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  1. #1
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    Predefinito Una domanda per Pieffebi

    Oggi ascoltando a RAI 1 la propaganda per il referendum sull'Art. 18 mi è parso di rilevare un'incongruenza. Il messaggio più o meno diceva che in caso di vittoria dei SI l'art. 18 sarebbe stato esteso anche alle aziende con meno di 16 dipendenti.

    La domanda che mi sono posto è: ma non è un referendum abrogativo?

    Se fosse propositivo capirei ma essendo abrogativo mi par di capire che in caso di vittoria dei SI l'Art. 18 verrebbe abrogato e non esteso a tutti.

    Così sono andato a cercarmi il testo del quesito referendario che recita: "Volete voi, al fine di estendere a tutti i lavoratori subordinati i diritti e le tutele previsti dall'art.18 della legge 20 maggio 1970, n 300, l' abrogazione dell'art.18, comma primo,secondo e terzo dello statuto dei lavoratori ( legge 20/05/1970, n 300) nonchè,dell'art. 2, comma primo, legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", che recita... ecc, ecc."

    Ora si tratta di capire quel "al fine di estendere a tutti i lavoratori subordinati i diritti e le tutele previsti dall'art.18 che cosa significa. Se, cioè, l'estensione è automatica per effetto del referendum (e mi par di no visto che più avanti si parla di abrogazione) oppure se tale estensione deriverà da una legge successiva.

    In questa seconda ipotesi non Le sembra che il messaggio televisivo sia fuorviante?

    La ringrazio per un eventuale chiarimento e ringrazio pure quanti vorranno aiutarmi a capire meglio.


    FreeFlag

  2. #2
    SENATORE di POL
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    Il referendum non si prefigge, ovviamente, lo scopo di abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma semplicemente quelle sue parti che limitano la misura del reintegro obbligatorio del lavoratore licenziato per causa ingiusta alle imprese con un certo numero minimo di dipendenti.
    Se esistesse un articolo (diciamo... il solito articolo quinto del menga) di legge che recitasse:
    " Tutti coloro che hanno dei lavoratori dipendenti con i capelli biondi di sesso maschile corrispondono ai medesimi una speciale indennità oltre al salario. Tale indennità sara liquidata insieme alla tredicesima mensilità nella misura di un cinquanta per cento dell'ammontare della medesima. " (che sarebbe palesemente anticostituzionale e stupido ), come potrei fare a modificarlo per fare in modo che anche le bionde diventino beneficiarie di tale....benefit...utilizzando lo strumento del referendum popolare abrogativo?
    Formulerei forse questo questito:
    " Volete voi che siano abrogate le parole ' di sesso maschile ' contenute nel primo comma dell'articolo quinto della legge del menga? ".

    Se, in tale ipotesi, si raggiunge.... il quorum e.... vincono i sì, le bionde saranno trattate come i biondi. Ossia non viene abrogata l'indennità aggiuntiva al salario, ma semplicemente la parte della norma che limita questo beneficio ai soli maschietti. Se viceversa vincono i no....allora tutto rimane come prima. Così anche qualora non si dovesse raggiungere il quorum.
    Spero di esser stato chiaro.

    Saluti liberali

  3. #3
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    Originally posted by Pieffebi
    Il referendum non si prefigge, ovviamente, lo scopo di abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma semplicemente quelle sue parti che limitano la misura del reintegro obbligatorio del lavoratore licenziato per causa ingiusta alle imprese con un certo numero minimo di dipendenti.

    ...

    Se, in tale ipotesi, si raggiunge.... il quorum e.... vincono i sì, le bionde saranno trattate come i biondi. Ossia non viene abrogata l'indennità aggiuntiva al salario, ma semplicemente la parte della norma che limita questo beneficio ai soli maschietti. Se viceversa vincono i no....allora tutto rimane come prima. Così anche qualora non si dovesse raggiungere il quorum.
    Spero di esser stato chiaro.

