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Discussione: JULIUS EVOLA

  1. #1
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    JULIUS EVOLA







    Evola nacque da una famiglia siciliana di nobili origini. Le poche notizie sui suoi anni di formazione si possono ricavare dalla sua autobiografia (Il Cammino del cinabro):
    «Nella prima adolescenza si sviluppò in me un interesse naturale e vivo per le esperienze del pensiero e dell'arte. Da giovinetto, subito dopo il periodo di romanzi d'avventure, mi ero messo in mente di compilare, insieme ad un amico una storia della filosofia, a base di sunti. D'altra parte, se mi ero già sentito attratto da scrittori come Wilde e D'Annunzio, presto il mio interesse si estese, da essi, a tutta la letteratura e l'arte più recenti. Passavo intere giornate in biblioteca, in un regime serrato e libero di letture. In particolare, per me ebbe importanza l'incontro con pensatori come Nietzsche, Michelstaedter e Weininger.»
    Si espresse inizialmente nell'arte della pittura, aderendo alle tendenze artistiche più moderne. Entrò in contatto epistolare con Tristan Tzara e divenne uno dei principali esponenti del Dadaismo in Italia. Nell'ambito della poesia entrò in contatto con Gottfried Benn e Filippo Tommaso Marinetti quindi s'interessò al Futurismo. Malgrado i suoi contatti con l'ambiente futurista romano, F.T.Marinetti, dopo aver letto uno scritto del giovane Evola pare abbia detto: Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese. Marinetti non era tanto lontano dal vero. Nel 1917 partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale di artiglieria, pur essendo affascinato dai grandi imperi come quello austro-ungarico contro cui combatteva. Rientrato a Roma dopo il conflitto attraversò una profonda crisi esistenziale e lui stesso riporta (sempre in Il cammino di cinabro) di essersi deciso a 23 anni al suicidio:
    «Questa soluzione fu evitata grazie a qualcosa di simile ad una illuminazione, che io ebbi nel leggere un testo del buddhismo delle origini. Fu per me una luce improvvisa: in quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento, e il sorgere di una fermezza capace di resistere a qualsiasi crisi.»
    Questo suicidio mancato fu per Evola il momento di passaggio più significativo: morte all'arte e alla poesia, che infatti abbandonò nel 1921 e nel 1922, e nascita alla filosofia. Terminò nel 1924 la Teoria e Fenomenologia dell'individuo assoluto, che aveva iniziato a scrivere già in trincea e che venne pubblicata in due volumi nel 1927 e nel 1930. In questo testo Evola si interessa delle dottrine riguardanti il sovrarazionale, il sacro e la Gnosi, con l'obiettivo di tentare il superamento della dualità io/non-io. Il suo interesse verso le tradizioni orientali si manifestò in L'uomo come potenza, pubblicato nel 1926, dove compariva una concezione dell'io ispirata dal Tantrismo: l'io si identifica con il mondo percepito e viceversa; l'attaccamento al mondo sensibile costituisce il "velo di Maya", che si deve sollevare per fondersi nell'"Unità". In quest'epoca Evola frequentava i circoli esoterici e spiritualisti romani e partecipava alla vita della Roma notturna, intrattenendo un tempestoso rapporto sentimentale con Sibilla Aleramo (narrato nel romanzo della scrittrice Amo dunque sono del 1927). Iniziò inoltre a interessarsi di politica: nel 1924 partecipò alla redazione di Lo Stato democratico, un testo contemporaneamente antifascista e antidemocratico, e tra il 1924 e il 1926 collaborò a riviste come Ultra, Bilychnis. Ignis, Atanor. Tra il 1927 e il 1929 fu il coordinatore del "Gruppo di UR" , che si occupava di recerche sulle tradizioni extra-europee: un'antologia dei fascicoli editi venne più tardi pubblicata in tre volumi nel 1955-1956, con il titolo Introduzione alla Magia quale Scienza dell'Io. Nel 1928 pubblicò un libro che gli procurò grande fama, Imperialismo pagano, nel quale attaccava violentemente il Cristianesimo e si rivolgeva verso il Fascismo, al quale lo accomunava la volontà di ritrovare l'antica grandezza della civiltà romana, ma che tacciava di eccessiva democraticità.
