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" Tutto un altro film
Le leggi razziali secondo Squitieri
Sembrerebbe perfino superfluo, oltre che triste, ma una tristezza cupa, di quelle che lasciano uno strascico immondo nella memoria, dover ritornare su ciò che ormai fa parte dell’archivio storico delle nostre iniquità. Eppure così non parrebbe, se alla presentazione del libro, “La destra e gli ebrei”, di Gianni Scipione Rossi, il regista cinematografico Pasquale Squitieri, tra i relatori, ha fatto sobbalzare l’accaldata platea dicendo col più straordinario candore che le leggi razziali del fascismo “non erano poi così male” aggiungendo, in un ragionamento che urta con la logica, che “gli ebrei italiani non potevano essere perseguitati e molti ebrei venivano in Italia proprio per questo”. Ora, che gli ebrei non fossero perseguitati dalle leggi razziali che furono varate proprio per perseguitarli e privarli dei diritti civili, è un’idea che poteva venire in mente solo al celebre maestro che con la storia ha frequentazioni piuttosto occasionali e confuse. Sarebbe come dire che le case di tolleranza furono istituite per salvaguardare la virtù. Ci sarebbe solo da aggiungere che la vergogna di quelle leggi esula perfino da male che venne fatto, nel senso che se anche gli ebrei non avessero subito conseguenze dannose dalle leggi razziali, già il fatto che si fosse giunti a concepirle e a vararle, e che personaggi di rilievo le avessero ritenute opportune e utili, le avrebbe rese ignobili lo stesso. Le leggi razziali sono state spiegate come un segno di asservimento del regime alle teorie naziste, dopo l’adozione del passo romano a imitazione del passo dell’oca prussiano che in verità rendeva poco marziale un esercito con le gambe corte. Mussolini, insomma, l’avrebbe fatto per compiacere Hitler, ma in contrasto con i sentimenti prevalenti degli italiani che, a differenza dei tedeschi, non erano antisemiti e razzisti e non avevano nulla contro gli ebrei. Palle! C’era sempre un capocaseggiato che denunciava qualcuno. Le leggi fasciste contro gli ebrei si inserivano in una consolidata tradizione giudeofoba di matrice cattolica come dimostrava il “razzismo spiritualizzato” di padre Agostino Gemelli e il “razzismo biologico” del patologo Nicola Pende e del fisiologo Sabato Visco. Il professor Pende, tra i promotori del manifesto razzista, aveva scoperto che “gli italiani costituivano una razza ariana nordica purissima, che pertanto doveva essere salvaguardata dalla contaminazione di elementi inferiori”, senza riuscire a spiegare che fine avessero fatto nella scala biologica gli insediamenti fenici, turchi, greci, albanesi, arabi che s’erano mischiati con questi nordici esemplari che erano, ad esempio, gli abitanti di Castrovillari o Alberobello, e da quali lande nebbiose venissero la cassata alla siciliana o le sarde a beccafico. Il professore, propenso a rinvenire i cromosomi nordici anche in un cammello, non si espresse nemmeno su chi avesse introdotta la pennichella o la granita al caffè con panna che parevano piuttosto molli costumi da tropico.
Quanto all’antisemitismo dei cattolici, esso traeva origine dall’accusa di “deicidio” mossa agli ebrei ma risparmiata ai romani con i quali i primi cristiani dovevano pur convivere. Questa condanna non era mai stata revocata, così i pittori del Rinascimento raffiguravano Gesù con i capelli biondi e gli occhi azzurri, cosa assai improbabile per un nativo della Palestina, per differenziarlo il più possibile dal tipo fisico ebraico della tradizione. Fino al 1848 gli ebrei romani non potevano uscire dal ghetto, non potevano accedere all’università e il sabato, giorno festivo ebraico, dovevano assistere alla messa. Le leggi razziali, emanate nell’ottobre 1938 (uno dei suoi ispiratori fu Giuseppe Bottai, considerato il gerarca più colto e rispettabile), ripresero alcune delle più odiose e retrive disposizioni in vigore nello Stato Pontificio, come quella che vietava agli ebrei l’esercizio della professione di notaio e di giornalista. Gli ebrei non potevano avere al loro servizio un cristiano. Tutte le altre professioni venivano regolate con molte limitazioni. Re Vittorio Emanuele III invitò Mussolini “a non mettere le mani in un vespaio” ma senza andare oltre. Nemmeno il sovrano aveva particolari simpatie per i “giudei” (come ora si preferiva chiamarli, dal modo dei romani “giudio”). La gretta aristocrazia sabauda li riteneva capaci dei più biechi disegni. Gli ebrei erano avari, la satira li raffigurava col naso adunco intenti a mettere via i denari e va da sé che praticavano l’usura. Gli ebrei vennero cacciati dai ministeri, dalle università, dalle scuole. Ammiragli e generali, col consenso del re, vennero destituiti. Mussolini dovette a malincuore cambiare dentista. Se Margherita Sarfatti, sua biografa, fosse stata ancora la sua amante avrebbe dovuto dare gli otto giorni anche a lei. Né meglio si comportarono gli intellettuali italiani, che anche in questa circostanza diedero il peggio di sé. Paolo Monelli, che dopo il ‘43 rivendicò patenti di antifascismo primigenio, scrisse: “Gli ebrei appaiono tutti eguali, come i cinesi, come i negri, come i cavalli, adeguati agli incroci consanguinei, dall’eguale vita, dagli eguali squallidi orizzonti”. E Guido Piovene: “Si deve sentire d’istinto, e quasi dall’odore, quello che v’è di giudaico nella cultura”. Ignobili le leggi e più ignobili gli uomini che le approvarono. Tra loro c’erano molti “democratici” tutt’oggi vivi e vegeti. Il copione di Squitieri non corrisponde alla realtà. Da come l’ha raccontata lui, tutto un altro film!
Romano Bracalini "
Shalom!!!




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