"Sotto la mafia un italiano su cinque" - LASTAMPA.it
"Sotto la mafia un italiano su cinque"
Pisanu: «Centocinquant'anni dopo l'Unità l'economia del Sud è ancora in mano alle cosche»
Beppe Pisanu parla con tono pacato, quasi didascalico. Sembra, la sua, una «Lectio magistralis» sul Mezzogiorno, in un’aula magna di un qualsiasi rettorato. E invece il presidente dell’Antimafia tiene una requisitoria a palazzo San Macuto, ai commissari dell’Antimafia, sul Mezzogiorno che «rimane terra arretrata», dove «è difficile individuare un comune orizzonte di crescita che metta insieme i cittadini, le istituzioni, i lavoratori e le imprese». Un Sud irrecuperabile, condannato a convivere con la sua maledizione: la mafia. E con le sue classi dirigenti «spesso inadeguate, a volte colluse con le mafie e, comunque, raramente in grado di organizzare e promuovere il cambiamento».
Nel Mezzogiorno le organizzazioni criminali hanno cambiato pelle: «Prosperano silenziosamente, lasciandosi alle spalle i grandi delitti e le stragi, per concentrarsi sugli affari e sulla politica, dosando oculatamente l’uso delle intimidazione e della violenza e, in definitiva, contendendo allo Stato le sue funzioni fondamentali». Disarmante, Pisanu: «In Italia, a 150 anni dall’unificazione nazionale, il divario Nord-Sud invece di attenuarsi aumenta. Le mafie nostrane sono cresciute a tal punto da costituire forse la principale causa e il principale effetto del mancato sviluppo di gran parte del Mezzogiorno». Lo spunto della relazione Pisanu è il rapporto (139 pagine) del Censis sul «condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del mezzogiorno». Dai impressionanti: 13 dei quasi 17 milioni di italiani che vivono in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, convivono con le mafie. E’ il 22% della popolazione italiana.
«A questo 22% - riassume Pisanu - corrispondono solo il 14,6% del prodotto interno lordo nazionale, il 12,4% dei depositi bancari e il 7,8% degli impieghi. Nel 2007 il Pil medio procapite delle quattro regioni è il più basso del Mezzogiorno e il tasso di disoccupazione il più alto». Magra la consolazione di Pisanu, quando ricorda - citando il Governatore della Banca d’Italia Draghi e il ministro del Tesoro Tremonti - che dal decollo del Sud «può derivare una crescita sostenuta e duratura della nostra intera economia». E, dall’altra parte, sottolinea che le mafie del Sud si sono insediate anche al Centro Nord e hanno interessi in Europa e nel mondo. Maledetto Mezzogiorno. Neppure i finanziamenti pubblici europei arrivati a cascata hanno stretto il divario tra il Sud e il resto del Paese. E con le classi dirigenti incapaci di «progettualità», la criminalità «ha invaso l’economia, è penetrata nelle amministrazioni pubbliche e ne ha influenzato le decisioni».
Denuncia Pisanu: «Nell’assalto ai fondi pubblici si è rafforzata quella borghesia mafiosa, quella zona grigia che all’occorrenza manovra anche il braccio militare, ma normalmente collega il braccio politico-affaristico col mondo dell’economia, trasformando gradualmente “l’organizzazione criminale” vera e propria in un “sistema criminale” integrato nella società civile». Lo scenario venturo è un assalto all’arma bianca: «Questo sistema è pronto a mettere le mani ovunque: dal settore privato ai fondi europei del programma 2007-2013 (sono previsti 101,6 miliardi di euro, ndr), al piano per il Mezzogiorno preannunciato dal governo». Il presidente Pisanu riconosce che «è difficile stabilire un nesso di causa-effetto tra mancato sviluppo e criminalità organizzata».
Resta il fatto che «le quattro regioni di più forte insediamento mafioso sono le più povere e le più sfiduciate del Paese»: «Deve esserci dunque un paradigma - riflette Pisanu - che spieghi questo nesso tra mancato sviluppo e criminalità organizzata. Forse questo paradigma possiamo trovarlo nella “contemporanea assenza (o carenza) di mercato e di fiducia”. Un avvertimento, però, Pisanu lo lancia: «Il federalismo fiscale rischia di trasformarsi in un boomerang se non trova nel Sud istituzioni trasparenti e capaci. La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà, anzi una guerra di liberazione».




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