    «non ci s'illuda: il fascismo non fa che proclamare tali valori (valori di gerarchia) ma di fatto mantiene una quantità di elementi democratici e borghesi da far paura. Che cosa sia la guerra, la guerra voluta in sé come un valore superiore sia al vincere che al perdere come quella via eroica e sacra di realizzazione spirituale che nella Bhagavadgita si trova esaltata dal dio Krshna, che cosa sia una tale guerra non lo sanno più questi formidabili "attivisti" di Europa che non conoscono guerrieri ma soltanto soldati e che una guerriciola è bastata per terrorizzare e per far tornare alla retorica dell'umanitarismo e del patetismo quando non ancora peggio a quella del nazionalismo fanfarone e del dannunzianismo. La misura della libertà è la potenza: non dovrà essere più l'idea a dar valore e potere all'individuo ma l'individuo a dar valore, potere, giustificazione a un'idea. Volere la libertà è tutt'uno che volere l'impero»
    Influenzato dalla lettura delle opere di René Guénon, abbandonò in seguito le tesi estremiste dell'Imperialismo pagano a favore del concetto della "Tradizione" e fondò la rivista La Torre, destinata a difendere princìpi sovrapolitici e dunque poco accetta al regime fascista: Evola fu costretto a farsi proteggere da una guardia del corpo e la rivista fu bandìta dopo otto numeri pubblicati. In questo periodo furono pubblicati diversi saggi sul simbolismo tradizionale (La Tradizione ermetica, 1931; Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, 1932; Il mistero del Graal, 1937). Nel 1943 fu pubblicato La dottrina del risveglio, uno studio sull'ascesi buddhista. Nel 1934 apparve la sua opera fondamentale, Rivolta contro il mondo moderno, nella quale tracciò un affresco della storia letta secondo lo schema ciclico tradizionale delle quattro età (oro, argento, bronzo, ferro, nella tradizione occidentale; satva, treta, dvapara, kali yuga, in quella indù) e in cui descrisse la decadenza del mondo moderno. Nelle sue opere Evola pose spesso l'accento sull'unità delle antiche civiltà tedesche e italiane e fece frequenti viaggi in Germania. Per amore verso il mondo germanico cambiò nome da Giulio a Julius. Nel 1938 prese contatto con il nazionalista rumeno Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro, per il quale ebbe nei suoi scritti parole di ammirazione. Nel 1937 pubblicò Il Mito del Sangue (che ebbe una seconda edizione nel 1942) dove ricostruiva le concezioni sulla razza nelle civiltà antiche e nelle teorie del XVIII secolo, contrapponendole alla versione moderna e biologica del nazismo. Seguì nel 1941 la Sintesi di dottrina della razza. In questi testi espresse le sue concezioni antisemite, non basate su una concezione di razzismo biologico (gli Ebrei non potevano infatti essere considerati secondo Evola una razza, per le mescolanze subite nel corso della storia), ma che opponevano ugualmente a livello tradizionale "Giudei" e "Ariani" (da "Arya", gli antichi Indiani) nel nome di una differenza di "razza spirituale" e propugnavano l'affermazione della razza ariana. Dichiarò che non aveva importanza l'attendibilità storica dei Protocolli dei savi di Sion, il falso opuscolo creato dalla propaganda zarista e largamente diffuso da quella nazista per provare il "complotto giudaico", visto che comunque raccontava una veridicità secondo lui attendibile sugli effetti ebraici di controllo della società (banche, stampa, mercato, politica) attraverso la dissoluzione culturale dall'interno. L'ebraismo è per Evola una colpa senza redenzione: «nemmeno il battesimo e la crocefissione cambia la natura ebraica». Evola non aderì al Partito fascista, e questa mancata adesione gli impedì nel 1940 di arruolarsi come volontario contro l'Unione Sovietica nel corso della Seconda guerra mondiale. Nel 1942 fu pubblicato il suo testo Per un allineamento politico-culturale dell'Italia e della Germania nel quale esprimeva ammirazione per il nazismo tedesco, considerandolo superiore al fascismo, in ragione del coraggio nel risvegliare l'antico spirito ariano e germanico. Critica tuttavia l'incompletezza nell'attuazione di questo programma, non abbastanza radicale e aderente ai principi della "Tradizione": per esempio una difesa della razza improntata giuridicamente ad una sorta di "igiene razziale" e il potere del Führer derivato dal popolo e non un potere regale di origine divina come nell'ideale società ario-germanica delle origini. Si potrebbe definire Evola come un teorico di un tradizionalismo "puro", ideale e più radicale, che avesse la forza di attuare i propri principi e di far trionfare la cultura romana e pagana delle origini a cui dichiarava di ispirarsi. Nutrito di concetti buddhisti, Evola condivise con Martin Heidegger e Carl Schmitt lo stesso progetto di un risveglio della Germania e di rinascimento della "germanicità". Tra l'Unione Sovietica comunista e gli Stati Uniti capitalistici il nazionalsocialismo tedesco gli era sembrato