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    Predefinito Sessanta anni fa nasceva la Repubblica Popolare Cinese

    Sessanta anni fa nasceva la Repubblica Popolare Cinese
    1949: nasce la Repubblica Popolare cinese, 2009:
    la Cina è il nuovo centro del mondo





    di Sergio Ricaldone

    Il 1949 è stato un anno cruciale della storia contemporanea.


    Il 4 aprile, con la firma a Washington del Trattato Nord Atlantico (Nato), l’Occidente mette a punto la sua poderosa macchina militare anticomunista. La guerra fredda contro l’URSS supera la soglia del conflitto ideologico e la Nato mostra al suo mortale nemico i suoi denti al plutonio. Le bellicose intenzioni di fermare con qualsiasi mezzo, inclusa la bomba atomica, l’espansione delle idee comuniste e dei movimenti di liberazione antimperialisti erano già state annunciate dai kilotoni che quattro anni prima avevano incenerito Hiroshima e Nagasaki.



    Dopo avere imbottito i propri servizi segreti e quelli dei paesi alleati con migliaia di gaglioffi nazisti riciclati, l’imperialismo americano sta velocemente scivolando nel maccartismo. I fascisti al potere in Portogallo e Turchia diventano membri a pieno titolo della Nato. Nella Spagna di Francisco Franco si tengono manovre militari congiunte con gli Stati Uniti. Col dito sul grilletto il Pentagono scruta quel che succede a Berlino e lungo la frontiera dell’Elba, oltre la cosiddetta “cortina di ferro”. Il nemico storico per antonomasia sta a Mosca ed è guidato da Giuseppe Stalin, il più popolare tra i vincitori della seconda guerra mondiale. E quel che è peggio ecco arrivare il 14 luglio l’annuncio che l’URSS ha sperimentato con successo il suo primo test atomico. Si dissolve così il pesante ricatto nucleare antisovietico del dopo-Hiroshima.



    La vittoria della rivoluzione cinese.

    E’ probabile che Washington si sia distratta o abbia sottovalutato quello che stava succedendo alcuni fusi orari più ad oriente di Mosca (più tardi Mac Arthur cercherà di rimediare alla distrazione proponendo il bombardamento atomico della Cina…) E’ in quel contesto internazionale che la Lunga Marcia dei comunisti cinesi guidata da Mao, iniziata quindici anni prima, si avvia verso il suo trionfale epilogo. Nel gennaio l’Esercito Rosso libera Pechino e in aprile, in singolare coincidenza con il Congresso Mondiale dei Partigiani della Pace, anche Nanchino, capitale del regime nazionalista, viene liberata dall’Esercito rosso. Infine, con la caduta dell’ultima roccaforte, Chunking, il regime nazionalista di Ciang collassa e il poco che rimane si rifugia sull’isola di Formosa scortato dalla IV flotta americana. Il primo ottobre dello stesso anno, con la proclamazione della Repubblica Popolare, viene sanzionata la vittoria della terza grande rivoluzione che ha segnato e cambiato il corso della storia mondiale moderna dopo quella francese del 1789 e dopo quella russa del 1917.



    Gli anni della Lunga marcia

    Dopo 15 anni la Lunga Marcia è conclusa. Il lungo cammino dei centomila partigiani cinesi guidati da Mao per sottrarsi alla feroce repressione dei nazionalisti di Ciang Kai-shek era iniziato il 16 ottobre 1934 da Ruijin. Dopo undicimila km percorsi superando montagne e grandi fiumi e sostenendo durissimi scontri armati, il 19 ottobre 1935 raggiungono Yanan e qui i soppravissuti si fermano. Sono rimasti solo in ottomila ed è l’inizio di una lunga epopea. Si preparano politicamente e si formano militarmente per poter affrontare una “guerra popolare di lunga durata”. Ma da quel pugno di uomini d’acciaio, “flessibili come il bambù”, nasce un esercito di operai e contadini sempre più grande che nello spazio di 15 anni saprà compiere imprese sbalorditive: prima resistendo ai ripetuti tentativi militari di annientamento del Kuomintang, poi nella dura lotta contro l’occupazione giapponese (magistralmente evocata da Katharine Hepburn nel vecchio film “La stirpe del drago”), e infine, terminata la seconda guerra mondiale, travolgendo e sconfiggendo per l’ultima volta i nazionalisti di Ciang sostenuti dagli americani.



