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    Predefinito Julius Evola divorato dalla tigre del cabalismo ebraico

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Predefinito Evola sionista e pro-Israele

    LE LEGGI RAZZIALI
    don Curzio Nitoglia
    1 ª PARTE: LA CHIESA E GLI EBREI
    Un popolo teologico
    La Chiesa studia il problema ebraico alla
    luce della fede. Dio ha creato Israele per
    sé, affinché preparasse la via al Messia e lo facesse
    conoscere al mondo intero; la grandezza
    del popolo ebraico si fonda sulla promessa
    che Dio ha fatto ad Abramo di farlo diventare
    capostipite di una “razza” (Gen. XII) dalla
    quale sarebbe nato il Messia. Abramo ha creduto,
    e i suoi discendenti per essere benedetti
    da Dio, debbono credere nella promessa messianica
    (realizzatasi nell’Avvento di Gesù
    Cristo). Non basta dunque essere discendenti
    di Abramo solo secondo la carne, ma occorre
    avere la sua fede in Gesù Cristo. I “veri Israeliti”
    - per la Chiesa - son coloro che imitano la
    fede del Patriarca, credendo in Cristo, mentre
    coloro che discendono solo carnalmente da
    Abramo senza avere la sua fede non sono
    “veri Israeliti”.
    «Ma come allora - scrive S. Tommaso -
    colui [Ismaele] che era nato secondo la carne
    perseguitava quello che era nato secondo
    lo spirito [Isacco], così pure adesso [il falso
    Israele o Sinagoga talmudica, perseguita il
    vero Israele o Chiesa di Cristo]. Sin dall’inizio
    della Chiesa primitiva i giudei hanno
    perseguitato i cristiani, come appare dagli
    Atti degli Apostoli e lo farebbero ancora ora,
    se lo potessero» (1).
    In breve, per la Chiesa il popolo ebreo è
    stato eletto da Dio per portarci il Messia,
    Gesù Cristo, e non perché discende da
    Abramo secondo il sangue; ossia è Cristo,
    che santifica il popolo ebreo. Se esso Gli è
    fedele, Egli è il suo fine ultimo. Tuttavia,
    per il falso Israele-carnale, che ha cominciato
    a deviare in maniera ufficiale a partire dal
    175 a.C., il Messia è grande proprio perché è
    ebreo secondo il sangue, e quando venne
    Gesù, e cominciò ad insegnare che sono la
    fede e le buone opere che salvano e non il
    sangue o la razza, Lo misero a morte, macchiandosi
    di deicidio.
    La vocazione del vero Israele-spirituale è
    irrevocabile (Rom. XI, 9) in quanto è unito spiritualmente
    a Gesù salvatore del mondo, ma il
    falso Israele-carnale, che si ostina ancor oggi a
    rifiutare Gesù, “è stato reciso dall’ulivo fruttifero,
    per la sua incredulità” (Rom. XI, 20).
    Perciò la vocazione, da parte di Dio, permane;
    ma da parte dell’uomo può essere rifiutata
    (Giuda e il falso Israele-carnale che
    hanno rinnegato Gesù) e quindi essere persa.
    La radice dell’accecamento ebraico consiste
    nello scambiare la razza per il Salvatore:
    la razza ha il primato su Cristo. Il giudaismo,
    avendo questa concezione razzista della storia,
    è nemico di tutti i popoli (1ª Tess. II, 15);
    nemico dei pagani che intende dominare come
    bestie, ma ancor più nemico dei cristiani
    che vorrebbe sterminare come continuazione
    di Gesù nella storia. «Quando la romanità divenne
    la cristianità - scrive monsignor Benigni
    - l’odio della Sinagoga raddoppiò contro
    essa per il motivo religioso, giacché lo spirito
    talmudico odia più il cristianesimo che non il
    paganesimo. Questo rappresenta per la Sinagoga
    un gregge da domare, da spogliare;
    quello è l’insieme dei seguaci di Gesù Cristo
    ai quali va l’eredità dell’odio specialissimo
    del Sinedrio contro il Crocifisso» (2).
    S. Agostino, nel commento al salmo 58,
    scrive che gli ebrei «sussistono ovunque e
    sono ebrei ovunque, non hanno cessato di
    essere quello che erano».
    Gli ebrei saranno sempre una nazione
    dentro la nazione che li ospita; quando uno
    stato accorda ad uno straniero la pienezza
    del diritto lo fa in cambio della rinuncia ai
    suoi legami con la sua antica patria; gli ebrei
    invece non vogliono rinunciarvi e pretendono
    di ottenere la pienezza del diritto comune
    della società che li ospita. Per cui - uno stato
    confessionale - concede agli israeliti solo un
    diritto di eccezione o particolare, poiché gli
    ebrei, volendo restar tali, si escludono da sé
    dal diritto comune dello stato ospitante (come
    gli zingari), il quale si vede costretto a ricorrere
    ad una legislazione speciale, restrittiva
    o eccezionale per governarli. La Chiesa e
    le nazioni una volta cristiane, hanno regolato
    la vita civile ed individuale degli ebrei con
    leggi speciali che sono teologiche, ossia mirano
    a difendere il cristiano dal contagio
    dell’anticristianesimo talmudico, e per nulla
    razziali, in senso biologico e materialistico.
    La questione ebraica
    Il Magistero ecclesiastico
    La Chiesa non ha mai nascosto l’opposizione
    tra Sinagoga e Gesù.
    1°) Innocenzo IV (1244), Impia judeorum
    perfidia: «I giudei, ingrati verso Gesù,
    disprezzando la Legge mosaica e i Profeti,
    seguono certe tradizioni dei loro antenati
    che son chiamate Talmùd, il quale si allontana
    enormemente dalla Bibbia ed è pieno di
    bestemmie verso Dio, Cristo e la Vergine
    Maria».
    2°) Giovanni XXII (1320), Dudum felicis:
    esprime lo stesso concetto.
    3°) Paolo IV (1555), Cum nimis absurdum:
    «I giudei sino a che persistono nei loro
    errori, riconoscano che sono servi a causa di
    essi, mentre i cristiani sono stati fatti liberi
    da Gesù Cristo Nostro Signore».
    4°) Pio IV (1566), Dudum felicis: esprime
    lo stesso concetto.
    5°) Pio V (1569), Hæbreorum: «Il popolo
    ebreo, un tempo eletto da Dio, poi abbandonato
    per la sua incredulità, meritò di essere
    riprovato, perché ha con empietà respinto il
    suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa.
    La loro empietà è giunta ad un tal
    livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere
    la forza di tanta malizia, la quale
    con sortilegi, incantesimi, magia e malefici
    induce agli inganni di Sàtana moltissime persone
    incaute e semplici».
    6°) Gregorio XIII (1581), Antiqua judeorum:
    «I giudei, divenuti peggiori dei loro
    padri, per nulla ammansiti, a nulla rinunziando
    del loro passato deicidio, si accaniscono
    anche adesso nelle sinagoghe contro
    N. S. Gesù Cristo ed estremamente ostili ai
    cristiani compiono orrendi crimini contro la
    religione di Cristo».
    7°) Clemente VIII (1593), Cœca et obturata:
    esprime gli stessi concetti.
    8°) Benedetto XIV (1751), A quo primum:
    «Ogni traffico di merci utili è gestito
    dai giudei, essi possiedono osterie, poderi,
    villaggi, beni per cui, diventati padroni, non
    solo fanno lavorare i cristiani senza posa,
    esercitando un dominio crudele e disumano su
    di essi. Inoltre dopo aver accumulato una
    grande somma di denaro, con l’usura prosciugano
    le ricchezze e i patrimoni dei cristiani».
    9°) Pio IX (1874-1878), Discorsi del
    sommo Pontefice Pio IX pronunciati in
    Vaticano: Egli chiama gli ebrei «cani», divenuti
    tali da «figli» che erano, «per la loro du-
    6
    rezza ed incredulità». Il Pontefice continua
    definendoli «bovi», che «non conoscono
    Dio» ed aggiunge «popolo duro e sleale, come
    si vede anche nei suoi discendenti», che
    «faceva continue promesse a Dio e non le
    manteneva mai».
