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    Predefinito Il fascino perverso di....

    ....Khomeyni


    Il passato è ancora tutto da venire.
    Che Allâh affretti la manifestazione del Mahdî atteso, ovvero Muhammad al-Mahdî, che è l’Imâm Occulto e Vivente celato ai sensi ma presente al cuore.
    “Spiegate al popolo che le autorità tradizionali non si accontentano di rimanere in un angolo a Qôm o a Najaf a studiare, astenendosi dalla politica!”.
    Il giovane capitano della Repubblica islamica dell’Iran stacca il moschettone che assicura l’idrante all’autobotte e, sopra un indistinto oceano di turbanti, barbe e chador getta l’acqua che non riesce a spegnere l’incendio di dolore. Con il capitano, altri ufficiali e altri militari si improvvisano giardinieri dispensatori di frescura in quella rovente giornata del 6 giugno 1989. Ci sono svenimenti e ci sono morti. Le telecamere indugiano sulle donne che piangono senza darsi tregua, i reporter e gli inviati d’Occidente calcolano dentro la spianata di Teherân, oltre nove milioni di anime disperate di fronte all’ineluttabile.
    Succede che, avvolto nelle lenzuola della pietà, se ne va via il corpo mortale di Rûhollâh al Mussavy Al Khomeynî, il fondatore del governo islamico, il primo dai tempi del Profeta Muhammad.
    La cassa mortuaria viene letteralmente rubata dalla folla. Salta con velocità impressionante da un punto all’altro, restando intatta. Solo quando un elicottero dell’aviazione potrà raccoglierla in stiva, la cassa potrà arrivare alla sepoltura restituendo il corpo alla nuda terra, nel santuario che ancora oggi è meta di silenziosi pellegrinaggi.
    E il wâli di Persia Khomeynî, il santo, chiude la sua esistenza all’età di ottantanove anni dopo aver portato il suo popolo al compimento di un destino guerriero.

    Le sue palpebre, ormai chiuse, raccolgono un’eredità millenaria che gli occhi dell’Occidente hanno voluto travisare quali tenebre del Medioevo.
    La sua più grande opera però, la Rivoluzione che si compie l’11 febbraio 1979 cancellando il regno dello Scià che aveva fatto dell’Iran un territorio senza sovranità propria, in realtà è solo un dettaglio nella fatica metafisica di questo vegliardo che è stato innanzitutto un potente filosofo, un vertiginoso teologo, un poeta degno della grande letteratura persiana, un uomo della Tradizione che, in virtù del suo carisma, appartiene certamente alla “storia sacra eterna”.
    Aveva passato gli ultimi giorni nel giaciglio dei malati, accudito da una donna, la nuora, che lo cibava portandogli il cucchiaio alle labbra.
    L’uomo che ha smentito tutte le regole della dialettica sociale borghese, il vecchio vestito di nero con le soffici scarpucce dai ricami infinitesimali, aveva abituato il suo popolo – ma ancora di più, aveva abituato i suoi nemici – alla sorprendente rapsodia delle sue occhiate.
    Quando nel novembre del 1979 arriva a Parigi, dopo aver abbandonato il suo primo esilio in Iraq – abitò per dodici anni nella città santa di An Najaf – Rûollâh Khomeynî prende alloggio a Nauphle-le Château, nella periferia della capitale francese.
    Jas Gawronski, che quasi lo pedina intercettandolo in un volo dell’Air France, fu tra i primi a intervistarlo e lo descrive cercandone le vampate: “Parlava sempre con la testa chinata in basso e la barba arruffata che si strofinava sul petto, nascondendo gli occhi infossati, ed erano brevi i momenti in cui si poteva cogliere il suo sguardo affilato”.

    Rûhollâh Mussavî Khomeynî, figlio di Seyyed Mostafâ al Mussavî, nipote di Seyyed Ahmed, era il più giovane di sei figli. Gli venne ucciso il padre quando era ancora bambino, venne assassinato in una controversia con un prepotente e ricco possidente, ma la madre di Rûollàh, Hajar Saqafî, portò in tribunale l’uccisore del marito e questa scelta di coraggio, la sfida di una donna indifesa, accompagnò l’adolescenza del futuro Imàm forgiandolo in sempre più alte prove. Adulto, sposò Kadigia ed ebbe tre figlie e due figli. Uno di questi, Mostafâ, gli verrà ucciso in circostanze misteriose. Verrà fatto oggetto di persecuzione quando le sue lezioni a Qôm e le sue prediche chiameranno l’innumerevole massa di popolo che riconoscerà nel suo libro “Kâshf-Ol-Assraar”, Rivelazione dei misteri, un manifesto politico contro Reza Khan, l’imperatore padre del deposto Scià, criticato per il suo modernismo e la sottomissione alle potenze straniere.

