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Citazione:
In Origine Postato da Il Condor
Tu mi avevi chiesto quando gli afghani ci hanno dichiarato guerra, e io ti ho risposto ;)
E ti ridico che l'11 settembre NESSUN AFGANO ha dichiarato guerra. La guerra agli afgani l'hanno dichiarata gli USA. Vedi cosa scrivono TUTTI I GIORNALI DEL MONDO.
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Citazione:
In Origine Postato da ScimmioneNudo
E ti ridico che l'11 settembre NESSUN AFGANO ha dichiarato guerra. La guerra agli afgani l'hanno dichiarata gli USA. Vedi cosa scrivono TUTTI I GIORNALI DEL MONDO.
Quello che dici te non ha importanza.
Non "tutti i giornali del mondo", concordano con la tua analisi.
Quello che conta e' il giudizio di Bush e degli Americani (il 70% dei quali sta col loro Presidente), perche' LORO hanno subito l'attacco e LORO hanno la forza per reagire :D
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Citazione:
In Origine Postato da Il Condor
Quello che dici te non ha importanza.
Non "tutti i giornali del mondo", concordano con la tua analisi.
Quello che conta e' il giudizio di Bush e degli Americani (il 70% dei quali sta col loro Presidente), perche' LORO hanno subito l'attacco e LORO hanno la forza per reagire :D
:lol
Persino Bush sa di avere attaccato l'afganistan per primo...
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Caro Hyde, visto che continui ad arrampicarti sugli specchi (e nemmeno tuoi) ti posto un articolo in cui viene descritta CHE COS'E LA PRODUTTIVITA.
Che NON E' come sentenzia spicciolamente il tuo amico Tahoeman esclusivamente un fattore di efficienza...
Produttività
Indica l'efficienza con la quale il lavoro umano è utilizzato in un'operazione produttiva. Per estensione misura l'efficienza con la quale alcuni o tutti gli elementi di produzione sono utilizzati. Si parlerà ad esempio di produttività del capitale per indicare l'efficienza con la quale le attrezzature necessarie alla produzione sono utilizzate.
La produttività si misura a partire dai rapporti di produzione: per la produttività del lavoro il rapporto più utilizzato è quello che confronta la produzione finale (in valore o in quantità) con il numero di ore di lavoro che sono state necessarie per realizzarla (si ottiene così la produttività oraria apparente del lavoro; apparente perché non tiene conto dell'eventuale aumento o diminuzione del ricorso ad altri mezzi di produzione, che hanno contribuito a diminuire o aumentare l'utilizzazione del lavoro diretto). La produttività del capitale pone maggiori problemi, perché non si può utilizzare al denominatore un'unità fisica a causa dell'eterogeneità delle attrezzature utilizzate. Si è quindi costretti a misurare la produttività del capitale in valore; ma il valore delle attrezzature (in realtà il loro prezzo di acquisto) riflette, in una certa misura, la loro efficienza futura, poiché questa efficienza genera una domanda più o meno elevata, dunque tende a spingere più o meno verso l'alto i prezzi di vendita. Ciò equivale a dire che si misura l'efficienza del capitale a partire da un rapporto nel quale entra in considerazione l'efficienza anticipata dagli acquirenti. Questa difficoltà, sottolineata dalla economista inglese Joan Robinson, non è stata mai veramente risolta. Questa studiosa concludeva che il concetto di produttività del capitale (e di capitale) non aveva senso. La grande maggioranza degli economisti contemporanei, anche se ammettono che si tratta di un problema metodologico importante, ritengono che ciò non debba portare alla rinuncia della misura, ma solo a rendere più circoscritta l'interpretazione.
La misura della produttività si compie sia in volume (quando si utilizzano unità fisiche al numeratore, ad esempio tonnellate di farina per ora di lavoro - o quando si utilizzano grandezze monetarie facendo attenzione a eliminare i prezzi più alti e più bassi di un determinato anno) sia in valore (quando si utilizzano unità monetarie). Si chiama incremento di produttività l'evoluzione nel tempo (abitualmente un anno) di questa misura.
La produttività media indica il rapporto tra la produzione realizzata e l'insieme del lavoro fornito (o l'insieme del capitale utilizzato). La produttività marginale indica il rapporto tra l'aumento di produzione e l'aumento di lavoro (o di capitale) necessario per assicurare questo aumento di produzione. Quando la produttività marginale è inferiore alla produttività media si ha interesse ad aumentare la produzione, poiché è necessario relativamente meno lavoro (o capitale) per ottenere quella produzione rispetto a prima. In questo caso si realizzano delle economie di scala.
La produttività globale dei fattori è un modo di calcolo complesso diretto a confrontare la produzione finale con l'insieme dei mezzi di produzione utilizzati in questa produzione: il lavoro, le attrezzature, eventualmente l'energia, la superficie di terra, ecc. Si tratta di misurare se un aumento di produzione genera un aumento di utilizzazione dei mezzi di produzione della stessa portata: se non è questo il caso (ad esempio se la produttività del lavoro e quella del capitale aumentano entrambe) si indica con aumento di produttività l'aumento di produzione legata a un'utilizzazione più efficiente dell'insieme dei mezzi di produzione adoperati. L'aumento di produttività misura quindi, meglio dell'incremento di produttività apparente del lavoro, il miglioramento dell'efficienza di un determinato processo produttivo.
