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    SENATORE di POL
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    Predefinito Per la storia del razzismo italiano e del razzismo fascista in Italia

    Se con le leggi razziali del 1938 (a ancor prima con quelle del 1936, riguardanti le colonie dell'Impero, per pronuovere la lotta razzistica contro il meticciato e simili fenomeni) il Fascismo cercò di attuare un suo razzismo di Stato ( per quanto contraddittorio e con aspetti strumentali alla politica internazionale di Mussolini), non fu certo il Fascismo l'autore del razzismo italiano (ne' di quello generale e generico verso l'insieme della "altre razze", ne' di quello specificatamente antisemita). Non al Fascismo spetta una tale primogenitura.
    Come ricorda il Burgio " Il mito indoeuropeo [ alias ariano n.d.r] circola tra gli orientalisti, glottologi e letterati sin dagli anni Sessanta del secolo scorso [ leggi XIX secolo ndr] in funzione antisemita e antimeridionale (i *sudici* non sono *arii* ma *afri*). La contrapposizione fra *razze storiche* e popoli *senza storia* si diffondono (..) a cavallo fra gli anni settanta e ottanta contro la minaccia di *invasioni mongoliche* - contro gli slavi *barbari*, privi di *ricordi* e *istituzioni* - e contro africani e meridionali (dove il mezzogiorno è senza mezzi termini *Affrica*, anzi i suoi *caffoni* appaiono meno civili dei *beduini*, e l'Africa è a sua volta ridotta a una icona identica al nostro Sud). Le accuse rivolte agli ebrei di non volere *mutare natura*, di perseverare nell'*intolleranza*, di conservare *riti ridicoli* datano sin dagli anni Trenta dell'Ottocento e sottendono la feroce campagna antigiudaica delle gerarchie cattoliche all'indomani della presa di Roma (è una Italia *giudaizzata* e sottomessa alla *Sinagoga di Satana* quella che reca il sommo oltraggio al vicario di Cristo) prima di confluire fra le argomentazioni invocate dal fascismo a sostegno delle leggi antiebraiche. L'arsenale di teorie *scientifiche* (biologiche, mediche, psicologiche, antropologiche, criminologiche, sociali) che col primo Novecento assumono la configurazione di un corpus organico motivato salla preoccupazione di diferndere la razza e la nazione dai pericoli delle degenerazione fisica e morale ....). ".
    Il Marselli, sul finire dell'Ottocendo, classificò gli italiani come un ramo " entro la varietà latina della razza ariana, partizione della grande razza mediterranea ". Per non dire di talune considerazioni "scientifiche" del Lombroso, tra antropologia e antropologia criminale.
    Un meridionale come Aldo Niceforo individuò nei caratteri razziali dei meridionali italiani le ragioni ultime dell'arretratezza del nostro mezzogiorno: " L'antropologia ci ha rivelato in questi ultimi tempi che la composizione etnica della popolazione italiana è formata di due grandi elementi: arii al nord, mediterranei al sud; elementi che variano grandemente tra loro tanto per opposti e vermante antitetici caratteri fisi quanto per dissimili caratteri psicologici " - tanto che solo i settentrionali, in quanto ariani, sarebbero stati adatti, per il Nicerforo, alla competizione economico-sociale fra le nazioni europee.
    Anche teorici del socialismo si sbilanceranno, in quanto positivisti, in teorizzazioni francamente razziste. Fra questi anche il Leonida Bissolati che scriverà nel 1879: " I Semiti occupano un posto di mezzo, nella scala dei tipi umani tra il tipo giallo e l'ariano ".
    L'Accademico d'Italia Carlo Formichi scriverà nel 1921 : " Nel nostro pensiero deve maturarsi una grande rivoluzione, un ritorno al genio della nobile razza ariana, che è poi la nostra, me che è stata sopraffatta dalla civiltà e della mentalità semitica , " ....con evidenti....implicazioni anticristiane oltre che antiebraiche, in tal genere di affermazioni.
    L'ala da sempre antisemita e razzista del Fascismo, che pur non cessò mai di operare (seppur da posizioni minoritarie e, per lunghi tratti, emarginate), neppure negli anni in cui Mussolini derideva "il razzismo" alla tedesca, fu costituita per lo più da epigoni di questo primo razzismo moderno "colto" ( tra il tradizionalismo religioso e il positivismo scientista, anche riguardo la questione ebraica) del secolo e dei decenni precedenti.