    Americani e giapponesi sostengono il Kuomintang contro l’Esercito Rosso


    Per dissipare ogni dubbio sul sostegno offerto dall’imperialismo americano al loro alleato Ciang Kai-shek ricordiamo che fin dal giorno stesso della capitolazione del Giappone gli Stati Uniti agirono freneticamente per sottrarre al popolo cinese i frutti della vittoria. Lo racconta nel suo libro, “Breve storia della Cina moderna” edito da Feltrinelli nel 1956, il giornalista inglese della Reuter, Israel Epstein, un testimone oculare che ha trascorso quasi tutta la sua vita in Cina, sia nelle zone controllate dal Kuomintang che in quelle liberate: “Il primo passo fu l’ordine del generale Mac Arthur all’esercito giapponese in Cina di non arrendersi alle forze popolari, seguito dalle precise istruzioni di Ciang Kai-shek al generale Okamura, comandante in capo del nemico, di resistere alle forze comuniste”. Significava che gli aggressori giapponesi avrebbero continuato a conservare le proprie armi e mantenuto il controllo delle grandi città della Cina settentrionale e centrale fino all’arrivo delle truppe americane che, nel frattempo, dai sessantamila soldati impiegati nel periodo cruciale della guerra contro il Giappone, quelli sbarcati in Cina a sostegno del Kuomintang furono aumentati fino a centoquarantatremila. Ma non era più il 1919 o il 1939. I rapporti di forza tra imperialismo e movimenti rivoluzionari erano cambiati, sopratutto in Cina. E Mao lo ricorda senza ambiguità: “…Se l’Unione Sovietica non fosse esistita, se non ci fosse stata la vittoria sul fascismo nella seconda guerra mondiale, se l’imperialismo giapponese non fosse stato sconfitto, se non fossero sorte le democrazie popolari, se le nazioni oppresse dell’Oriente non fossero insorte, e se non ci fosse stata la lotta tra le masse di popolo e i dirigenti reazionari degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia, dell’Italia, del Giappone e di altri paesi capitalisti, se tutti questi fattori non si fossero combinati, le forze reazionarie internazionali che si gettavano su di noi sarebbero state incomparabilmente più forti di quello che non siano ora. Avremmo potuto vincere in tali circostanze? Evidentemente no.” (1).



    Una massa sempre più grande di popolo si stava raccogliendo intorno al partito comunista ormai pienamente maturo, il cui prestigio cresceva senza interruzione intorno al vittorioso esercito popolare. Politicamente e militarmente, come fu tristemente ammesso da una relazione militare americana riassunta nel “Libro bianco sulla Cina” del Dipartimento di Stato, le truppe del Kuomintang finirono per trovarsi “in una posizione non dissimile da quella dei giapponesi durante la loro guerra contro la Cina”.



    Il peso geopolitico del gigante Cina


    Per le sue dimensioni geopolitiche (già nel 1949 la Cina contava con i suoi 600 milioni di abitanti, un quarto della popolazione del pianeta) e la poderosa spinta antimperialista proiettata sui popoli del Terzo Mondo la vittoria della rivoluzione cinese è stato un punto saliente della storia contemporanea. Qualunque sia il giudizio su Mao – errori politici inclusi – difficile per chiunque negare l’entità storica dei suoi risultati: ha sconfitto l’accoppiata Kuomintang/imperialismo americano, ha inflitto durissime lezioni all’impero del Sol Levante, ha ricomposto l’unità della nazione e reso la Cina indipendente e sovrana realizzando quello che l’imperatore Qin, più volte citato da Mao, aveva compiuto 22 secoli prima (2).



    Il potenziale innovativo dei comunisti cinesi


    Un dettaglio che molti trascurano, osservando la Cina di oggi, è lo stretto, inscindibile rapporto esistente tra la natura comunista del potere politico e i ritmi sempre più incalzanti del suo sviluppo economico. Pur segnata – come ogni sfida rivoluzionaria – da passi avanti e passi indietro e da una dialettica interna, talvolta molto acuta, che ha imposto in certe fasi dello sviluppo economico correzioni di linea e cambiamenti di rotta (talvolta sorprendenti), le scelte innovative e le riforme compiute dai comunisti cinesi mostrano una sostanziale continuità con quelle tracciate sessant’anni prima dai padri fondatori della Repubblica popolare. Già ai tempi di Mao il PIL cinese presentava un rispettabile livello di crescita medio del 6,2% (3). Da quando la riforma economica di Deng ha optato per un riedizione della NEP leninista in salsa cinese, lo sviluppo ha raggiunto ritmi quantitativi e qualitativi che nessun altro paese al mondo è in grado di eguagliare. E’ così che, dopo 60 anni di leggende anticomuniste, di previsioni apocalittiche e di tentativi di strangolamento, Pechino è ora diventata il centro del mondo. Il turista occidentale rimane sbalordito dalla selva di grattacieli che stanno connotando l’urbanistica delle grandi città cinesi. Le autostrade, le ferrovie, gli aeroporti offrono un’immagine di modernità ed efficienza che è quanto di meglio si possa vedere oggi. Fino a pochi anni fa il confronto di città come Pechino e Shangai veniva fatto con Nuova Delhi e Mumbai, ora viene fatto con New York e Los Angeles ed è l’America a mostrare i segnali della propria decadenza (4). Ma questa è solo l’immagine esotica della Repubblica Popolare.



    “Diritti umani” finti o reali ?