Per gli economisti gli incrementi di produttività (e, meglio ancora, i surplus di produttività) sono auspicabili in quanto misurano aumenti di ricchezza che possono essere redistribuiti, quindi un aumento del potere di acquisto di alcuni. Ma per i lavoratori dipendenti gli incrementi di produttività possono anche significare un degrado delle condizioni di lavoro (ad esempio il lavoro domenicale o notturno che, riducendo le necessità di attrezzature supplementari per ottenere una produzione supplementare, si materializza con un surplus di produttività) o una minaccia per la loro occupazione (perché se la domanda non progredisce allo stesso ritmo degli incrementi di produttività apparente del lavoro, sarà necessario meno lavoro diretto per soddisfarla). Si tratta quindi di un concetto ambivalente, che pone una domanda fondamentale, quella del significato dell'azione economica: fino a che punto un aumento di ricchezza prodotta (e distribuita) è auspicabile e a partire da quando l'aumento del potere di acquisto di alcuni produce un deterioramento del tenore di vita di altri? Questioni difficili, perché costringono a paragonare grandezze quantitative (incremento di produttività e quindi surplus di ricchezze distribuibili) con dimensioni qualitative, e a compiere scelte tra gruppi sociali (poiché solo alcuni, e non tutti, hanno interesse ad avere incrementi di produttività). Su quest'ultimo punto, i liberali sostengono che inevitabilmente la «mano invisibile del mercato» finirà per distribuire gli incrementi di produttività a tutti o a gran parte della popolazione. Ma non è così semplice e questa è la ragione per la quale l'economia rimane profondamente influenzata dalle scelte politiche: chi si deve favorire e chi, invece, danneggiare nelle scelte collettive che una società è talvolta portata a compiere?
A me non risulta che ci sia stato un abbassamento degli orari di lavoro negli USA.
Mi pare il contrario.
A questo punto, sostenere che l'incremento della produttivita' non abbia creato piu' "beni" e quindi un naturale incremento della domanda, (come peraltro pensavo prima) e' una grossa baggianata.
D'altra parte basterebbe anche rilevare che i prezzi scendono...
Ora puoi scendere dall'ultimo specchio (nemmeno tuo).
In ogni caso chiedero' a Sbancor una sua diretta controreplica, essendo una persona cortese spero rispondera' .. (sempre che non si pisci dalle risate prima...visto il tenore delle deduzioni..)
Saluti
Luca Loi
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Caro Hyde, visto che continui ad arrampicarti sugli specchi (e nemmeno tuoi) ti posto un articolo in cui viene descritta CHE COS'E LA PRODUTTIVITA.
Caro Loi,
1. quello che si arrampica su specchi sei tu, visto che sei stato il primo a cercare contorsionismi per coprire la svista del tuo autore.
2. non ho bisogno di articoli sulla definizione di produttivita`(peraltro non male come articolo ma sono cose che ho gia` visto e rivisto), credimi almeno una volta ;)
Che NON E' come sentenzia spicciolamente il tuo amico Tahoeman esclusivamente un fattore di efficienza...
Non ha detto solo quella, ha detto che e` il rapporto fra output/input (che in generale e` vero per definizione:D).
Per gli economisti gli incrementi di produttività (e, meglio ancora, i surplus di produttività) sono auspicabili in quanto misurano aumenti di ricchezza che possono essere redistribuiti, quindi un aumento del potere di acquisto di alcuni.
Quella sopra e` la parte che m`interessa, con cui concordo pienamente :)
Ma per i lavoratori dipendenti gli incrementi di produttività possono anche significare un degrado delle condizioni di lavoro (ad esempio il lavoro domenicale o notturno che, riducendo le necessità di attrezzature supplementari per ottenere una produzione supplementare, si materializza con un surplus di produttività) o una minaccia per la loro occupazione (perché se la domanda non progredisce allo stesso ritmo degli incrementi di produttività apparente del lavoro, sarà necessario meno lavoro diretto per soddisfarla).
Certo, o magari un beneficio per loro. Sopra sta` elencando solo i negativi.
Si tratta quindi di un concetto ambivalente, che pone una domanda fondamentale, quella del significato dell'azione economica: fino a che punto un aumento di ricchezza prodotta (e distribuita) è auspicabile e a partire da quando l'aumento del potere di acquisto di alcuni produce un deterioramento del tenore di vita di altri? Questioni difficili, perché costringono a paragonare grandezze quantitative (incremento di produttività e quindi surplus di ricchezze distribuibili) con dimensioni qualitative, e a compiere scelte tra gruppi sociali (poiché solo alcuni, e non tutti, hanno interesse ad avere incrementi di produttività). Su quest'ultimo punto, i liberali sostengono che inevitabilmente la «mano invisibile del mercato» finirà per distribuire gli incrementi di produttività a tutti o a gran parte della popolazione. Ma non è così semplice e questa è la ragione per la quale l'economia rimane profondamente influenzata dalle scelte politiche: chi si deve favorire e chi, invece, danneggiare nelle scelte collettive che una società è talvolta portata a compiere?
A me non risulta che ci sia stato un abbassamento degli orari di lavoro negli USA.
Mi pare il contrario.
Certo, come e` senza dubbio vero che ci sia stato un RADICALE miglioramente nelle condizioni di vita e un RADICALE abbassamento del tasso di mortalita` (infantile e non) negli ultimi decenni.
In ogni caso chiedero' a Sbancor una sua diretta controreplica, essendo una persona cortese spero rispondera' .. (sempre che non si pisci dalle risate prima...visto il tenore delle deduzioni..)
vediamo se oltre a essere cortese e` anche intellettualmetne onesto..come i giornalisti dell`economist, che quando commettono errori non hanno problemi ad ammetterlo ;)
Hyde