    Giovanni Preziosi, lo spretato collaboratore intellettuale di Farinacci, nonchè amico di Evola, fu tra i più fanatici ideologhi e propagandisti dell'antisemitismo fascista, e il promotore della diffusione nel nostro Paese delle bufale antisemite internazionali sul complotto ebraico, come i famosi "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", verso i quali Preziosi con altri razzisti fascisti nutriva una Fede irrazionale quanto incrollabile.
    I presupposti dell'antisemitismo di Preziosi si incontrarono con gli scopi di Mussolini nel periodo in cui questo ultimo si trovò necessitato a virare, in politica internazionale, verso la razzista Germania hitleriana, ed a scatenare quindi la cosiddetta "seconda ondata" rivoluzioanria contro "lo spirito borghese", al fine di forgiare finalmente "l'italiano nuovo", degno del nuovo ruolo imperiale conquistato dall'Italia Fascista con l'impresa di Abissinia.
    In un articolo de "La vita italiana" dell'agosto 1937 il Preziosi aveva a suo modo confermato, con minuziosa precisione, al suo Duce gli argomenti "ideologici" e "politici" su cui edificare la politica antisemita del Regime:
    - l'ebreo resta ebreo qualunque sia la nazionalità con la quale si riveste;
    - la razza è per l'ebreo un qualche cosa che va oltre il puro dato biologico e antropologico. La razza è la Legge (Torah, Mishna, Talmud) " - "Questa è intesa come una forza formatirce dall'interno e in certo senso perfino dall'alto, nell'ebreo fa tutt'uno con quella [ la razza biologica ndr] ";
    - esiste ed opera una Internazionale Ebraica;
    - i fini dell'Internazione Ebraica confliggono con quelli di ogni nazione proletaria europea e in primo luogo con quelli dell'Italia Fascista.
    Come spiegherà il teorico della "razza dello spirito", il filosofo tradizionalista Julius Evola: " E' stato giustamente detto che come Adamo è stato plasmato da Jheova, così l'Ebreo è stato plasmato dalla Legge, e la Legge, nella sua influenza millenaria attraverso le generazioni, ha destato speciali istinti, un particolare modo di sentire, di reagire, di comportarsi, è passata nel sangue, tanto da continuare ad agire anche prescindendo dalla coscienza diretta e dall'intenzione del singolo . E' così che l'unità di Israele permane attraverso la dispersione: in funzione di un'essenza, di un incoercibile modo d'essere. E insieme a tale unità sussiste e agisce sempre, fatalmente, o in modo atavico e inconscio, o in modo oculato e serpentino, il suo principio, la Legge ebraica, lo spirito talmudico ".
    Ecco dunque che l'ebreo appartiene all'Internazionale Ebraica, che esiste persino indipendentemente dalla sua formalizzazione organizzativa, sussistendo anche in modo "inconscio" e "atavico". Ecco che questa identità ebraica rende l'ebreo diverso dall'italiano di razza ariana, in quanto altri sono i suoi "istinti" e i suoi "incoercibili " modi d'essere, pur nell'apparenza della comune nazionalità giuridica e quindi solo formale. Ecco allora come, secondo quanto sancito anche da la DICHIARAZIONE DELLA RAZZA del Gran Consiglio del Fascismo, che l'adesione e la fedeltà degli ebrei italiani al Regime Fascista, non possano essere considerati sinceri. Ecco che l'equazione ebraismo=antifascismo appartiene, in buona sostanza, nella visione ideologica e mistificante del tardo-fascismo, non solo al dato storico-politico, ma anche a quello....... matafisico o "spirituale". In fondo l'ebreo è antifascista persino quando non sa di esserlo (inconscio), e in qualsiasi momento il suo "atavico" e "istintuale" appartenere ad "Israele" può tornare a galla e imporsi. Degli ebrei, in ultima analisi, non ci si può mai davvero fidare. Tanto più che l'Internazionale Ebraica, quella concreta, esprime ormai un'aperta linea antifascista.