    Il bilancio della Rivoluzione cinese è di ben altro spessore e non teme confronti proprio a partire dai tanto evocati “diritti umani”. Il più importante di questi diritti, quello del cibo, è stato risolto da alcuni decenni in una nazione che prima della liberazione era devastata da micidiali carestie: “Le razioni alimentari procapite sono più alte in Cina che negli Stati Uniti” ricordava già 10 anni fa, il 29/12/1999 su La Stampa di Torino, Neal D. Barnard. Ma anche gli altri “diritti umani”, istruzione, lavoro, sanità, casa, sono in espansione assai più rapida di quanto lo siano in altri Paesi di capitalismo globalizzato. Mentre nel resto del mondo la distanza tra ricchi e poveri è in continua, scandalosa crescita, in Cina la tendenza è di segno contrario: nel rapporto con i più ricchi i poveri diventano sempre meno poveri. A fare la differenza è ancora una volta il colore rosso del potere politico. Se è vero che il comunismo, inteso come “sistema”, non è ancora nato in nessun paese al mondo, Cina inclusa, il partito politico al potere a Pechino sta dimostrando di saper fare egregiamente il suo lavoro in questa fase di transizione senza perdere di vista il punto d’approdo finale. Con buona pace di coloro che si autoconsolano all’idea che il comunismo in tutte le sue versioni sia morto e seppellito.



    Come evolve la competizione Cina – USA.


    Senza tediare chi legge con cifre e statistiche rintracciabili ovunque (persino nei santuari del capitalismo globale, BM e FMI) ci limitiamo a ricordare ciò che scrivono oggi certi sostenitori della bizzarra tesi che il comunismo sia defunto, ora che la Cina, col mondo in piena crisi recessiva, è più che mai la locomotiva trainante dell’economia mondiale: “Obama studia il modello cinese (…) La Cina è l’unica grande economia mondiale che può vantarsi di avere evitato il contagio della recessione (…) A fine anno il suo PIL aumenterà del 7,9%. Un exploit che sembrava impossibile. (…) Questa divaricazione (con l’Occidente) si spiega con la diversa natura del sistema cinese. Economia mista con tanto mercato e tanto Stato. (…) Nella gara sulla modernità delle infrastrutture, è l’America che arranca con anni di ritardo dietro la Cina” (5). Da un quadro del genere risulta chiaro su quale terreno Cina e Stati Uniti si affrontino nella sempre più serrata competizione economica-finanziaria, politica e militare. Per gli Stati Uniti d’America la coppia capitale finanziario-cannoniere rimane l’inseparabile opzione di sempre e poggia su un bilancio militare di oltre 600 miliardi di dollari, su centinaia di basi militari sparse su gran parte del pianeta e sui B52 sempre pronti al decollo per esportare ovunque la “democrazia” modello Bagdad e Kabul. Si chiamava e si chiama imperialismo. La Cina, viceversa, pur non rinunciando con mezzi adeguati alla sua difesa, si afferma invece, sui mercati e in politica estera, utilizzando un ben altro “arsenale”, quello finanziario e industriale. Nessun soldato cinese ha mai varcato le frontiere del paese. Le sue armi offensive sono: i prezzi competitivi e gli standard tecnologici dei suoi prodotti con cui “bombarda” e conquista i ricchi mercati del Nord; il libretto degli assegni con cui la Bank of China elargisce prestiti ai paesi in via di sviluppo, con tassi di interesse vicini allo zero; l’esercito di tecnici e operai che edificano modernissime infrastrutture in Africa, Asia e America latina. A giudicare dai risultati devono essere proprio queste le armi che fanno più paura all’imperialismo.


    Note:

    (1) “Storia della Cina contemporanea” a cura del collettivo dell’Accademia politico-militare di Tung-Pei. Editori Riuniti, 1955.

    (2) “Anche i critici più severi devono riconoscere che la Lunga Marcia diede un contributo essenziale contro l’invasione imperialista, contro i residui feudali, per la costruzione di uno Stato moderno nella più grande nazione del pianeta. Ebbe una grande influenza su tutti i popoli del Terzo mondo nella decolonizzazione del pianeta. F.Rampini, La Repubblica, 16 ottobre 2004.

    (3) Samir Amin : Il socialismo di mercato in Cina. La rivista del manifesto, gennaio 2001.

    (4) “Oggi lasciare Pechino e arrivare a New York è un po’ come fare un salto nel passato. Parti da un aeroporto che forse è il più bello e moderno del mondo (…) una vetrina luccicante di modernità, pulizia, efficienza e cortesia. (…) Già a bordo del volo Continental CO88 Pechino-New York sei subito confrontato con i segnali fisici della decadenza americana: gli aerei sempre più vecchi e sporchi, il servizio penoso, un’aria di trasandatezza che contrasta con l’attenzione al consumatore-passeggero delle compagnie asiatiche. L’arrivo avviene allo scalo di Newark, che è pur sempre meglio del caotico JFK, eppure anche lì il primo contatto è con il “vecchiume” dell’America: tutto é antiquato, talvolta lercio, talaltra cade a pezzi. Se prendi il taxi per andare in città, è il decadimento della rete stradale-autostradale che ti colpisce rispetto alla Cina. In fatto di infrastrutture la Cina non sta solo vincendo la gara con l’India: per ora ha stravinto anche la sfida con l’America” F.Rampini, La Repubblica delle donne, - Pensieri in trasloco - 29 agosto 2009.