proporre una terza via, preferibile dal suo punto di vista: quella di un impero europeo e pagano sotto la guida egemonica della Germania di Hitler. Evola aderì più tardi alla Repubblica Sociale e intraprese tentativi di influenza sulle SS e sui nazisti tedeschi, compreso lo stesso Heinrich Himmler. Si scoprì poi, nel dopoguerra, dagli archivi delle SS e della Ahnenherbe, che Evola fu, in Germania ed in Italia, sempre sotto stretta sorveglianza, i suoi libri venivano letti ed analizzati minuziosamente, ed un qualsiasi particolare sgradito era sufficiente ad avversare la pubblicazione o la diffusione dell'opera. Le SS gli permisero di intrattenere ruoli culturali solo nei casi in cui ritennero che questo potesse giovare alla propria causa: il sospetto per il tradizionalismo di Evola derivava dal paragone con movimenti tradizionalisti tedeschi come la Konservative Revolution, la quale fu stroncata dai nazisti come "troppo spiritualista" e troppo poco "attiva", come sentenziò lo stesso Goebbels nei suoi diari. Nel 1945 Evola si trovava a Vienna, sicuro di essere protetto dagli dei, si avventurò in una passeggiata durante i bombardamenti che colpirono la capitale austriaca. Venne sbalzato da uno spostamento d'aria: una lesione al midollo spinale gli provocò una paralisi permanente agli arti inferiori. Solo nel 1948, grazie alla Croce Rossa Internazionale, fu trasferito a Bologna e nel 1951 poté rientrare nella sua casa di Roma. Già nel 1950 aveva pubblicato un opuscolo (Orientamenti) nel quale erano sintetizzate in undici punti le sue idee, poi sviluppate nei libri successivi. Nel 1953 pubblicò Gli uomini e le rovine, che eserciterà grande influenza negli ambienti della destra italiana, nel quale spiegava la decadenza del mondo moderno, in seguito alla distruzione del principio di autorità e di ogni possibilità di trascendenza per l'affermarsi del razionalismo, in contrasto con le antiche civiltà e i valori della Tradizione. Nel 1958 uscì la Metafisica del Sesso sulla forza magica e potentissima del sesso, attraverso lo studio dei simboli esteso a numerose tradizioni. Nel 1961 pubblicò ancora Cavalcare la Tigre, in cui proseguiva la sua critica del mondo moderno, offrendo una guida per coloro che pur non sentendo di appartenere interiormente a questo mondo, avessero intenzione di non cedervi psicologicamente né esistenzialmente. Negli ultimi anni visse con una pensione di invalido di guerra, facendo traduzioni e scrivendo articoli. Uno scompenso cardiaco si manifestò nel 1968 e si ripeté nel 1970. Morì nella sua casa romana nel 1974. Nel suo testamento aveva stabilito che il corpo venisse cremato, che non vi fossero cerimonie cattoliche né annunci. Le sue ceneri vennero consegnate alla guida alpina Eugenio David suo compagno di scalate in giovinezza e gettate in un crepaccio del Monte Rosa come stabilito prima della sua morte. Evola fu propugnatore del tradizionalismo, ossia di un modello ideale e sovratemporale di società, attuato storicamente in alcune delle antiche civiltà, caratterizzato in senso aristocratico. Queste antiche società erano suddivise gerarchicamente sulla base della qualità naturale degli individui, di carattere ereditario e genetico dunque, invece che su criteri economici e materiali. In queste società antiche era fondamentale inoltre il senso del sacro, tradotto in simboli e riti ossia la Regalità Divina, la Iniziazione, l' Azione eroica o la Contemplazione, il Rito e la Fedeltà, la Legge tradizionale, la Casta, l'Impero. Questo stato e civiltà ritenuti superiori, basati sulla più elevata sfera metafisica e spirituale invece che sull'ordine fisico e materiale, furono cancellati secondo Evola dalla decadenza attualmente visibile nella civiltà occidentale (secondo lo schema delle quattro età di Esiodo: oro, argento, bronzo e ferro). La distruzione degli antichi valori fu per il filosofo il frutto delle idee illuministiche massoniche espresse nella Rivoluzione Francese e di una visione della realtà basata esclusivamente sull'esperienza corporea, che avrebbe impedito il superamento e la purificazione della natura umana nel divino e la sua liberazione dal divenire contingente. Il pensiero di Evola ha un carattere eroico. Ricercando la metafisica comune a tutte le tradizioni antiche, i suoi scritti si sforzano di ritrovare attraverso l'interpretazione dei simboli delle civiltà la presenza di una antica casta guerriera. Questa, secondo il filosofo, doveva essere collocata in cima alla gerarchia sociale, trascurando le caste sacerdotali e la loro