....sul Palazzo.
Roma.
A momenti ci giocavamo il Cav. Ci siamo andati vicino. E magari è ancora a rischio.
In attesa dell’agognato fine settimana nel ranch texano dell’amico George W., è da qualche tempo che i mandriani della coalizione lo miravano col lazo. Spesso acchiappandolo.
“Lascio sfogare i ragazzi”, ha detto la settimana scorsa, ma più che paziente pareva rassegnato, come in quelle figurine dove il papà è legato a un palo, con una freccetta con ventosa sulla fronte, mentre i bimbi urlano attorno travestiti da indiani.
Dalle amministrative in poi, è stato il tempo del “tana libera tutti” nel centrodestra, della rivolta dei Ciompi polisti. E il Cav., sempre tutto d’un pezzo e sempre tutto in doppiopetto, pareva sbarellare, la sua funzione di leader svuotata, un golpe partitico meglio riuscito e insidioso quanto quello giudiziario. Ci stava il presidente del Consiglio ma non ci stava più il leader, Berlusconi ma non il Cav. Come la Nonna Sabella di Tina Pica, inutilmente cercava di mettere ordine in casa: non funzionava più né la seduzione – caro Gianfranco... caro Umberto... caro Marco... caro Rocco... – né lo schioppo delle elezioni anticipate. In un crescendo, ognuno voleva e ognuno pretendeva: Fini aveva gli statali, Bossi la devolution, i democristiani qualche inciucio, Tremonti i conti che non tornavano.
Sarà stato, poi, solo il disagio per la perdita del collegio provinciale di Montefiascone il motivo di tanto scalmanarsi politico, di tanto asilo Mariuccia?
Un autorevole sottosegretario dice che forse si tratta della “sindrome della quarta legge”, intesa come quella Gasparri, verso cui il Cav. ha istituzionale distacco e comprensibile attenzione.
Quarta legge nel senso che – pur avendo, come ha precisato al Corriere il portavoce Paolo Bonaiuti, “il presidente Berlusconi sempre smentito” – segue le altre tre considerate dai malevoli come personali – e comunque “meno dell’1 per cento della cospicua produzione legislativa del governo Berlusconi”. E infatti la legge avanza ma sobbalza, procede ma arranca, mandria in mano a mandriani poco (o troppo) esperti.
Sballonzolava, il Cav.
E metteteci il semestre europeo e di europeo pure le elezioni, che sono tra un anno ma che tutti fiutano, il risorgere dell’ipotesi del proporzionale, le provinciali e Mastella, l’immigrazione e il
rimpasto (negato), la verifica (così così) e la cabina di regia politicamente mal registrata.
E il Cav. che cena con Tremonti e Fini che pranza con Fazio, e l’interesse nazionale qui e niente interessa nazionale là. C’è quasi da andar dietro Buttiglione: “Calma, e recita un Pater Noster”.
Non si aiutava da solo
Se in questi tempi il Cav. non si aiutava da solo, pochi lo facevano. E quasi nessuno dei suoi alleati. Fini che lo guarda male mentre rissa con lo Schulz eurotedesco, Follini che non lo condivide e non lo capisce, il capo di An che lancia “l’ultimo avviso ai naviganti” e quelli dell’Udc che assicurano: “Nei momenti difficili non abbiamo mai lasciato solo Gianfranco”.
Casini dice cose sagge e innocue, “i politici litigano troppo”, Pera dice cose innocue e sagge, “temo un ritorno al passato”.
An che vota gli emendamenti di Rifondazione, la Lega quelli dell’Ulivo, Bossi va con la road map delle riforme (il contrattino padano dopo il contrattone con gli italiani) a festeggiare a Badia Calavena.
E vai col fax, e vai col telefono, e vai con incontri a due o a tre. A un certo punto non si vedeva più il capo, nel senso del Cav., né la coda. “Il presidente del Consiglio dei ministri in Consiglio dei
ministri non ha alcun potere”, ha persino proclamato. Fini ogni tanto minacciava di andarsene, Bossi strepitava lo stesso, Follini sussurrava di capire le minacce. Buttiglione, nientemeno, minacciava di non votare il Dpef se non glielo mostravano con largo anticipo.
Sarà il caldo, il blackout, l’afrore del proporzionale, le pensioni di anzianità e quelle di invalidità, le fregole di metà mandato, a un certo punto la coalizione si era fatta farfallescamente multipartitica, i partiti avevano gonfiato il petto e provato a mettere sotto scopa il leader, tutti per sé e ognuno per conto proprio.
Solo un pelo c’è mancato per ritrovarci senza l’Old Cav. oltre che senza turisti tedeschi.
Ma ogni patire ha un suo termine, ogni verifica la sua fine (facendo le corna, cfr. Cav.), ogni maggioranza il suo senso. E pur restando sensibilmente alte le temperature, ieri nel centrodestra c’era come un coro lieto, un cinguettare brioso.
E’ avvenuto, il miracolo, intorno al totem del Dpef, e hanno preso a correre rivoli di concordia.
Si è pure scherzato, in Consiglio dei ministri, un posto dove onestamente poco c’è da ridere. Buttiglione: “Finalmente è stata ritrovata la collegialità”. Ignazio La Russa: “Il frutto di un inizio di criterio di collegialità”.
Pure col leghista Cè funziona: “Condivisibile e soddisfacente”.
Se l’amico George W. glielo consentirà, in Texas il Cav. vedrà mandriani più esperti di quelli lasciati in patria.
saluti




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