    (5) La Repubblica, F.Rampini – Obama studia il modello cinese – 27 luglio 2009

    Gramsci Oggi, settembre 2009 – www.gramascioggi.org

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    Predefinito Rif: Sessanta anni fa nasceva la Repubblica Popolare Cinese

    da Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol. XI, Teti Editore, Milano, 1975
    A sessanta anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (01/10/1949) - trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

    Le vittorie decisive delle forze rivoluzionarie e la costituzione della Repubblica Popolare Cinese

    Nel gennaio del 1948, a Hong Kong, alcuni autorevoli esponenti del Kuomintang, malcontenti della politica di Chiang Kai-shek, avevano creato un Comitato rivoluzionario del Kuomintang, dichiarandosi pronti a battersi con i comunisti per la formazione di un governo democratico di coalizione e per attuare la riforma agraria. Nello stesso tempo si svolgeva a Hong Kong una riunione della Lega democratica, che si dichiarò per l’appoggio alla lotta armata del Partito comunista cinese contro la reazione del Kuomintang e solidale con il programma agrario dei comunisti. Felicitandosi per le dichiarazioni del Comitato rivoluzionario del Kuomintang e della Lega democratica, il partito comunista, nel suo messaggio del Primo Maggio, proponeva a tutti i partiti e raggruppamenti democratici, alle organizzazioni di massa e alle personalità apartitiche, la convocazione di una nuova conferenza politica consultiva, senza la partecipazione dei reazionari. La proposta fu accolta, e nell’agosto del 1948 i rappresentanti dei partiti e dei raggruppamenti politici si recarono nelle zone liberate, per attuare praticamente la collaborazione con i comunisti.

    A partire dall’autunno del 1948 i ritmi di sviluppo degli avvenimenti rivoluzionari in Cina si accelerarono fortemente. Inizialmente la direzione del partito comunista, basandosi soprattutto su quello che poteva essere lo sviluppo della rivoluzione dal punto di vista militare, aveva calcolato di poter giungere alla vittoria in cinque anni, cioè presso a poco nel 1952. Ma l’ascesa rivoluzionaria di tutto il popolo nelle regioni dominate dal Kuomintang accelerò considerevolmente il crollo del regime di Chiang Kai-shek e consentì all’esercito popolare di liberazione di conseguire vittorie decisive già all’inizio del terzo anno di guerra.

    Nel settembre-ottobre 1948, a seguito di una grande operazione che si protrasse per 52 giorni, fu annientato quasi mezzo milione di soldati del Kuomintang e liberata completamente tutta la parte nord-orientale del paese. Ne seguì la vittoria non meno esaltante di Huai Hai, conseguita dopo 65 giorni di combattimenti. In questa grandiosa battaglia furono sconfitte 55 divisioni del Kuomintang, comprendenti complessivamente 550 mila uomini. Nel dicembre 1948 e gennaio 1949 si svolse una grande battaglia nella Cina settentrionale, che portò alla liberazione di numerose città, tra cui Pechino la cui guarnigione si arrese senza combattere. Queste tre grandi vittorie delle forze rivoluzionarie spezzarono le reni all’esercito del Kuomintang. Il processo di tracollo del regime del Kuomintang era ormai irreversibile. Il 1° gennaio 1949, in un discorso alla radio, Chiang Kai-shek propose ai comunisti l’avvio di negoziati di pace.

    Il messaggio di capodanno di Chiang Kai-shek era il riconoscimento della propria sconfitta da parte della reazione del Kuomintang. Il 14 gennaio 1949 il Comitato centrale del partito comunista rispondeva ufficialmente alla proposta di Chiang Kai-shek. Esso si diceva pronto a avviare negoziati con il Kuomintang, alle seguenti condizioni: punizione dei criminali di guerra, abolizione della pseudo Costituzione del 1946, del sistema giuridico del Kuomintang, riorganizzazione di tutte le forze armate reazionarie sulla base di principi democratici, confisca del capitale burocratico, riforma del sistema agrario, annullamento dei trattati ineguali, convocazione di una conferenza politico consultiva senza la partecipazione di elementi reazionari, per la creazione di un governo democratico di coalizione che avrebbe assunto tutti i poteri del governo reazionario del Kuomintang e degli organi locali che ne dipendevano, a tutte le istanze.

    Nel Kuomintang si accese una lotta attorno a queste condizioni. Il gruppo che stava attorno a Chiang Kai-shek voleva la cessazione immediata e incondizionata delle operazioni militari, dopo di che sarebbero stati avviati i negoziati. Il vicepresidente Li Tsung-jen e un gruppo di generali ritenevano che si dovessero accettare le condizioni poste dai comunisti. Sotto la pressione di questi gruppi Chiang Kai-shek trasmise le funzioni di presidente a Li Tsung-jen, ma conservò di fatto il potere sull’apparato del Kuomintang e, ciò che era ancora più importante, il controllo sulle truppe e sulla distribuzione degli aiuti americani. Egli sperava che i negoziati si trascinassero per le lunghe in modo da dargli la possibilità di mettere assieme nuove divisioni per continuare la lotta. Il nuovo presidente, assumendo ufficialmente le sue funzioni, dichiarò di esser d’accordo per iniziare i negoziati alle condizioni poste dal Partito comunista cinese.