    Rûhollâh Mussavy Khomeynî aveva gli occhi col colore dell’onice, godeva di lineamenti possenti, restituiva al suolo il profilo di un’ombra, la sua ombra, fatta di soli brividi. Rivelava sangue indo-persiano, con un soprannome guadagnato in gioventù veniva, infatti, chiamato “l’indiano”. Era appunto chiamato al-Hindi ed era anche lo pseudonimo su cui esercitava l’ermeneutica dei classici greci, i Mashshâ’ ûn, cioè le pagine aristoteliche e i Ishrâqîyûn che erano i suoi preferiti, e cioè i testi platonici della politica intesa come scienza spirituale. Anche il taçawwuf, e cioè il sufismo, lo avvicina a Sayyidnâ Iflitûn, nostro signore Platone, il profeta mandato da Allâh ai greci.
    Studierà Immanuel Kant e l’idealismo. Negli anni parigini riceverà nella sua cameretta alcuni adepti di derivazione germanica che si eserciteranno su Mollâ Sadrâ Shîrâzi e “I quattro viaggi dello spirito”. E’ con questi tedeschi che Khomeynî affronta lo studio di Martin Heidegger. Farà suo il procedimento ontologico, applica l’analitica “agli statuti della molteplicità”, ma a dispetto di certi suoi incauti ammiratori reclutati nella bohéme della sinistra internazionale, smonta l’esistenzialismo umanista perché per lui – forgiato nell’imamologia sciita, filosofia profetica di cavalleria spirituale – “un’interiorità priva di riscontro esteriore si riduce a vano intimismo incapacitante, a dispetto di tutte le pretese di superiorità e distacco e pretendono di fatto di negare a Dio stesso la sua Signoria sulle cose di questo mondo”.
    Khomeynî accoglie l’idea dell’accadere e ne scrive nel suo saggio “La fiaccola che guida verso la luogotenenza e la Walâyat”. Accoglie l’idea dell’eterno avvenire, avvenimento eternamente nuovo nel mondo che comincia a essere nel tempo anche se il tempo non esiste ancora”. Studioso che ha fatto propria “l’immaginazione attiva”, Khomeynî non elude le potenzialità divinatorie della lingua araba, del persiano, del greco antico, del latino cui contempla la definizione di “intellectus sanctus”, studia il Vangelo di Giovanni, l’apostolo caro alla Tradizione iniziatica e dall’aramaico estrae il flatus “dello spirito che soffia raramente e dove vuole”.