    Ma tutto questo, spiritualizzato o meno, politicamente strumentale o creduto irrazionalmente da intellettuali fanatici, non è che puro e volgare RAZZISMO. Un razzismo che si pone in continuità con una storia ideologica lunga, che precede il fascismo, e che si estende ben al di là delle frontiere d'Italia e d'Europa. Un razzismo che si tenterà infine di fare più italiano, appunto "più spirituale" per renderlo maggiormante autonomo ( o addirittura concorrente ) da quello, avvertito come troppo rozzo e brutale, del NazionalSocialismo germanico,



    soprattutto nelle manifestazioni di un Alfred Rosenberg o di un Julius Streicher. Ma in nessun modo il "razzismo spirituale", ad esempio nelle formulazioni di un Evola, prescinderà mai del tutto dal razzismo biologico. Semplicemente lo dara' come presupposto e scontato (considerato però insufficiente e in sè volgare) da superare in una visione "più alta", più completa e complessa.
    L'identità ebraica e quella italiana furono dunque viste come separate e sempre più antitetiche, e questa antitesi concreta fu rappresentata nel conflitto "spirituale" e astratto fra il supposto "cosmopolitismo giudaico" e il nazionalismo italiano fascista. L'ebraismo fu in tal senso, senz'altro razzistico, avvertito e indicato propagandisticamente come la quint'essenza dell'antifascismo, il suo massimo ispiratore.
    Questa diagnosi sulla natura intrinsecamente antifascista dell'ebraicità è, infatti, a propria volta, profondamente ed essenzialmente razzista e antisemita , indipendentemente dall'anedottica portata a supporto dalla propaganda, sulle schiere di ebrei antifascisti reali (spesso solo ebrei di nome) o immaginari. Sul piano politico, questa formazione ideologica presente e crescente nel Fascismo-Movimento sarà funzionale al Fascismo- Regime soprattutto nel momento del suo avvicinamento strategico alla Germania hitleriana. Avvicinamento progressivo che, come ovvio, trovava un ampio disappunto in ampi strati della popolazione italiana in generale e soprattutto fra gli ebrei, anche fra gli ebrei più integralmente e fanaticamente fascisti. E non è proprio il caso che se ne spieghino le ragioni.....
    L'infame persecuzione fascista dei diritti e nei diritti degli "ebrei" italiani (e stranieri accolti in Italia) merita però di essere ancora considerata, sotto altri aspetti ancora. Va accolto innanzi tutto il giudizio di un Schieder che distingue fra il razzismo fascista inteso come razzismo di appartheid, da quello nazista, fin dal principio, almeno tendenzialmente, razzismo d'annientamento. Ma non è certo tutto. Ad esempio gli storici e gli storici dell'ideologia in primis, hanno cercato di indagare, con risultati più che apprezzabili, le relazioni intercorrenti fra l'evoluzione della formazione ideologica ed ideale del Fascismo italiano e il razzismo, nel suo mutare di ruolo e significato, dalla generica difesa della "salute della stirpe", alla "svolta" dell'ultimo tratto degli anni trenta. Tanto il De Felice che Emilio Gentile, ad esempio, hanno dimostrato la relazione innegabile fra l'avvio della politica razzista e la "seconda ondata" rivoluzionaria, legata al mito dell'italiano nuovo, tornato all'ordine del giorno dopo la "fondazione dell'Impero" e la coeva "campagna anti-borghese" voluta dal Mussolini. E' significativo che tranne che nel Cianetti (e nella sua corrente "di sinistra" di alto dirigente sindacale e delle Corporazioni, assai vicino al Farinacci), e nel Fontanelli (tuttavia contrario ad ogni razzismo biologico e propenso a ritenere la lotta allo spirito ebraico come parte qualificante della lotta al più generale spirito borghese) in un'altra parte consistente del sindacalismo fascista e del "fascismo di sinistra" , che concepiva la battaglia antiborghese in senso più sociale e "classista", rispetto ai desiderata del Regime, la svolta razzista fosse accolta, almeno dapprincipio, con una certa freddezza se con un certo malcelato imbarazzo (determinato anche se non soprattutto dall'avversione del mondo del sindacalismo fascista per il NazionalSocialismo e la sua concezione del corporativismo, ritenuta inaccettabile e pericolosa per la rivoluzione italiana).
    Ciò nonostante la storia del razzismo fascista rischia di rimanere non del tutto comprensibile se si fa astrazione dal contesto, non solo politico internazionale, ma anche politico interno e soprattutto ideologico, nel quale si sviluppò e giunse a generare gli obbrobri giuridici che conosciamo.