    I negoziati ebbero inizio a Pechino i1 1° aprile e durarono due settimane. Essi portarono all’elaborazione di un progetto di trattato di pace. La delegazione comunista fece concessioni sul punto che concerneva la punizione dei criminali di guerra, nel senso di prevedere atteggiamenti differenziati nei confronti dei dirigenti del Kuomintang, responsabili in misura diversa dello scatenamento della guerra civile. Il partito comunista acconsentì anche all’inclusione nel futuro governo di coalizione di dirigenti del partito del Kuomintang di “sentimenti patriottici”. Le altre condizioni poste dai comunisti furono tutte incluse nel testo del progetto di trattato per la pacificazione del paese. Ma il governo di Li Tsung-jen, presa visione del progetto di trattato, il 20 aprile 1949 dichiarò di non volerlo sottoscrivere.

    Il 21 aprile l’esercito popolare di liberazione gli rispose con un’offensiva generale contro le truppe del Kuomintang. Forzato lo Yangtze il 23 aprile esso occupava Nanchino, la capitale del Kuomintang. Nel maggio furono liberate le maggiori città della Cina, quali Hang chou, Shangai, Wuhan e Hengyang. Al sud l’esercito popolare di liberazione era agevolato dal fatto che, all’appello del consiglio militare popolare-rivoluzionario a tutte le autorità locali, militari e civili del Kuomintang a sottoscrivere trattati di carattere locale sulla base delle condizioni fissate a Pechino, una serie di alti dirigenti militari del Kuomintang risposero arrendendosi senza combattere, rendendo così possibile la liberazione pacifica delle province della Hunan, Yunan, Hsikiang e Sin Tsian. Molti di questi dirigenti del Kuomintang ottennero in seguito posti di rilievo nel governo della Repubblica Popolare Cinese. Nel dicembre 1949 tutta la parte continentale della Cina, a eccezione del Tibet, era completamente liberata. I resti dell’esercito del Kuomintang si rifugiarono nell’isola di Formosa. Il regime del Kuomintang era abbattuto.

    Con il passaggio all’offensiva dell’esercito popolare di liberazione e la liberazione di un sempre maggior numero di città, il partito comunista dovette misurarsi sempre di più con i problemi dei suoi rapporti con i diversi strati della popolazione urbana, e in primo luogo con la classe operaia. È da quel momento che esso si impegnò a rafforzare la propria influenza politica sulla classe operaia, particolarmente instaurando l’unità del movimento sindacale sotto il suo controllo. Nell’agosto 1948 ad Harbin i sindacati delle regioni liberate e l’Associazione cinese del lavoro che operava nelle regioni dominate dal Kuomintang tennero il VI congresso pancinese dei sindacati (il precedente si era tenuto nel 1929), che ricreò la Federazione sindacale pancinese. In questa federazione fu assegnata ai comunisti una funzione dirigente.

    Alla riunione allargata dell’Ufficio politico del Comitato centrale del partito comunista che si tenne nel settembre 1948, fu sottolineata la necessità di “rafforzare l’attività di amministrazione delle città e dell’industria e di portare gradualmente dalle campagne alle città il centro di gravità del lavoro di partito”. Alla fine del 1948 Mao Tse-tung e Liu Shao-chi, nell’organo dell’Ufficio di informazione dei partiti comunisti “Per una pace stabile, per una democrazia popolare” e in altri documenti del Partito comunista cinese, dichiaravano che il partito si atteneva ai principi del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario, della funzione dirigente dell’Unione Sovietica nel fronte antimperialista mondiale, dell’importanza dell’esempio e dell’esperienza dei bolscevichi russi e dell’alleanza con l’URSS per la vittoria della rivoluzione cinese. In un articolo dedicato al 31° anniversario della grande rivoluzione socialista d’Ottobre, Mao Tse-tung scriveva: “Il Partito comunista cinese a stato fondato e si sviluppa sul modello del Partito comunista dell’Unione Sovietica […]. Siamo illuminati dai raggi della rivoluzione d’Ottobre”. Nel dicembre 1948 il Comitato centrale del Partito comunista cinese criticò, “l’ideologia deviazionista di destra” dei quadri del partito nei rapporti con la classe operaia. “I dirigenti intellettuali - rilevava - preferiscono discutere solamente con i capitalisti, gli impiegati e gli studenti. I funzionari di origine contadina cercano di avvicinarsi ai contadini poveri. Per quanto si riferisce agli operai, pochi vi prestano attenzione e la classe operaia rimane dimenticata. Attualmente, mentre stiamo per vincere in tutto il paese, e liberiamo una dopo l’altra le grandi città, il fatto che il partito comunista dimentichi le proprie radici è un fatto scandaloso”. Nel luglio 1948 il Comitato centrale dispose la fondazione dell’Istituto del marxismo-leninismo e della sua filiale nord-orientale, con corsi di diciotto mesi. Accanto a una preparazione di carattere generale, alla quale era dedicato il primo semestre, il programma prevedeva per il secondo semestre lo studio delle tre parti fondamentali del marxismo: economia politica, scienze politiche e filosofia.