    Inoltre papa Mastai stabilisce un parallelo
    tra la Chiesa del suo tempo e quella delle origini,
    asserendo: «le tempeste che l’assalgono
    sono le stesse sofferte alle sue origini; allora
    erano mosse dai pagani, dagli gnostici e dagli
    ebrei, e gli ebrei vi sono ancora presentemente
    ». Quindi ricorre all’espressione di «Sinagoga
    di Sàtana» per meglio identificarli.
    10°) Pio XI (1937), Mit brennerder
    Sorge: «Il Verbo doveva prender carne da
    un popolo che lo avrebbe poi confitto in croce
    ».
    Lo stesso Pio XI nella famosa “enciclica
    nascosta” (HUMANI GENERIS UNITAS)
    che non fu promulgata, data la morte del Papa
    avvenuta il 10 febbraio 1939, scriveva: «la
    vera natura della separazione sociale degli
    ebrei dal resto dell’umanità, ha un carattere
    religioso e non razziale. La questione ebraica,
    non è una questione di razza, né di nazione,
    ma di religione e, dopo la venuta di Cristo,
    una questione di cristianesimo... Il popolo
    ebreo ha messo a morte il suo Salvatore...
    Constatiamo in questo popolo un’inimicizia
    costante rispetto al cristianesimo. Ne risulta
    San Bernardino
    da Siena che
    predica agli
    ebrei (1470)
    una tensione perpetua tra ebrei e cristiani mai
    sopita. Il desiderio di vedere la conversione
    di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli
    ai quali il contatto con gli ebrei può
    esporre le anime. Fino a che persiste l’incredulità
    del popolo ebraico la Chiesa deve prevenire
    i pericoli che questa incredulità potrebbe
    creare per la fede e i costumi dei fedeli».
    La legislazione speciale della Chiesa e della
    Cristianità
    Tale insegnamento magisteriale divenne
    legge per proteggere i cristiani da tanta
    “perfidia” (in senso teologico). Vari sono i
    temi su cui la Chiesa ha legiferato; riassumo
    i principali:
    a) Il matrimonio:
    La Chiesa non ha mai pensato di proibire
    il matrimonio tra gli israeliti, i primi che
    lo hanno fatto son stati gli assolutisti e i rivoluzionari
    anti-cristiani: per esempio, Luigi
    XVI nel 1784 proibiva agli ebrei alsaziani di
    contrarre matrimonio senza suo permesso.
    Benito Mussolini nel 1938 dichiarava invalido
    il matrimonio di un ebreo/a con un “ariano/
    a”, anche se l’ebreo era di religione cattolica.
    Mentre la Chiesa, pur sconsigliando il
    “matrimonio misto”, ossia tra un battezzato e
    un non battezzato, può concedere una dispensa
    affinché esso sia canonicamente valido.
    b) I servi cristiani di una famiglia ebrea:
    la Chiesa non tollera che il cristiano faccia
    da servo agli ebrei, poiché Cristo ha liberato
    i suoi fedeli, mentre colui che ha rinnegato
    Cristo è schiavo del peccato; soprattutto
    per quanto riguarda la donna che può essere
    corrotta più facilmente ed anche moralmente.
    Innocenzo IV, Clemente IV, Paolo
    IV, S. Pio V, Innocenzo XII, Benedetto
    XIII, hanno stabilito in diverse costituzioni
    tale proibizione.
    c) La residenza e le professioni:
    la Chiesa regolava severamente la residenza
    degli ebrei, in quanto, nemici giurati
    del cristianesimo, «hanno ucciso il Signore
    Gesù ed i Profeti, ci hanno perseguitato, non
    piacciono a Dio, sono nemici di tutti gli uomini,
    impedendoci di predicare ai pagani per
    la loro salvezza» (S. Paolo, 1ª Tess. II, 15-
    16); in questi versetti è racchiusa in nuce tutta
    la teologia cattolica sul problema ebraico:
    l’israelita è deicida, non piace a Dio e quindi
    non deve piacere neppure a noi cristiani, e
    nel corso della storia impedisce - tramite
    7
    eresie e persecuzioni - che si predichi il Vangelo
    per la salvezza di tutti gli uomini.
    Anche se erano costretti a vivere nei
    ghetti, perché non nuocessero alla Cristianità,
    gli ebrei godevano tuttavia di un diritto
    di residenza (pur se limitato).
    Occorre specificare che il ghetto è l’opera
    della misericordia della Chiesa, la quale non
    volendo che il popolo cristiano, angariato
    dagli ebrei, arrivasse alla violenza ed ai pogrom
    contro gli israeliti, lo istituì per il bene
    degli uni e degli altri. Per circolare fuori dal
    ghetto l’ebreo doveva indossare un distintivo
    giallo, al fine di essere riconoscibile, per
    non poter nuocere al cristiano e non per essere
    disprezzato o vessato. Inoltre la Chiesa
    proibiva loro il campo degli affari e lasciava
    aperta la strada dell’agricoltura. Era loro
    proibita la professione di insegnante (che
    può trasmettere una scienza falsa agli studenti
    e rovinare la loro fede).
    Così al medico ebreo era proibito curare
    il malato cristiano, per pericolo di avvelenamento,
    come pure la professione di farmacista
    verso i cristiani, per lo stesso motivo e a
    causa della preparazione di pozioni magiche.
    Similmente quella di magistrato, poiché
    per il Talmùd il magistrato ebreo deve favorire
    il correligionaro (anche se colpevole)
    contro il cristiano (pure se innocente). Nonché
    la carriera militare, che si fonda
    sull’amor patrio, in quanto l’ebreo apòlide
    non si considera francese o tedesco, ma sempre
    ebreo.
    I cristiani non possono odiare gli ebrei, e
    la Chiesa ha condannato l’antisemitismo come
    odio razziale (Pio XI, 25 marzo1928),
    mentre ammette l’anti-giudaismo teologico
    quale legittima difesa.
    S. Tommaso insegna: «nessuna ostilità,
    bensì misure difensive, libertà vigilata per gli
    ebrei ma protezione per i cristiani» (3).
    La vera carità verso gli ebrei - scriveva
    monsignor Landucci - consiste nell’illuminarli
    lealmente sul loro stato attuale di separazione
    da Dio, inoltre contro il loro anti-cristianesimo
    attivo può esser lecita la legittima difesa,
    scevra da ogni odio di malevolenza (4).
    Leone XIII, Pio XI e La Civiltà Cattolica
    Dal 1878 al 1903, La Civiltà Cattolica, su
    ordine di Leone XIII, studiò l’origine e la
    causa dei mali che avevano portato alla
    “breccia di Porta Pia”.
    L’organo dei Gesuiti, riprendendo l’insegnamento
    tradizionale della teologia cattolica
    sulla pericolosità individuale e sociale
    dell’ebraismo e sulla necessità di una legislazione
    speciale per tenerlo a freno, notava
    che dopo l’abrogazione delle leggi discriminatorie,
    iniziatasi con la rivoluzione francese,
    la sua pericolosità era passata all’azione
    ed era diventata una minaccia vivente per
    tutta l’Europa. La parificazione dei diritti
    aveva portato alla preponderanza giudaica e
    questa aveva suscitato reazioni antisemite.
    Quindi proponeva la restaurazione di una
    legislazione speciale che impedisse agli ebrei
    di danneggiare (in atto) i cristiani, che li salvasse
    dal totalitarismo talmudico e che nello
    stesso tempo preservasse gli ebrei dai pogrom
    antisemiti di stampo materialista e
    biologicamente razzista.
    La soluzione del problema ebraico consisteva
    - per Leone XIII e La Civiltà Cattolica
    - o nella conversione del falso Israele postbiblico
    al cristianesimo o nella “segregazione
    amichevole e non odiosa degli ebrei” nei
    ghetti. Per il Papa le leggi di eccezione non
    significavano persecuzione, ma legittima difesa
    dei cristiani e nello stesso tempo protezione
    degli ebrei dall’antisemitismo esagerato
    e violento (5).
