Esplode la critica muore la letteratura
Mentre esce la monumentale storia della critica italiana dal Duecento al Novecento nei giornali è stata definitivamente sepolta ogni velleità stroncatoria. Aristarco Scannabue giace in soffitta, impazza il critico incensatore. Per Cotroneo è colpa dei lettori. Il giovane Genna intanto si esercita nell’elogio iperbolico
La critica, nei suoi ruoli specifici di selezione, conservazione, interpretazione e valutazione delle opere d’arte (e, prima ancora, dei testi religiosi), è nata, quasi frutto di un parto gemellare, assieme all’arte – e alla letteratura in specie –, come un più o meno intrigante loro manager . Il critico recita alternativamente il ruolo o di ossequiente cavalier servente o di presuntuoso burattinaio che muove i fili dietro le quinte: ora nei panni dimessi di esecutore delle volontà dell’autore (sia testuali che semantiche), ora nella più rutilante uniforme di “militante” e interessato pianificatore e controllore – censore – non della sola arte, ma dell’intera cultura, se non della “coscienza” dei lettori e dei cittadini».
Così Paolo Orvieto introduce, come coordinatore dell’opera, il monumentale undicesimo tomo della Storia della letteratura italiana edita dalla Salerno Editrice (pp.1312, e116) dedicato alla critica letteraria dal Duecento al Novecento. Un volume utilissimo per addentrarsi nei meandri delle patrie lettere, visto che la critica nella duplice veste poc’anzi descritta è la levatrice, la madre e matrigna, della letteratura. E poiché la critica è sempre ideologica, anche quando, trincerandosi dietro la scienza, rifiuta ogni schieramento ideologico e così facendo parteggia per l’ establishment culturale, non resta che scovarne i vizi e impararne le virtù. Consapevoli, come annota Orvieto, che «se la storia della letteratura è una rassegna di dati cronologicamente disposti, la storia della critica è la sotterranea parabola ideologica con cui, di epoca in epoca, quei dati sono stati interpretati».
È compatibile con questa affermazione la possibilità dunque di risalire allo stato della letteratura odierna, analizzandone il sottostante riverbero critico. Oggi la critica è morta. E questo significa che la letteratura, a essere ottimisti, agonizza. La critica è morta come genere letterario a sé stante, se si escludono i pavoneggiamenti degli scrittori–critici o peggio dei critici–scrittori, e soprattutto come prolungamento coessenziale al testo. Sebbene permangano gli echi di una storia della critica densa, quasi sempre falsificata dal tempo, specie nella sua versione più ideologizzata (quanti ex-marxisti, ex-psicanalisti, ex-strutturalisti vagolano in giro), mancano del tutto gli spazi per una seria continuazione.
O meglio, nelle accademie si perpetua la critica letteraria come tecnicismo interpretativo e, a volte, come serio lavoro di erudita filologia. Spesso sfocia nell’ermeneutica, talvolta nella semiologia. Quasi sempre in un linguaggio ipertecnico e scostante. Più grave è che, nel tempo della comunicazione di massa, la critica letteraria manchi proprio dove sarebbe più utile. E cioè sui quotidiani. I quotidiani, essendosi in pratica estinte le riviste letterarie, sono infatti i luoghi dove la nuova letteratura acquisisce visibilità e autorevolezza. Anzi, sono le bancarelle sulle quali vengono esposti i prodotti di un’industria culturale invasiva che ha nella commercializzazione del libro la sua prima ragione d’esistenza.
Con rara preveggenza, già nel 1923, un sociologo come Levin L. Schücking mostrava tutte le difficoltà di una critica alle prese con l’industria culturale: «Con metodi copiati direttamente dal mondo del commercio (...) con estrema abilità viene preparato e lanciato ciò che in seguito ignari storici dell’arte e della letteratura riconducono gravemente all’ “ineluttabilità dei fatti spirituali” e di cui, con profonde indagini, si sforzano di scoprire le radici filosofiche nello “spirito dell’epoca” ».
Ora cosa succede. Tralasciando gli aspetti prettamente aziendali – spesso le case editrici sono le dirette proprietarie dei giornali (o viceversa), a volte concessionarie di pubblicità – la critica sembra essere non tanto succube di una mancanza di libertà, quanto di una endemica malattia per la quale è “opportuno” non parlare mai male di un libro. Opportuno perché il critico è pur sempre un autore di qualche casa editrice, perché il critico è pur sempre un amico di qualche autore, perché il critico fa pur sempre parte di una cricca politica, perché il quotidiano, almeno per quanto concerne la cultura, non vuole avere problemi.