    Mentre l’esercito popolare di liberazione stava sgominando le truppe del Kuomintang il Partito comunista cinese si stava occupando della preparazione politica alla formazione del nuovo governo.

    Gli organi del potere popolare nelle zone liberate erano, per il loro carattere di classe, una varietà della dittatura democratico-rivoluzionaria. In essi la maggioranza era costituita da rappresentanti dei contadini, ma ne facevano parte anche rappresentanti degli operai, della piccola borghesia urbana e della borghesia nazionale. La direzione assoluta in questi organi, in tutte le loro istanze, era nelle mani del partito comunista, fondamentalmente di contadini passati per il servizio militare. Nelle città, il potere era diretto dai comitati di controllo militare, nominati dai comandanti locali dell’esercito popolare di liberazione. A questi erano soggetti anche i comitati cittadini del partito e l’amministrazione delle città. Sotto la loro direzione venivano acquisite le proprietà confiscate, veniva attuata la riorganizzazione dell’apparato amministrativo, si avviava la produzione, si conduceva la lotta contro gli agenti del Kuomintang e contro quanti violavano l’ordine pubblico. I comitati di controllo militare dirigevano il lavoro preparatorio per la convocazione delle conferenze dei rappresentanti di tutte le categorie della popolazione, che era la forma transitoria delle assemblee dei rappresentanti del popolo.

    La riunione del Comitato centrale del partito comunista che ebbe luogo dal 5 al 13 marzo 1949 nel villaggio di Si Bai Po, nella provincia di Hopei, confermò le decisioni di settembre dell’Ufficio politico, relative al trasferimento del centro di gravità del lavoro di partito dalle campagne nelle città, e chiamò il partito ad appoggiarsi nel suo lavoro nelle città soprattutto alla classe operaia. Esso pose il compito della trasformazione della Cina in un paese socialista, indicando le diverse fasi del periodo transitorio. La struttura statale della futura Repubblica Popolare Cinese veniva caratterizzata come una “dittatura democratica del popolo”, diretta dalla classe operaia e basata sull’alleanza degli operai e dei contadini. Il Comitato centrale approvò anche quanto deciso circa l’alleanza con l’URSS. Esso fu incaricato di accelerate la preparazione della costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Le decisioni di questa riunione del Comitato centrale ebbero una grande importanza dal punto di vista di principio, in quanto davano al partito indicazioni pratiche per la trasformazione della rivoluzione democratico borghese in rivoluzione socialista.

    Il 21 settembre 1949 a Pechino si era aperta la Conferenza politica consultiva popolare. Vi presero parte i rappresentanti di tutti i partiti e gruppi democratici. La maggioranza dei delegati rappresentava il partito comunista, che diresse, anche tutto il lavoro della conferenza. Furono approvati lo status della conferenza stessa, in quanto organizzazione del fronte unico, una legge sull’organizzazione del governo centrale della Repubblica Popolare Cinese e un programma generale, che avrebbe dovuto servire da legge fondamentale della Repubblica Popolare Cinese fino all’approvazione della Costituzione. Il 30 settembre, ultimo giorno dei lavori, la conferenza elesse il governo popolare centrale della Repubblica Popolare Cinese, diretto da Mao Tse-tung, e decise di fissare la capitale della repubblica a Pechino. Il 1° ottobre 1949 veniva proclamata solennemente la costituzione della Repubblica Popolare Cinese.

    Il giorno dopo questa proclamazione, il nuovo Stato fu riconosciuto dall’Unione Sovietica, e successivamente da tutti gli altri Stati socialisti.

    La vittoria della rivoluzione cinese aveva aperto una nuova epoca nella storia secolare dei popoli della Cina. Essa aveva creato le premesse per il rafforzamento dell’indipendenza del paese e il completamento delle trasformazioni democratico-borghesi, per il passaggio della Cina alle vie di sviluppo socialista, per la trasformazione di un paese agrario e arretrato in uno Stato progredito, economicamente sviluppato. Uno dei fattori decisivi della vittoria della rivoluzione cinese fu l’aiuto politico, diplomatico, economico e militare del partito comunista sovietico e dell’Unione Sovietica, prestato sulla base dei principi dell’internazionalismo proletario alle forze rivoluzionarie della Cina, dirette dal partito comunista.

    L’importanza mondiale della rivoluzione cinese sta nel fatto che essa allargò fortemente la falla del sistema coloniale dell’imperialismo in Asia ed ebbe un’influenza profonda sullo sviluppo del movimento di liberazione nazionale e democratico- popolare antimperialista in tutto il continente asiatico. Affermando il proprio obiettivo di edificare il socialismo, la Repubblica Popolare Cinese entrava a far parte del sistema socialista mondiale.

