ROAD MAP. ERA UN RAGAZZINO INNAMORATO DEL TEATRO. ORA ORGANIZZA I KAMIKAZE
Incontro con Zakaryia Zebeida, mandante del primo attentato dopo la hudna, ricercato da Israele e Anp
Jenin. Zakaryia Zebeida è l'uomo più ricercato di Jenin: lo vogliono sia gli israeliani che i palestinesi, e per lo stesso motivo. E' lui il capo delle Brigate Al-Aqsa del nord della Cisgiordania, l'uomo che ha ordinato il primo attacco dopo l'annuncio del cessate il fuoco. Per incontrarlo siamo venuti nel campo profughi di Jenin, abbiamo atteso a lungo, ci hanno portato prima in un posto poi in un altro, e quando finalmente lo incontriamo è circondato da uomini armati. Camminiamo per cinque minuti senza che nessuno di loro ci rivolga la parola. Di fianco a lui il suo secondo, Munatasar, e noi dietro. Entriamo nel cortile di una casa. Zakaryia si siede in un angolo da cui può controllare la vista del campo, noi di fronte.
E' silenzioso e diffidente e sul volto, coperto di schegge di una bomba esplosagli davanti qualche mese fa, appare un'aria di sfida. Prima di iniziare l'intervista chiede che non venga usata la parola terrorismo o terrorista, perché lui - dice- non è un terrorista. Non sarà facile mantenere la promessa, ma ci proviamo, e iniziamo a parlare della hudna, il cessate il fuoco. «La hudna non significa nulla - dice - un accordo di cessate il fuoco si fa tra due eserciti, non tra un esercito e un popolo. E comunque, nessuno è venuto a parlarne con noi. Questo è un accordo voluto dai leader, non da chi lavora sul territorio. Io non lo accetto e continuerò a portare avanti attacchi contro Israele come ho fatto fino ad ora».
E' lui infatti il mandante dell'uccisione di un lavoratore bulgaro, su una strada tra due insediamenti vicino a Jenin, il giorno dopo la firma dell'accordo di cessate il fuoco. «Questi attacchi non rompono nessuna tregua perché gli israeliani non hanno mai smesso di attaccarci e di ucciderci. Ma se noi uccidiamo siamo animali, se loro uccidono sono angeli». «Se Barghouti fosse stato fuori di prigione, sarebbe stato diverso?». «Barghouti sarebbe venuto a discutere con noi e non avrebbe firmato questo accordo».
Gli chiediamo se qualche esponente europeo ha cercato di parlare con lui. Zakaryia ride e dice: «Di quale Europa parli, di quella che adesso sta cercando di farci fare la pace con Israele per nascondere la brutta figura che ha fatto con l'Iraq? No, non è venuto nessuno». Allister Crook, il negoziatore inglese, conferma per telefono che durante i colloqui nessuno ha incontrato Zakaryia, ma aggiunge che proprio due giorni fa Wolf, l'inviato americano in Medio Oriente, gli ha chiesto di mandare qualcuno a Jenin perché quella citta è ancora un problema.
In realtà qualcuno ha cercato di parlare con Zakaryia, ci racconterà piu tardi un uomo del campo e confermerà anche un rappresentante dell'Autorità palestinese. Subito dopo l'elezione di Abu Mazen, quattro ministri dell'Autorità palestinese arrivarono al campo per incontrarlo, ma lui li cacciò perché erano arrivati a mani vuote. «Se non avete niente di concreto da offrirci avete cinque minuti per lasciare il campo», pare abbia detto. I ministri se ne andarono, per poi tornare il giorno dopo a incontrare le autorità locali. Ma qualcuno aveva avvertito Zakaryia, che si presentò nuovamente sul luogo dell'incontro con i suoi uomini e ripeté la minaccia. Una settimana dopo al campo profughi di Jenin arrivò un'assegno di Arafat di un milione e mezzo di shekel (300 mila euro circa) per il pagamento delle spese di acqua ed elettricità di tutto il campo dall'inizio dell'Intifada (settembre 2000). L'assegno però non ha fermato Zakaryia e i suoi uomini e così, quattro giorni dopo la firma della Hudna, Arafat ha firmato l'autorizzazione alla sua cattura.
Mentre parliamo Zakaryia guarda nervoso il campo e ad ogni minimo rumore si volta verso i suoi uomini che subito si alzano, osservano il cielo e poi tornano a sedersi. Zakaryia sa di avere i giorni contati, eppure nemmeno la nascita del primo figlio che dovrebbe avvenire fra una settimana sembra poterlo fermare. «Hai mai avuto un cedimento, un momento in cui hai pensato di mollare tutto e di arrenderti?». Mi guarda dritto negli occhi e risponde: «Io voglio la pace e se qualcuno due anni fa mi avesse detto che dovevo prendere questa strada gli avrei risposto che era un pazzo. Ma gli israeliani ci hanno abbandonato, sono venuti nelle nostre case per cinque anni e poi non si sono più fatti vedere». Zakaryia parla della casa di sua madre, dove dal 1992 al 1997 un gruppo di attivisti israeliani guidati dall'attrice Orna Mer creò un gruppo di teatro. «Il teatro significava tutto per me, era il mio modo di tirare le pietre, la mia Intifada. Ma loro ci hanno tradito. Uri Avneri (pacifista israeliano, fondatore di Gush Shalom) veniva a casa mia a vederci recitare, ma non ha nemmeno alzato il telefono quando è stata uccisa mia madre, né mio fratello, né quando la nostra casa, la stessa casa in cui lui veniva a mangiare e a vedere il teatro, è stata distrutta». Degli altri ragazzi che facevano parte di quel gruppo, due sono diventati kamikaze; uno, suo fratello Daoud, è morto combattendo nel campo profughi, mentre altri due hanno scelto di essere normali cittadini. Nella battaglia del campo profughi - nell'aprile del 2002 - c'era anche Zakaryia, e quando la si nomina i suoi occhi si illuminano: «Quella era vera guerra, uno contro uno». Lui restò per sedici giorni sotto un cumulo di macerie e sopravvisse. «Come hai fatto?» «Se ti dovessi raccontare la vera storia di quella battaglia dovremmo restare seduti qui per giorni, e sarebbe più lunga di un film indiano!». Oggi, dice, noi non prendiamo fondi da Fatah né da nessuno. «E allora come vi mantenete?» «Da soli. La gente del campo ci aiuta, abbiamo venduto tutto l'oro delle nostre donne». «E le armi dove le prendete?» Mette una mano sulla sua Smith & Wesson, dice di averla pagata 2.500 euro ma non spiega dove ha preso i soldi. Poi continua: «Abbiamo anche venti mitra M-16 che abbiamo recuperato dal campo profughi dopo che gli israeliani se ne sono andati, e le altre armi le prendiamo negli insediamenti». «Come?» Sorride con malizia e risponde: «Io prima facevo il ladro di macchine».
Sono quasi le diciotto e Zakaryia ci dice che è ora di lasciare il campo. Un'ultima domanda. «Vorresti dire qualcosa a Mohamed Dahlan, (il responsabile della sicurezza palestinese) che ti sta facendo ricercare?». «Che gli auguro di essere forte con gli israeliani così come è stata forte la resistenza del campo profughi».
Tratto dal riformista di oggi
Cordiali Saluti




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