    Cattolicesimo e “razza”
    Attorno al 1880 la terminologia è ancora
    imprecisa, si parla - da parte cattolica - di
    popolo (moltitudine), stirpe (radice, tronco,
    famiglia), nazione (da nascere), schiatta (impronta,
    carattere, tempra) e razza (radice,
    origine, principio, genere o natura), indifferentemente.
    I padri Oreglia, Rondina e Ballerini de
    La Civiltà Cattolica li utilizzano, a proposito
    del giudaismo, per indicare il miscuglio di
    Talmùd e Càbala che produce una cultura
    nazionale ebraica anticristiana, ossia la famiglia,
    unitamente alla cultura ebraica, producono
    un legame nazionale giudaico che ritiene
    la razza israelitica superiore e padrona del
    mondo. L’ebraismo non è descritto - dal cattolicismo
    - come un fatto razziale e biologico,
    ma come una filosofia che produce una cultura
    nazionale iper-razzista; pertanto l’ebraismo
    è soprattutto razzismo. Ma verso il 1938,
    sotto il pontificato di Pio XI, di fronte alle
    leggi razziali fasciste, La Civiltà Cattolica, con
    padre Messineo e Barbera, precisa i termini:
    8
    l’ebraismo è una religione razzista, ma è preferibile
    parlare di nazione ebraica piuttosto
    che di razza, per distinguersi dal razzismo
    biologico e materialista del nazionalsocialismo
    e del fascismo. Per padre Messineo è di
    nazione ebraica chi ha famiglia ebraica, è legato
    alla comunità nazionale israelitica e alla
    sua cultura razzista-talmudica.
    Nazione ebraica è un concetto che include
    cultura e civiltà talmudiche; le nazioni di
    cultura e civiltà cristiane, possono lecitamente
    difendersi contro il razzismo-talmudico
    giudaico che lede la loro unità culturale civile
    e religiosa, sia ab extrinseco sia ab intrinseco;
    il quale razzismo come una nazione giudaico-
    talmudica, dentro una nazione cristiana,
    non solo non vuole integrarsi, ma pretende
    di imporre il proprio dominio a tutte le altre,
    corrompendo la loro civiltà, cultura e fede;
    ed è perciò che l’ebraismo va discriminato,
    con leggi speciali, le quali lo ìsolino - senza
    usargli violenza - per impedire che corroda
    le nazioni cristiane e le corrompa ed anche
    per difenderlo, al tempo stesso, da reazioni
    violente da parte dei non ebrei.
    Pio XI stesso intervenne il 21 luglio 1938,
    nel corso di un’udienza concessa a 150 assistenti
    ecclesiastici di Azione cattolica dicendo:
    «cattolico vuol dire universale, non razzistico,
    iper-nazionalistico, separatistico; c’è
    qualche cosa di particolarmente detestabile,
    questo spirito di separatismo, di nazionalismo
    esagerato, che appunto perché non cristiano,
    non religioso, finisce col non essere
    neppure umano» (6).
    Il 28 luglio il Papa affrontò nuovamente
    la questione, durante un discorso pronunciato
    agli alunni del collegio Propaganda Fide:
    «con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa
    cattolica; ma con questa universalità stanno
    bene assieme, bene intese e al loro posto,
    l’idea di razza, di stirpe, di nazione e di nazionalità...
    Non occorre essere troppo esigenti:
    come si dice genere si può dire razza, e
    si deve dire che gli uomini sono innanzitutto
    un solo e grande genere, una grande famiglia...
    In tal modo il genere umano è una sola,
    universale, cattolica razza. Né può tuttavia
    negarsi che in questa razza universale
    non vi sia luogo per le razze speciali... Ecco
    cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano
    razzismo. Tutti ad un modo: tutti oggetto dello
    stesso materno affetto, tutti chiamati... ad
    essere nel proprio paese, nelle particolari nazionalità
    di ognuno, nella sua particolare
    razza, i propagatori di questa idea così grande
    e magnificamente materna, umana, anche
    prima che cristiana» (7).
    In breve, la Chiesa condanna il razzismo
    materialista e denuncia il pericolo giudaico,
    per riparare il quale occore una legislazione
    di disuguaglianza civile, di restrizioni e precauzioni,
    per difendere la cultura nazionale
    e religiosa e l’ordine sociale cristiano.
    Si noti che Pio XI ha ripreso il concetto
    di razza ma lo ha spiritualizzato, non è solo
    materia, “sangue e suolo”, biologia, ma è genus-
    gens- stirpis o nazione, come aveva già
    accennato padre Messineo dalla Civiltà Cattolica.
    Tuttavia, il concetto di “sola razza” fu
    lasciato cadere e gli si preferì quello di nazione;
    ed ogni volta che si fosse usato si sarebbe
    dovuto specificare che non era inteso
    materialisticamente e biologicamente, bensì
    spiritualmente come un insieme di civiltà,
    cultura e religione che formano - assieme -
    una nazione.
    Le cause dell’antisemitismo
    Uno studioso israelita, morto nel 1903,
    Bernard Lazare, scriveva: «Ovunque gli ebrei
    si sono stabiliti, si è sviluppato l’antisemitismo,
    o meglio ancora, l’antigiudaismo, poiché
    9
    antisemitismo è una parola poco esatta... Il
    popolo ebreo è stato odiato da tutti i popoli
    tra i quali si è stabilito... Gli ebrei, almeno in
    parte, causarono i loro mali, poiché l’ebreo è
    inassimilabile» (8). Secondo il Lazare le cause
    generali dell’antisemitismo risiedono nel giudaismo
    e non nei popoli che l’hanno combattuto;
    poiché se i popoli vinti finivano per sottomettersi
    ai vincitori, pur mantenendo -
    eventualmente - la propria fede, al contrario
    gli ebrei non vollero mai assoggettarsi ai costumi
    dei popoli tra i quali erano chiamati a
    vivere. Essi vollero dappertutto restare ebrei,
    come popolo, religione e stato, fondando così
    uno stato nello stato, nel quale non entravano
    come cittadini ma come privilegiati o non-assimilati
    diventando padroni dei loro padroni.
    Inoltre il protestantesimo, la rivoluzione
    francese, il liberalismo hanno affrancato gli
    ebrei, li hanno emancipati ed hanno permesso
    loro di diventare i padroni delle nazioni
    cristiane, facendo scoppiare violentemente il
    problema ebraico.
    Per cui è falso asserire che la Chiesa è la
    diretta responsabile del razzismo antisemita,
    al contrario essa ha protetto gli ebrei e i cristiani
    ed ha cercato di impedire che la tensione
    teologica tra loro diventasse reazione
    violenta; mentre il mondo moderno, secolarizzato
    e laicizzato, avendo lasciato che gli
    ebrei emancipati opprimessero i popoli cristiani,
    ha causato la reazione violenta di
    questi ultimi.
    Dall’antigiudaismo all’antisemitismo
    L’antigiudaismo è la reazione teologica
    della Chiesa all’aggressione del talmudismo
    ebraico, che già nei primi tre secoli dell’èra
    cristiana cercò di soffocarla nel sangue e nei
    secoli post-costantiniani di distruggerla con
    le eresie.
    Con la secolarizzazione e la laicizzazione
    del mondo moderno (a partire dall’umanesimo
    e rinascimento) si assiste ad un passaggio
    dall’antigiudaismo teologico (che condannava
    l’odio e la violenza gratuita contro
    gli ebrei, ad eccezione della legittima difesa;
    ma che d’altra parte raccomandava la prudenza
    per evitare il contagio del giudaismo)
    all’antisemitismo razziale, proprio di Lutero
    o Voltaire, il quale «in quanto implica odio
    e fomenta la violenza - scrive monsignor
    Antonino Romeo - è contrario alla morale
    cristiana. Tuttavia, non è antisemitismo par-
    Cartolina di propaganda antisemita
    diffusa in Italia dai nazisti
    lare dei pericoli del giudaismo... la giustizia
    e la carità non escludono una prudente e moderata
    difesa... solo su queste basi, escludendo
    ogni odio personale, è lecito un antigiudaismo
    nel campo delle idee, volto alla vigile
    tutela del patrimonio sociale, religioso e morale
    della Cristianità» (9).
