Un concetto ambiguo e dinamico
di FRANCO CARDINI
Credo che abbia ragione Massimo Fini ne Il vizio oscuro dell'Occidente (Marsilio), quando osserva che all'Occidente moderno (o, se si preferisce, alla Modernità: giacché i due termini sono in realtà sinonimi) ben si attaglia l'autodefinizione, rovesciata, che Mefistofele dà di se stesso nel Faust di Goethe: "Io sono lo spirito che vuole sempre il Male ed opera eternamente il Bene". Il che equivarrebbe a sostenere, se si volesse essere un tantino pesanti, che l'Occidente ha il tocco di Mida al contrario, e quel ch'esso tocca non è proprio in oro che si trasforma. E intendiamoci: a giudicare da taluni devastanti effetti della globalizzazione, si direbbe che le cose stiano proprio così.
L'eroe fondatore dell'Occidente moderno - ben l'ha capito un grande storico, David S. Landes - è Prometeo. In una splendida tela di Gustave Moreau, che si conserva nel suo museo parigino, l'eroe che si sacrifica per l'umanità ha gli inequivocabili tratti del Cristo: e il suo supplizio, incatenato su un picco caucasico, richiama con una forza trascinante la crocifissione. È l'eroismo umano divinizzato, il Cristo immanentizzato nell'umanità (Immanentizzazione, ch'è cosa ben diversa dall'Incarnazione), perfetta rappresentazione del mito romantico e progressista dell'Occidente che infrange ogni vincolo e ogni ostacolo, che disobbedisce agli dèi e si fa dio di se stesso, che pretende di fare soltanto il Bene per il semplice, tautologico fatto che ritiene sempre bene quel che fa: al pari del vecchio ottimismo storicistico, secondo il quale tutto quel che accadeva era bene perché accadeva ed accadeva perché era bene.
Ritenendosi realizzatore del migliore dei mondi possibili e scopritore-inventore della formula costitutiva di un inscindibile insieme di libertà, verità, giustizia, ragione, tolleranza e ricerca della felicità, l'Occidente moderno non è praticamente disposto a tollerare in alcun modo "l'Altro da Sé"; esso non può accettare alcuna forma di civiltà che sia diversa dalla sua ma di pari dignità né ritenere possibile che possano esistere alternative (e, meno ancora, ch'esso possa essere in torto). Gli apologeti dell'Occidente, confondendo tra relativismo etico e relativismo antropologico, mostrano d'ignorare la grande lezione lévistraussiana secondo la quale ciascuna civiltà va giudicata nel suo complesso e non c'è nulla di più improponibile di isolarne i singoli componenti per esaminarli alla luce di principî che non sono i suoi.
Ne consegue che l'Occidente moderno è affetto dall'infezione totalitaria espressa dal suo "pensiero unico" che lo conduce a concepire un unico modello di sviluppo per tutta l'umanità. Esso è, inoltre, vittima d'una schizofrenia irremissibile tra la tolleranza e i diritti dell'uomo, valori che ritiene fondanti della sua identità, venera a parole e sostiene di difendere, e il nucleo duro e profondo della sua realtà fondata sull'avere e sul fare anziché sull'essere: la Volontà di Potenza. La folle neoideologia dell'"esportazione della democrazia" proposta dal gruppo dei neoconservative ispiratori della politica del presidente Gorge W. Bush jr., il gruppo dei Wolfowitz, dei Perle, del Kagan, dei Rumsfeld, si fonda sulla vertigine di questa persuasione di eccellenza e di superiorità, sulla convinzione di un "destino manifesto" in grado e in diritto di estendere a tutto il mondo quel "cortile di casa" che, nella tesi isolazionista di Monroe formulata nel 1823, si estendeva all'intero continente americano. Che poi questa sconfinata volontà di potenza, questa ineusaribile ricerca del benessere, della sicurezza della felicità, finisca in realtà col rendere chi cade in questo vortice eternamente insicuro, infelice e inappagato, è un altro discorso: ma nasce proprio da qui il rischio della "guerra infinita" nella quale i cantori del nuovo Occidente rischiano di trascinarci.
Ma, sul piano delle definizioni, siamo nel campo d'un infinito equivoco. L'Occidente sembra oggi una "cosa" reale, un termine chiaro che indica un soggetto preciso: quella "civiltà occidentale" che, secondo Samuel P. Huntington, corre il rischio di venire assalita da altre civiltà, compatte e ben delineate come la sua ma ad essa ostili. Peccato che si tratti soltanto, al contrario, di nomina nuda. "Occidente" non è una cosa, una realtà geostorica o geoculturale: è una parola equivoca, che ha subito nel tempo una serie di slittamenti semantici e il cui attuale significato è tanto recente quanto equivocamente e perversamente diverso da come lo intendono molti europei convinti che esso ed Europa siano quasi sinonimi.
