Massimo Fini
Cosa deve pensare il cittadino di un Paese dove il presidente del Consiglio
si fa votare, per sua stessa ammissione, una legge che gli garantisce
l'immunità penale, e non per un ipotetico futuro ma per un concretissimo
passato, dove si vuole estendere questa immunità a tutti i parlamentari,
dove un deputato propone di concedere automaticamente le attenuanti
generiche ad ogni condannato purché sia la prima volta che delinque, dove
sta per essere varato l'"indultino", dove sono regola i condoni fiscali,
edilizi e d'ogni altro genere, e dove il neodirettore del Corriere della
Sera, Stefano Folli, nel suo primo editoriale, dopo quello d'intronazione,
si fa promotore di un appello per la grazia ad Adriano Sofri, uno dei
mandanti dell'assassinio del commissario Calabresi, definito un
intellettuale le cui "riflessioni sul nostro tempo costituiscono un punto di
vista impossibile da ignorare", appello subito accolto e trasversalmente
dalla classe dirigente di sinistra e di destra? Se è un cittadino che ha
rispettato le leggi o che se le abbia violate (nessuno è perfetto) ha pagato
il suo debito con la giustizia ritenendo che questo era un suo dovere e non
un grazioso favore che faceva alla collettività, non può che pensare di aver
sbagliato tutto, di essere un "mona" come dicono da queste parti o una
"pirla" come diciamo noi che siamo di Milano; è comunque un cretino, un
ignorante e un paria come si evince dalla stessa proposta del direttore del
Corriere della Sera.
Infatti uno dei punti di forza per chiedere la grazia è, per Stefano Folli,
il fatto che "Adriano Sofri è oggi uno dei maggiori intellettuali italiani",
argomento entusiasticamente ripreso da Anna Finocchiaro, dei Ds, una di
quelle più pronte a gridare allo scandalo quando i privilegi riguardano
Berlusconi o Previti o qualche altro esponente del centrodestra: «Ma ci
rendiamo conto che è uno degli intellettuali più raffinati del paese?».
Se c'è una tesi inaccettabile e ripugnante è proprio questa. Perché
instaura, con tutta evidenza (se n'è accorto persino il ministro Castelli)
un odioso, oltre che incostituzionale, razzismo sociale, per cui le persone
colte, che hanno studiato, che sanno scrivere bene sarebbero meritevoli, di
fronte alla legge penale, di un trattamento di favore e comunque di
attenuanti (mentre, al limite, dovrebbe essere il contrario), nei confronti
di coloro che non sono colti e non sanno scrivere bene. E degli analfabeti
che ne facciamo? In galera subito, anche se non hanno commesso alcun reato.
Precisato questo, che è ciò che conta, c'è da aggiungere che il Sofri
"intellettuale raffinatissimo" è una leggenda metropolitana. Adriano Sofri,
che nella sua vita ha lavorato pochissimo pur consentendosi una vita agiata,
fino al giorno in cui è stato ristretto nel carcere di Pisa non aveva
scritto nulla di rilevante. Dopo ha pubblicato due libretti in sua difesa
(nulla a che vedere con gli straordinari e drammatici affreschi di Cheryl
Chessmann, condannato a morte dalla giustizia americana per stupro) ed è
diventato, per meriti penali, editorialista del più a sinistra dei grandi
quotidiani italiani, La Repubblica, e del settimanale maggiormente diffuso e
più a destra, Panorama, impresa che può riuscire solo a chi abbia il
sostegno della lobby degli ex di Lotta Continua, molti dei quali sono
incistati in posizioni di comando nei principali media, e che abbia il
pregio di rendersi incomprensibile ai più. Sofri non è un intellettuale
raffinato, è un intellettuale rarefatto.
Né è per nulla vero che stia pagando il suo debito con la giustizia con
"estrema dignità e sobrietà" come scrive ancora il direttore del Corriere
della Sera. Certo, Sofri non si straccia le vesti come una lavandaia di San
Frediano, non sta nel suo personaggio, ma è abilissimo nel giocare il
sottile inaccettabile ricatto morale del "io sono dentro mentre voi siete
fuori" e proprio grazie all'enorme spazio di cui dispone sui giornali, mai
concesso, nemmeno in proporzione infima, ad alcun altro detenuto (quando
proposi a qualche giornale di far scrivere Renato Vallanzasca, che sta
scontando da decenni la sua pena, per lo più in isolamento senza mai un
lamento, senza mai una protesta, senza alcun atteggiamento ricattatorio, e
che ha uno stile fresco e molte cose da raccontare, mi risero in faccia).
Se poi si ritiene che Sofri abbia diritto alla grazia del presidente della
Repubblica "perché non si è mai sottratto alla pena", allora si scambia
quello che è un dovere del cittadino, il sottomettersi alla giustizia del
suo Paese, con un optional.
In realtà c'è un'unica ragione che renderebbe plausibile la grazia ad
Adriano Sofri ed è il tempo che è passato dall'omicidio, sotto casa, di
Luigi Calabresi, più di trent'anni. Anche se bisogna ricordare che nel clima
dei Settanta fu praticamente impossibile indagare su Lotta Continua (sarebbe
stato un delitto di "lesa maestà" nei confronti di Sofri, dei Boato, dei
Pietrostefani, e di tutti gli altri membri dell'esecutivo di Lc che pur si
assunsero la responsabilità morale di quell'assassinio) e si persero anni a
seguire le "piste nere, i fascistelli, i Nardi, che non si vede che
interesse politico potessero avere ad ammazzare un commissario di polizia
additato da tutta la stampa di sinistra e dell'estrema sinistra come "il
boia" dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Comunque, in trent'anni, una persona
può cambiare e, in genere, cambia. Ma non sembra questo essere il caso del
superbioso Sofri che ci guarda tutti dall'alto della sua intelligenza, per
definizione, superiore e ci dà continue lezioni di morale. Come allora
lottava contro lo Stato così oggi non ne riconosce l'autorità. Non chiede la
grazia. Ora, chiedere la grazia non significa affatto ammettere la propria
colpevolezza, ma solo, e appunto, riconoscere l'autorità dello Stato, delle
sue Istituzioni, della Magistratura che ha emesso la sentenza, del ministro
Guardasigilli cui la domanda deve essere rivolta, del Presidente della
Repubblica cui spetta, in piena autonomia e discrezionalità, accoglierla o
respingerla. Adriano Sofri non lo fa. È un suo diritto. Ma allora deve
rimanere dov'è.
Il Gazzettino 7/20/2003




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