Università: ministro Moratti, non bisogna discriminare i nostri studenti


Stefania Piazzo
Diritto allo studio sì, ma non per tutti. Oggi assistiamo infatti ad un’incredibile sperequazione nelle nostre università: nell’assegnazione delle borse di studio e degli alloggi, viene data assoluta priorità agli extracomunitari. I padani vengono dopo. Lo dimostra la tabella che pubblichiamo in questa pagina, e che riporta i beneficiari, stranieri, delle borse di studio erogate per l’Università di Padova per l’anno accademico 2002-2003. Escludendo i nomi degli italiani considerati idonei, l’80 per cento degli studenti beneficiati presenti nella lista non parla la nostra lingua. Tutto ciò accade in virtù di un principio fissato dalla legge 390 del ’91, varata nel corso del settimo governo Andreotti, dal ministro della Pubblica istruzione, Riccardo Misasi, già capo della segreteria politica ai tempi d’oro di De Mita, e quindi esponente di spicco del cattocomunismo che oggi rivive all’ombra di Quercia e Margherita. Già più di dieci anni fa venivano poste le premesse per un “razzismo rosso” che oggi annienta i diritti dei nostri giovani, ponendo in second’ordine il loro stato economico e i meriti conquistati sul campo. A ribadire lo stesso conceto è giunto poi un decreto ministeriale del governo Amato a fine mandato. Così oggi, i nostri studenti vedono le loro regioni pagare le tasse universitarie, la casa, la mensa ai loro coetanei extracomunitari con i soldi dei residenti, dei loro padri, capovolgendo qualsiasi principio di equità al quale si appellava persino la legge 390. Una “curiosità”. Dall’elenco, come si vede, manca il primo della lista. È un’italiana eppure, il totale della sua borsa di studio è inferiore rispetto al 2° classificato: prende tre milioni di lire, 1500 euro contro gli otto milioni del compagno straniero, agevolato però da un reddito familiare inferiore. Se la regola vale per tutti, le università italiane presto diverranno università italiane per extracomunitari.
Al ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, non si possono non porre almeno questi tre interrogativi.