    La Civiltà Cattolica scriveva: «Se non si
    rimettono gli ebrei al loro posto, con leggi
    umane e cristiane sì, ma d’eccezione, che
    tolgano loro l’uguaglianza civile cui non
    hanno diritto... non si farà nulla o ben poco,
    data la loro natura di stranieri in ogni Paese...
    e dato il dogma fondamentale della loro
    religione, che li sprona ad impadronirsi, con
    qualsiasi mezzo del bene di tutti i popoli; dato
    che l’esperienza dimostra che la parità dei
    diritti coi cristiani ha per effetto o la soppressione
    di questi o l’eccidio degli ebrei da parte
    dei cristiani, ne segue che il solo modo di accordare
    il soggiorno degli ebrei col diritto dei
    cristiani è quello di regolarlo con leggi speciali,
    che al tempo stesso impediscano agli
    ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai
    cristiani quello degli ebrei» (10).
    2ª PARTE: IL FASCISMO E LE LEGGI
    RAZZIALI
    Gli ebrei in Italia
    Il più antico nucleo di ebrei è quello di
    Roma, «essi vi si stabilirono nel II secolo
    a.C. senza lasciarla mai più.
    A questo gruppo di ebrei d’Italia si aggiunsero
    gli ebrei provenienti dalla Spagna
    (1492) o Sefarditi, e quello originario
    dell’Europa centro-orientale o Ashkenaziti
    10
    (XIX sec. circa). Quindi vi sono tre riti diversi:
    italiano, sefardita e ashkenazita» (11).
    A Roma, nel 70 d.C. gli ebrei erano circa
    «40 mila su un totale di 800 mila persone. Nel
    medioevo il numero era diminuito... a 15 mila
    ebrei nella penisola. Tra la fine del Duecento
    e l’inizio del Trecento il loro numero era salito
    a 50 mila su un totale di 11 milioni di Italiani.
    Alla fine del XV sec., in seguito
    all’espulsione dalla Spagna (1492) 120 mila
    ebrei erano concentrati soprattutto nell’Italia
    meridionale ed insulare». Espulsi anche dal
    Sud «si fermarono in massa a Roma e
    nell’Italia centro-settentrionale, lasciando
    completamente privi di ebrei il sud e le isole...
    il 31 dicembre 1938 erano 45.270» (12).
    Oggi in Italia vivono 35 mila ebrei, rispetto
    a 60 milioni d’Italiani. I «simpatizzanti
    non sono considerati ebrei: anche se volessero
    entrare nella Comunità convertendosi,
    il cammino non sarebbe facile perché
    l’ebraismo non fa proselitismo, anzi scoraggia
    le conversioni rendendole lunghe e difficili
    » (13). Ebrei si nasce, non si diventa.
    «Oggi secondo la legge ebraica, è da considerarsi
    ebreo chiunque sia nato da madre
    ebrea... l’ebraismo non è solo una religione,
    ma soprattutto una... vita, l’ebreo... è il componente
    di un popolo unico» (14).
    Le grandi Comunità italiane si trovano a
    Roma che conta 15 mila ebrei ed a Milano
    con 10 mila, mentre le altre Comunità sono di
    media grandezza con 1000-500 iscritti (Torino,
    Firenze, Livorno, Trieste, Venezia e Genova),
    infine vi sono quelle di piccola entità con qualche
    centinaio o poche decine di iscritti (Ancona,
    Bologna, Napoli, Padova, Verona, Mantova,
    Ferrara, Modena, Pisa, Parma, Merano,
    Vercelli, Casale Monferrato).
    Gli ebrei italiani al nascere del fascismo
    Nel 1922 la Comunità Ebraica Italiana era
    perfettamente integrata nella società italiana.
    A partire dal Risorgimento gli ebrei erano
    stati emancipati ed assimilati pienamente ed
    avevano preso parte attiva all’unificazione
    dell’Italia. Vittorio Emanuele III aveva detto
    a Herzl in visita a Roma nel 1904: «per noi gli
    ebrei sono italiani in tutto e per tutto» (15).
    Vigeva soltanto l’antigiudaismo teologico
    in chiave anti-risorgimentale sostenuto
    dalla S. Sede attraverso La Civiltà Cattolica
    che vedeva nel giudaismo e nella massoneria
    (manovrata dal primo) gli artefici del Risor-
    Manifesto che spiega l’applicazione delle leggi razziali,
    pubblicato da “La difesa della razza” nel 1938
    gimento della Roma dei Cesari contro quella
    di Pietro.
    Mussolini non aveva una linea ben precisa
    sul problema ebraico; sin dall’inizio, anzi
    - come spiega De Felice - fu abbastanza ondivago
    secondo le circostanze.
    Nel clima interventista e nazionalista
    (1914-1919) ante-marcia, aveva fatto suoi alcuni
    slogan antisionisti, sull’alta finanza
    ebraica, sul giudeo-bolscevismo. In un articolo
    (Il popolo d’Italia del 4 giugno 1919)
    sosteneva che bolscevismo e alta finanza
    erano diretti dagli ebrei; mentre l’anno dopo,
    sempre sullo stesso giornale (19 ottobre
    1920) scriveva che il bolscevismo non poteva
    essere considerato un fenomeno ebraico e
    così concludeva: «L’Italia non conosce l’antisemitismo
    e crediamo che non lo conoscerà
    mai...», ma appena diciotto anni dopo
    emanava le leggi razziali antisemite.
    Da parte loro molti tra gli ebrei italiani si
    erano staccati dall’ortodossia giudaica e si
    erano laicizzati ed assimilati alla vita italiana.
    Allorché «si formò il fascismo anche gli
    ebrei... non ebbero delle prevenzioni particolari
    che impedissero loro di aderirvi... [circa
    300 ebrei parteciparono alla “marcia su
    11
    Roma”] inoltre le rassicurazioni di Mussolini
    nel 1923 ad Angelo Sacerdoti, il rabbino
    capo di Roma, dissiparono gradualmente la
    diffidenza ... tanto è vero che in più occasioni
    i dirigenti dell’ebraismo italiano finirono
    per allinearsi sulle posizioni del governo [fascista]...
    e per accettare l’avvento di Mussolini
    al potere» (16).
    Quando nel 1929 Mussolini stipulò il
    concordato con la Chiesa, dichiarò che gli
    ebrei non avevano nulla da temere: gli accordi
    con la Chiesa non comportavano che
    gli altri culti, sino allora tollerati in base allo
    Statuto Albertino, fossero ignorati; anzi il
    fascismo parlava di culti ammessi ed il «30
    ottobre 1930 il Regio Decreto Legge dava
    alle Comunità Israelitiche Italiane un assetto
    giuridico, regolando l’organizzazione interna
    e i rapporti con lo stato» (17). Tale legge
    del 1930 è rimasta in vigore sino al 1989,
    anno in cui è stata sostituita dalla “nuova Intesa
    con lo stato”, firmata da Bettino Craxi.
    Il razzismo e l’Italia fascista negli anni Trenta
    Quando Hitler salì al potere nel 1933,
    Mussolini continuò la sua “linea ondivaga”
    nei confronti del giudaismo italiano.
    Da una parte condannava il razzismo
    germanico, pubblicamente, con dichiarazione
    amichevoli verso gli ebrei e aiutava gli
    ebrei tedeschi perseguitati, dall’altra criticava
    il sionismo-italiano (non quello estero),
    poiché non poteva tollerare che un italiano
    aspirasse a due patrie, Israele e l’Italia.
    Mentre nei confronti dell’“Organizzazione
    Sionista Internazionale” era ben disposto in
    quanto ravvisava nella sua ala destra (il revisionismo
    antibritannico di Jabotinsky) un
    mezzo per inserire l’Italia nel Mediterraneo
    orientale e creare difficoltà alle posizioni
    della Gran Bretagna.
    Quando nel 1935 l’Italia attaccò l’Etiopia
    molti ebrei furono volontari; «nell’esercito
    fu istituito un rabbinato militare... La
    proclamazione dell’Impero nel maggio del
    1936 fu... esaltata anche dalla stampa ebraica
    che mise in rilievo come la conquista
    dell’Etiopia avesse comportato il passaggio
    dei falascià... sotto l’ègida dell’Unione delle
    Comunità Israelitiche Italiane» (18).