Il che, intendiamoci, è peraltro etimologicamente vero. Giovanni Semerano ha dimostrato che la parola "Europa" nasce da una radice accadica passata poi nel greco erebos e indicante, appunto, il luogo dell'orizzonte nel quale il sole tramonta, laddove la parola "Asia", al contrario, deriva da un altro termine accadico indicante l'alba. Se ci si potesse limitare ai semplici valori etimologici, l'identità tra Europa e Occidente (e tra Asia e Oriente) sarebbe perfetta. Ma questo non è, purtroppo, un lusso che ci si possa permettere quando si vuol evitare di cadere in trappole grossolane.
Al di là dell'antica contrapposizione tra Asia ed Europa, celebrata in un passo immortale de I Persiani di Eschilo, l'attrazione e la fusione dei valori "orientali" (asiatici) e di quelli "occidentali" (ellenici e poi romani) è passata attraverso le grande sintesi ellenistica, avviata da Alessandro Magno e perfezionata da Cesare - erede del grande pensiero maturato attraverso il "circolo degli Scipioni" - e dalla cristianizzazione dell'impero. I termini "Oriente" e "Occidente", nel mondo tardoantico e medievale, sono stati certo utilizzati: ma nella prospettiva del rapporto tra la pars Orientis e la pars Occidentis dell'impero romano uscito dalla spartizione imposta dal testamento di Teodosio, alla fine del IV secolo. Ai primi del XII secolo un cronista della prima crociata, Fulcherio di Chartres, celebrando il fatto che "franchi" e "italici" dopo la conquista della Terrasanta si fossero impiantati in Palestina, sosteneva che di "occidentali" essi si erano fatti "orientali". Ma non si andava neppure con ciò al di là della distinzione d'origine teodosiana.
Nonostante quanto oggi si crede, l'uso corrente d'identificare la "nostra" con la "civiltà occidentale" è recente. Ancora ai primi del XX secolo, si parlava piuttosto d'Europa, per quanto io tenda a vedere "l'invenzione dell'Occidente" in quel proiettarsi dell'Europa oltre i suoi confini che si è verificato a partire dalla fine del XV secolo e ha coinciso con l'inizio dell'età delle grandi scoperte e delle conquiste geografiche. Il nascere dell'orientalismo come corrente estetico-letteraria, certo, prospettava una qualche distinzione Oriente-Occidente; ma il secondo termine restava sinonimo di Europa. Oswald Spengler, parlando di un Tramonto dell'Occidente, pensava soprattutto all'Europa. Anche gli storici che hanno ustato con sicurezza i termini di "Occidente" e di "civiltà occidentale", come Christopher Dawson e Elijahu Ashtor, non sono andati al di là d'una distinzione che implica diversità ma non appare come contrapposizione. Si potrebbe comunque, tra Cinque e Novecento, seguire l'itinerario di un costante collegamento tra l'idea di sviluppo, di dominio tecnologico, di razionalità-ragione, di progresso, e l'Occidente inteso, come appunto l'Europa, in crescente contrasto con un "Oriente" (o con più "Orienti") luogo (luoghi) della tradizione, dell'immobilità, del sogno, della magia, del favoloso-irrazionale. La civiltà europea sentita da Hegel come "la grande sera" del giorno della civiltà umana è forse il punto d'arrivo del maturare di questa concezione.
Il mutamento importante che riguarda i nostri giorni ha radice però nella pubblicistica statunitense. Come dimostra molto bene Romolo Gobbi nel suo America contro Europa (MB Publishing) è nel XIX secolo che scrittori e politici statunitensi guardano al loro continente e agli States come a quell'Occidente di libertà contrapposto al quale c'è un "Oriente" che gli europei non si aspetterebbero: l'Europa, appunto (del resto ineccepibilmente e obiettivamente a est dell'America), terra dell'autoritarismo, della tradizione, degli infiniti ceppi teologici e giuridici che imbrigliano la libertà.
Quest'identità statunitense di Occidente e libertà è tornata, dopo Yalta, a sostanziare di sé la nuova dicotomia del potere sull'ecumene, distinta ormai fra un "Mondo libero" e un "Mondo socialista": due mondi che appunto s'incontravano e confinavano nella Cortina di Ferro che tagliava in due l'Europa; e che convergevano nel far sparire il concetto stesso di Europa. La fine del tempo dell'equilibrio tra le due superpotenze (guerra fredda sì, ma anche spartizione e sotto molti aspetti complicità) ha condotto con chiarezza a una nuova situazione, definita appunto da Samuel P. Huntington: l'Occidente come cultura unitaria e compatta, ma caratterizzata dalla leadership della volontà politica e dei valori elaborati dagli Stati Uniti, cui la "vecchia Europa" è chiamata in molti modi a uniformarsi e rimproverata di non uniformarsi abbastanza. Dinanzi a questo nuovo "Occidente", l'Europa - conforme del resto anche alla realtà geografica del globo - dovrebbe forse rintracciare la sua vocazione di civiltà nata e cresciuta in stretto contatto con il mediterraneo, l'Asia e l'Africa, e alla luce di ciò rivendicare un ruolo di cerniera con gli "Orienti". Essere occidentali ed essere europei non è più sinonimo.




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