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    Predefinito Rif: Sessanta anni fa nasceva la Repubblica Popolare Cinese

    da Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol. XI, Teti Editore, Milano, 1975
    A sessanta anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (01/10/1949) - trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

    Il passaggio dell’esercito popolare di liberazione all’offensiva strategica.
    Il programma politico ed economico del Partito Comunista Cinese


    Il passaggio dell’esercito popolare di liberazione all’offensiva generale, che ebbe luogo nel giugno 1947, incominciò con un possente attacco delle truppe comandate da Liu Po-cheng. Attraversato il Fiume Giallo esse sostennero una serie di vittoriosi combattimenti con il nemico e occuparono estesi territori a sud del fiume. Le avanguardie di questo esercito si spinsero fino alle rive dello Yangtze. A questo successo contribuirono le azioni militari delle truppe della Cina orientale, che avevano respinto gli attacchi dell’esercito di Chiang Kai-shek e aperto la strada alle regioni della pianura centrale.

    Nell’agosto 1947 il gruppo di armate di Chen Keng forzava il Fiume Giallo, tagliava la strada ferrata di Lunghai e, battendo le truppe del Kuomintang, si spingeva nell’Honan occidentale. Grazie a questa marcia le regioni liberate dello Shansi, Shantung, Honan e Anchoi venivano a costituire un tutto unico, ciò che creava condizioni favorevoli per l’estensione delle operazioni militari. Una grande importanza ha avuto l’offensiva del gruppo di armate di Chen Yi, incominciata nel settembre 1947 e coronata da un successo che consentì alle unità dell’esercito popolare di liberazione di liberare immensi territori nelle province dell’Honan, Anchoi e Shensi.

    Grazie a queste operazioni tre gruppi di armate si riunivano e nel dicembre 1947 le regioni liberate, prima isolate, si fondevano in un unico massiccio: il territorio libero della Pianura centrale. Parecchie città e villaggi erano rimasti nelle mani del Kuomintang ma, essendo bloccati, non costituivano una seria minaccia militare. I contrattacchi delle truppe del Kuomintang venivano respinti con successo.

    Nell’agosto e settembre 1947 passarono all’offensiva le truppe dei gruppi di armate nord-occidentali al comando di Pen Teh-huai e unità dell’esercito popolare di liberazione dei gruppi dello Shantung e nord-orientale, al comando di Lin Piao.

    Nel dicembre 1947 il gruppo di truppe nord-orientale passò all’offensiva e nell’aprile 1948, sconfitte le divisioni del Kuomintang, liberò quasi tutta la Cina nord-orientale, isolando le città di Shenyang (Mukden) e Changchun. Nell’inverno 1947 e nella primavera 1948 l’esercito popolare di liberazione passò a vittoriose azioni offensive anche su altri fronti, eliminando il Kuomintang non solo dalle zone rurali, ma anche da grandi città.

    L’offensiva vittoriosa dell’esercito popolare di liberazione allarmò i circoli dirigenti degli USA. Già nel luglio 1947 era stata inviata in Cina una missione speciale guidata dal generale Wedemeyer che aveva il compito di studiare le misure atte a salvare il regime del Kuomintang. Dopo un mese di lavoro la missione giunse a conclusioni poco rassicuranti. Gli esperti americani riconobbero che il Kuomintang non era in grado di vincere i comunisti con la forza militare, che il governo del Kuomintang era incompetente e corrotto, che era necessario risanarlo e rafforzarlo con provvedimenti d’urgenza. La missione affermò anche di ritenere che senza l’attuazione di riforme politiche e economiche, tra cui la riforma agraria, non c’era neanche da pensare al rafforzamento del regime del Kuomintang ormai imputridito. Nello stesso tempo, però, Wedemeyer riteneva che Chiang Kai-shek fosse una figura insostituibile e che non ci fossero in Cina altri capi capaci di far fronte ai comunisti.

    Nonostante le critiche rivolte all’attività del Kuomintang, Wedemeyer raccomandò l’aumento degli aiuti militari ed economici a Chiang Kai-shek. Tenendo conto che il suo governo non era in grado di utilizzare da solo in modo efficace l’aiuto americano, egli suggeriva altresì l’accrescimento del controllo dei rappresentanti statunitensi sull’attività dell’apparato militare e amministrativo di Chiang Kai-shek.

    Il governo statunitense respinse formalmente le proposte di Wedemeyer, temendo che un suo intervento diretto e aperto nelle vicende interne della Cina potesse condurre a un pericoloso confronto con l’Unione Sovietica in Asia. Ma gli USA continuarono ad aiutare il regime di Chiang Kai-shek, anche se il loro aiuto non poteva più esercitare un’influenza sull’esito della guerra civile.

    Nell’ottobre 1947 il governo del Kuomintang dichiarò fuori legge la Lega democratica e ne vietò l’attività. Questo passo veniva a dimostrare una volta di più agli strati oscillanti degli intellettuali e della piccola borghesia che il Kuomintang non intendeva affatto rinunciare alla sua politica reazionaria. Alla Lega democratica e agli altri gruppi intermedi non rimaneva altra via che quella di schierarsi con il partito comunista, accettando le sue proposte di fronte unico.

