Intervista. Con il pensatore francese Alain de Benoist
EUROPA IN CRISI? GUARDIAMO IN ALTO E IN BASSO
La recente realtà politica del nostro continente, tra spinte globali e locali. E una democrazia apparente (Gazzetta del Mezzogiorno 20 giugno 2003)
Alain de Benoist è un intellettuale francese da molti anni sotto i riflettori dell'attualità culturale: premio dell'Accademia francese nel 1978 per un saggio sulle idee contemporanee, da allora i suoi libri sulla religione, la cultura e l'immigrazione sono stati pubblicati in almeno dieci lingue. Fra i fondatori della Nuova destra intellettuale francese, è fra i protagonisti del dibattito culturale europeo. Direttore delle riviste "Nouvelle Ecole" ed "Eléments", è invitato a tenere seminari e conferenze nelle maggiori università europee.
La settimana scorsa dopo l'uscita del suo volume Le sfide della postmodernità (Arianna ed., pp. 310; euro 15,00) ha tenuto all'Università di Bari, su invito dell'associazione "Terzo Millennio" e con il patrocinio dell'Università, una conferenza sulla democrazia partecipativa. Nel suo ultimo volume tratta di democrazia e localismo, di società dei consumi e globalizzazione.
Qual è il maggior problema dell'Europa?
Il vero problema è l'unità dell'Europa: nella guerra in Iraq sono emerse divisioni che non riguardavano solo opinioni differenti. Da un lato c'era il concetto di Europa come soggetto unico, e dall'altro chi sosteneva la solidarietà da dare agli Usa. Di conseguenza, ci sono due progetti europei, completamente differenti: uno che guarda all'Europa come costruzione di una potenza autonoma, quale che sia la sua politica, l'altro che vede l'Europa come una parte di un grande insieme atlantico, essenzialmente come mercato del libero scambio. La polemica sulla guerra dell'Iraq va in realtà molto al di là della guerra in se stessa.
Da una parte ci sono i movimenti di protesta, dall'altra i partiti. Chi esprime meglio il popolo?
L'Europa non si traduce in realtà politica. Quindi è in crisi, a livello sovrannazionale. Sono in crisi i partiti e, in ogni Paese, le istituzioni politiche classiche; è in crisi l'intera nazione che sempre più è troppo grande o troppo piccola. Troppo grande per rispondere agli aspetti quotidiani della realtà e troppo piccola per far fronte all'immensa sfida della globalizzazione. Cresce l'astensione, c'è l'apparizione di nuovi movimenti sociali, di nuovi partiti politici contestatari o identitari. È una crisi generalizzata. Per superarla, si deve rispondere guardando verso l'alto e verso il basso: verso l'alto per la costruzione dell'Europa ideale e verso il basso utilizzando una conseguenza positiva della globalizzazione: la riapparizione del localismo.
Ma la globalizzazione assorbe il locale?
La globalizzazione è una sorta di movimento dialettico che unisce ma che suscita reazioni a questa unificazione e produce nuove frammentazioni. La vita locale assume sempre più importanza ed è a livello locale, di vita, di comunità, di città, di quartiere, che è possibile ritrovare l'impegno politico che permetta ad un individuo di uscire dalla sfera privata per ritrovare un ruolo nella vita pubblica. Ora, con lo sviluppo dell'informatica, con l'abolizione del tempo raggiunta dalla globalizzazione infatti tutto si produce in tempo zero, emerge la possibilità di ritrovare nuove forme di azione politica, secondo il principio di sussidiarietà. Si cerca la possibilità concreta di dare alla gente la possibilità di decidere il più possibile da sola.
Nel suo libro lei richiama la democrazia greca. In che senso?
La democrazie greca è un modello, Ma la cosa più importante sulla quale bisogna interrogarsi è: qual è il principio della democrazia? Molta gente pensa che il principio della democrazia sia il voto, l'elezione. È vero, ma non è l'essenziale. L'essenziale è la partecipazione, cioè un Paese è tanto più democratico quanto più gente esercita la propria libertà di scelta e di partecipazione alla vita pubblica. La democrazia formale non è una democrazia perché la decisione è presa in precedenza dagli stati maggiori dei partiti, dagli esperti, dai tecnici. La democrazia è anzitutto partecipazione e richiama l'idea del locale. Siamo in un'epoca nella quale il privato sopravanza il pubblico e la conseguenza dell'individualismo è la dissoluzione del legame sociale. Se questo scompare, allora non c'è più possibilità di vita collettiva. La democrazia partecipativa permette di combattere la dissoluzione del legame sociale. Se la gente partecipa, si decide insieme ciò che interessa tutti.
Manlio Triggiani




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