    La gente comune sapeva di essere intimamente mussulmana e non altro, un persiano di alta dottrina come Khomeynî, invece, aveva consapevolezza di un’eredità assai ricca, quella della stirpe iranica che aveva integrato nel proprio bagaglio spirituale quindici secoli di memoria. A differenza del semplice che può accontentarsi di una letterale devozione all’Islâm, Khomeynî si confronta con tutti i ceppi indoeuropei riferiti anche all’antica fede zoroastriana ed è la lingua di Goethe infine, che gli consente di soffermarsi sulla decifrazione di un’iscrizione:
    “Wer hat dem Kreuze Rosen zugsellt?”. Chi ha associato le rose alla Croce?
    E’ la favola dell’uomo “di quando fu un umano”. E’ un enigma recuperato da Die Geheimnisse, il segretissimo poema dell’autore di Faust, dove la Guida della Confraternita non lascia traccia di sé, sparisce, come nella disposizione ultima del pensiero profetico dell’Islâm: il Pleroma dei Dodici.
    Goethe l’illuminato, iniziato ai misteri, nel suo West-Östlicher Divan aveva già prefigurato il futuro in una generale conversione e riunione di tutti gli Orienti e tutti gli Occidenti nell’Islâm temperato. Khomeynî che rilegge Goethe – il capo sciita avrà in gran considerazione l’opera di ricerca spirituale che s’irradia dalla Germania attraverso il gruppo Antaios, la rivista cui fanno riferimento, tra gli altri, Ernst Jünger, Mircea Eliade e Eugene Ionesco – riprende l’enunciato di Jâ’ Far al-Sâdiq, il Sesto imâm.
    Rileggerlo, questo diamante, è una vertigine sublime: “La nostra causa è un segreto dentro un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può spiegare; è un segreto su di un segreto che si appaga di un segreto”.
    Con Farabi e Avicenna, Mollâ Sadrâ Shîrâzi è comunque, il riferimento scolastico della formazione di Khomeynî. E’ lo stesso autore della grande tradizione filosofica islamica che anni dopo, il 1 gennaio del 1989, prima di morire, Khomeynî si preoccuperà in una lettera di far leggere all’ultimo capo dell’Unione Sovietica.
    Ne raccomanda lo studio al “Signor Gorbaciov” affinché appaia chiaro che “ogni pensiero è immateriale e non sottoposto alle leggi della materia”. Era tutto chiaro:
    “Non La voglio stancare ulteriormente e non Le citerò le opere degli gnostici, quali, soprattutto, ibn Arabî. Se vorrà conoscere le argomentazioni di questo Grande, mandi a Qôm alcuni dei Suoi brillanti esperti, ben ferrati in questo genere di problemi, cosicché, dopo alcuni anni, con l’aiuto di Dio, potranno comprendere quella profondità che è più sottile di un capello, che è costituita dai successivi stati della vera conoscenza”.

    Khomeynî era alto, era sereno, non scivolava mai nell’ira. Il sito Internet a lui dedicato lo racconta nell’home page attraverso la trascrizione di una sua memoria: “Io sono stato catturato dall’arco della Tua freccia, in ogni via e bazar io sono diventato la diceria della città. Se mi conduci dalla porta io vengo dall’altra, e mi hai condotto fuori di casa io sono venuto dal muro. L’ebbrezza per il viso e l’opera Tua mi accompagni, affinché per il calice pieno- raso Tuo, io divenga saggio. Qualcuno che più di me abbia il piacere della malattia non c’è, perché io sono divenuto malato per la malattia degli occhi Tuoi. Non ho trovato una via per accedere al Tuo reame, in questo cammino; grazie all’esistenza dell’anziano io sono divenuto un uomo valido. Raccolsi la veste fra quelle ammucchiate, così che, colpito dalla timidezza, io venni a servizio degli effetti dello sguardo tuo”.
    Era alto, era sereno, veleggiava in ragione del suo essere luogotenente di una verità di popolo. Gli era sufficiente muovere un dito per abbattere la tirannia e travolgere la Savak, la spietata polizia politica, ma attende i segni della Provvidenza.
    Così proclama a Qôm nel 1963, nel finire dello stesso anno in cui dovrà muoversi verso la prima tappa del suo esilio, in Turchia. Quando un ministro di Rezâ Shâh, il capo del governo Hasan Mansûr, si recò personalmente da lui per convincerlo ad accettare le decisioni del Parlamento di concedere ai soldati dell’esercito statunitense di stanza in Iran di essere giudicati solo dalle leggi Usa e solo da appositi tribunali militari, avendone un deciso rifiuto non trova altro sfogo alla sua rabbia che di schiaffeggiare Khomeynî. L’Imâm non reagì, fu impassibile come un patriarca molestato dalle mosche.
    Quindici giorni dopo il ministro veniva ucciso per strada.
    Rûhollâh Khomeynî è l’âyatollâh, l’âyatollâh è il “segno di Allâh”, e il popolo persiano prepara ntorno alla sua persona i segni di un’attesa restaurazione. “Acclamandolo come il ‘nuovo Abramo’ – così scrive Claudio Mutti nell’edizione italiana delle “Citazioni” di Khomeynî – quindi equiparandolo al profeta di Ur, che affrontò e sconfisse il desposta Nimrod, i musulmani dell’Iran ne hanno fatto il simbolo vivente di un nuovo inizio, di un ripristino tradizionale”.