supremazia. Il suo pensiero, pur influenzato da quello di Guénon e di Nietzsche, se ne differenzia tuttavia sino all'incompatibilità (specialmente con Nietzsche). Da Guénon derivava la base della dottrina tradizionale e da Nietzsche la difesa dei valori aristocratici e guerrieri e l'ostilità verso il Cristianesimo. Dalla Tradizione deriva il differenzialismo, ossia la concezione di una naturale diseguaglianza degli esseri umani ovvero delle loro potenzialità innate, che possono o non possono in seguito essere sviluppate. Ne è conseguenza l'antidemocrazia , accompagnata dalla critica al totalitarismo, anch'esso considerato espressione della società di massa. La società propugnata da Evola era dunque profondamente antidemocratica e basata sulla superiorità per nascita degli individui appartenenti alla casta più alta, gli unici in grado di raggiungere una più elevata spiritualità. Il pensiero del filosofo, in virtù dell'avversione all'ugualitarismo, era profondamente e radicalmente anticomunista: Evola in molte sue opere attacca con disprezzo l'ideologia, gli ideologi comunisti e i loro seguaci, considerandoli "subumani", in quanto espressione più bassa e animale dell'umanità. Così come ci sono differenze innate tra gli individui, ci sarebbero secondo Evola differenze tra le razze. La razza interiore di cui parla il filosofo, è definita come un patrimonio di tendenze e attitudini che a seconda delle influenze ambientali giungono o meno a manifestarsi compiutamente. L'appartenenza ad una razza si individua dunque sulla base delle caratteristiche spirituali, e solo in seguito fisiche, diventandone col tempo queste ultime il segno visibile. Evola criticava una concezione razziale che si basasse esclusivamente sui dati naturali e biologici perché, come scriveva, "la razza esiste sia nel corpo, sia nello spirito". La concezione spirituale della vita propria della Tradizione, come potenzialità innata ed ereditaria, sarebbe espressione propria dei ceppi umani superiori, identificati con le popolazioni di origine indoeuropea, pur non essendo propria solo di quelle genti: Evola estese la sua ammirazione a tutte le culture tradizionali, specie orientali e mediorientali. Secondo la concezione aristocratica e gerarchica propria dello spirito tradizionale, la razza tuttavia secondo Evola non potrebbe determinare da sola il valore di un individuo, cosa che livellerebbe tutti gli appartenenti ad un popolo con la democratizzazione del sangue, abbattendo le differenze di casta (per il filosofo necessarie), e introducendo un elemento egualitario. In quest'ambito si inserisce anche l'antisemitismo di Evola, sfumato nella accezione astratta che caratterizza il suo pensiero. Evola si contrappone alla Ebraicità, intesa come tendenza spirituale antitradizionale, la quale si sarebbe manifestata nella storia nel popolo ebraico, convertendo il suo spirito tradizionale degli inizi in una mentalità anti-tradizionale di tipo sovversivo in seguito a vicende di numerose sconfitte e sventure patite nella storia antica. L'importanza attribuita al progresso spirituale in contrapposizione a quello materiale in questa concezione, non impedisce al filosofo di attribuire il carattere di superstizione e irrazionalità al Cristianesimo come religione devozionale, opponendogli invece una conoscenza superiore, con aspetti esoterici (il nocciolo nascosto dalla scorza, concezione influenzata anche dalle tradizioni orientali). Questa conoscenza si raggiungerebbe attraverso un'ascesi che non costituisca tuttavia una mortificazione di sé, ma piuttosto una piena realizzazione dell'Io, secondo la concezione dell'individuo assoluto. Costui non subisce, secondo Evola, i condizionamenti del contingente, ma lo domina e trova autarchicamente in sé il centro di tutto, nel quale è compreso anche il mondo esterno, venendo così a coincidere con il divino. Attualmente il complesso pensiero del filosofo è ancora studiato in molte nazioni e diversi autorevoli studiosi individuano nella speculazione evoliana l'utopia di un profeta disperato e disperante. Nelle opere evoliane emerge la disillusione per una civiltà mondiale, ed europea in particolare, che gli appare irrimediabilmente in rovina, non esistendo a suo avviso una categoria adeguata di persone che possa dirigere la società ideale in modo organizzato e gerarchico. Nell'opera Cavalcare la tigre arriva a proporre una soluzione di tipo anarchico: considerando che non esistono capi eroici per i quali sacrificarsi, afferma, tanto vale orientarsi all'individualismo.