    Saluti liberali
    L'esempio è lampante. Ma non risponde esattamente alla mia domanda.

    Il quesito dice:

    "Volete voi, ..., l' abrogazione dell'art.18, comma primo,secondo e terzo dello statuto dei lavoratori ( legge 20/05/1970, n 300)... ecc."

    I primì tre commi di quella Legge dicono:

    Ferma restando l'esperibilità delle procedure previste dall'art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.

    Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l'invalidità a norma del comma precedente.

    In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all'art. 2121 del codice civile.[/B]


    Ora se passa il referendum e vincono i SI questi 3 commi verrebbero cancellati e, in pratica, non ci sarebbero più lavoratori di serie A e di serie B. Tutti uguali senza alcuna garanzia o privilegio. Se vincono i NO la situazione resterebbe invariata.

    O no?

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Era il referendum radicale a prevedere quegli effetti, quello di domani per niente. Il quesito è questo:
    " ABROGAZIONE DELLE NORME CHE STABILISCONO LIMITI NUMERICI ED ESENZIONI PER L'APPLICAZIONE DELL'ART. 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI

    Volete voi, al fine di estendere a tutti i lavoratori subordinati i diritti e le tutele previsti dall'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, l'abrogazione:
    - dell'art. 18, comma primo, legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", limitatamente alle sole parole "che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo", e all'intero periodo successivo che recita "Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro";
    - dell'art 18, comma secondo, legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", che recita "Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui al primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale";
    - dell'art. 18, comma terzo, legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", che recita "Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie";
    - dell'art. 2, comma primo, legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", che recita "I datori di lavoro privati, imprenditori non agricoli e non imprenditori, e gli enti pubblici di cui all'art. 1 della legge 15 luglio 1966, n. 604, che occupano alle loro dipendenze fino a quindici lavoratori ed i datori di lavoro imprenditori agricoli che occupano alle loro dipendenze fino a cinque lavoratori computati con il criterio di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, sono soggetti all'applicazione delle disposizioni di cui alla legge 11 luglio 1966, n. 604, così come modificata dalla presente legge. Sono altresì soggetti agricoli che occupano alle loro dipendenze fino a cinque lavoratori computati con il criterio di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, sono soggetti all'applicazione delle disposizioni di cui alla legge 11 luglio 1966, n. 604, così come modificata dalla presente legge. Sono altresì soggetti all'applicazione di dette disposizioni i datori di lavoro che occupano fino a sessanta dipendenti, qualora non sia applicabile il disposto dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge.";
    - dell'art. 2, comma terzo, legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", che recita "l'art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e' sostituito dal seguente: quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore di lavoro e' tenuto a riassumere il prestatore di lavoro entro il termine di tre giorni o, in mancanza, a risarcire il danno versandogli un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell'impresa, all'anzianità di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti. La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai 20 anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro";
    - dell'art. 4, comma primo, legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", limitatamente al periodo che così recita "La disciplina di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto."?
    "

    Saluti liberali

  5. #5
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    dal quotidiano IL GIORNALE

    " il Giornale del 17/06/2003


    --------------------------------------------------------------------------------

    «E costato scioperi e la vita a Marco Biagi»