Paolo Di Stefano recentemente ha lanciato dalle pagine del Corriere della Sera la solita provocazione sulla mancanza della stroncatura. Un esercizio retorico, un tormentone giornalistico che si ripete ogni estate, come ha chiosato un altro critico del Corriere , Ermanno Paccagnini, scrivendo sulla rivista Vita e Pensiero a proposito dell’assenza, sulla Terza Pagina, di un dibattito serio e costruttivo. Eppure, tormentone estivo o no, davvero la recensione è diventata anno dopo anno un sublime artificio retorico per esaltare anche l’illeggibile. L’aggettivazione è al servizio del marketing che, non a caso, ha imposto in quasi tutti i grandi quotidiani il libro- gadget e la coessenziale recensione-marchetta.
Ma c’è di più. Nella corsa sfrenata per stare al passo della cronaca culturale che i quotidiani hanno intrapreso, e che si sublima nell’anticipazione, la critica e la recensione letteraria hanno visto diminuire i loro spazi consueti. Sostituite dall’intervista celebrativa all’autore e, al massimo, dalla segnalazione positiva. «A elogiare non si sbaglia mai – ironizza Di Stefano – da qui il vizietto di parlar bene di tutti».
Tanto che le ultime vere stroncature finiscono rilegate in volume, come quelle di Enzo Golino, oppure suscitano reazioni esagitate, come accaduto a Carla Benedetti con il saggio Il tradimento dei critici (Bollati Boringhieri, Torino 2002). Con un sintagma abusato si potrebbe sostenere che il critico ha dimenticato la propria “funzione”, il proprio obiettivo. Non si capisce se utopico – dice Orvieto – «oppure effettiva esigenza di un insostituibile strumento didattico – l’obiettivo, cioè, di una critica utile e strumentale, che traccia ineccepibili bilanci di epoche, riesuma opere dimenticate, commenta, segnala fonti, influenze, modelli».
La critica ha dunque scordato la propria funzione (pedagogica?), di indirizzo, paradossalmente ha dismesso anche la possibilità di convincere ideologicamente e politicamente, ed è diventata l’ancella servile di una brutta letteratura commerciale.
Con il paradosso che un critico-ex-stroncatore come Roberto Cotroneo ascriva al lettore le colpe del disfacimento in atto: «Non mi sembra girino molte idee per il paese, soprattutto sui giornali – dice–. Non mi sembra che si scrivano molti libri. E non mi sembra neppure che ci siano dei buoni lettori che sappiano far fruttare davvero i libri che si pubblicano. Mi sembra invece che la mediocrità sia di chi legge sia di chi scrive, porti a un pastone indistinguibile e stomachevole. Vedo che gli editori pubblicano libri irrilevanti, e vedo che i lettori accorrono a frotte a leggere e comprare bestsellerini travestiti da capolavori alla moda. Allora non fatemi il pianto greco, voi lettori costretti a sorbirvi la mancanza di idee, costretti a subire l’ establishment letterario e culturale che si impone su tutto e vi impedisce di dare il meglio di voi stessi. Non ci credo più, voi indirizzate il mercato, voi costringete gli editori a stampare brutti libri, perché siete voi a leggerli, quei brutti libri. Voi a comprare per un milione di copie la Litizzetto, Flavio Oreglio e Camilleri. Voi a puntare il pollice come foste degli imperatori al Colosseo. Certo, da parte di chi scrive c’è una bella complicità. Ma è una complicità costruita ad hoc per cercare i vostri gusti e il vostro conformismo».
Insomma, il critico si sarebbe concentrato sulla domanda, prescindendo completamente dall’offerta. Non sarebbe più quel fustigatore del “deretano” di “scrittoracci moderni” che si vantava essere l’Aristarco Scannabue della settecentesca Frusta Letteraria . Anzi. Dopo una serie di pirotecniche stroncature (al limite della provocazione) sul sito Clarence , il giovane bestsellerista Giuseppe Genna, per esempio, ha di colpo scartato, cimentandosi nell’elogio iperbolico, sul filo del ridicolo soprattutto per l’autore osannato.
Dopo il critico militante, marxista, crociano, erudito, strutturalista, semiotico, umanista, storicista, realista, ermetico, simbolista, fenomenologo, si è affermata la categoria del critico incensatore. Una figura, quest’ultima, che non possiede più alcuna autorevolezza, né alcuna capacità di svolgere un ruolo positivo nella quotidiana dialettica tra scrittore e lettore.
Le dense milletrecento pagine della storia della critica italiana dal Duecento al Novecento appaiono, così, un monumento funebre, aere perennius , a futura memoria. Di come appunto la critica abbia accompagnato la letteratura nel corso dei secoli, di come ne abbia segnato percorsi e scorciatoie.
Angelo Crespi




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