell'Arco e questa quaresima non l'ho confessato; questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere dell'anno.».

    Così il Vescovo, senza attendere la conclusione del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l'Immagine.

    Dal sito http://www.santuarioarco.it

  3. #3
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    Predefinito Re: Aurelia Del Prete e altri misteri del Napoletano

    In Origine Postato da Tomás de Torquemada
    Nell’area vesuviana, tutti abbiamo sentito parlare dei pellegrinaggi nel Lunedì dell’Angelo e dei famosi «battenti» che si recano al Santuario della Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia...
    A Napoli si dice che la Madre dell'Arco sia la "Madonna dei ladri e delle puttane". Difficile credere che le decine di migliaia di fedeli che ogni anno sfilano scalzi per le strade siano tutti dediti al ladrocinio e alla prostituzione, ma è certo che la maggioranza di loro "si arrangia". E Marino Niola, antropologo napoletano studioso della religiosità popolare, ricorda che “appartengono in gran parte agli strati popolari meno garantiti della società”.

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    I fujenti di Madonna dell'Arco
    di Marino Niola

    Corrono, piangono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Lì, al cospetto della pietosa Madre dell’Arco culmina il concitato e drammatico pellegrinaggio che porta ogni anno, il lunedì di Pasqua, una fitta, interminabile schiera di devoti scalzi a ripercorrere un antico itinerario di dolore fino al santuario di Maria Santissima dell’Arco, a Sant’Anastasia, dodici chilometri ad est di Napoli.

    Sono i "fujenti", detti anche "battenti", i devoti dell’icona dolente, della Vergine dal volto ferito: forse la più antica fra le Madonne che sanguinano. E’ proprio la ferita, simbolo di un dolore antico, all’origine del primo miracolo di questa prodigiosa immagine.
    I fujenti (il termine in napoletano indica appunto coloro che corrono) sono scalzi per voto e, sempre per voto, devono compiere di corsa almeno l’ultimo tratto del pellegrinaggio, forse in ricordo della corsa frenetica dello scellerato giocatore e in espiazione del suo peccato.I pellegrini vestono ritualmente di bianco, simbolo di purezza, e portano sull’abito una fascia azzurra, il colore della Madonna, chiamata spesso proprio "Mamma Celeste".

    I devoti appartengono agli strati popolari meno garantiti – dal sottoproletariato urbano al popolo contadino – di Napoli e delle provincie di quella che fu la Campania Felix. Sono organizzati in numerosissime associazioni, capillarmente diffuse sul territorio. La loro devozione consiste essenzialmente nel correre il lunedì in Albis fino al santuario. Ciascuna associazione il giorno della festa è rappresentata da una propria squadra detta "paranza", che ha il compito di portare a spalla un "tosello", di solito una statua della Madonna dell’Arco in trono. La paranza è preceduta da uno o più stendardi che recano il nome dell’associazione, il luogo di provenienza e la data della fondazione.

    Davanti alla chiesa i volti si fanno improvvisamente tesi. Il pellegrinaggio assume toni di intensa e dolente drammaticità. E’ l’oltrepassamento della soglia del tempio che, come in un rito antico, immette il fedele nello spazio sacro e fa precipitare le sue emozioni nei gesti da sempre ripetuti di una arcaica ritualità. Finalmente, in forme altamente teatrali, ha luogo l’abbandono al sacro, la crisi in cui culmina la lunga corsa dei fujenti (nds: a volte si può assistere ad esasperate crisi di religiosità che, nei casi estremi, si configurano come vere e proprie crisi epilettiche…).

    Da fuori giunge il battito ossessivo dei tamburelli che accompagnano le "tammurriate" (danze rituali che si svolgono all’esterno del santuario). Dentro, la musica si fa grido. Il rito si avvia così alla sua conclusione e i pellegrini, prima di riprendere la strada del ritorno, affollano la grande fiera che si svolge nelle vie circostanti, sciogliendo la tensione devota nell’animazione della sagra.

