....non si trovano.
Hanno mentito per fare la guerra all’Iraq?
Hanno data per certa l’esistenza di armi che non si trovano, sapendo di forzare le cose? Più che imbrogliare, le democrazie si imbrogliano, nel senso che postulano dogmaticamente una perfezione formale della decisione politica, quando è chiaro che la politica (e in particolare la politica estera e di sicurezza in stato di guerra) non sopporta che una formalizzazione relativa.
La guerra in Iraq, e la liberazione di quel paese da una tirannia che durava da trentaquattro anni, è stata fatta per alcune chiare ragioni sulle quali questo giornale ha insistito per mesi: Saddam Hussein era un pericolo per il suo popolo e per la comunità internazionale, un pericolo non ulteriormente sopportabile dopo l’11 settembre e tredici anni di containment. Non ricorreremo certamente ora, per corrispondere a una polemica internazionale allegramente vuota di concetto, ad argomenti che pure sono logici o comunque ad alto impatto: che le armi le hanno nascoste
e ci vuole tempo per trovarle oppure che sono state trovate le vittime di quelle armi nelle fosse comuni. Né torneremo sulla giustificazione umanitaria della guerra del Kosovo, la bella guerra per salvare i profughi che la guerra stessa creò. Slobodan Milosevic andava rimosso per ragioni politiche, come Saddam: e questo tipo di ragioni non è mai verità assoluta o rogito notarile bensì espressione di una feroce dialettica tra parti avverse, amici e nemici. In guerra le ragioni formali non contano più, sono mero pretesto, conta invece l’analisi, la ricognizione del campo di battaglia e la scelta tra i combattenti. Caduto il Muro di Berlino, i Balcani erano in fiamme da dieci anni, bisognava spegnere l’incendio che la diplomazia europea aveva fatto divampare irresponsabilmente e bisognava farlo in nome della pace, della sicurezza e dell’ordine internazionale possibile.
Punto e basta.
Cadute le Torri di Manhattan, e nel pieno dell’Intifada al Aqsa, bisognava rimuovere, nell’ambito delle possibilità politiche, un ostacolo massiccio alla pace, alla sicurezza e all’ordine internazionale.
Punto e basta.
Poi, fuori da questo nucleo ferrigno, si entra nel campo friabile dell’opinione, della controversia. La vicenda dell’Onu, delle boccette di antrace, dei rapporti dei servizi di intelligence, delle relazioni gogoliane degli Ispettori Generali l’abbiamo subita come si subisce una fastidiosa rissa in un grande e affollato pollaio. E nella rissa, il pollo pacifista di bufale dimostrate ne ha rifilate molte più di quelle, ancora indimostrate, eventualmente sbolognate al Consiglio di Sicurezza dai governi alleati. Nessun leader democratico può evitare una qualche ipocrisia, ma perché devono immergersi nell’obliquità psicologica e morale liberi giornali che possono parlare con schiettezza a un’opinione
pubblica trattata da adulta?
PS. C’è poi un paradosso formidabile. Se sono così delinquenti e bugiardi, perché non hanno segretamente portato qualche barile d’antrace e qualche etto d’uranio arricchito in loco?
Giuliano Ferrara 16 luglio 2003
saluti




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