L´AMORE PERVERSO
Intervista/ Un saggio di Sergio Benvenuto su sessualità, etica e psicoanalisi
C´è chi ha bisogno della sofferenza del partner
rischiamo di apparire nevrotici e deviati
"La prima immagine che ogni essere umano ha del rapporto sessuale implica la propria esclusione"
Sadici, masochisti, feticisti, esibizionisti e violenti posti di fronte al problema del confronto reale con l´altro
LUCIANA SICA
Ma i perversi sono dei poveracci abulici e arrabbiati, degli sporcaccioni antiteneri e gravemente disturbati o invece no, sono piuttosto dei fascinosi mutanti del desiderio sessuale? Alla fine della lettura del saggio di Sergio Benvenuto, è quest´interrogativo di fondo a rimanere sospeso, volutamente irrisolto, mentre è soprattutto la sessualità "normale" ad apparire in tutte le sue pieghe meno prevedibili e oscure: a volte più rituale e grottesca di certi obbligati barocchismi delle perversioni.
Perversioni si chiama questo libro - brillante, colto, a tratti sconcertante - pubblicato da Bollati Boringhieri (pagg. 194, euro 19). Con un sottotitolo "Sessualità, etica, psicoanalisi", che già basta a scompaginare le carte, certi luoghi comuni, quel sentore poco accattivante di risaputo. Sulle perversioni la bibliografia è infatti ormai vastissima, ma che c´entra l´etica con le perversioni?
Dal punto di vista di Sergio Benvenuto - psicoanalista che si è formato a Parigi, d´ispirazione lacaniana, comunque molto sui generis (ha anche tradotto per Einaudi un seminario di Lacan) - la questione etica è invece centrale per avvicinarsi alla comprensione delle perversioni, non tanto di certe condotte "anormali" e ben strutturate, quanto del rapporto che il perverso stabilisce con l´altro, con il suo partner (o con i suoi partner).
Che paradossalmente sia il discorso amoroso a essere osceno, e l´innamoramento una malattia da cui guarire rapidamente, lo evocava Barthes ormai trent´anni fa. Che "in fondo" siamo tutti un po´ perversi è però una verità parziale di questi anni tanto trasgressivi quanto privi di erotismo. Ma non sono neppure dei marziani, i perversi - sadici, masochisti, feticisti, voyeuristi, esibizionisti, omosessuali violenti, necrofili... Rappresentano invece una delle dimensioni della psiche umana e una tentazione della mente comune a tutti noi che a tratti vorremmo vivere in un mondo pieno di bugie.
Nell´analisi sofisticata che Benvenuto fa sull´organizzazione psichica dei perversi e che riassume in quest´intervista, è la soggettività dell´altro a entrare in gioco in modo più cruciale di quanto la teoria analitica classica non preveda. Secondo quest´autore, non basta dire - un po´ moralisticamente - che il perverso usa l´altro come oggetto di piacere, perché al contrario ne sfrutterebbe in pieno la soggettività.
Benvenuto: «Facciamo l´esempio classico del sadico. Lui ha proprio bisogno della sofferenza soggettiva dell´altro, deve sapere che l´altro prova effettivamente dolore. Altrimenti non funziona, non scatta il piacere. È chiaro che ogni perverso vorrebbe trovare un partner complice e soprattutto complementare, ma il suo dramma è che non lo trova».
In che senso lei dice che ogni atto perverso si compie in un registro etico?
«Io abbandono il criterio comportamentale, mi allontano da un´analisi di certe condotte farsesche dei perversi. È chiaro che anch´io tendo a presentare le perversioni come una messa in scena, un´impostura. Ma in realtà non conta tanto che cosa uno fa eroticamente e con chi, quanto piuttosto se e come è presente l´altro con cui lo fa. E così che si entra in un registro squisitamente etico».
Anche la sessualità "normale" diventa "anormale", quando l´altro non è riconosciuto come soggetto di desiderio?
«Certo. Le farò un esempio non contemplato da certe casistiche psichiatriche, dai manuali Cencelli delle psicopatologie. Il marito di una mia paziente - un uomo rispettabilissimo - pretendeva da lei che ogni volta, puntualmente, belasse come una pecorella... «.
Ma guarda, e lei cos´ha pensato? Che nell´inconscio di quell´uomo si agitasse il fantasma di un pastore?
«Il problema da risolvere, secondo quel distinto signore, è che la moglie non avesse tutta questa voglia di belare, chiaro, no? Non si poneva affatto la questione etica del rapporto sessuale, etero o omosessuale che sia, dov´è centrale la nozione di carità per l´altro».
Carità?
«Sì, proprio caritas, anche rischiando di muovere al riso più di un lettore. Però caritas come s´intendeva nel Medio Evo, cioè "amore", com-passione per il desiderio dell´altro, risposta all´attrazione e al bisogno che l´altro ha di noi, capacità di andargli in soccorso. Senza carità compassionevole ogni atto sessuale prende una coloritura perversa, appare come uso dell´altro in quanto soggetto che non è fine ma mezzo di piacere».