    Il 2 novembre 1935, la Società delle Nazioni
    approvò le sanzioni contro l’Italia;
    Mussolini, preoccupato dall’isolamento in
    cui era venuto a trovarsi, inviò vari esponen-
    Il rabbino Angelo Sacerdoti riceve il Re Vittorio Emanuele
    III al tempio di Roma per l'inaugurazione della lapide
    in memoria degli ebrei romani caduti in guerra
    ti dell’ebraismo italiano in Inghilterra per
    far togliere le sanzioni all’Italia, ma senza
    esito; quindi, il duce cominciò a spostarsi
    verso la Germania, pur con molte titubanze,
    e il mondo arabo.
    Nel 1936 scoppiò la guerra civile spagnola;
    Mussolini appoggiò Franco - assieme ad
    Hitler - contro i rossi, mentre la Francia sostenne
    i rossi; e l’Inghilterra, pur parteggiando
    contro Franco, non entrò apertamente in
    lizza. Tale evento rese impossibile ogni riavvicinamento
    dell’Italia - che pur era desiderato
    da Mussolini - all’Inghilterra e Francia
    e la spingeva ineluttabilmente, anche se controvoglia,
    nelle braccia di Hitler. Si può
    tranquillamente affermare che Mussolini
    firmò la sua condanna a morte nel 1936, entrando
    nel conflitto civile iberico a fianco di
    Franco; infatti, la Francia e l’Inghilterra che
    avevano mal tollerato l’invasione dell’Etiopia,
    non perdonarono a Mussolini di voler
    12
    farsi spazio anche in Europa, inserendosi
    nella guerra civile spagnola.
    Il trattato di Versailles, che aveva incatenato
    la Germania sconfitta e umiliato l’Italia
    che pur aveva vinto la prima guerra mondiale,
    non riconosceva, praticamente, ad essa il
    suo ruolo internazionale; sino a che Mussolini
    fosse rimasto entro i confini italiani gli si
    permetteva l’esperienza fascista, ma qualora
    ne fosse uscito non si ammetteva libertà ed
    esistenza per la dittatura, alla faccia della democrazia
    anglo-francese (americana).
    Nel 1936 si formò l’asse Roma-Berlino
    che può essere considerato come un parto
    provocato democraticamente. Gli elementi
    oltranzisti del Regime (Farinacci, Preziosi,
    Interlandi, Bottai) erano filo-tedeschi ed antisemiti,
    cominciò quindi a diffondersi l’antisemitismo
    italiano, soprattutto grazie a tre
    intellettuali:
    Julius Evola (nella rivista Regime
    fascista, diretta da Roberto Farinacci), propugnava
    un “razzismo spirituale” che tenesse
    conto non solo del corpo e del sangue, ma
    anche dello spirito ebraico per poterlo combattere.
    Ciò non impedì a Evola, che nel
    1945 era rientrato dall’Austria in Italia senza
    subire condanne, di rilasciare nel 1967,
    durante “la guerra dei sei giorni”, un’intervista
    (vedi appendice) in cui si schierava con
    lo stato d’Israele.
    Telesio Interlandi (nel foglio La difesa
    della razza, e ne Il Tevere, aiutato dal suo
    “segretario di redazione” Giorgio Almirante,
    che nel 1945 fu salvato da una famiglia
    ebrea piemontese) auspicava che si facesse
    una legislazione razziale specificamente per
    gli ebrei e, assieme ad Almirante, polemizzava
    con Evola, difendendo il puro razzismo
    biologico e materialista tedesco; dopo il
    1945 Interlandi cambiò campo e passò con il
    nuovo vincitore (19).
    Giovanni Preziosi (nel periodico La vita
    italiana) sosteneva che la razza è la legge
    dell’ebreo e per colpire quest’ultimo occorreva
    colpire la razza ebraica. Egli fu, dal suo
    punto di vista, il più coerente e nel 1945 preferì
    suicidarsi senza chiedere aiuto alla razza
    che aveva offeso.
    Mussolini cercava di divincolarsi e liberarsi
    da questa morsa che si faceva sempre
    più stretta; se da una parte non poteva inimicarsi
    la Germania (l’unico Paese disposto
    ad accettarlo come alleato) non voleva neppure
    rompere totalmente con la Francia e
    Due copertine
    della rivista
    “La difesa
    della razza”
    del 1938
    l’Iinghilterra, poiché diffidava di Hitler; ma
    si faceva illusioni; il suo destino oramai era
    segnato; l’America, l’Inghilterra e la Francia
    volevano accorparlo alla Germania per distruggerlo
    assieme ad essa. Per cui dovette
    imboccare, pian piano, la strada dell’antisemitismo,
    per necessità di circostanze più che
    per convinzione: da una parte si sforzò di
    convincere gli italiani che il fascismo era stato
    sempre antisemita e razzista, dall’altra rivendicava
    una certa originalità italiana rispetto
    alla Germania poiché il fascismo - come
    soleva dire in quei frangenti - vuole “discriminare,
    non perseguitare”. Gli avvenimenti
    però lo travolsero.
    Le leggi razziali in Italia
    Nel gennaio 1938 iniziò in Italia una violenta
    campagna razzista ed antisemita, per
    mezzo della radio e della stampa.
    Il primo atto ufficiale del regime contro
    gli ebrei in Italia fu Il manifesto degli scienziati
    razzisti, redatto da un gruppo di docenti
    universitari sotto l’ègida del Ministero della
    Cultura Popolare e pubblicato il 14 luglio
    1938 su Il Giornale d’Italia; esso voleva essere
    la piattaforma dottrinale o ideologicoscientifica
    dell’antisemitismo razzista.
    Seguirono talune “applicazioni pratiche”
    della “dottrina razzista”:
    a) la proibizione agli scienziati ebrei di
    partecipare ai convegni internazionali (“provvedimento
    restrittivo” del giugno 1938);
    b) la proibizione agli ebrei stranieri di stabilire
    dimora in Italia e la revoca della cittadinanza
    italiana ottenuta dopo il 1° gennaio
    1919 (“decreto legge” del 1° settembre 1938);
    c) gli insegnanti e gli allievi ebrei furono
    espulsi da ogni scuola pubblica che non poteva
    adottare libri scritti da autori ebrei
    (“decreto legge” del 5 settembre 1938);
    d) la “Carta della razza”, approvata il 7 ottobre
    1938 dal Gran Consiglio del fascismo
    (che conteneva i fondamenti di tutta la legislazione
    successiva); vietava i matrimoni misti
    di italiani con non-ariani; considerava di razza
    ebraica colui che nasceva da genitori entrambi
    ebrei o colui che essendo nato da un matrimonio
    misto, professava la religione ebraica;
    vietava ai cittadini di razza ebraica di essere
    iscritti al PNF, di essere titolari di aziende con
    cento o più impiegati, di essere proprietari di
    oltre cinquanta èttari di terra, ed infine di prestare
    servizio militare in pace e in guerra.
    13
    Mussolini, «in vista dei provvedimenti
    per la difesa della razza, prese contatti con il
    re ed il Papa. Da parte di Vittorio Emanuele
    III non ci fu un’opposizione sostanziale, tanto
    che la legislazione antiebraica portò la
    sua firma; mentre più complessi furono i
    rapporti con la S. Sede.
    Pio XI aveva condannato il razzismo tedesco...
    in linea di principio la Chiesa accettava
    una legislazione discriminatoria nei
    confronti degli ebrei... La costante preoccupazione
    di Pio XI fu quella di ottenere dal
    governo la modifica degli articoli che potevano
    ledere le prerogative della Chiesa sul
    piano giuridico-concordatario in specie per
    quanto riguardava gli ebrei convertiti. La
    Chiesa ottenne la soppressione dell’art. 2
    del progetto di legge che definiva “concubinato”
    il matrimonio di un ebreo anche convertito
    con un ariano. Il Pontefice mostrò di
    fatto che il razzismo italiano era anticristiano
    e materialista in misura minore rispetto a
    quello tedesco» (20).