    Nell’autunno 1947, basandosi sulle vittorie conseguite sui campi di battaglia, il partito comunista iniziò un’attiva offensiva politica. Nella nuova situazione di generale ascesa rivoluzionaria e di disfacimento del regime del Kuomintang, il Comitato centrale del partito comunista pose l’obiettivo di completare la rivoluzione democratico-popolare. Il programma politico ed economico del partito nella fase finale della rivoluzione fu formulato nella dichiarazione dell’esercito popolare di liberazione della Cina, pubblicata il 10 ottobre 1947.

    Nella dichiarazione venivano indicati obiettivi generali nazionali e democratici. Nel campo politico era prevista l’eliminazione del regime dittatoriale marcio di Chiang Kai-shek con mezzi militari e l’instaurazione di un regime popolare democratico nel quale sarebbe garantita al popolo la libertà di stampa, di parola, di riunione e di organizzazione, la fine delle concussioni e delle malversazioni, e la creazione di un’amministrazione onesta e disinteressata; il riconoscimento del diritto all’autonomia di tutte le minoranze nazionali; l’annullamento di tutti i contratti e degli accordi capestro conclusi dal governo di Chiang Kai-shek e l’avvio di una politica estera indipendente. Nel campo economico era prevista la confisca di tutto il grande capitale monopolistico di Stato (“burocratico”); lo sviluppo dell’industria e del commercio nazionali; il miglioramento delle condizioni di vita degli operai e degli impiegati; assistenza ai colpiti dalle calamità e a tutti i bisognosi; liquidazione del sistema agricolo feudale e passaggio della terra in proprietà dei contadini.

    La dichiarazione faceva appello all’unione di tutte le classi e gli strati oppressi della popolazione - operai, contadini, soldati, intellettuali, piccoli commercianti in un unico fronte nazionale il cui programma generale sarebbe consistito nelle rivendicazioni avanzate dalla dichiarazione stessa.

    Questo programma, per il suo contenuto economico e sociale, non usciva dal quadro di una rivoluzione democratico-borghese e quindi era accettabile anche per la borghesia nazionale. Il pilastro sociale fondamentale dell’esercito e la sua base di massa continuavano a essere rappresentati dai contadini, perciò l’attuazione di una radicale riforma agraria antifeudale era considerata dalla direzione del partito comunista come “la premessa più fondamentale per una lunga lotta e il conseguimento della vittoria in tutto il paese”. Perciò il Comitato centrale del partito, contemporaneamente alla dichiarazione dell’esercito popolare di liberazione, rese di pubblica ragione i lineamenti generali di una legge fondiaria per la Cina, elaborati dalla conferenza agraria pancinese del partito comunista, che aveva avuto luogo nel settembre 1947. In questo documento si prevedeva la completa liquidazione delle proprietà degli agrari con la distribuzione egualitaria della terra, in base al numero dei componenti la famiglia, soprattutto ai contadini più poveri. Risultato inevitabile di questa ripartizione era l’esproprio dei contadini ricchi.

    Grande importanza politica rivestiva 1’articolo 10 dei lineamenti generali, che prevedeva la distribuzione delle terre delle famiglie dei soldati e degli ufficiali dell’esercito del Kuomintang, dei funzionari del governo del Kuomintang, dei membri del Kuomintang e di quanti altri si erano schierati con il nemico. Con questa politica il partito comunista attrasse dalla sua parte una grande quantità di uomini che erano stati avvelenati dalla propaganda del Kuomintang, contribuì a provocare divisioni nell’esercito del Kuomintang e indebolì il fronte nemico. Inoltre i traditori e i criminali di guerra, i responsabili dello scatenamento della guerra, venivano privati del diritto alla terra. I lineamenti generali riconoscevano il diritto allo sfruttamento della terra, alla sua compravendita e, in determinate circostanze, anche il diritto di affittarla. Le proprietà e le imprese degli industriali e dei commercianti che avevano gestito le loro aziende con i metodi capitalistici non erano soggette a confisca, ed erano tutelate dalla legge. Questa politica era appoggiata dalla borghesia nazionale, i cui interessi erano stati lesi dal regime del Kuomintang.

    Nel corso delle trasformazioni agrarie nelle campagne si erano create le unioni dei contadini poveri che, congiungendo i loro sforzi a quelli dei contadini medi, avevano fatto crollare il regime dei grandi proprietari fondiari. Dal febbraio al maggio 1948 il Comitato centrale del partito comunista limitò la distribuzione delle terre alle sole zone liberate prima dell’offensiva generale dell’esercito popolare di liberazione. Nelle zone di nuova liberazione la riforma agraria fu rinviata alla fine della guerra. Contemporaneamente furono prese decisioni intese a salvaguardare gli interessi della borghesia nazionale e a conservare nelle mani degli agrari le loro imprese industriali e commerciali.

    Sullo sviluppo della rivoluzione antifeudale e antimperialistica, i lineamenti generali, con le modifiche apportatevi nel 1948, hanno avuto una grande funzione per la mobilitazione delle masse contadine per abbattere il regime del Kuomintang e instaurare il potere democratico-popolare.

    Viva la Comune

 

 

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