    Come nota Emilio Gentile, una differenza sostanziale fra il Fascismo italiano e Il NazionalSocialismo, che spiega in parte anche le differenze dei relativi razzismi, e che in parte trae origini da questa stessa differenza, consiste nel fatto che : " Nel Fascismo non ci fu un modello unico e definitivo, quale poteva essere per esempio, *l'uomo nuovo* del nazionalsocialismo, definito una volta per tutte secondo il modello eterno dell'ariano germanico, che doveva essere preservato nella sua integrità di sangue, dal pericolo della contaminazione e delle degenerazione. Nel fascismo invece, abbiamo visto, il mito dell'uomo nuovo ebbe una evoluzione e varie rappresentazioni, corrispondenti a modi diversi di concepire sia il mito che i metodi e i tempi per attuare la rivoluzione antropologica ".
    E in questa processo evolutivo della formazione ideologica del Fascismo italiano l'approdo all'esplicitazione di una propria dottrina della razza ( da IL MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI RAZZISTI in poi) e di una propria legislazione razzista va indagato anche nel contesto del tentativo di "rivoluzione antropologica" precisato da Emilio Gentile, ma non solo: " Il problema della razza e dell'antisemitismo era considerato parte integrante non solo della rivoluzione antropologica, ma anche della rivoluzione sociale per la realizzazione del corporativismo: chi non era sensibile al problema della razza o mostrava simpatie per gli ebrei, affermava il Fontanelli, apparteneveca a coloro che *non sentono lo spirito collettivo imposto da una superiore civiltà, che non credono nel corporativismo* ."
    Benito Mussolini così aveva definito il borghese: " Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile "e nel 1934 aveva definito il fascista imborghesito " colui che crede che ormai non c'è più nulla da fare " , che tutto è stato conquistato, che sostituisce quindi all'eroismo il proprio gretto egoismo. Ma l'Impero, la grande politica, ossia la politica da grande potenza alla quale l'Italia Fascista anelava, aveva invece bisogno, per il pensiero di Mussolini e dei suoi, di continua tensione, di continuo spirito combattivo, di durezza, di virilità, di arditismo, quindi di una fascistizzazione integrale del popolo italiano.
    Come scrive Giordano Bruno Guerri: " Nel quadro della *fascistizzazione integrale* si inserisce anche la scelta razzista, solo in parte stimolata dall'alleanza con la Germania e del fatto di doversi distinguere, dopo la conquista dell'Etiopia, da una popolazione *inferiore* e dalla pelle scura. [...]Ma nella logica del fascismo, tesa alla formazione dell'italiano nuovo, il razzismo era un passaggio necessario: gli italiani dovevano sentirsi geneticamente superiore agli altri popoli ed eliminare ogni possibile *contaminazione*. Il razzismo insomma coronò la * nuova dottrina come un metodo per formare finalmente i nuovi fascisti * (M.A. Ledeen) . Fu uno dei tanti e certamente non il più importante dei metodi, ma ebbe un discreto successo: i giovani aderirono generalmente all'antisemitismo, anche se la lor fu un'adesione più ideologica che di sostanza (...) Il meccanismo che permise di applicare il razzismo a un popolo tendenzialmente non razzista è evidente in Bottai, che di suo non era razzista ma fece attuare per primo e con rigore le leggi razziali nelle scuole: preso dalla mistica del Regime, ritenne che, *se per fini superiori*, il duce aveva voluto prendere quel provvedimento, bisognava applicarlo. ".
    Dunque ogni resistenza al razzismo, ogni debolezza verso di esso, ogni "sentimentalismo" e "pietismo" verso le sue vittime, furono individuate dall'ideologia fascista come testimonianze di non fascisticità, o addirittura di potenziale se non coclamato antifascismo.
    Contro questa indegna campanga propagandistica alta si levò la voce del Marinetti: " Oggi è la guerra agli ebrei che vi fa gioco, ma fra un ebreo, vecchio combattente, squadrista, legionario fascista, ed un pseduo fascista comunista, arruffa tutto, ruffiano, servitore prezzolato di qualsiasi uomo e di qualsiasi partito, purchè al potere, sono decisamente per il primo [..] E quando si parla di internazionale giudaica antifascista, resto perplesso, mi domando se questa internazionale è formata dai 60.000 ebrei residenti in Italia, che il Duce stesso affermò non costituire e non aver mai costituito un pericolo per noi, o non è piuttosto formata da voi, che servite così indecentemente male il Regime e tutti i suoi uomini migliori ". Non tutti i fascisti furono infami, e infatti furono subito battezzati dai vari Interlandi, Preziosi e simili come: "cuori teneri", "giudei onorari", "animule tenerelle". La rivoluzione antropologica voluta da Mussolini per forgiare finalmente "l'Italiano nuovo", degno erede della Roma dei Cesari, non permetteva esitazioni di questo genere. Occorreva obbedire, credere e combattere e per il resto.... si doveva tacere se non si era del tutto d'accordo.