    In queste forme estremamente teatrali, e al tempo stesso di intensissima religiosità, la figura della Madonna ferita, della madre amorosa e dolente, sembra assurgere a simbolo di protezione delle offese di una sorte e di una società ugualmente ingiuste. E’ una sorta di sacralizzazione della maternità che conduce da secoli i battenti a chiedere protezione e grazia a quella che essi chiamano la Mamma dell’Arco, o la "Mamma di tutte le mamme". Rispecchiando nel dolore dell’antica ferita della Vergine, la ferita del loro antico dolore.

    Dal sito www.museodellafesta.it







  4. #4
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    NAPOLI SOTTERRANEA


    Napoli sotterranea, Cunicolo -
    Immagine tratta dal sito http://www.terredelmediterraneo.org

    Inquietanti e affascinanti sono i percorsi alternativi della Napoli sotterranea, una vera e propria città parallela, ancora da apprezzare. Tra resti greco-romani e catacombe, cave e cisterne, pozzi e cunicoli artificiali e naturali, sono innumerevoli i passaggi segreti che si rincorrono per chilometri da un punto all'altro della città, complice la millenaria stratificazione storica e l'incessante opera dell'uomo per secoli abile modellatore del grande blocco tufaceo su cui la città poggia. I manufatti più antichi risalgono quasi alla preistoria (5000 anni fa), ma sono prima i greci e poi i romani, due millenni or sono, a prelevare dagli strati inferiori le più grandi quantità di tufo: da una parte scavano acquedotti, cimiteri, gallerie viarie, dall'altro costruiscono con il materiale di risulta cinte murarie, templi, abitazioni cittadine; toccherà poi ai cristiani traforare il suolo e farne riparo durante le persecuzioni religiose; e più tardi ancora, sarà opera degli uomini del rinascimento lo sviluppo su sé stessa della città: palazzi di ogni grandezza ed importanza eretti su caverne, di dimensioni direttamente proporzionali a quelle dell'edificio stesso, scavate appunto per ottenere materiale edilizio di qualità proprio come il tufo giallo detto anche tufo napoletano.


    La città sotterranea

    Dal mare alla collina la città ben si presta a passeggiate turistiche nel sottosuolo a metà tra l'escursione archeologica e l'esplorazione geo-speleologica. Suggestivi sono i rifugi bellici ottenuti dalla trasformazione dei labirintici meandri dell'antico acquedotto cittadino. Le vie dell'acqua, infatti, diventano vie della salvezza quando, nel 1941-43, le canne dei pozzi si trasformano in strette scale a numerosi rampanti, le cisterne diventano ricoveri antibombardamento attrezzati con luce elettrica, brandine e ritirate igieniche e migliaia di persone trovano rifugio nelle antiche vasche per l'acqua.

    Da via Tribunali, all'altezza della chiesa di San Paolo Maggiore nei pressi di piazza S. Gaetano, bastano 150 gradini a scendere per una simpatica, insolita escursione nel sottosuolo (dura circa due ore la passeggiata proposta dall'associazione di speleologi Napoli Sotterranea) che unisce il fascino dell'antichità romana al dramma dell'ultima guerra mondiale. Addentrandosi fino a circa 30-40 metri più sotto dell'attuale livello stradale si approda all'antico acquedotto romano, una fitta rete di cunicoli e cisterne scavati nel tufo per distribuire in città l'acqua proveniente dalle sorgenti del Serino. Un estensione di circa 10mila mq., da via Anticaglia a S. Gregorio Armeno, da percorrere in sotterranea tra la miriade di cunicoli tufacei aggiunti nei secoli per assicurare ad ogni palazzo sovrastante il proprio pozzo di collegamento alle cisterne. Un itinerario di gran suggestione, a tratti rischiarato solo dalla luce di torce e candele, lungo il quale apprezzare anche esperimenti botanici.