    --------------------------------------------------------------------------------

    Il settantacinque per cento degli italiani ha dato ragione alle imprese, esprimendo in forma chiara il suo "no" al referendum. Antonio D'Amato non può non essere soddisfatto dell'esito del voto, o del non voto. Ma gli resta un rimpianto: le tensioni di questi ultimi due anni, "delle quali questo referendum fa giustizia, sono costate ventisette milioni di ore di sciopero fatte per ragioni politiche e, purtroppo, anche la vita di Marco Biagi". Parole dure, quelle che il presidente della Confindustria pronuncia nei saloni dell'Assolombarda. Tuttavia, D'Amato è stato in prima fila nei lunghissimi mesi della battaglia sull'articolo 18, e non ha voglia di cancellare tutto con un colpo di spugna. Il referendum è solo l'ultimo atto di una durissima campagna politica che, ricorda il presidente della Confindustria, "è costata pesanti divisioni nel Paese, con le accuse alle imprese di voler ridurre i diritti dei lavoratori. II risultato - aggiunge - ci rende giustizia, nonostante due anni di campagna forsennata che è costata la vita di Marco Biagi. Per suo merito, invece, oggi l'Italia ha una riforma del mercato del lavoro veramente moderna". Secondo D'Amato, "appare con grande evidenza come 1175% degli italiani abbia dato ragione alle imprese ed espresso in forma chiara e netto il "no" al referendum. Il voto ha rappresentato un'opportunità importante per chiarire in modo definitivo la campagna di mistificazione durata due anni, e dimostrato che le questioni si affrontano con la cultura della deleggittimazione reciproca, senza accusare nessuno di orribbili disegni sulla sicurezza sulla questione, adesso occorre puntare al recupero della competitività del Paese. Una sfida che bisogna affrontare, secondo D'Amato, investendo nell'Università, nella ricerca e anche nella tutela ambientale. Al governo e alla maggioranza che lo sostiene, il presidente degli industriali chiede di "recuperare la convergenza sulle riforme da fare per rilanciare l'economia". Coi sindacati, dopodomani, si concluderà intanto il tavolo su Mezzogiorno, infrastrutture, ricerca. Più in generale, D'Amato è convinto che bisogna superare le conflittualità che rischiano di offrire un'immagine negativa del nostro Paese all'estero. Il rapporto fra Confindustria e governo è "dialettico, come sempre", e non manca una battuta sulla candidatura di Sergio Cofferati a sindaco di Bologna: "È una vicenda che si commenta da sola". Anche le altre organizzazioni imprenditoriali, tutte convinte sostenitrici del "no" o dell'astensione, sono soddisfatte dell'esito del referendum. La Confartigianato afferma che una maggiore informazione sul quesito avrebbe addirittura fatto diminuire l'affluenza degli elettori: "Se dovessimo ripetere questo referendum - sostiene il presidente Luciano Petracchi - andrebbe a votare il 5%". Per il mondo dell'artigianato, del commercio, della piccola impresa e delle cooperative, ha prevalso il buon senso. "I cittadini hanno capito che le piccole imprese sono un valore, e ora è necessario riprendere la concertazione superando la logica del muro contro muro", afferma il presidente della Cna, Ivan Malavasi. Per Marco Venturi, leader della Confesercenti, gli italiani hanno fatto la loro giusta scelta a favore dell'occupazione nelle piccole imprese e contro il lavoro nero. Il presidente della Confcooperative Luigi Marino spiega che il risultato segna la sconfitta di una "linea anacronista, della scelta di trasformare un referendum sul lavoro in una battaglia partitica". Per tutti gli esponenti della piccola impresa, adesso è il momento di ritornare al confronto sereno con i sindacati, alla concertazione. Ma affrontando, come sollecita il presidente della Coldiretti Paolo Bedoni, le altre riforme, "dagli ammortizzatori sociali alla previdenza".
    "


    Cordiali saluti

  6. #6
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    D'Amato deve solo vergognarsi.

  7. #7
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    E perchè? Mica è comunista.

  8. #8
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    In origine postato da Pieffebi
    E perchè? Mica è comunista.
    Tu non sai neanche cos'è la vergogna.

  9. #9
    SENATORE di POL
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    Al contrario di te, che ne hai migliaia, io infatti non ho motivo di vergognarmi di alcunchè da oltre 20 anni.

    Shalom!!!

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    In origine postato da Pieffebi
    Al contrario di te, che ne hai migliaia, io infatti non ho motivo di vergognarmi di alcunchè da oltre 20 anni.

    Shalom!!!
    Chi è senza vergogna, scagli la prima pietra

    Diciamo che potresti cominciare dal più uguale di tutti, al suo archivio per segnarsi che tipo di gioielli ha regalato alla signora, etc etc

 

 
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