Per dirla più chiaramente: quando un atto sessuale non è perverso?
«Quando l´altro è un fine per me, quando desidero il suo benessere. Non può bastarmi il piacere che traggo dall´altro, nemmeno la fierezza per il mio potere di gratificarlo sessualmente, ma il fatto che l´altro provi piacere sessuale, o anche altro piacere, assieme a me... In questo senso, che so, andare a puttane - atto eterosessuale considerato da sempre normalissimo - a me sembra senz´altro perverso. Al contrario, un atto omosessuale non lo è affatto nella misura in cui i due partner traggono reciprocamente piacere non solo uno dall´altro, ma anche uno dal piacere dell´altro».
Resta da capire perché alcune perversioni si strutturano in forme così vistosamente piene di odio. Lei scrive: il bambino non soffre tanto per l´assenza della madre, ma per il fatto che lei non lo sceglie come oggetto di piacere... Sono quei sentimenti di esclusione, di rabbia, di depressione che la perversione tende a schivare?
«A schivarli come lo spadaccino schiva il fendente, ma anche a riattualizzarli... Voglio dire questo: prima di poter fare l´amore, abbiamo tutto il tempo di vederci esclusi dall´amore degli adulti. La prima immagine che ogni essere umano ha del rapporto sessuale implica la propria esclusione. Negli atti perversi, il nostro esilio dal piacere non è vendicato ma rimesso in scena, spesso in forme molto crude... «.
Per questo già Freud parlava di un fondo masochistico di ogni perversione.
«Per i perversi il solo modo di godere è riproporre qualcosa che li ha fatti soffrire in un passato remoto, rivalendosi di un´offesa da cui non si sono mai riavuti. Il guardone, per esempio, è uno che gode dell´esclusione dall´atto sessuale includendo, nel suo sguardo, chi lo esclude... Ma è proprio per questo che siamo tutti interessati e interrogati dalle perversioni, perché in ognuno di noi c´è questo stesso meccanismo, tutti tendiamo a trasformare i nostri traumi in qualcosa di piacevole».
Pochi analisti però trovano i perversi tanto interessanti. Una come la Chasseguet-Smirgel li presenta come degli esseri mortiferi e noiosissimi nella loro agghiacciante ripetitività, così terribilmente antirelazionali e antierotici...
«La Chasseguet-Smirgel è una brava signora ottocentesca, che appartiene appunto a un altro secolo: la sua è una visione moralistica, estranea al mondo postmoderno, sismico, che noi viviamo e che mette in discussione maschile e femminile, perverso e non perverso...».
Perché, per lei, la psicoanalisi è "buona" quando tende a "perversizzare" la normalità piuttosto che a normalizzare le perversioni? Dove sta la bontà di quest´operazione?
«Perché il capolavoro della psicoanalisi è quello di non isolare le patologie perverse e nevrotiche, di sospettare che fondamentalmente tutti noi siamo perversi e nevrotici... La psicoanalisi ha ribaltato il punto di vista della psichiatria classica che oggi invece torna di gran voga, grazie anche a un certo cognitivismo: un processo storico che ha senz´altro un suo significato».
Le perversioni sono una specificità maschile, su questo gli analisti sono concordi, anche lei, che però presenta le donne come normalmente perverse. È la sessualità vaginale, quell´accettazione della passività che in genere le signore trovano parecchio piacevole, che viene definita perversa, capovolgendo l´impostazione freudiana...
«L´ipotesi che avanzo è che, contrariamente a un certo cliché moralistico per cui la vera femmina gode nell´essere penetrata, a me sembra chiaro che l´orgasmo femminile - ormai tutti ne sono convinti - è fondamentalmente clitorideo, ma in più c´è un godimento perverso della donna, nell´accettare un abuso che ogni bambino, sia maschio che femmina, considera abominevole... ».
Lei dice?
«Dico che ogni donna trasforma quest´abuso in godimento, e che quest´ipotesi non capovolge Freud ma lo riscatta, nel senso che lui ha intuito come la perversione sia una parte della sessualità, qualcosa con cui dobbiamo fare continuamente i conti. Se le donne non appaiono perverse, è perché in un certo senso consumano normalmente la loro perversione».
Un´ultima curiosità sul "love talk"... Sono davvero tante le donne che esaltano il loro piacere quando l´uomo le apostrofa non proprio dolcemente?
«Penso di sì, finché tutto resta un gioco. Anzi, più la donna si sente potente dal punto di vista culturale e sociale, più è consapevole dell´incertezza che regna sull´identità femminile, più è disposta a farsi insultare, ad apprezzare questa delizia masochista... «.
Ma è solo un condimento pepato del sesso o è invece qualcosa di più essenziale?
«Beh, in molti lo hanno riconosciuto: a letto non ci si diverte se non si mima una relazione sadomasochista».




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