    Renzo De Felice spiega ancor meglio e
    più obiettivamente, che fu molto difficile superare
    lo scoglio di Pio XI; lo storico reatino
    si fonda sugli studi, fondamentali tra tutti,
    del padre gesuita Angelo Martini, apparsi a
    puntate sulla Civiltà Cattolica nel 1959 e rifusi
    in un libro (21); tali articoli «furono condotti
    con minuzia di ricercatore e sulla base dei
    documenti dell’Archivio vaticano»; essi «offrono
    una pressoché completa storia - sovente
    minutissima - dell’atteggiamento del Vaticano
    verso la politica fascista della razza dalla
    metà del 1938 alla morte di Pio XI» (22).
    Con la Mit brennender Sorge (1937) la
    Chiesa aveva condannato - spiega De Felice
    - il razzismo nazista; inoltre, La Civiltà Cattolica
    del 6 agosto 1938, intenzionata a separare
    il destino dell’Italia da quello di Hitler,
    commentando il manifesto degli “scienziati”,
    scrisse: «Chi ha presente le tesi del razzismo
    tedesco, rivelerà la notevole differenza
    di quelle proposte da queste del gruppo di
    studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe
    che il fascismo italiano non vuol
    confondersi col nazismo o razzismo tedesco
    intrinsecamente ed esplicitamente materialistico
    e anticristiano» (23).
    Pio XI nel radiomessaggio del Natale del
    1938 aveva definito la svastica o croce uncinata:
    «croce nemica della Croce di Cristo»,
    insistendo in tale definizione - spiega Giovanni
    Miccoli - anche quando gli fu fatto os-
    servare che si trattava pur sempre di un simbolo
    di uno Stato con cui la S. Sede intratteneva
    relazioni diplomatiche (24).
    Ciò che preoccupava di più i cattolici era
    il fatto che la politica fascista non attaccava
    l’ebraismo come religione ma come razza ed
    anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo.
    Come abbiamo detto la S. Sede riuscì ad ottenere
    la soppressione dell’articolo 2 del progetto,
    che equiparava a “concubinato” il matrimonio
    religioso tra un ariano/a ed un
    ebreo/a convertito/a, «non riuscì però ad ottenere
    che l’art. 7... riconoscesse i matrimoni
    contratti dagli ebrei convertiti al cattolicesimo.
    Invano Pio XI dichiarò che in questo
    modo si violava il Concordato, invano scrisse
    personalmente a Mussolini (4 novembre) ed
    al re (5 novembre). Mussolini non gli rispose
    neppure e, anzi, fece sapere - scrive de Felice
    - di “aver l’impressione che il Vaticano tiri
    troppo la corda” e di essere disposto, se il
    Papa insisteva, ad ingaggiare una lotta a fondo
    contro la Chiesa; quanto a Vittorio Emanuele
    si limitò a rispondere di aver trasmessa
    la lettera ricevuta al duce (7 novembre).
    La S. Sede, non approvava il razzismo
    materialistico, «ma, al tempo stesso, non era
    contraria ad una moderata azione antisemita,
    estrinsecantesi sul piano delle minorazioni
    civili» (25).
    Renato Moro, professore di Storia contemporanea
    all’Università di Roma Tre,
    scrive che «La Civiltà Cattolica (17 marzo e
    7 aprile 1934), rifiutò qualsiasi difesa della
    razza... se i metodi usati erano contrari alla
    legge naturale e divina e condannò severamente
    l’idea che la “razza ariana” potesse
    essere il “bene supremo” della società» (26).
    Riccardo Calimani, riassume l’argomento
    (non proprio spassionatamente) nel suo
    libro Stella gialla. Ebrei e pregiudizio, Rusconi,
    Milano, 1993, cap. XIV Le leggi razziali
    in Italia, pagg. 161-178.
    e) le dichiarazioni programmatiche del
    Gran Consiglio del fascismo furono tradotte
    in leggi dello stato italiano il 17 novembre
    1938. Esse proibivano agli ebrei di pubblicare
    libri, tener conferenze, accedere agli uffici
    pubblici, esercitare il commercio ambulante,
    essere portieri in case ariane. Fu introdotta
    la figura dell’«arianizzato» per la quale il Ministero
    degli Interni poteva dichiarare di razza
    ariana anche chi fosse ebreo; tale disposizione
    andava contro ogni logica razzista e favorì
    la concussione e la corruzione (27).
    14
    La Francia di Pétain e gli statuti degli ebrei
    Il primo Statuto degli ebrei francesi fu
    promulgato a Vichy - durante l’occupazione
    tedesca - il 3 ottobre 1940; il secondo (che
    rimpiazzava il primo) il 2 giugno 1941. Il 7
    agosto 1941 il Maresciallo Philippe Pétain
    scrisse, con prudenza e buon senso, all’Ambasciata
    di Francia presso la S. Sede per sapere
    se la nuova legislazione sugli ebrei fosse o
    no in accordo con la dottrina cattolica romana
    (cosa che non fecero - imprudentemente e
    senza buon senso - Hitler e Mussolini). La risposta
    dell’ambasciatore francese presso la S.
    Sede, Léon Bérard, arrivò al maresciallo il 2
    settembre 1941; in essa si legge: «Vi è opposizione
    tra la dottrina della Chiesa, che è universale
    per definizione e professa l’unità del
    genere umano e le teorie “razziste”... ma mai
    la S. Sede mi aveva informato di una sua disapprovazione
    o una critica delle leggi francesi
    sugli ebrei di cui Lei mi parla... Tuttavia la
    condanna del razzismo non significa che la
    Chiesa disapprovi ogni misura presa da tale o
    tal altro Stato contro ciò che si chiama comunemente
    la razza ebraica... Per la Chiesa un
    ebreo battezzato cessa di essere ebreo e fa
    parte del gregge di Cristo. Ma non bisogna
    concludere che per la Chiesa la fede è l’unica
    cosa che distingua Israele dalle altre nazioni...
    Essa riconosce che vi sono caratteristiche e
    particolarità etniche della comunità israelitica...
    La storia della Chiesa ci insegna che Es-
    Il Maresciallo di Francia Pétain
    (qui assieme a Pierre Laval)
    sa ha spesso salvato gli ebrei dalla violenza
    dei loro persecutori e nello stesso tempo Essa
    li ha relegati nei ghetti.
    S. Tommaso d’Aquino nella Somma
    Teologica, questione 10 della IIa-IIae, articoli
    9-12 insegna che: bisogna essere tolleranti
    verso gli ebrei quanto all’esercizio della
    loro religione, che non siano battezzati
    con la forza, ma S. Tommaso raccomanda
    anche di prendere delle misure di difesa prudenziali
    nei loro riguardi, di modo che si limiti
    la loro azione e la loro influenza nella
    società. Infatti sarebbe irragionevole, in uno
    stato cristiano, lasciarli governare e sottomettere
    così i cattolici a sé. Donde risulta
    che è legittimo proibire loro l’accesso alle
    funzioni pubbliche, ammetterne solo un numero
    chiuso nelle università e nelle professioni
    liberali. (...) Tuttavia la legislazione
    francese del 2 giugno 1941 parla di razza
    ebraica, inoltre se un ebreo prova che ha
    aderito prima del 25 giugno 1940 alla religione
    cattolica o cristiana riformata, “non è
    più visto” come ebreo, purché non abbia più
    di due nonni di razza ebraica. Quindi un
    ebreo convertito e battezzato, resta ebreo se
    ha almeno tre nonni di razza ebraica, là c’è
    contraddizione tra legislazione francese e la
    dottrina della Chiesa. Questo è l’unico punto
    in cui la legge francese si trova in disaccordo
    con l’insegnamento della Chiesa romana (28).
    (...) Inoltre il Vaticano ci raccomanda di non
    aggiungere nulla alla nostra legislazione che
    riguardi il matrimonio (come invece è stato
    fatto in Italia)... e che nell’applicazione della
    legge sia salvaguardato il comandamento
    della giustizia e della carità...» (29).