    Analoga è la struttura recuperata dall'associazione Laes in via S. Anna di Palazzo dove i visitatori, percorrendo una scala ad elica scendono a 40 metri di profondità per una passeggiata (circa due ore) nelle viscere dei Quartieri Spagnoli, un rifugio di oltre 3.000 mq. in cui tra passaggi e cunicoli trovavano riparo circa 4.000 persone per volta. Tra gli isolatori in ceramica dell'impianto elettrico, i sedili in muratura e i servizi igienici realizzati per adattare le cisterne a ricovero, sulle pareti passate ad intonaco, si scopre un'interessante collezione di simpatici graffiti che testimoniano l'atmosfera, ora drammatica ora lieta, della vita trascorsa nel sottosuolo. Ritratti stilizzati della triade Hitler, Hiroito, Mussolini, profili di donna accanto a volti di uomini in uniforme s'intrecciano a sagome di aviatori in divisa, a shilouette di giovani indossatrici in abito da sposa o da sera, a personaggi dei fumetti come il Signor Bonaventura, (ricordate le strisce del Corriere dei Piccoli?). Ci sono poi le sale a tema: quella "della guerra", con verosimili battaglie aeronavali e fatti di cronaca come quello del sommerigibile italiano "Topazio" - affondato dagli alleati nel Mar Mediterraneo nel 1943 - o le incursioni sulla città del "gobbo maledetto", il bombardiere "Savoia Marchetti" che scarica bombe seconde schemi calcistici; quella "degli sposi" con l'iscrizione "Anna e Renzo il 20 settembre si sposano" giusto ad un passo dall'angolino prenotato da qualcuno più esigente: "riservato al signor Campagna".


    Catacombe

    La Napoli sotterranea non è solo quella di acquedotti e scavi greco-romani, ma anche quella di ipogei e catacombe di epoca paleocristiana, luoghi nascosti di un tempo passato espressione di un singolare patrimonio architettonico, artistico e spirituale. Agglomerati catacombali abbondano soprattutto nell'area orientale della città, dove proliferarono tra il II e il IX sec. d.C. con l'avvento e lo sviluppo del cristianesimo, assai bisognoso di luoghi ben protetti dove seppellire i morti e professare in libertà i riti del proprio culto; solo qui, infatti, dove l'accesso alle milizie romane era interdetto, i cristiani erano al riparo dalle persecuzioni inflitte dalle leggi imperiali. Veri e propri labirinti sotterranei scavati nel tufo tenero delle colline partenopee, sono un susseguirsi di spazi traforati, invasi scavati che uniscono rigore geometrico a libertà espressiva in un'esplosione di forme e volumi architettonici decorati da cicli di affreschi parietali testimonianza della considerevole cultura figurativa diffusa all'epoca.


    Catacombe di San Gennaro

    Sono assai numerosi i luoghi e le immagini di San Gennaro, l'amatissimo santo patrono della città, che s'incrociano qua e là tra Napoli e dintorni, frutto di un culto ancora vivo e sentito specialmente tra gli strati popolari. Tra i luoghi sacri dedicati al Santo, a parte il Duomo, di particolare suggestione è la visita alle catacombe rinvenute lungo la strada per Capodimonte, nei pressi della monumentale chiesa della Madre del Buon Consiglio. Qui, a testimonianza di quanto sia antica la devozione per il martire, si ammira il suo più antico ritratto (V secolo d.C.); aggirandosi nelle gallerie tra i loculi e gli arcosoli non si può non restare affascinati dagli splendidi cicli pittorici che decorano le pareti: semplici e suggestivi sono tra i più significativi esempi d'arte figurativa paleocristiana del Meridione. Il nucleo originario del monumento risale alla fine del II sec. d.C.. Era un antico sepolcro gentilizio donato alla comunità cristiana che ne fece cimitero ufficiale e punto d'incontro per la collettività cristiana dell'epoca; nel III sec. d.C. vi fu ospitato - sepolto e venerato - Sant'Agrippino, il primo patrono di Napoli; con il sopraggiungere, due secoli più tardi, delle spoglie di San Gennaro, gli ambienti furono ampliati e resi più adatti ad accogliere il sempre crescente culto: le visite e le processioni aumentavano sempre più, via via che crescevano le opere e i prodigi del santo.
    Si visitano tutti i giorni dalle 9 alle 13, tel. 0817411071