    In questo senso, come ha scritto il De Felice, le leggi razziali furono emanate, paradossalmente, più contro gli "italiani imbelli", pervasi, al di là della condizione sociale, da spirito *borghese* e pertanto inguaribilmente amanti della pace e della concordia, oltre che della vita comoda, che contro gli stessi ebrei, in qualche modo diventati loro malgrado capri espiatori anche questa volta, come tante altre nella loro lunghissima storia.
    Come scrisse il Bottai il nuovo razzismo italiano doveva forgiare un popolo unito, cementato da oltre 20 secoli di storia, di comune lingua, cultura e religione . Di questo popolo non potevano più far parte gli ebrei. Un'Italia alleata strategica della Germania NazionalSocialista, comunque, non avrebbe potuto ancora permetterselo.
    " Razzismo, imperialismo e antiborghesismo (..) -scrive il Campi - furono dunque gli strumenti attraverso i quali Mussolini tentò di imprimere nuovo slancio all'educazione totalitaria degli italiani ", conducendoli, aggiungiamo noi, verso un'alleanza politica e militare infausta, una guerra folle e disperata dall'esito disastroso per l'Italia intera oltre che per il fascismo stesso, con la tragedia di milioni e milioni di morti di tutti i popoli e di ogni "razza", a cui si aggiunse quella particolarmente raccappricciante e mostruosa della Shoà.

    Shalom!!!

    Bibliografia essenziale:
    - Alberto Burgio (a cura di) : "Nel nome della Razza - il razzismo nella storia d'Italia 1870-1945"
    - Alexander J. De Grand : "L'Italia fascista e la Germania Nazista"
    - Emilio Gentile : "Le origini dell'ideologia Fascista";
    - Emilio Gentile: "Storia e Interpretazione del Fascismo"
    - Renzo De Felice: "Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo"
    - Renzo De Felice: "Le interpretazioni del Fascismo"
    - Renzo De Felice: "Mussolini il fascista"
    - E. Nolte: "I tre volti del fascismo"
    - Ernst Nolte: "Controversie - Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento"
    - Giordano Bruno Guerri: " Fascisti - gli italiani di Mussolini - il Regime degli italiani"
    - Alessandro Campi: "Mussolini"
    - Michele Sarfatti: "Gli ebrei nell'Italia Fascista"
    - Attilio Milano: "Storia degli ebrei in Italia"
    - Sergio Romano : "I falsi Protocolli - il *complotto ebraico* dalla Russia di Nicola II a oggi"
    - Antonio Spinosa: "Mussolini razzista riluttante"
    - Giuseppe Parlato : "La Sinistra Fascista - storia di un progetto mancato"
    - Mosse: "Intervista sul Nazismo"
    - Leon Poliakov: "Il mito ariano - le radici del razzismo e dei nazionalismi"
    - Leon Poliakov: "Storia dell'Antisemitismo"
    -Gerald Messadiè: "Storia dell'Antisemitismo"
    - Bernard Lewis: "Semiti e Antisemiti - indagine su un conflitto e un pregiudizio"
    - Vincezo Pappalaterra: "Nazismo e Olocausto"
    - Maurizio Ghiretti: "Storia dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo"
    - Wolfgang Shiederf: "Fascismo e Nazionalsocialismo nei primi anni trenta" in "Il Regime Fascista" di AA.VV.
    - Angelo Del Boca "Le leggi razziali nell'Impero di Mussolini"- ibidem
    - Guglielmo Salotti: "Breve storia del Fascismo"
    - Aurelio Lepre: "Mussolini"
    - Julius Evola: "Osservazioni critiche sul *Razzismo* NazionalSocialista
    - Julius Evola: "Mito e realtà della lotta antiborghese"
    - Julius Evola: "Per un allineamento politico-culturale dell'Italia e della Germania"
    - Giorgio Galli: "Il Fascismo - dallo squadrismo a Dongo"
    - Alberto Aquarone : "L'organizzazione dello Stato Totalitario"




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    Il razzismo fascista italiano, prima ancora che rivolgersi alla questione metropolitana dei "semiti" che abitavano la Penisola, ossia gli ebrei, subì la sua prima impennata in relazione alla "conquista dell'Impero", quando nuove terre popolate da milioni di uomini e donne di colore diventarono "italiane".