    Ma la politica è un dettaglio nella vita di questa Guida, egli era infatti un uomo di dottrina, depositario di un’eredità che poteva dare solo a chi era in grado di riceverla. Custode del Libro,
    Qayyum al Qor’ ân, Khomeynî è “colui che esplicita e trasmette ai suoi discepoli il senso delle rivelazioni”. Così secondo la definizione della massima autorità scientifica d’Occidente, Henry Corbin, autore tra i più rigorosi libri di storia della filosofia islamica e questa definizione ben si adatta all’allievo di ‘Abd el Karîm Haeri, il fondatore della celebrata madrasa dove Rûhollâh ebbe i primi rudimenti per apprendere il senso di Tempo, Evento e Immaginale.
    Era un formidabile schermitore in tema di logos Khomeynî, era egli stesso “la diceria”, praticava la fede dei padri fondata sulla doppia “dimensione del logos muhammadico” come messa in opera di “un concetto intrasustanziale che rende conto delle metafore e delle palingenesi”. Consapevole che pur nella sua infinita dissomiglianza il mondo altro non è che effusione della Gloria di Dio, avendo eletto come sua patria d’elezione la Rivelazione, Khomeynî – nato il 17 maggio 1900 in un villaggio a Sud di Teherân – non manca di studiare la cibernetica, la traiettoria dei cosmonauti, la meccanica applicata alle più ardite sperimentazioni e però nutre un profondo disprezzo verso la medicina occidentale avendo verificato come certi rimedi nei bazar siano più efficaci, risolutivi, “tradizionali” infine.

    L’individuo pensa di potersi arrogare il privilegio di essere una potenza assoluta nel mondo, Khomeynî crede innanzitutto che il compito più difficile sia quello di convertire un animale qual è l’uomo in un essere umano, ritiene che questa opera sia praticamente impossibile con una bestia immonda come Saddam Hussein, “E’ impossibile trasformare in un essere umano quella bestia” dice, e dice comunque che le radici di una morale corrotta possono venire rimosse senza difficoltà nella giovinezza, dice che se vi è giustificazione per gli ignoranti non ce ne sarà alcuna per i sapienti, ma dice che Salman Rushdie, autore de “I versetti satanici”, merita di morire e, condannandolo, quale bestemmiatore, rassicura l’Occidente dicendo che “i vostri scrupoli umanitari sono più infantili che ragionevoli”.
    Dice infine che “la democrazia è l’Occidente, e noi non ne vogliamo sapere”. Nessuno in Persia vuole saperne dell’Occidente e della sua anarchia.
    Sono i giovanissimi che seguono l’âyatollâh attraverso le musicassette clandestine che arrivano in Iran. Vi sono registrati i proclami, i commenti e i discorsi di Khomeynî e sono questi stessi
    giovanissimi che versano per terra un’infinità di bottiglie di liquori, vino e cognac. Sono questi stessi giovanissimi, sotto lo sguardo contrariato dei loro genitori, che recuperano le tradizioni e l’Islâm. Le ragazze si rimpossessano del chador che lo Scià e Farah Diba avevano abrogato quale retaggio di un buio fuori da ogni moda. Il rito politico della preghiera del venerdì accende di vittoria in vittoria gli sciiti duodecimani. Il culmine è nel giorno di Ashura, la ricorrenza del 10 ottobre 680 d.C. quando, secondo la dottrina sciita, a Karbala fu martirizzato al-Husâyn ibn Alì, terzo imam dei musulmani, il Più Eccellente dei Martiri, ucciso dal tiranno ummayade Yazid ibn Mu Awiyah.
    La Persia intera si riconosce nel solco del martirio. La Fede dei credenti squarcia la regola della civilizzazione borghese.
    Khomeynî raccontava di un ufficiale inglese che, all’epoca della prima occupazione dell’Iraq, s’informava se nella chiamata del muezzin dall’alto del minareto ci fosse qualche pericolo per la politica britannica. Ebbe in risposta un no e l’ufficiale rassicurò i suoi: “Lasciate che gridi quello che gli pare”. Adesso è quella stessa chiamata dal minareto che diffonde il pericolo in Occidente.

