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Discussione: La guerra contro il...

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    Predefinito La guerra contro il...

    ....fascismo di Bush.


    Brooklyn (New York).
    Paul Berman è l’intellettuale di sinistra che ha spiegato ai suoi compagni che la guerra al terrorismo arabomusulmano è l’ultima tappa delle due guerre contro i totalitarismi che l’Occidente ha combattuto nel secolo scorso, quella contro il nazifascismo e quella contro il comunismo.
    Lo ha scritto in un bellissimo libro, Terror and Liberalism, che il Foglio ha recensito il 12 aprile (“il più conciso e intelligente commento sul mio libro”, ha detto Berman), e che presto sarà pubblicato in Italia dall’editore Einaudi. Terror and Liberalism è recensito con imbarazzo in America, perché sfugge alle classificazioni e agli schieramenti. Berman è di sinistra, è un libertario, quasi anarchico, che ha pubblicato per The Nation, per il Village Voice, la New York Book Review, The New Republic, e ora per Dissent e il New York Times.
    E’ un avversario di George W. Bush, però pensa che il presidente abbia fatto benissimo a cacciare i talebani e Saddam. Berman parla e scrive come un neoconservative, quel gruppo di intellettuali di sinistra che dagli anni Settanta pensa che la sinistra sia diventata conservatrice e che i classici principi del liberalismo siano difesi meglio dai conservatori rivoluzionari alla Ronald Reagan.
    Ma Berman non è un neoconservative. Infatti a destra il suo libro è piaciuto a metà, nonostante Commentary abbia definito Berman come uno della schiatta di George Orwell e Arthur Koestler.

    Berman è falco come un neocon. La questione delle armi che non si trovano, per esempio, non lo appassiona. Gli importano le dittature, gli assassini, i massacratori che in una sola fossa comune hanno ucciso più persone di tutta la guerra in Iraq. L’arma di distruzione di massa è la dittatura. E si chiede come mai la sinistra, con l’eccezione di Tony Blair, non combatta più per queste cose.
    “Stiamo vivendo un periodo rivoluzionario – dice Berman seduto su una poltrona a dondolo nel suo appartamento di Brooklyn – In 19 mesi due feroci dittature sono cadute e una terza, la più importante, è in crisi. L’effetto domino funziona, il totalitarismo musulmano ha subito sconfitte devastanti.
    In così poco tempo due, quasi tre, paesi di fila sono stati liberati. E poi c’è lo scontro all’interno dell’Autorità palestinese. Non sappiamo come andrà a finire, ma in Afghanistan c’è uno Stato che pur limitandosi alla città di Kabul è in mano a un liberale come Hamid Karzai. In Iraq non c’è ancora uno Stato ma per la prima volta c’è speranza, e in Iran siamo al primo stadio di una rivoluzione liberale”.
    Berman si chiede per quale motivo la sinistra non faccia salti di gioia. Si dà due risposte.
    La prima è legata a Bush. “La sinistra odia Bush, non lo può vedere. Quello che fa Bush è sempre sbagliato. Per loro il nemico è Bush, anche se combatte le dittature”.
    La seconda ragione, secondo Berman, è l’ignoranza: “E’ vero che gli occidentali non conoscono la cultura islamica, ma sono soprattutto quelli di sinistra a non averne idea”. Secondo Berman, la sinistra “disprezza i musulmani”, ha atteggiamenti razzisti nei loro confronti, pensa che non siano in grado di poter vivere in un mondo libero e democratico.
    Infatti i morti e i massacri all’interno del mondo islamico non hanno mai fatto notizia, sono sempre stati considerati come una cosa ovvia. “I milioni di vittime islamiche sono invisibili, al contrario del puntuale conteggio che si fa in Cisgiordania”.
    La sinistra non crede che la libertà si possa esportare, ma Berman davvero non si spiega come “gli italiani e i tedeschi possano pensarla in questo modo”. Tanto più, dice, che l’oscurantismo islamico, quel mix nazi-comunista che ha governato il Medio Oriente in questi 50 anni, è esso stesso un’importazione: “Il vero pericolo non è solo al Qaida, ma il culto della morte e del suicidio come atto di ribellione alla società borghese. E’ un’idea nata in Occidente, scritta nelle poesie di Baudelaire e nei libri di Dostoevskij, e diventata poi movimento di massa, con il fascismo, il franchismo, il nazismo e il comunismo. In Occidente è stata sconfitta, ma è stata esportata nel mondo islamico e lì si è sviluppata”.