    Anche in questo caso, però, il razzismo italiano non fu inventato dal Fascismo, anche perchè terre africane erano già da tempo colonie del Regno, compresa la nera Eritrea.
    E' tuttavia dopo la bruciante sconfitta di Adua (1896) che nell'Italia umbertina avviene la prima vera trasformazione antropologica dell'africano da "fedele suddito", da compatire, civilizzare guidare, a "barbaro feroce" e infido, "il vile abissino che attacca a tradimento".
    Malgrado questo, il fatto che gli Etiopi fossero un popolo a maggioranza cristiana da tempo immemorabile, seppur di un ceppo eterodosso e "monofisista" (quindi da redimere e ricondurre alla Santa Chiesa),aveva prodotto anche un pregiudizio positivo, nella considerazione razziale, religiosa e culturale di quel popolo. La spiegazione "razziale" che si tentò di dare del fenomeno, riguardava il fatto che gli Etiopi, ancorchè neri, non appartenessero come gli altri negri alla razza camita, decisamente inferiore, bensì, come testimoniava anche la loro lingua e l'esistenza di ebrei autoctoni presso di loro, a quella semita, alla camita ritenuta senz'altro superiore.
    Come scrive Chelati Dirar : " L'immagine mitica dell'Abissinia come isola cristiana in un mare di barbari enon era infatti solo una creazione del sogno espansionista missionario ma anche il risultato di un attivo intervento descrittivo dei numerosi monaci e viaggiatori che, partendo dagli altipiani abissini, avevano visitato in pellegrinaggio Gerusalemme, Cipro e Roma ".
    Ma questa nazione era altresì " caduta nell'eresia" ed era restia alla correzione, era più che una nazione meridionale e africana, nella visione dei missionari cattolici, un'isola dell'oriente trapiantata a Sud dell'Egitto. E come scriveva il Massaia, in tal senso : " Gli orientali, un po' per natura, un po' per educazione, sono di indole farisaica, ed amanti della giustizia esteriore dell'Antico Testamento ".

    Senza voler insistere sui crimini del colonialismo italiano, pre-fascista e soprattutto fascista, in Africa, che smentiscono, come ha giustamente sottolineato il Del Boca ogni mito de "l'italiano bono", non sarà inutile ricordare alcune cose.
    L'Italia imperialista del periodo liberale post-unitario, in Africa, nonostante la sua politica di rapina colonialistica nei confronti degli indigeni (per altro comune alle altre potenze europee che la esercitarono su scala........enormemente maggiore, vista la consistenza di imperi coloniali come quelli inglese, francese e, fino alla prima guerra mondiale, tedesco....) fu ampiamente tollerante verso fenomeni com il "madamismo" e il meticciato, seppure le unioni miste legali non fossero molto numerose e abbisognassero dell'autorizzazione del governatore. Il Fascismo si pose, per la verità non subito (solo dopo la cosiddetta conquista "dell'Impero"), il problema , di ostacolare invece questo "scandalo", che aveva consentito anche ad alti funzionari coloniali italini, come Alberto Pollera, di figliare numerosi meticci, tutti poi approdati a gradi dell'esercito italiano vietati agli indigeni.
    Ricorda però Gianluca Gabrielli che il ministro delle Colonie Ferderzoni già nel 1928 scrisse allarmato al Duce che in seguito al rimpatrio di due sudditi eritrei, uno era risultato iscritto negli avanguardisti della città di Biella. Secondo il ministro nazionalfascista l'ammissione di sudditi delle colonie nelle organizzazioni fasciste del Regno rappresentava " una menomazione della dignità e del decoro del nostro prestigio di nazione dominatrice "
    Nel febbraio 1930 toccò al quadrunviro De Bono, sempre secondo il resoconto del Gabrielli, disporre di " vietare [..] in via di massima ai metropolitani che rientrano in Italia di condurre seco indigeni delle colonie, tranne per giustificati motivi da eseminarsi volta per volta dalle autorità coloniali invitando i governatori di Eritrea e Somalia a provvedere affinchè detta disposizione fosse osservata.