    L’incredibile Rivoluzione persiana travolge ogni possibile ipotesi e interpretazione: “In un’epoca in cui le tenebre predominavano sui paesi dell’Occidente – così scriveva Khomeynî nella prefazione al suo “Il governo islamico” – Dio fece delle leggi che rivelò al Profeta più grande, Muhâmmad, che Dio lo benedica e lo salvi, di modo che l’uomo potesse nascere nel loro ambito. Ogni cosa ha la sua morale e le sue leggi. Prima della nascita dell’uomo e fino al momento in cui egli viene calato nella tomba, sono state redatte delle leggi per guidarlo”. Che Allâh dunque affretti la manifestazione del Mahdî atteso,ovvero Muhammad al-Mahdî, che è l’Imâm Occulto e Vivente celato ai sensi ma presente al cuore.
    E’ il dodicesimo Imâm che Ibn Abî Jomhûr identificò nel Paracleto annunciato nel Vangelo di Giovanni e di cui i credenti attendono la Parusia. Ibn ‘Arabî fece di Gesù figlio di Maria il sigillo della Walâyat universale, questa è la direzione iniziatica che conclude l’escatologia della Rivelazione. La walâyat, l’imamato, l’élite dell’umanità, è la prosecuzione ciclica degli Imâm che succede al Profeta Muhammad. Sono dodici e dodici sono stati i seguaci e gli apostoli di ogni profeta. Dodici sono i segni zodiacali, ma quattordici sono i perfetti purissimi e cioè lo stesso Profeta, la figlia Fatima e i restanti Imâm della profezia.
    Questa dottrina di storiosofia conclude in sé conoscenza, amore e salvezza. E’ l’essenza dello Sciismo duodecimano dell’Islâm. Significa che da una mandorla non se ne può prendere solo la scorza, il nocciolo o il frutto stesso, ma il succo, l’olio che se ne ricava attraverso il superamento di un grezzo letteralismo, quello stesso che vanifica lo sforzo di interiorizzazione proprio degli Awliyâ Allâh, gli “amici di Dio”, “gli uomini di Dio”.

    Rûhollâh al Mussavy Al Khomeynî venne chiamato al mondo per assolvere al dovere del “ricostruttore”. Quando i suoi studenti prenderanno l’ambasciata americana trattenendo in ostaggio i diplomatici – liberando però le donne e le persone di colore in rispetto alla loro condizione di “oppressi” – sarà Giovanni Paolo II a rivolgere un appello per la loro liberazione e per una definitiva soluzione della crisi internazionale. E’ monsignor Annibale Bugnini che si reca a Qôm per trasmettere all’Imâm la richiesta del Santo Padre e Khomeynî prontamente risponde rassicurando il Papa sulle condizione degli ostaggi, “affidati alle regole dell’Islâm e perciò rispettati”, affidando comunque al prelato una lunga lettera “al popolo di Cristo”, una richiesta di solidarietà dettata dalla convinzione che “il Sacro Corano ha difeso Cristo e la Vergine Maria, smentendo tutte le calunnie che sono state lanciate contro di Lei”.
    Convinto anche, Khomeynî, che “se Cristo vivesse, oggi ci salverebbe dagli artigli del nemico dell’uomo”.
    Convinto, infine, di corrispondere al magistero del Pontefice di Roma sull’esplicito invito del Corano di “non prendere alcun padrone all’infuori di Dio” e perciò respingere la politica di egemonia del capitalismo occidentale ai danni “dei popoli diseredati della terra, musulmani, cristiani o altro”.
    Khomeynî, in questa lettera disponibile in italiano presso le edizioni “all’insegna del Veltro”, offre a Giovanni Paolo II il succo e l’olio di quella mandorla che è il recondito significato dello Sciismo duodecimano.
    Vi si racconta di ‘Alï Naqî, il decimo Imâm che prese come sposa per il figlio Hasan ‘Askarî, una principessa di Bisanzio discendente di Sham ‘ûn, ossia Pietro, l’erede di Gesù. E’ il dodicesimo Imâm occulto che raccoglie la duplice eredità spirituale di Gesù e Muhâmmad. Ibn ‘Arabî fece di Gesù il sigillo della walâyat universale, Khomeynî sottolinea ben più di uno spunto dottrinario nella sua lunga e politica lettera a Roma, rammemora tutti i passaggi del trascendente e degli eventi sacri, avvia l’epistola con l’invocazione d’uso – “Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso” – la conclude con l’esortazione al Jihad:

    “Siamo dei combattenti e, se pure non abbiamo armi ed equipaggiamenti militari, abbiamo i nostri corpi. (profetico ndr).