    JULIUS EVOLA

  2. #2
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    Predefinito Rif: JULIUS EVOLA

    A me Evola piace solo fino al 1945..quello che è venuto dopo preferisco
    dimenticarlo.
    In un suo libro(mi pare "Il fascismo visto dalla destra") dice che dovremmo difendere questo stato(!!!!!!!!!!) anche se spurio dalla
    sovversione rossa.
    Senza contare la posizione che prese sull'entità sionista.

  3. #3
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    Predefinito Rif: JULIUS EVOLA

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    A me Evola piace solo fino al 1945..quello che è venuto dopo preferisco
    dimenticarlo.
    In un suo libro(mi pare "Il fascismo visto dalla destra") dice che dovremmo difendere questo stato(!!!!!!!!!!) anche se spurio dalla
    sovversione rossa.
    Senza contare la posizione che prese sull'entità sionista.
    Credo sia sbagliato considerare Evola un pensatore o un filosofo sulla falsariga di ciò che si considera comunemente con quei termini.

    Evola , che non fu mai un politico nel vero senso della parola nè tantomeno pretese di essere un ideologo per quanto propugnatore ed ispiratore di idee, fu soprattutto uno sperimentatore ed un cultore della Tradizione e come tale dovrebbe essere considerato.

    Con ciò non dico che Evola sia la Bibbia nè che tutto quanto da lui scritto fosse immune da errori e sbagli: conosco le sue posizioni ambigue (utilizzo un eufemismo ovviamente) su Israele generate mi pare dopo la guerra del 67 ma è altrettanto vero che non è possibile rinunciare al pensiero ed al bagaglio dottrinario di idee che questo emerito della cultura italiana e a mio avviso mondiale ha generato in tanti decenni di controcultura e a difesa della Tradizione primordiale.

    Mettere Evola al pari di un qualsiasi altro pensatore politico del Novecento mi sembra a dir poco riduttivo per la profondità di analisi e le molte ottime intuizioni avute, per le posizioni assunte e per la sua adesione critica ma sicuramente onesta rispetto al Fascismo.

    Dire che Evola e il suo pensiero si fermino al 1945 è , secondo me, a dir poco limitativo anche perchè opere come "Cavalcare la tigre" o "Orientamenti" al di là di quali fossero i loro destinatari e di chi siano stati i fruitori sono degli autentici capolavori per qualsiasi battaglia anti-modernista. :giagia:

    iaociao:
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

  4. #4
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    Predefinito Rif: JULIUS EVOLA

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    A me Evola piace solo fino al 1945..quello che è venuto dopo preferisco
    dimenticarlo.
    In un suo libro(mi pare "Il fascismo visto dalla destra") dice che dovremmo difendere questo stato(!!!!!!!!!!) anche se spurio dalla
    sovversione rossa.
    Senza contare la posizione che prese sull'entità sionista.
    Il problema di Evola fu la sua interpretazione di tradizione,egli infatti interpretò come tradizione la Destra pre-illuminista e pre-borghese,tantè che per questo finì in posizioni anacronistiche,quando in realtà la Tradizione è aldilà delle ideologie e degli schieramenti,le formulazione delle idee è corretta,sono le sue interpretazioni che sono sbagliate.
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Avamposto Visualizza Messaggio








    JULIUS EVOLA







    . Per amore verso il mondo germanico cambiò nome da Giulio a Julius.




    JULIUS EVOLA
    Nome che più romano non si può...

  6. #6
    Europa dell'ariete
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    Predefinito Rif: JULIUS EVOLA

    Citazione Originariamente Scritto da Ottobre Nero Visualizza Messaggio
    Credo sia sbagliato considerare Evola un pensatore o un filosofo sulla falsariga di ciò che si considera comunemente con quei termini.

    Evola , che non fu mai un politico nel vero senso della parola nè tantomeno pretese di essere un ideologo per quanto propugnatore ed ispiratore di idee, fu soprattutto uno sperimentatore ed un cultore della Tradizione e come tale dovrebbe essere considerato.