    Catacombe di San Gennaro - Immagine tratta dal sito http://www.in-sieme.it

    Catacombe di San Gaudioso

    Anche le catacombe di san Gaudioso, come quelle di san Gennaro, conservano cicli di affreschi parietali di notevole fattura che si collocano tra i più rilevanti del mondo tardo-antico e altomedievale. La loro origine è legata al culto del santo che vescovo di Bitinia e perseguitato dal re Genserico, giunse per caso a Napoli dove visse e morì. Vi si accede dalla seicentesca chiesa di Santa Maria alla Sanità (c'è un passaggio dietro l'altare maggiore) al di sotto della quale le catacombe si sviluppano proponendo un percorso alla scoperta non solo della più antica iconografia cristiana ma anche di riti e usi tipici. Singolare e assai toccante è la vista dei sedili (seditoi o cantarelle) scavati nel tufo con un foro centrale in corrispondenza della seduta e destinati ad accogliere i defunti fino a che il completo rilasciamento di tutti gli umori corporali, raccolti in vasi sottostanti, non ne consentisse la sepoltura; una pratica antica, da cui deriva la popolare espressione puozza sculà che si rivolge, quale augurio di morte, ai propri nemici.
    Visite guidate mattina e pomeriggio per appuntamento 081483238


    Catacombe di San Gaudioso, Affresco - Immagine tratta dal sito http://www.portanapoli.com


    Cimitero delle Fontanelle

    Macabro e suggestivo, è il più grande ed il più noto degli ipogei storici cittadini, un luogo unico e irripetibile che rivela il singolare, stravagante, strettissimo rapporto tra i napoletani e la morte. Un posto assolutamente originale per i devoti come per i curiosi che restano senza fiato di fronte agli alti cumuli di teschi, femori, omeri e tibie che ne riempiono le caverne. Qui sacro e profano, magia e religione si fondono nel segno delle anime purganti, dette pezzentelle, bisognose di suffragi che trovano sollievo solo nella bizzarria di un'usanza popolare: il culto delle ossa, quelle dei morti privi di identità, abbandonati alla pietas popolare che ne velocizza il transito dal purgatorio al paradiso. Il rito? L'adozione dei teschi, cui si offrono salmi e preghiere, fiori e lumini, ma soprattutto un'attenta pulizia e lucidatura. Queste cave furono usate per la prima volta come sepolcreto nel 1656, per fronteggiare le emergenze cimiteriali legate alla peste che, al ritmo di 1500 decessi al giorno, falcidiava la popolazione saturando terresante di chiese e piccoli ossari; si scavavano fosse addirittura nelle strade e nelle piazze! A fine epidemia, stracolme di corpi ammassati senza inumazione, furono murata a calce; e così, per secoli si riaprì solo per accogliere vittime di altre pestilenze o resti sloggiati dai tumuli cittadini quando le leggi napoleoniche ne ordinarono l'espurgo. Curiosità: erano tali e tanti i fedeli che ogni lunedì andavano a prendersi cura, di questi crani senza nome, come fossero dei propri parenti, che fino agli anni Cinquanta restò in funzione una linea tranviaria dedicata.


    Cimitero Delle Fontanelle - Immagine tratta dal sito http://www.naplesnocomment.org


    Purgatorio ad Arco

    Lo stesso culto, con riti uguali a quelli del cimitero delle Fontanelle, si rinnova anche nell'ipogeo di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco , la chiesa che s'incontra lungo via dei Tribunali, proprio di fronte ai caratteristici portici medievali di palazzo d'Avalos e si riconosce subito per le quattro colonnine in piperno sormontate da teschi e femori di bronzo che - lucenti e levigati per le carezze lasciategli dai passanti in segno di devozione - ne caratterizzano l'entrata e le conferiscono quel nome popolare con cui è meglio conosciuta: chiesa delle cap' 'e morto. Una volta all'interno, una piccola scala non troppo in vista conduce alla chiesetta inferiore dove, sul finire del '600, s'incontravano il popolo ignorante e superstizioso con l'aristocrazia in cerca d'indulgenze e sacra protezione uniti dal desiderio di pregare - vi si celebravano fino a sessanta messe ogni giorno - in suffragio delle anime del purgatorio in cambio di grazie e piccoli favori. Alte volte imbiancate e pochi elementi decorativi sparsi qua e là vestono la cripta, annessa alla suggestiva area cimiteriale che, oltre il lungo corridoio costellato di lapidi, sfocia nel più grande e toccante ambiente destinato alle sepolture in terra dei cittadini di ceto popolare aderenti alla congregazione.
    E' qui che, sebbene non sostenuto dalle autorità religiose, ma avversato con evidenza, il culto dei defunti si è rinnovato senza sosta fino al 1980, l'anno che segna l'inizio di un lungo periodo di chiusura della chiesa durato fino al 1992 e terminato grazie all'intervento dell'associazione culturale Incontri Napoletani. Le nicchie con le ossa recuperate dalla terra santa delle fosse comuni erano, infatti, luogo di pellegrinaggio per fedeli desiderosi di rinfrescare non solo con preghiere ma anche con fiori, ceri e santini le povere anime senza identità, il tutto in cambio di quei piccoli interventi dall'aldilà ricompensati anche con ex-voto in oro, argento, cartapesta, terracotta.