    Gli ebrei italiani sotto il governo Badoglio
    Il nuovo governo, dopo il 25 luglio del
    1943, «lasciò in vita la Direzione generale
    della demografia e della razza del Ministero
    dell’Interno e mantenne in vigore la legislazione
    razziale fascista... Nell’estate del 1943
    l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane
    ebbe diversi contatti con il governo Badoglio,
    senza ottenere il benché minimo impegno
    per l’abrogazione delle leggi antiebraiche,
    né tantomeno un’attenuazione delle
    leggi fasciste che impedivano ancora....
    l’accesso alle scuole... ai giovani ebrei o prevedevano
    l’esproprio dei beni di loro possesso.
    In risposta Badoglio comunicò agli esponenti
    dell’ebraismo italiano che “non poten-
    15
    do per ora procedere radicalmente all’abolizione
    delle leggi, queste sarebbero rimaste
    inoperanti”; tuttavia le leggi razziali restarono
    in vigore» (30). Occorre spiegare che i tedeschi
    si trovavano ancora in Italia, vi restarono
    per circa due anni, e Badoglio (al contrario
    di Pétain) non era un “cuor di leone”.
    Conclusione
    La Chiesa è sempre stata odiata dal giudaismo
    talmudico, sin dai tempi di Gesù e degli
    Apostoli, quindi ha dovuto prendere misure
    di legittima difesa contro di esso. Queste
    misure furono il “Magistero” che spiegava
    l’opposizione dottrinale e teologica tra il vero
    e il falso Israele ed una “legislazione speciale”
    che diminuisse e restringesse il potere ebraico
    e nello stesso tempo salvaguardasse gli
    israeliti dalla collera popolare, risalente già
    alla paganità (31). Legislazione questa ispirata
    dalla giustizia (dare a ciascuno il suo o ciò
    che si merita: la limitazione per impedire
    l’espansione, la preponderanza o l’invadenza;
    e la protezione per garantire il diritto all’esistenza)
    ma anche dalla carità soprannaturale
    (amore di Dio e del prossimo amato, propter
    Deum, in quanto creatura di Dio e non in sé
    o perché simpatico naturalmente).
    Nell’èra moderna, con il protestantesimo
    e la rivoluzione francese, si arrivò all’affrancamento,
    all’assimilazione, all’equiparazione
    degli ebrei che quindi assunsero una preponderanza
    nelle nazioni di tradizione cristiana
    che li ospitavano, scatenando così la reazione
    violenta del popolo angariato o l’antisemitismo
    razziale che trova in Lutero, Voltaire,
    Hitler i massimi rappresentanti. Costoro non
    sono frutti della dottrina cattolica ma della
    modernità secolarizzata, laicizzata e materialista
    la quale ha prodotto il passaggio dall’antigiudaismo
    teologico (giusto e caritatevole)
    all’antisemitismo razziale o “razzismo ariano”
    (che essendo laicizzato è privo di giustizia,
    in quanto non ha la fede soprannaturale e
    travalica spesso il diritto per diventare ingiustizia.
    Inoltre poiché non ha la carità soprannaturale,
    non ama e perseguita diventando
    odioso e crudele; la Chiesa invece è irremovibile
    nei princìpi perché crede, ma è misericordiosa
    nella pratica perché ama, cose che la
    modernità non è capace di fare avendo rinnegato
    l’ordine soprannaturale).
    Il razzismo “ariano” del fascismo, qualificato
    da Pio XI come “statolatria pagana”, vol-
    le legiferare sui sacramenti, ossia in spiritualibus,
    materia che appartiene solo alla Chiesa,
    poiché per il paganesimo lo stato è una divinità
    immanente, Cesare è divino e quindi il
    duce è anche Papa; così Mussolini volle mettersi
    al posto della Chiesa e del Papa, e pur
    professandosi laico volle pontificare in materia
    sacramentaria: contraddizione nei termini.
    Al contrario nella Francia (occupata)
    Pétain, prima di mettere in pratica la legislazione
    sugli ebrei, chiese al Pontefice se essa
    era conforme alla dottrina della Chiesa; non
    si mise a fare il “papa” come aveva fatto il
    duce, ma con buon senso domandò lumi al
    Pastore universale, al Vicario di Cristo.
    Quanto agli ideologi del razzismo italiano:
    Julius Evola era uno stregone gnostico
    diabolicamente anticristiano, Giovanni Preziosi
    un prete modernista spretato e Telesio
    Interlandi un opportunista, pressappochista,
    pasticcione e voltagabbana. Tutti e tre erano
    a-cristiani o persino anti-cristiani.
    In Germania il razzismo biologico aveva
    il suo paladino in Alfred Rosenberg, l’autore
    de Il mito del XX secolo, messo all’Indice
    dei libri proibiti (1934) per il suo anticristianesimo
    virulento.
    Quindi razzismo nazifascista e antigiudaismo
    cattolico sono due concezioni opposte
    diametralmente, che non hanno nulla in
    comune.
    La causa della reazione antiebraica -
    scrive Bernard Lazare - è l’esclusivismo giudaico
    o il super-razzismo giudaico che non
    vuole farsi assimilare dai popoli ospitanti,
    ma vuol essere ospite pur restando straniero,
    ossia vuole tutti i vantaggi senza alcun inconveniente,
    formando così uno stato nello
    stato, per schiacciare l’ospitante (come è
    successo in Palestina dal 1948 ad oggi).
    Leone XIII, di fronte al Risorgimento
    del paganesimo ghibellino, volle scoprire la
    causa di tanto male e - valendosi della preziosa
    collaborazione de La Civiltà Cattolica -
    la trovò nella setta massonica diretta dal
    giudaismo-talmudico, che come aveva ucciso
    i Profeti, Gesù e gli Apostoli, così voleva
    sterminare la Chiesa di Roma, che è “Gesù
    continuato nella storia”.
    Egli indicò il rimedio al flagello della
    preponderanza giudaica nel ritorno allo spirito
    cristiano, alla sua dottrina e quindi alla
    sua prassi (leggi restrittive) che può produrre
    frutti solo se è vissuta, ossia se è l’espressione
    convinta della fede soprannaturale e
    16
    non se è usata quale instrumentum regni, come
    volevano i movimenti autoritari del XX
    secolo da Maurras a Mussolini, i quali hanno
    prodotto solo “triboli e spine”.
    Pio XI, di fronte al totalitarismo comunista
    (Stalin ha perseguitato migliaia di ebrei:
    è un fatto, ma quasi nessuno lo dice) e nazifascista
    ha condannato il razzismo materialista
    e quindi anticristiano, ma ha continuato
    a mettere in guardia i cristiani dal pericolo
    dogmatico, morale e sociale del giudaismo;
    non è stato ascoltato dall’assolutismo neopagano
    che ha provocato la rovina sua e di svariati
    ebrei.
    Il giudizio sulle leggi razziali italiane è
    negativo, poiché esse furono materialiste, pasticciate
    e improntate con opportunismo di
    circostanze (anche se sfavorevoli). Furono
    applicate malamente, per eccesso e per difetto,
    erano fuori luogo in quanto prodotte da
    un movimento che inverava il Risorgimento
    laicista e che promulgandole si metteva in
    opposizione proprio con lo spirito risorgimentale,
    filo ebraico, massonico e liberale.
    In breve, fuori di Gesù e della sua Chiesa
    non vi è la pienezza della verità ma l’errore
    per eccesso (razzismo materialista) o per difetto
    (filantropismo filoebraico che non vuol
    vedere i pericoli che il giudaismo rappresenta);
    mentre la dottrina cattolica si erge in
    medio et cùlmen come una vetta tra due burroni,
    ed insegna a non odiare crudelmente
    ma nello stesso tempo a prendere tutte le
    precauzioni per non essere sopraffatti; “semplici
    come colombe, ma prudenti come serpenti”
    , insegna il Vangelo.
    Note
    1) S. TOMMASO, Super epistulam ad Galatas lectura, lectio
    VII, n° 249, 271-272, Marietti, Torino, 1953, pag. 620 ss.
    2) U. BENIGNI, Storia sociale della Chiesa, Milano,
    Vallardi, 1922, vol. III, pag. 24.
    3) Cfr. G. DAHAN, La disputa antigiudaica nel medioevo
    cristiano, ECIG, Genova, 1993.