    Con ciò non dico che Evola sia la Bibbia nè che tutto quanto da lui scritto fosse immune da errori e sbagli: conosco le sue posizioni ambigue (utilizzo un eufemismo ovviamente) su Israele generate mi pare dopo la guerra del 67 ma è altrettanto vero che non è possibile rinunciare al pensiero ed al bagaglio dottrinario di idee che questo emerito della cultura italiana e a mio avviso mondiale ha generato in tanti decenni di controcultura e a difesa della Tradizione primordiale.

    Mettere Evola al pari di un qualsiasi altro pensatore politico del Novecento mi sembra a dir poco riduttivo per la profondità di analisi e le molte ottime intuizioni avute, per le posizioni assunte e per la sua adesione critica ma sicuramente onesta rispetto al Fascismo.

    Dire che Evola e il suo pensiero si fermino al 1945 è , secondo me, a dir poco limitativo anche perchè opere come "Cavalcare la tigre" o "Orientamenti" al di là di quali fossero i loro destinatari e di chi siano stati i fruitori sono degli autentici capolavori per qualsiasi battaglia anti-modernista. :giagia:

    iaociao:
    Sono d'accordo... Evola ha scritto opere di grande interesse anche nel dopoguerra. E hai ragione a dire che la sua dimensione non era politica ma propriamente esoterico-sapienziale, che dette vita a quella che è una delle più grandiose ricostruzioni macrostoriche delle antiche civiltà, oltre a studi più specifici di temi tradizionali.
    Ma proprio per questo non riuscì a capire fino in fondo, né mai, forse, avrebbe potuto farlo, l'epoca delle rivoluzioni nazionali europee, i fascismi. Tutto ciò che sapeva di partecipazione popolare, di coinvolgimento di tutto il popolo nelle dinamiche politiche, gli sembrò un'esagerazione, una caduta in senso plebeo...
    Nel dopoguerra, con "Il fascismo visto da Destra", produsse la meno riuscita delle sue opere: eppure in altre opere, penso a "Orientamenti", aveva compreso e apprezzato soprattutto gli aspetti combattentistici di quei regimi, ciò che chiamava lo spirito legionario, il battersi su posizioni perdute, il senso dell'onore, la concezione eroica dell'esistenza, ecc... Certamente gli mancò la capacità di comprendere completamente quei sistemi politici attuanti la "nazionalizzazione delle masse", ma non per questo privi di gerarchia ferrea e, in determinate cerchie (Mistica fascista, SS), di richiami alla trascendenza. A lui non sembrò abbastanza, ma la politica resta sempre l'arte del possibile... La più politica delle possibili letture evoliane resta quella legata alla sua concezione legata alla supremazia del mito sulla storia: negli spiriti superiori possono riaffermarsi valori "più che umani", guida di una Rivolta che può essere ancora e sempre attuabile...

  7. #7
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    Predefinito Rif: JULIUS EVOLA