    In questi anni non ce ne siamo occupati, dice Berman, così come ora non raccontiamo i movimenti democratici che per la prima volta si fanno sentire. “Sono invisibili, è come se non esistessero. Negli anni Ottanta, una parte della sinistra fece conoscere gli intellettuali del dissenso sovietico. Adesso non sappiamo niente dei professori liberali egiziani, come Said Ibrahim, mentre un democratico come Ahmed Chalabi è trattato come se fosse il nemico.
    Tutto il mondo, poi, crede che Colin Powell sia quello buono. Powell invece è il cattivo, è quello che risolverebbe i problemi del Medio Oriente mettendo altri dittatori al posto di quelli che abbiamo appena deposto”.
    La sinistra questo non lo capisce, “dovrebbe criticare Bush perché non invia più truppe in Medio Oriente, perché non si impegna abbastanza per ricostruire l’Iraq, invece di chiedere il ritiro e marciare per la pace”. E’ questa la cosa che preoccupa maggiormente Berman: “Bush è un grande distruttore, ed è stato bravo. Ma sembra che non gli interessi molto ricostruire quei paesi.
    Non è neanche contrario, ma non si impegna abbastanza. Al opposto dei neocon e dello stesso Cheney, Bush non è un ideologo, è un presidente che crede molto nei rapporti personali.
    La mia paura è che alla fine i suoi rapporti con i sauditi lo convinceranno a fermare la rivoluzione”.

    Christian Rocca su il Foglio di giovedì 3 luglio 2002

    saluti

  2. #2
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    Predefinito In Iran si tenta perfino...

    ...di scrivere una nuova Costituzione.


    Los Angeles. “Il giorno tanto atteso è arrivato”, dice Javad, dopo il 9 luglio niente potrà essere come prima. E a Said, che dubita e lo invita alla cautela, Javad replica che il risveglio della nazione è iniziato e nessuno lo potrà fermare. “La nuova rivoluzione – promette – non è lontana”. Almeno quattromila persone, per ammissione delle stesse autorità iraniane, sono state arrestate durante le manifestazioni del 10-20 giugno, prove generali della protesta prevista per la seconda settimana di luglio. “Ma se anche ne arrestassero il triplo – assicura il ventenne Javad – non potranno arginare per molto la forza del movimento”.