    4) P.C. LANDUCCI, La vera carità verso il popolo
    ebreo, in «Renovatio», n° 3, 1982.
    5) R. TARADEL - B. RAGGI, La segregazione amichevole.
    «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-
    1945, Editori Riuniti, Roma, 2000, pagg. 124-155, passim.
    6) Civiltà Cattolica, 1938, vol. III, pag. 271.
    7) Osservatore Romano, 29 luglio 1938.
    8) B. LAZARE, L’antisemitisme son histore et ses
    causes, Documents et témoignages, Vienne, 1969, pagg.
    11; 13-14; 17. Trad. it. “Centro Librario Sodalitium”,
    Verrua Savoia (TO), 2000.
    9) ENCICLOPEDIA CATTOLICA, Città del Vaticano,
    1949, vol I, col. 1502.
    10) Civiltà Cattolica, 1890, serie XIV, vol. 8.
    11) A. SACERDOTI, Ebrei italiani. Chi sono, quanti
    sono, come vivono, Marsilio, Venezia, 1997, pag. 17.
    12) Ivi.
    13) Ibidem, pag. 11.
    14) Ivi.
    15) M. MICHAELIS, Mussolini e la questione ebraica,
    Milano, 1982, pag. 25.
    Cfr. anche:
    U. CAFFAZ, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo,
    Firenze, 1975.
    G. DI SEGNI, Ebraismo e libertà religiosa in Italia,
    Torino, 1983.
    U. NAHON, Per non morire. Enzo Sereni, vita, scritti,
    testimonianze, Milano, 1973.
    16) F. TAGLIACOZZO - B. MIGLIAU, Gli ebrei nella
    storia e nella società contemporanea, La Nuova Italia,
    Scandicci (Firenze), 1993, pagg. 210-211.
    17) Ibidem, pagg. 216-217.
    18) Ibidem, pag. 225.
    19) Sulla discussa figura di Interlandi cfr.
    G. MUGHINI, A via della Mercede c’era un razzista,
    Rizzoli, Milano, 1991.
    F. GERMINARIO, Razza del sangue, razza dello spirito.
    Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo
    (1930-43), Bollati-Boringhieri, Torino, 2001.
    M.T. PICHETTO, Alle radici dell’odio. Preziosi e Benigni
    antisemiti, F. Angeli, Milano, 1983.
    G. SALOTTI, Breve storia del fascismo, Bompiani,
    Milano, 1998.
    20) Ibidem, pagg. 254-255.
    Cfr. anche:
    F. COEN, Italiani ed ebrei: come eravamo. Le leggi
    razziali del 1938, Genova, 1988.
    21) A. MARTINI, Studi sulla questione romana e la
    Conciliazione, Cinque Lune, Roma, 1963.
    22) R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il
    fascismo, Einaudi, Torino, 3ª edizione, 1988, pag. 292.
    23) La Civiltà Cattolica, 1938, fasc. 2115, pagg. 277-278.
    24) Per l’insistenza del Papa di mantenere tale frase cfr.
    A. MARTINI, L’ultima battaglia di Pio XI, riportata
    in Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Roma,
    Cinque Lune,1963, pag. 180.
    25) R. DE FELICE, op. cit., pag. 298.
    26) R. MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il
    Mulino, Bologna, 2002, pag. 77.
    27) Leggasi anche:
    R. DE FELICE, op. cit., cap VII La persecuzione fascista,
    pagg. 344-440.
    R. DE FELICE, Mussolini il duce. II- Lo stato totalitario
    (1936-1940), Einaudi, Torino, 1996, pagg. 866-877.
    G. MICCOLI, in «Storia d’Italia», Annali 11**, Gli
    ebrei in Italia, Einaudi, Torino, Santa Sede, questione
    ebraica e antisemitismo, V-1, Antisemitismo cristiano e
    razzismo, pagg. 1544-1574.
    M. SARFATTI, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino,
    Einaudi, 2000.
    M. GHIRETTI, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo,
    Bruno Mondadori, Milano, 2002.
    28) Non so se Pétain abbia ritoccato questo punto e
    sarei felice se qualcuno potesse darmi ulteriori spiegazioni.
    29) Il testo integrale può essere richiesto a :
    ANEC, B.P. 21, F - 44530 Saint-Gildas-des-Bois.
    30) F. TAGLIACOZZO - B. MIGLIAU, op.cit., pag. 361.
    Cfr. anche:
    L. PICCIOTTO FARGION, L’occupazione tedesca e gli
    ebrei di Roma, Roma, 1979.
    17
    L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della memoria. Gli
    ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, 1991.
    M. TOSCANO, L’abrogazione delle leggi razziali in
    Italia (1943-1987). Reintegrazione dei diritti dei cittadini
    e ritorno ai valori del Risorgimento, Roma, 1988.
    G. FORMIGGINI, Stella d’Italia. Stella di David. Gli
    ebrei dal Risorgimento alla Resistenza, Milano, 1970.
    31) Cfr. G.P. MATTOGNO, L’antigiudaismo nell’Antichità
    classica, ediz. Ar Padova-Salerno 2002.
    APPENDICE:
    L’INTERVISTA A EVOLA
    PUBBLICATA DA HELIODROMOS
    A pagina 12 del presente numero di Sodalitium,
    don Nitoglia fa riferimento a un’intervista
    rilasciata da Julius Evola pubblicata dalla rivista
    Heliodromos (n. 6, primavera 1995, pp. ss.).
    Come precisa la rivista siciliana, l’intervista
    è tratta dal libro di Elisabeth Antébi, “Ave Lucifer”
    (Calmann-Lévy editore). Da questa intervista,
    pubblichiamo ampi stralci riguardanti la
    questione ebraica e il sostegno dato da Evola allo
    Stato di Israele. In questo contesto stupisce
    meno la possibile collaborazione dello stesso
    Evola con la Cia, come riportato nel libro di Sergio
    Flamigni, Trame atlantiche, dal quale riportiamo
    il passo relativo a Evola (da prendere naturalmente
    con beneficio d’inventario).
    Sodalitium
    « R) – L’ebreo è uno sradicato; non è
    pericoloso l’ebraismo tradizionale, bensì
    quello che non ha né patria né punti di riferimento.
    (…)
    D) In questa accusa contro la razza
    ebraica Lei fa rientrare certi valori tradizionali
    quali la Kabbala?
    R) – Certamente no. Sul piano tradizionale
    sarebbe frivolo creare delle opposizioni
    di questo genere. Solo le formulazioni sono
    diverse. Ad un certo livello vi è accordo fra
    ‘coloro che sanno’ (…)
    D) – Lei sarebbe dunque per lo Stato
    d’Israele?
    R) – Se esistono degli ebrei pericolosi,
    non sono quelli di Israele, che lavorano, si
    organizzano, testimoniano di straordinarie
    virtù militari; sono quelli delle metropoli occidentali,
    che grazie alla democrazia hanno
    le mani libere. Se oggi qualcuno vuole porre
    il problema ebraico arriva troppo tardi, esso
    non esiste più. Come Le ho detto, il proble-
    ma della razza ‘interiore’ è molto più importante
    ai miei occhi; e gli atteggiamenti per i
    quali si riteneva l’ebreo indesiderabile sono
    oggi diffusi presso i bravi Ariani, che sarebbe
    ingiusto ed ingiustificato operare una discriminazione
    ».
    Da Un’intervista a Julius Evola
    (Heliodromos, n. 6, primavera 1995)
    « Nel maggio del 1995, il magistrato di
    Venezia Felice Casson entrerà in possesso di
    una lista di dodici ex “collaboratori” della
    18
    Cia in Italia (Commissione parlamentare
    d’inchiesta P2, volume 3, tomo 4, parte III,
    pagg. 119-23). Oltre all’ideologo di estrema
    destra Julius Evola (…)
    (In nota: Il Pm Casson ha inoltrato al governo
    americano la richiesta di poter consultare
    gli archivi della Cia per appurare l’autenticità
    della lista)».
    Da SERGIO FLAMIGNI, Trame atlantiche.
    Storia della Loggia massonica segreta P2,
    Kaos edizioni, Milano, 1996, p. 85
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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