....tanto male.

Brescia. Il 4 gennaio del 1994, il pubblico ministero Antonio Di Pietro scrisse al giudice delle indagini preliminari, Italo Ghitti:
“Appunto per Italo. Riservatamente a titolo personale ti anticipo perché Maddaloni dovrebbe andare dentro al più presto”.
Ghitti rispose lo stesso giorno: “Per Antonio. Trova un altro capo d’imputazione perché il 2621 (falso in bilancio, ndr) è già stato
contestato quanto meno fino al 1991 con il precedente provvedimento di custodia cautelare…”. Spiegazione per chi non si
destreggia nella procedura penale: Di Pietro spiega “riservatamente e a titolo personale” perché è bene che il gip conceda l’arresto dell’indagato. Il gip, altrettanto riservatamente, risponde che però bisogna trovare un’altra accusa, sennò è impossibile.
Questo, probabilmente, a Brescia non è mai successo e mai potrebbe succedere. E nessuno lo sa bene quanto Di Pietro, che
da indagato della procura bresciana ha goduto di una forma di separazione delle carriere (virtuale) non così evidente in altri
tribunali italiani.
L’iscrizione al registro degli indagati degli ex colleghi di Di Pietro, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, ha suscitato reazioni piuttosto dure, e sorprendenti, considerata la puntigliosità con cui, in passato, i magistrati bresciani hanno giudicato i magistrati
milanesi.
Il procuratore aggiunto di Milano, Corrado Carnevali, ha parlato di
“lotta strumentale”. Per il verde Alfonso Pecoraro Scanio si è trattato di “un atto di intimidazione”. Per il diessino Carlo Leoni
di “iniziativa politica”. Per il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, di “un’inizativa grottesca”. L’Unità ha individuato nella nuova indagine un “attentato alla libertà”. E’ stato forse più realista l’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio,
grande protagonista dei mesi di fuoco di un decennio fa, che al quotidiano diessino ha detto: “Non bisogna allarmarsi, tutti noi
magistrati del pool Mani pulite siamo finiti, chi presto chi tardi, nel registro degli indagati di Brescia. Il risultato è sempre stato
chiaro: siamo stati scagionati da qualsiasi sospetto”.
Anche da quelli pesanti, magari senza passare per un pubblico dibattimento (alle udienze preliminari accedono solamente gli interessati). Nella seconda metà degli anni Novanta, per esempio,
Di Pietro ha infilato uno strepitoso filotto di proscioglimenti, che sono cosa diversa dalle assoluzioni. I proscioglimenti arrivano dal gip, ed evitano all’indagato un fastidioso processo.
A Brescia (dove, evidentemente, i pm e i gip non si scambiano
biglietti riservati e a titolo personale), Di Pietro è stato prosciolto il 22 febbraio 1996 dal gip Roberto Spanò (accusa, abuso d’ufficio
nell’affare Isi), il 6 marzo 1996 sempre da Spanò (accusa, concussione nel caso Lombardia informatica), il 29 marzo 1996
dal gip Anna Di Martino (accusa, concussione ai danni di Giancarlo Gorrini), il 15 ottobre 1997 dal gip Gianluca Alessi (accusa, falso ideologico per interrogatori irrituali), il 18 febbraio 1999 ancora dal gip Di Martino (accusa, corruzione nel vorticoso
giro di denari fra Giuseppe Lucibelli, Pierfrancesco Pacini Battaglia e Antonio D’Adamo).
Ci sono poi da mettere in conto i relativi cinque appelli vinti.

Il plenum rinviato
C’è dunque da pensare che Brescia valuterà con scrupolo anche stavolta, sebbene il clima sia un po’ surriscaldato. Tanto
che il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha deciso di non partecipare, quest’oggi, al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Il plenum dovrà discutere sul documento con cui la Sesta commissione del Csm ha definito “legittimo” il comportamento della Boccassini e di Colombo, quando si sono rifiutati (per il “segreto investigativo”, hanno detto) di consegnare
il fascicolo 9520 agli ispettori ministeriali.
Castelli ha spiegato al vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, il suo imbarazzo, visto che sulla questione c’è stata l’apertura dell’inchiesta a Brescia. Rognoni ha detto “va bene così”, sebbene ci si aspettava un intervento sulle ispezioni in generale, e non in particolare su quella alla procura di Milano. A quel punto, anche
i consiglieri laici (i non togati, nominati dal Parlamento) di centrodestra hanno chiesto un aggiornamento della seduta, seguendo il ragionamento del ministro. I consiglieri di centrosinistra hanno risposto, innervositi, che l’inchiesta bresciana e i temi all’ordine del giorno al Csm non c’entrano
nulla.
Non è stato scontro, ma quasi. Comunque, tutto rinviato a oggi.

da il Foglio

saluti