    Cavalcare la tigre



    È già trascorso mezzo secolo dal periodo in cui la casa editrice Scheiwiller di Milano pubblicò per la prima volta Cavalcare la tigre, uno dei libri più importanti di Julius Evola. Forse anche uno dei meno compresi. In passato, qualcuno scrisse che Cavalcare la tigre contribuì ad accendere gli animi durante gli anni caldi (parliamo di terrorismo); qualcun altro, al contrario, che Evola avesse deciso di appendere le “armi” al chiodo, dopo un onorevole passato da guerriero della penna. Critiche in parte assurde, che nel Terzo Millennio potranno interessare solo un esiguo gruppo di curiosi.
    Oggi è senz’altro più utile tornare a rileggerlo a fondo quel libro del 1961 – ma in realtà concluso già dieci anni prima – per ripassare il messaggio contenuto, per comprenderlo in ogni sua parte, e per utilizzare, attualizzare, bocciare o adattare il frasario evoliano alle questioni dei nostri tempi. Filosofi, scrittori e pensatori sono vivi se i loro messaggi assumono, malgrado il trascorrere degli anni, un significato preciso, altrimenti o appartengono al mondo dei morti o a quello della “comune” letteratura. Nel caso di Evola potremmo dire: o al giro dei facitori di slogan o dei perditempo o al mondo delle fiabe.
    Nella sue ultime edizioni (uscito per le Mediterranee già a metà degli anni Novanta), Cavalcare la tigre si è pure guadagnato una introduzione di Stefano Zecchi, il quale nel 2008 – all’interno del mio libro Il maestro della Tradizione – così presentava il volume: «Penso che Cavalcare la tigre sia un testo importante. Evola mostra i limiti della modernità nel momento in cui è trionfante e nel momento in cui esprimersi contro di essa era né più e né meno che un’eresia…». Come la maggior parte dei libri di Evola, aggiungiamo, Cavalcare la tigre è rivolto a un lettore specifico, qualificato o differenziato, circostanza che naturalmente ha affascinato i “fascisti” in libera uscita: scontenti, creduloni o insegnatori in vena d’assoluto. Questi e quelli, incapaci di una vita normale e nemici giurati dei posti da impiegato, della lavastoviglie (regolarmente acquistata, però) e di una non ben specificata sovversione internazionale. Fate voi la somma… In effetti, il volume si apre con una affermazione che lascia poco spazio alle fantasie del lettore: «Il proposito di questo libro», scrive il teorico dell’“individuo assoluto”, «è di studiare alcuni degli aspetti, per via dei quali l’epoca attuale si presenta essenzialmente come un’epoca di dissoluzione, affrontando in pari tempo il problema dei comportamenti e delle forme di esistenza che in una situazione siffatta si convergono ad un particolare tipo umano». Evola dedica uno dei suoi ultimi libri a una “razza diversa” quella che riesce a non farsi divorare dalla modernità. Quella modernità che invece proprio nei primi anni Sessanta sta cambiando il mondo e dunque anche il nostro Paese, che si lascia alle spalle un passato contadino per abbracciare le rivoluzioni nel quotidiano, nel sociale e nei costumi. Da Jack Kerouac ai Beatles, dalle proteste americane (Berkeley, 1964) alla decolonizzazione, dalla reazione alla guerra nel Vietnam agli episodi di politica internazionale che conquistano parte dei cittadini dei paesi più prosperi e spingono a una partecipazione emotiva prim’ancora che politica, dalle nuove forme di spiritualità alle nuove culture giovanili. Ovviamente, ben al di là del pessimismo evoliano non tutto è da buttar via.
    Il mondo di Evola e quello degli evoliani resta invece il mondo – decisamente poco reale e antistorico – della Tradizione. Raccontato più con le sue forme immateriali e decisamente meno con quelle materiali. Un mondo ordinato verso l’alto, ispirato cioè da principi che vanno al di là dell’uomo e delle sue comuni facoltà. È un mondo con le sue appendici politiche, che emerge in primo luogo da Rivolta contro il mondo moderno che è degli anni Trenta e poi da Gli Uomini e le rovine che è del 1953; studi mai privi del fascino del mondo parallelo o di quella che nell’Ottocento Renouvier appellò ucronia. Suggestioni appunto, con qualche complemento etico ed eroico; “arte pura” la intese a suo tempo Manlio Sgalambro. In codesti libri è facile comprendere ciò che si nega (e si può anche essere d’accordo con Evola), ma è difficile cogliere una parte positiva, qualcosa che si possa cioè “utilizzare”. Cavalcare la tigre, proprio per la sua qualità di testo privo di velleità politiche, riposa invece su un altro piano: si rivolge all’individuo alla ricerca di riferimenti esistenziali, all’ospite indesiderato dei tempi ultimi, al nietzscheano in caduta libera e a chi pensa che il deserto stia crescendo intorno a lui. Cavalcare la tigre è un conforto o una conferma per chi crede di appartenere a una élite e ama coltivare il proprio distacco dal resto del mondo.
