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Tratto dal libro di Vittorio Messori, edito dalla Oscar Mondadori
Se sto alla mia esperienza, nell’Opus Dei – per fare un esempio non irrilevante – non ho visto presente alcuna di quelle ossessioni alimentari, di quei tabù dietetici che sono tra le stigmate caratteristiche del settario e del maniaco religioso. Pur dicendosi seguaci di quel Gesù che dovette subire il rigorismo farisaico con il suo tormento di stabilire cosa sia puro e cosa sia impuro; quel Gesù che mangiò e bevve, ricordando che ciò che contamina l’uomo non viene dal di fuori ma dal di dentro. Pur seguaci, dunque, di un simile Maestro di libertà, da sempre infinite sette e chiesuole sedicenti cristiane, si tormentano e tormentano i seguaci con loro liste di cibi e bevande proibiti e “leciti”. C’è dunque chi ammette la carne e chi la maledice, chi precisa quali carni sì e quali carni no; chi accetta il pesce e chi lo rifiuta; c’è chi beve il vino e chi lo rifiuta, chi ammette il vino e non gli altri alcolici...
In una “Chiesa” (e non delle più irrilevanti per numero di aderenti e prestigio) si è arrivati allo scisma, non riuscendo a mettersi d’accordo se il caffè, il cacao e il tè fossero da considerarsi “droghe” in senso biblico e se dunque dovessero figurare nell’elenco degli alimenti che per un cristiano sarebbero da proscrivere.... E non si parla dell’avversione che oggi sfiora l’isterismo, per una pianta che pure fu sacra per molte culture e che Gesù, non potendo conoscerla – mancavano 15 secoli alla scoperta delle Americhe – non poté né accettare né rifiutare: il tabacco.
Nell’Opus Dei, almeno quanto a varietà di cibi e di bevande, si mangia e si beve ciò che si vuole, fatto salve le superstiti prescrizioni della Chiesa e la cena (affidate alla responsabilità personale) della salute, oltre alla considerazione per quella libertà da ogni eccesso, gola compresa, che è precetto valido per ogni credente chiamato a seguire la virtù “cardinale” della temperanza. Anche in questo – occorre riconoscerlo – si cerca di ottemperare al precetto evangelico: «Quando digiunate non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere che digiunano [...]. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto perché la gente non veda che digiuni ma solo tuo Padre che è nel segreto» (Matteo, mt 6, 16, sgg.)
Di più: nell’Opus Dei (scandalo massimo per gli invasati “religiosi”, ma anche oggi, per il benpensante “laico”), chi proprio vuole, fuma. Così, nei suoi Centri, sono sparsi sui tavoli e tavolini, quei portacenere che il piccolo borghese politicamente “corretto” ha espulso con vigore fanatico, sfogando l’eterno bisogno di intolleranza non più verso negri, donne, ebrei, omosessuali (purtroppo per lui, la mentalità dominante glielo ha proibito), ma verso quell’unica minoranza indifesa restata sul mercato del disprezzo, il gruppo superstite dei volgari e malefici fumatori. La sigaretta vista come ennesimo sostituto del diavolo, madre di tutti i mali (non c’è morbo che non le venga attribuito, dal ginocchio della lavandaia alla pellagra), e il suo consumatore sfuggito come posseduto dal Maligno, avvelenatore non solo di se stesso, ma anche di bimbi innocenti, vergini pudiche, di veiardi venerandi.
Ebbene, a ulteriore scandalo degli attuali moralisti intolleranti, c’è nella vita del beato Escrivà, un episodio solo in apparenza minore e che a me sembra invece altamente significativo. Il 25 giugno 1944, l’arcivescovo di Madrid ordina i tre primi sacerdoti dell’Opus Dei. Sono tutti e tre ingegneri (il fondatore, lo sappiamo, è architetto mancato: particolare di concretezza toco-misticheggiante da tenere d’occhio nella prospettiva che qui ci interessa) e potranno finalmente alleviare il peso che sulle spalle di don Escrivà, fino al allora, fu solo nella formazione spirituale dei membri. Nel pomeriggio stesso dell’ordinazione, il fondatore domanda se qualcuno tra quei suoi preti novelli indulga o no al tabacco. No: nessuno di loro fuma. Così, ecco la singolare disposizione di quell’uomo benemerito del Dio di Gesù Cristo, nemico dei puritani e del loro fariseismo che si fa virtù narcisistica e persecutoria: c’è forse qualcosa di non sbagliato nell’adagio antico per il quale “qui vita odit, homines odit” - chi odia i vizi odia gli uomini – che quel Dio lo ricompensi anche per questo bellissimo tratto che lo stacca di netto dalla cupa mentalità da segnalarti, dal fanatismo salutista degli gnostici di sempre, dal conformismo dei benpensanti, dall’ipocrisia della subcultura dominante. Ecco dunque la liberante disposizione:se nessuno dei tre fuma, uno almeno dovrà cominciare a farlo. In effetti, Escrivà, vuole gente “normale”, gente pronta a ogni sacrificio e a tutte le rinunce, ma in privato (“le mortificazioni devono mortificare voi, non gli altri”, è uno dei suoi insegnamenti), avendo all’esterno le apparenze di tutti gli altri. Dunque, poiché “normalità” – nella Spagna e nell’intero Occidente di quegli anni ’40 – vuol dire almeno la metà della popolazione adulta fumatrice (con suddivisione allora fifty fifty dei vagoni ferroviari, specchio della società), sia così tra i suoi, preti compresi. Anche il sigaro, la pipa, la sigaretta – almeno ogni tanto – serviranno a mostrare che la vita nell’Opus Dei non è rara, non è stravagante, è sencillez (semplicità), e normalità, pur nella radicalità dell’impegno cristiano. Chi si assunse il compito di “imparare” a fumare fu Alvaro del Portillo: ma sì, proprio colui che diventerà 31 anni dopo, il successore di Escrivà. E sarà curioso osservare che l’abitudine presa per obbedienza – aveva in quel 1944, 30 anni – non dovette dispiacergli, visto che non da moltissimo il giovane di un tempo, divenuto vescovo-prelato dell’Opus Dei, ha deciso di smettere. Cioè dopo moltissimi decenni di fedele obbedienza all’invito del fondatore, per aiutare anche così a capire cosa sia la vita di normalità per chi abbia vocazione per l’attività di quest’Opera.
http://www.forcesitaly.org/italy/campania/index.htm




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