    Ipogeo di S. Maria delle Anime del Purgatorio - Immagine tratta dal sito http://www.naplesnocomment.org


    Resti greco-romani

    Murazione greca. Nel grande museo a cielo aperto che Napoli offre qua e là, tratti di murazione greca affiorano in superfice in piazza Bellini. S'incrociano tra Port'Alba e S. Pietro a Majella, dove grossi blocchi di tufo, ben sagomati e incatenati tra loro, offrono ai passanti un pittoresco assaggio della murazione a doppia cortina di Neapolis, la città greca impiantata nel VI sec. a.C. secondo il tipico reticolo ortogonale a tre assi (direzione est-ovest) intersecati da una fitta serie di vie piu strette (direzione nord-sud).


    Scavi S. Lorenzo

    Più ampia e stratificata è la testimonianza greco-romana che si incontra sotto la basilica francescana di S. Lorenzo Maggiore in via dei Tribunali. Qui si passeggia nel bel mezzo di Neapolis, dell'antica agorà, la piazza principale della città greca, poi foro per i romani, che gli archeologi hanno in piccola parte riportato alla luce. L'accesso è dal chiostro settecentesco del convento. L'intervallo tra presente e passato dura gli attimi di una piccola scala a scendere con una sola tappa intermedia tra i resti medievali della città ducale, quelli del Seggio di S. Lorenzo in cui, nel VI sec. d.C., si riunivano i rappresentanti del popolo eletti per amministrare la giustizia. Con l'ultimo gradino si torna indietro di 2500 anni circa e si approda nel 600 a.C., ovvero su un cardine romano in blocchi di piperno, assai simile ai vicoli della attuale città soprastante; seguendo le tracce delle ruote dei carri merce si costeggia l'infilata di botteghe, da quella del fornaio dotata di passavivande e forno a cupola, alla lavanderia (fullonica) con le scanalature per far scorrere l'acqua e i lavatoi per tingere i vestiti. Poco più avanti s'incontra l'aerarium, dove si custodiva il tesoro della città, con i segni delle sbarre di ferro alle finestre e il portale in pietra con architrave rinforzata; poi la cisterna per la raccolta delle acque; infine, pressocché intatto, il criptoportico, il grande mercato romano coperto con la sfilza dei banchi-vendita in pietra con tanto di nicchie deposito. E' questo il centro della polis greca; tutt'intorno, in corrispondenza della soprastante piazza S. Gaetano, erano dislocati i principali edifici cittadini di Neapolis: i due teatri: quello grande scoperto e l'odeon coperto, il tempio dei Dioscuri, ora trasformato nella basilica di s. Paolo Maggiore, il macellum, ovvero il mercato alimentare con le botteghe lungo il perimetro del porticato rettangolare e, al centro della zona scoperta pavimentata a mosaico, il tholos, un tempietto circolare ornato di marmi policromi.