    Anche qui però, a nostro giudizio, Evola è fin troppo pessimista. Egli pone in primo piano la questione della morte di Dio o del nichilismo o del laicismo o relativismo se vogliamo attualizzarla, e la riprende proprio da Nietzsche punto di riferimento quasi costante. L’idea di fondo rimane l’impossibilità generalizzata di uscita dal tunnel del caos. Soluzione unica per il tipo differenziato non è l’isolamento ma la ritirata nella “foresta spirituale”, il distacco positivo almeno fino a un certo punto («quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti»). Il mondo borghese si basa soltanto su «idoli sociali e conformismo fondato sulla convivenza, sulla viltà, l’ipocrisia o l’inerzia», e in aggiunta l’attuale ribellione, quella cioè che parte dell’America degli anni Cinquanta, se possibile, è una sostanza ancora peggiore perché si risolve in una sorta di vano agitarsi senza prospettive concrete. Dunque? Evola boccia i tentativi di rivolta del proprio tempo e resta fermo su posizioni da “esule in Patria”, per parafrasare il titolo di un volume sul Msi di Marco Tarchi, in attesa che la “tigre” sia stanca di correre e che dunque un nuovo ciclo cominci. Sul finire dei Sessanta, in un periodo nel quale le nuove generazioni tentano di ribellarsi al sistema, per evitare un aggravarsi della situazione, per dirla con Giano Accame lo scrittore sposa posizioni «banalmente conservatrici» e si schiera a difesa dello status quo. Per un idolo del pensiero rivoluzionario di destra è quasi una sconfitta. Un limite che in molti gli rimproverano ancora. A suo tempo c’è chi interpretò l’anarchismo di destra in maniera del tutto differente e le libertà di Cavalcare la tigre o le solari utopie di Rivolta molto più in linea con lo Zeitgeist di quanto lo stesso Evola avesse immaginato. Per Gianni Baget Bozzo un certo tipo di cultura di destra nasce proprio nel periodo della contestazione. Nel mio 1968. Le origini della contestazione globale, sottolineavo che proprio nel Sessantotto la destra ritrovava intatti i propri presupposti culturali e ideali. “Ritrovava” perché come aveva già scritto Accame gli autori di gran moda nel Sessantotto, a cominciare da Marcuse, stavano a loro volta riproponevano le tematiche della destra rivoluzionaria, cioè quella propriamente evoliana dell’immediato dopoguerra. Proprio in quel periodo, cioè nel 1968, Accame e con lui molti altri confidarono in un matrimonio fra la “destra” e la “sinistra” giovanili, una sorta di connubio movimentista fra Che Guevara e lo stesso Evola, ma purtroppo andò a finire come tutti sanno, cioè con un nulla di fatto.
    Qui affermiamo dunque, che Evola è stato protagonista di un “altro Sessantotto”. Non il Sessantotto di Marx, Marcuse e Mao ma quello del risveglio della “destra” da una fase di torpore; protagonista del periodo mai concluso dei cosiddetti viaggi in mare aperto. Conseguentemente proprio negli anni Sessanta, sulla scorta di un mutamento di prospettive, gusti e finalità, Evola e con lui naturalmente i suoi libri hanno vissuto una seconda giovinezza. Una popolarità che ha spinto lo stesso scrittore – in una nota intervista del 1970 a Gianfranco de Turris – a intervenire per mettere un po’ d’ordine proprio fra i lettori («Per me, quel che essenzialmente importa in una persona è la sua “realtà esistenziale” … I giovani, li attendo al traguardo, almeno, dei trent’anni»). Probabilmente la parte più specificamente edonista e materialista del Sessantotto “obbligava” gli stessi giovani a consumare volumi su volumi – una quantità enorme per Giuseppe Carlo Marino: dai marxisti a Eliade – e dunque a divorare, magari con troppa passione, i testi del filosofo romano. Dagli anni Sessanta in poi, la cultura del facile consumo (la bruta materia, denunciata anche da Alain de Benoist), unitamente alla indeterminatezza degli obiettivi, ai timori di un salto nel vuoto e di un conformismo non da uomini ma da bestie, saranno gli spauracchi peggiori per Evola. Così scrive su Cavalcare la tigre: «Al luogo delle unità tradizionali – dei corpi particolari, degli ordini, delle caste o classi funzionali, delle corporazioni – membrature a cui il singolo si sentiva legato in base ad un principio superindividuale che ne informava l’intera vita dandole un significato e un orientamento specifico, oggi si hanno associazioni determinate unicamente dall’interesse materiale degli individui, che solo su questa base si uniscono: sindacati, organizzazioni di categoria, partiti. Lo stato informe dei popoli, ormai divenuti mere masse, fa sì che ogni possibile ordine abbia un carattere necessariamente centralistico e coercitivo. E le inevitabili strutture centralistiche ipertrofiche degli Stati moderni, che moltiplicano gli interventi e le restrizioni anche quando vengono conclamate le “libertà democratiche”, se per un lato prevengono il disordine completo, dall’altro vanno però a colpire quel che può ancora restare in fatto di vincoli e di unità di tipo organico; il limite di questo livellamento sociale avendosi quando intervengono forme dichiaratamente totalitarie». Si tratta di uno dei periodi più efficaci del libro. C’è materia su cui riflettere anche oggi. Buona rilettura.


    Cavalcare la tigre, Marco Iacona
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    Gli umori corrodono il marmo

 

 

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