    Per quanto riguarda il blocco economico, siamo una nazione abituata alla fame. Noi mangiamo carne un giorno alla settimana. Mangiare carne non è nemmeno un’abitudine tanto buona. Noi possiamo mangiare una sola volta al giorno. Se dovessimo scegliere tra difendere il nostro onore e riempire lo stomaco, preferiremmo la salvaguardia dell’onore alla soddisfazione dell’appetito. Vorrei inviare i miei saluti al Papa e dirgli, in base a quel che vi è tra noi di comune, che siamo tutti monoteisti e credenti in Dio. Lo invitiamo ad aiutare questo popolo diseredato, lo invitiamo a riservare i suoi consigli paterni alle superpotenze, chiedendo loro le ragioni delle loro iniquità”.

    Agnelli senza macchia a te di fronte, lupi voraci dietro le tue spalle.
    Che Allâh affretti la manifestazione del Mahdî atteso,ovvero Muhammad al- Mahdî, che è l’Imâm Occulto e Vivente celato ai sensi ma presente al cuore.
    Il passato è la diceria della Città, il passato è ancora tutto da venire.

    Pietrangelo Buttafuoco

    Da il Foglio di mercoledì 9 luglio 2003-07-10

    saluti

  2. #2
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    Predefinito C'era una volta tra la Persia...

    ....e il popolo ebreo.......


    Da una parte le dichiarazioni dell’ex presidente Rafsanjani secondo cui “la questione palestinese sarà risolta quando l’Islam avrà la sua bomba atomica”; l’annuncio che l’Iran ormai dispone di un missile in grado di colpire Israele; il sabotaggio di Hezbollah alla road map.
    Dall’altra la massima provocazione degli studenti in rivolta: “Bisogna distruggere il regime degli ayatollah, non Israele”!
    In mezzo il processo del 2000 ai tredici ebrei accusati di spionaggio.
    Senza dimenticare le accuse della magistratura argentina ai Servizi segreti iraniani di essere le menti dei micidiali attentati antiebraici di Buenos Aires del 1992 e 1994.

    Eppure, in passato fu proprio questa Persia, oggi sostituitasi a Saddam nella guida del fronte del rifiuto, il grande amico degli ebrei, come oggi gli Stati Uniti.
    A partire da quando Ciro il grande liberò gli ebrei dalla cattività babilonese. “Ciro il Messia”, lo definisce addirittura il Profeta Isaia. E anche Esdra afferma che Dio “mosse lo spirito di Ciro”. Sembra evidente la simpatia ideologica tra il monoteismo ebraico e il quasi monoteismo zoroastriano, e molti studiosi oggi pensano che sia stato lo zoroastrismo a ispirare alla teologia ebraica idee come quelle del giudizio universale, del diavolo o degli angeli. Ma c’è pure chi pensa che il passaggio sia stato nell’altro senso, dall’ebraismo allo zoroastrismo. Come che sia, per lunghi
    secoli ebrei e persiani hanno vissuto bene assieme.
    Scrive Paul Johnson nella sua “Storia degli Ebrei”: “Sembra che fra tutti quelli che li dominarono gli ebrei abbiano prediletto i persiani; non si ribellarono mai contro di loro: anzi, mercenari ebrei aiutarono i persiani a soffocare la ribellione egizia”.
    Nella raccolta di 650 documenti commerciali in caratteri cuneiformi scritti tra 455 e 403 a.C. nella città di Nippur l’8 per cento di tutti i nomi sono ebraici. Il libro di Ester ci ricorda che tutto questo potere degli ebrei alla corte persiana suscitava ogni tanto gelosie e malumori. Ma nell’istruttivo finale ancora ricordato con la festa del Purim è poi la favorita ebrea del Gran Re a spuntarla, mandando il ministro antisemita sulla stessa forca che aveva riservato ai suoi correligionari.