    Scavi della Basilica di San Lorenzo - Immagine tratta dal sito http://www.archivivi.it


    Grotta di Seiano

    A due passi dall'isolotto di Nisida, tra Bagnoli e Posillipo, una grandiosa galleria d'epoca romana (I sec.a.C.) collega discesa Coroglio al villaggio di pescatori della Gaiola. Completamente scavata nel tufo, la grotta - detta di Seiano dal nome del ministro dell'imperatore Tiberio che forse la fece costruire - trapassa per circa 800 mt. l'estremità di capo Posillipo, unendo l'emozione di un percorso nel sottosuolo alla suggestione di una singolare vista panoramica dalle viscere della terra sulla spiaggia di Trentaremi. Proprio così! Inquietante e mozzafiato è la vista a strapiombo sul mare che si gode dalle aperture laterali della grotta, tre cunicoli su lato sud realizzati dall'architetto Lucio Cocceio per garantire luce e ventilazione e al lungo, buio percorso ideato per dare più facile accesso alla villa di Pollione , il monumentale complesso residenziale Pausilypon che, altrimenti raggiungibile solo via mare, il ricco cavaliere repubblicano Publio Vedio Pollione lasciò in eredità all'imperatore Ottaviano Augusto. Testimonianza delle avanzate capacità progettuali, tecniche e costruttive dell'ingegneria romana, il passaggio è rimasto dimenticato per secoli e solo per caso riscoperto, nel 1840, durante la costruzione delle rampe di Coroglio voluta da Ferdinando II di Borbone che, affascinato dal rinvenimento ne ordinò la sistemazione ed il restauro.



    La Grotta di Seiano - Immagine tratta dal sito http://www.larryray.com


    Dal sito Dal sito http://www.faciaruli.it/

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    Cimitero alle Fontanelle
    (con galleria immagini)

    http://www.rionesanita.it/cimiterodellefontanelle.htm

    Dal sito http://www.rionesanita.it/

  6. #6
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    Napoli è una città meravigliosa; inoltre, è strettamente legata al Sacro.

  7. #7
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    In Origine Postato da geom.antonio
    Napoli è una città meravigliosa; inoltre, è strettamente legata al Sacro.
    Concordo, caro Antonio, e dal momento che anche tu ne apprezzi tali sfumature ti invito a visitare il correlato thread sulla Cappella San Severo, che ho fatto risalire per l'occasione...

    http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=40329

    Prossimamente riproporrò quello riguardante la liquefazione del sangue di San Gennaro...

  8. #8
    Ospite

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    CaroTomàs, ti ho portato sempre nel cuore, senza dimenticarti e ho grande stima del tuo rigore intellettuale.
    Un giorno, scrivesti che eri contento quando scrivevo sul tuo fora.
    Come vedi, sono tornato, ho un nuovo nick.
    Il sacher.tonino è diventato un affermato tecnico dello Stato.
    Ora, posso considerarmi un uomo sereno, e posso dedicarmi con metodo scientifico al fora da te così bene moderato.
    Con affetto
    Antonio

  9. #9
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    LA LEGGENDA DEL MUNACIELLO
    di Matilde Serao

    La quale istoria fu così. Nell'anno 1445 dalla Fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d'Aragona, una fanciulla a nome Catarinella Frezza, figlia di un mercatante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E come è usanza d'amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d'amanti, egualmente innamorata, egualmente fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite, che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano - e Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli, torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire gli amanti mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia ineffabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei Mercanti, non compariva viandante veruno Stefano Mariconda, avvolto nell' oscuro mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in un andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, riesciva sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino, dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza. Lettor mio, se mai fremesti d'amore, immagina quei momenti e non chiederne descrizione alla debole penna. Ma in una notte profonda, quando più alle anime loro si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso, mani traditrici afferrarono Stefano alle spalle, e togliendogli ogni difesa, dalla ferriata lo precipitarono nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s'aggrappava ai panni degli assassini. Il bel corpo di Stefano Mariconda giacque, orribilmente sfracellato, nella fetida via, per una notte ed un giorno: fino a che lo raccolse di là la pietà dei parenti, dandogli onorata sepoltura. Ma invero fu quella morte ignobilmente violenta: e perché v'è dubbio sul destino di quell'anima, strappata dalla terra e mandata jnnanzi all'Eterno carica di peccati, e perché a gentiluomo non conviensi altra morte violenta che di spada.
    La Catarinella fuggì di casa, pazza dal dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monachelle. In un giorno, quando ancora il tempo assegnato dalla ragion divina e dalla ragion medica, non era scorso, ella dette alla luce un bimbo piccino, piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre nutrirlo e curarlo. Ma col tempo che passava, non cresceva molto il bambino e la madre, cui rimaneva confitta nella mente la bella ed aitante persona di Stefano Mariconda, se ne crucciava. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna, perché desse una fiorente salute al bambino; ed ella votossi, e fece indossare al bimbo un abito nero e bianco, da piccolo monaco. Ma ben altro aveva disposto il Signore nella sua infinita saggezza e la Catarinella non s'ebbe la grazia chiesta.


