Bush nei guai: falsi due motivi per l'attacco all'Iraq
Bufera politica su Bush. Dopo il Nigergate, l'ipotesi di traffici di uranio dal Niger all'Iraq smonatata dalla Cia che ha ammesso: "Prove false", cade anche l'ipotesi di legami tra Saddam e a-Qaeda
WASHINGTON - Una bufera politica quella che dovrà affrontare Bush al rientro dal viaggio africano. E tutte riguardano i motivi, che sembrano smontarsi, per cui si è mossa guerra all’Iraq. La Casa Bianca sta cercando di limitare i danni di quello che ormai tutti chiamano il Nigergate, ossia il fatto che l’Iraq avesse importato uranio dal Niger, una delle ipotesi sui cui si basò l’attacco di marzo a Baghdad. Ipotesi messa ora in seria discussione dalla Cia che ammette di aver fornito “prove false”. Ma quelle prove finirono anche nel discorso presidenziale sullo Stato dell’Unione e rischiano di minare la credibilità di Bush.
Ma non è finita: due ex funzionari dell’intelligence americana si sono fatti avanti nelle ultime ore per sostenere che un’altro ipotesi su cui si rese necessario l’attacco all’Iraq, cioè il presunto legame tra il regime di Saddam Hussein e al-Qaeda, fa in realtà acqua da tutte le parti. “Non c’è nessuna significativa traccia di cooperazione tra l’Iraq e le operazioni della rete terroristica legata a Osama bin Laden”.
Il Nigergate. I principali quotidiani americani cominciano a puntare il dito contro la Casa Bianca. Il New York Times ha scritto oggi: “La Casa Bianca deve fornire molte spiegazioni” e ha definito la vicenda dell’uranio “politicamente esplosiva”. Il caso ricorda la vicenda del Watergate, montata nel 1972 dal Washington Post, e che portò alle dimissioni dell’allora presidente Nixon.
Nel centro della vicenda di oggi un “falso” documento in cui si parla di traffici di uranio dal Niger all’Iraq. Un documento che non si basa su alcuna prova, ma fu approvato da George Tenet, il capo della Cia che oggi ha ammesso le sue colpe. Sedici righe fasulle che però finirono nel discorso sullo Stato dell’unione pronunciato da Bush il 28 gennaio scorso. In più, non è chiaro, il ruolo giocato dal vicepresidente Dick Cheney in tutta la vicenda. Pare infatti che nel marzo 2002, la Cia inviò un esperto, Joseph Wilson, nel Paese africano per chiarire l’intera faccenda, ma questi rientrò senza prove. Wilson sostiene che la sua intera missione nacque su richiesta dell’ufficio del vicepresidente. Ma allora, è possibile che Cheney sapesse che le prove per un attacco in Iraq non sussistevano già dal marzo di un anno fa?
Nessun legame Saddam-Osama. L’altro duro colpo che Bush dovrà affrontare è la costatazione, esibita da due ex analisti dell’intelligence, che non ci sono prove di legami tra l’Iraq e la rete terroristica responsabile degli attacchi dell’11 settembre. Un dato di fatto, in realtà, perché le numerose ispezioni condotte sul territorio iracheno dopo la caduta di Saddam non hanno portato a nulla. Secondo i due analisti : “Se ci sono state collaborazioni non sono state continuative ma sporadiche”.
E anche i detenuti eccellenti, Khalid Sheikh Mohammed e Abu Zubaydah, gli esponenti di al Qaida di più alto livello nelle mani degli Usa, hanno negato di aver mai lavorato per il regime di Baghdad. Nega anche Farouk Hijazi, un ex esponente dell'intelligence ed ex diplomatico iracheno catturato nei mesi scorsi, il cui nome era emerso come quello di un possibile contatto tra l'Iraq e Mohamed Atta, il capo dei terroristi-kamikaze protagonisti dell'attacco all'America dell' 11 settembre 2001.
(12 LUGLIO 2003, ORE 20:40)
da il nuovo ed on line




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