    Chiusi i campus universitari Che non si tratti di una tempesta in un bicchier d’acqua a Teheran se ne sono accorti tutti. Con il consueto tempismo le eminenze grigie della Jomhuri Eslami hanno prima ordinato la repressione e poi pubblicamente invocato il senno dei vigilantes assalitori. In fondo si tratta soltanto di teste calde senza arte né parte, più che picchiare, occorre persuadere, ha spiegato magnanimo l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.
    Nel frattempo, “per preservare la serenità del personale accademico”, spiega in una nota la municipalità di Teheran, dal 7 al 14 luglio meglio chiudere i campus da cui è partita la protesta. Contro le intemperanze saranno adottati i provvedimenti opportuni. Intanto, in via precauzionale, la Repubblica islamica vigila sulla sicurezza pubblica, confinando nelle patrie galere duemila “hooligan”, tra cui Abdullah Momeni e Mahdi Aminzadeh, esponenti di spicco della principale associazione studentesca, l’Ufficio per il consolidamento dell’unità.
    Obiettivo dell’establishment è superare senza troppi danni la boa delle rievocazioni del luglio 1999. Ma stavolta, a differenza di quattro anni fa, a dispetto delle accortezze dei vertici della Jomhuri Eslami, non sarà facile sedare il movimento. Gli studenti del campus di Amir Abad non sono soli a gridare “libertà” e “morte ai mullah”. La crisi di legittimità del sistema s’insinua in ogni strato della società iraniana, taglia dritto attraverso le appartenenze generazionali, ideologiche e di classe. Ne sono un esempio gli scioperi degli operai della raffineria di Aghajari e del complesso petrolchimico di Mahshahr che hanno incrociato le braccia e scandito slogan finora cari soltanto agli studenti. Altre astensioni dal lavoro hanno coinvolto il corpo insegnanti, paralizzando il 50 per cento delle scuole. Più rivelatore ancora è il primo cedimento del patto d’acciaio che ha tradizionalmente legato i bazaari all’establishment sciita. Chiuse nelle scorse settimane in segno di solidarietà con la protesta sul viale della Rivoluzione intere sezioni dei bazar di Teheran, Rasht, Isfahan e Shiraz.
    La ribellione – obbiettano gli scettici – è soltanto l’espressione disordinata di un’insofferenza che non potrà di per sé assestare assestare un colpo decisivo al sistema. La protesta – argomentano – non ha un leader e non ha un programma. Ma i disfattisti esagerano. Il movimento ha già una sua embrionica infrastruttura della rivolta. Oltre all’Ufficio per il consolidamento dell’unità, presente in quasi tutte le università, e ai suoi capi riconosciuti come Momemi, Razavi Faghih o Aminzadeh, il movimento conta su abili organizzatori locali che hanno esteso il raggio delle manifestazioni e hanno mantenuto un linguaggio univoco negli slogan. Il movimento ha anche i suoi teologi, religiosi modernisti come Abdolkarim Sorush o Mohsen Kadivar, ma anche autorevoli membri del clero sciita come gli ayatollah Hassan Tabatabi Qomi, Mohammed Sadeq Ruhani e lo stesso ayatollah Montazeri, divenuto dai suoi arresti domiciliari uno dei più lucidi accusatori del sistema.

    Con accenti e spiegazioni teologiche diverse, tutti criticano la teoria del velayat-e-faghih e la deriva autoritaria del sistema. Alcuni come Kadivar hanno parlato di pluralismo e di libertà, invocando la separazione tra le competenze delle istituzioni dello Stato e quelle delle sue guide religiose. Altri comel’ayatollah Jalahuddin Taheri di Isfahan hanno descritto il regime come “nemico dell’Islam e dell’umanità”. Nomi e pensieri che non sono casi isolati e che evidenziano al contrario la profonda ferita del clero sciita tra sostenitori dell’Islam politico di Khomeini e aderenti alla tradizionale scuola dello sciismo quietista di cui furono autorevoli esponenti gli ayatollah Khoei e Shariatmadari.

    Un progetto di governo laico e liberale
    Dagli studenti agli operai, alle casalinghe, ai religiosi modernisti, tutti gridano “democrazia”, ma rimangono le incertezze su quale accezione della parola prevarrà in un paese che, come ha detto il segretario di Stato americano Colin Powell, “ha conosciuto soltanto il regno degli scià e dei mullah”. Sul ruolo che potrà avere l’Islam nell’Iran democratico della post mullahcrazia si esprimono i teorici della dissidenza. Dal carcere Akbar Ganji lancia nello stagno un manifesto con una ricetta di democrazia liberale da instaurare attraverso una riforma costituzionale e un referendum.
    Proprio allo scheletro di una nuova Costituzione lavorano già da dieci mesi intellettuali e politici come Massoud Behnoud, Ebrahim Natavi e Hamid Reza Jalaiepour. In dieci punti progettano la rimozione di tutte le istituzioni che non sono soggette al voto come il Consiglio dei guardiani, il Consiglio per il discernimento e soprattutto la Guida suprema. “Fino a qualche anno fa – sottolinea la sociologa Nayereh Tohidi – non tutti avrebbero sottoscritto un progetto di governo laico e liberale ma ormai è chiaro che gli iraniani non si accontenteranno di niente di meno”.

    Tatiana Boutourline

    Dal Foglio di oggi

    saluti

  3. #3
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