    Matilde Serao - Immagine tratta dal sito http://www.bnnonline.it

    Il figliuoletto suo, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene, ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava, in suo volgare, il bambino: lu munacietlo. Le monache lo amavano, ma la gente della via, ma i bottegai delle strade Armieri, Lanzieri, Cortellari, Taffettanari, Mercanti, si mostravano a dito il bambino troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo, in cui gli occhi apparivano anche più grandi, anche più spaventati, dall'abituccio strano: e talvolta lo ingiuriavano, come fa spesso la plebe, contro persona debole ed inerme. Quando lu munacietlo passava innanzi la bottega dei Frezza, zii e cugini uscivano sulla soglia e gli scagliavano le imprecazioni più orribili. Non è dato a me indagare, quanto comprendesse lu munacietlo degli sgarbi e delle disoneste parole che gli venivano dirette, ma è certo che egli riedeva alla madre pensoso e melanconico. A volte un lampo di collera gli balenava negli occhi e allora la madre lo faceva inginocchiare e gli dettava le sante parole dell'orazione. A poco a poco in quei bassi quartieri, dove egli muoveva i passi, si divulgò la voce che lu munaciello avesse in sé qualche cosa di magico, di sovrannaturale. Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando lu munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, lu munacidello era bestemmiato e maledetto.
    Era lui che attirava l'aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l'acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare, lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli. Appena lu munaciello scantonava, a capo basso, con l'occhio diffidente e pauroso, correndo, o nascondendosi fra la folla, un coro di maledizioni lo colpiva. Il fango della via, che gli scagliavano veniva a insudiciargli la tonacella; le bucce delle frutta troppo mature lo ferivano nel volto. Egli fuggiva, senza parlare, arrotando i denti, tormentato più dall'impotenza della picciola persona, che dal villano insulto di quella borghesia. Catarinella Frezza era morta; non lo poteva consolar più. Le monache lo impiegavano ai minuti servizi dell'orto; ma, anche esse, a vederlo d'improvviso, in un corridoio, nella penombra, si sgomentavano. come per apparizione diabolica. S'avvalorava il detto dalla faccia cupa del munaciello, dal non averlo mai visto in chiesa, dal trovarlo in tutti i luoghi, a poca distanza di tempo. Finché una sera, lu munaciello scomparve. Non mancò chi disse, che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Ma per fede onesta di cronista, mi è d'uopo aggiungere che furono molto sospettati. e forse non a torto, i Frezza d'aver malamente strangolato lu munaciello e gittatolo in una cloaca li presso, da certe ossa piccine e da un teschio grande, che vi fu ritrovato. Il discernere le cose vere dalle false, e lo speculare quale sia favola, quale verità, lascio e raccomando specialmente alla prudenza e saggezza del lettore.


    Napoli, Piazza Garibaldi. Secondo vecchie cronache, qui vi era un appartamento "abitato" dal munaciello - Immagine tratta dal sito http://www.napoletanita.it

    Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito - soggiungo io, oscuro commentatore moderno - con la morte del munaciello. Anzi, tutto è cominciato. La borghesia che vive nelle strade strette e buie o malinconicamente larghe e senza orizzonte, che ignora l'alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell'arte; questa borghesia che non conosce che sé stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullagine; questa borghesia che non ha, non puo avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull'erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è lu munaciello. Non abita i quartieri aristocratici di Chiaia, di S.Ferdinando, del Chiatamone, di Toledo, non abita i quartieri nuovi di Mergellina, del rione Amedeo, di via SaIvator Rosa, di Capodimonte: la parte ariosa, luminosa e linda della città, non gli appartiene. Ma per i vicoli che da Toledo portano giù, per le tetre vie dei Tribunali e della Sapienza, per la triste strada di Foria, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino, il folletto borghese estende l'incontrastato suo regno.
    Dove è stato vivo, s'aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, la pazienza di lana bianca ed il cappuccetto nero, lì ricompare, nella medesima parvenza, pel terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini. Dove lo hanno fatto soffrire, anima sconosciuta e forse grande in un corpo rattrappito, debole e malaticcio, là egli ritorna, spirito malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga ed insaziabile vendetta. Egli si vendica epicamente, tormentando coloro che lo hanno tormentato. Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino, se veramente questo munaciello esiste e scorazza per le case e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete udirne delle storie, ne udrete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello...
    Quando la buona massaia trova la porta della dispensa spalancata, la vescica dello strutto sfondata, il vaso dell'olio riverso e il prosciutto addentato dal gatto, è senza dubbio la malizia del munaciello, che ha schiusa quella porta e cagionato il disastro. Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l'ha fatta incespicare, è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese, che lavora all'uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino nelle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline, che ammiseriscono e muoiono; è lui che spianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore all'uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfa, se uno zio ricco muore, lasciando alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61, 88 è la mano diabolica del folletto, che ha preparato queste sventure grandi e piccole.
    Quando il bambino grida, piange, non vuole andare a scuola, scalpita, corre, salta sui mobili, rompe i vetri e si graffia le ginocchia, è il munaciello che gli mette i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s'immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita; quando il giovanotto compra cravatte irresistibili, mette il profumo nel fazzoletto, e si fa arricciare i capelli, rincasa a tarda notte, col volto pallido e stanco, gli occhi pieni di visioni, l'aspetto trasognato, è il munaciello che turba la sua esistenza; quando la moglie fedele si ferma, a guardar troppo il profilo aquilino ed i mustacchi biondi del primo commesso di suo marito e nelle fredde notti invernali, veglia, con gli occhi aperti nel vuoto e le labbra che invano tentano mormorare la salvatrice Avemmaria, è il munaciello che la tenta, è il diavolo che ha preso la forma del munaciello; è il diavoletto che dà al marito il vago desiderio di dare un pizzicotto alla serva MariaFrancesca; è il folletto che fa cadere in convulsioni le zitellone isteriche. È il munaciello che scombussola la casa, disordina i mobili, turba i cuori, scompiglia le menti, empiendole di paura. E lui, lo spirito tormentato e tormentatore, che porta il tumulto nella sua tonacella nera, la rovina nel suo cappuccetto nero.
    Ma la cronaca vendica lo dice, o buon lettore: quando il munaciello portava il cappuccetto rosso, la sua venuta era di buon augurio. È per questa sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, che il munaciello è rispettato, temuto ed amato. È per questo che le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, perché non venga scoperto il gentile segreto; è per questo che le zitellone lo invocano a mezzanotte, fuori il balcone, per nove giorni, perché mandi loro il marito, che si fa tanto aspettare; è per questo che il disperato giuocatore di lotto gli fa lo scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri; è per questo che i bambini gli parlano, dicendogli di portar loro i dolci ed i balocchi che desiderano. La casa dove il munaciello è apparso, è guardata con diffidenza, ma non senza soddisfazione; la persona che, allucinata, ha visto il folletto, è guardata compassionevolmente, ma non senza invidia. Ma colei che lo ha visto - apparisce, per lo più, a fanciulle ed a bimbi - tiene per sé il prezioso segreto, forse apportatore di fortuna. Infine il folletto della leggenda, rassomiglia al munaciello della cronaca napoletana: è, vale a dire, un'anima ignota, grande e sofferente in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stramente simbolico; un'anima umana, dolente e rabbiosa; un'anima che ha pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola, come un bambino ingenuo ed innocente.

  10. #10
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    A dimostrazione di quanto fosse radicata a Napoli questa leggenda, nel 1578 venne emanata una legge che consentiva all'inquilino, qualora fosse stato ripetutamente disturbato da un munaciello, di lasciare l'abitazione senza pagare l'affitto...

 

 
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