    Gli ebrei si ribellano invece a ripetizione ai macedoni, distruttori dell’impero persiano.
    E quando una potenza iranica si riforma con i successivi imperi dei Parti e dei Sasanidi, spesso gli ebrei rimasti dal lato romano e bizantino del confine si trasformano in micidiali quinte colonne. Nel 115 d.C., quando Traiano raggiunge la massima espansione dell’impero entrando nella capitale partica di Ctesifonte, è proprio una violenta insurrezione ebraica nelle retrovia a obbligarlo alla ritirata dall’Iraq. E quando tra 602 e 627 il Gran Re Sasanide Cosroe tenta l’affondo finale contro i bizantini lo accompagna una legione di ebrei, che per alcuni anni occupa la Palestina. Sono questi ebrei che nel 614, al momento della conquista di Gerusalemme, massacrano 90 mila cristiani: strage che risponde alle dure leggi antisemite del basileus Foca, e a cui poi seguirà un altrettanto feroce pogrom al momento della riconquista bizantina.
    Anche nella vicina Arabia in quegli anni le tribù ebraiche filopersiane si scontrano con le tribù cristiane filobizantine, al fianco delle quali sbarca un corpo di spedizione del negus cristiano
    d’Etiopia.
    La nascita di poco posteriore dell’Islam può anche leggersi come reazione del nazionalismo arabo, che si crea un monoteismo indigeno finalmente indipendente da queste influenze straniere apportatrici di discordie.

    Prima zoroastriana, poi musulmana
    Quando la Persia zoroastriana è conquistata dai musulmani per gli ebrei è un colpo, ma non più di tanto. Ancora nell’XI secolo le cronache ci descrivono l’Esilarca, discendente della casa reale di Davide, regnare con poteri sovrani sulla comunità ebraica di Mesopotamia e Iran su incarico del Califfo, di cui è ministro.
    L’antisemitismo nasce invece nella reazione xenofoba all’invasione mongola, e cresce nel XVI secolo quando la dinastia Savafide impone come religione di Stato lo sciismo duodecimano, che una lunga storia di persecuzioni ha reso settario e intrattabile. “Secondo la loro dottrina dieci cose sono impure”, ricorda nel 1684 il tedesco Engelbert Kaempfer, segretario dell’ambasciatore svedese.
    “L’urina, lo sterco, lo sperma, il sangue, il cadavere, il vino, l’alcool, i maiali, i cani e gli infedeli”.
    Tuttavia, di ebrei in Persia ne rimangono parecchi. E trovano la loro grande occasione con la monarchia occidentalizzante dei Pahlavi. Fino a quel momento, gli ebrei sono stati una minoranza relativamente povera, rispetto alla potenza imprenditoriale degli armeni. Ma col boom del petrolio molti di loro acquisiscono un ruolo importante nelle relazioni con l’Occidente. Nel 1951 Mousa Bral, deputato ebreo al Parlamento iraniano, va in visita a Tel Aviv, e dice che tra i 70 mila ebrei presenti in Iran ci sono 10 miliardari, un migliaio di membri dell’élite economica del paese e 5 mila ricchi commercianti.
    Non soltanto l’Iran dello scià ha rapporti diplomatici con Israele e lo rifornisce di petrolio, ma fa da centro di transito verso lo Stato ebraico per gli ebrei emigrati dal mondo arabo, dal Pakistan e dall’India.
    E nei rapporti pesa anche un’influente comunità di circa 45 mila israeliani di origine iraniana, la stessa cui oggi appartengono il presidente della repubblica Moshe Katsav e il ministro della Difesa Shaul Mofaz.

    Due delle prime mosse dei khomeinisti, quando nel 1979 vanno al potere, sono quelle di consegnare la sede dell’ambasciata israeliana all’Olp e di condannare a morte come “spia israeliana” l’importante imprenditore ebreo Habibullah Al-Qanian.
    Molti ebrei scappano, e la comunità iraniana cala dalle 85 mila unità del 1978 alle 50 mila del 1986, alle 35 mila di oggi. Tra i fuggiaschi, oltre che negli Stati Uniti e in Israele ve ne sono alcuni che finiscono a Milano.
    La Costituzione della Repubblica islamica all’articolo 13 considera gli ebrei una “minoranza religiosa riconosciuta”, con diritto a seguire il proprio diritto privato e gestire proprie scuole. Inoltre hanno un deputato al Parlamento. Ma l’articolo 14 specifica poiche questi principii si applicano soltanto a coloro che “non si impegnino in cospirazioni o attività contro l’Iran e la Repubblica
    islamica dell’Iran”.
    E nella prassi anche scambiare lettere con parenti in Israele è considerato “attività antiiraniana”.

    Maurizio Stefanini

    Su il Foglio di venerdì 11 luglio 2003

    saluti

 

 

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