    Una blanda regolamentazione del problema dei meticci venne finalmente da parte del Regime fascista con la legge 6 luglio 1933, n° 999, che disponeva però la concessione della cittadinanza italiana ai meticci, anche se nati da genitori ignoti " purchè i loro caratteri somatici ed altri eventuali indizi, siano con fondamento da ritenere nati da un genitore di razza bianca ".
    Grazie a tale noramtiva acquisirono lo status di cittadini del Regno d'Italia non meno di 800 mulatti nati in Eritrea o in Somalia.
    La concezione imperialista di Mussolini, che è alla base della sua strategia, iniziata fin dal 1925, rafforzata nel 1932, e attuata nel 1936, per "vendicare Adua" e fare dell'Etiopia terra italiana, è sintetizzabile in due frasi pronunciate dal Duce nella seconda metà degli anni venti, relative alla politica coloniale e "africana" del Fascismo: " Noi abbiamo fame di terre perchè siamo prolifici e intendiamo restare prolifici " e " è il destino che ci spinge verso questa terra ".
    In un articolo firmato su Il Popolo d'Italia del 25 settembre 1925, Benito Mussolini aveva inoltre scritto : " I popoli dalle culle vuote non possono conquistare un Impero e, se lo hanno, verrà il tempo in cui sarà estremamente difficile, forse, conservarlo o difenderlo. Hanno diritto all'Impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglioe la volontà di propgara la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più strettamente letterale della parola ".
    Dal canto suo Lidio Cipriani aggiungeva : " L'Africa, non dimentichiamolo, non potrà mai esssere degli africani e fra tutti i popoli del mondo l'Italiano, per ragioni etniche, per doti innate e per sua asattabilità ai climi tropicali dimostrata in ogni paese, è il predestinato a trionfarvi ".
    Secondo gli intellettuali fascisti teorici dell'Impero, e secondo lo stesso Mussolini che operava per conquistarlo: " gli africani sono dei pupilli che non raggiungeranno mai la maggiore età, ed anche se la raggiungessero e fossero per un momento emencipati dovrebbero subito dopo essere interdetti ".
    Come ricorda Angelo Del Boca la famosa guerra dei sette mesi di conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia Fascista " più che una guerra di conquista, fu una guerra di sterminio, con l'impiego di uomini e mezzi in eccedenza e con il ricorso alle armi chimiche, non soltanto proibite, ma anche del tutto superflue ".
    Stendiamo un pietoso velo sui telegrammi di Mussolini agli alti comandi.....conquistatori, in cui si richiedevano fucilazioni sommarie e altre misure draconiane contro gli indigeni....che resistevano.
    Passiamo invece alla filosofia dell'Impero che ad un certo punto Mussolini promosse come dottrina e prassi.
    Scrive il Del Boca che Mussolini " rifiutava tanto il sistema dell'assimilation, praticato in colonia dai francesi, che qeullo dell'indirect rule, applicato agli inglesi e suggerito da Badoglio. In sostanza Mussolini voleva costruire la nuova Etiopia senza etiopici, instaurando un'amministrazione diretta, rigida, con chiere connotazioni razziste e segregazioniste. Più tardi, per motivi propagandistici, si sarebbe parlato di una *terza via fascista*, quella della *collaborazione senza promiscuità*, ma al di là dello slogan ad effetto, la realtà visibile era quella spietata dell'apartheid ".
    Fu ancora Lidio Cipriani , il teorico migliore del Duce riguardo alle questioni razziali in colonia nell'articolo "Su alcuni criteri antropologici per la colonizzazione in Africa" pubblicato sulla rivista mussoliniana GERARCHIA del dicembre 1936 e in altri scritti successivi, che pose le basi teoriche del segregazionismo razziale in Africa e passò a criticare con veemenza il comportamento assimilazionista dei francesi, asserendo che avrebbe comportato " conseguenze demografiche catastrofiche per la conservazione e l'ascesa della nostra civiltà . Scimmiottando la retorica mussolinina il Cipriani soggiungeva che " La Francia sperava di riparare così all'inconveniente, sempre più grave, delle sue culle deserte " non accorgendosi i transalpini di scivolare così, sul piano morale e materiale, verso il basso, estendendo i nuclei della *infezione*, come già era accaduto al Portogallo, nazione a suo avviso già *negrotizzata*.
    Questa ossessione razzista fece sì che nel 1938 fosse promosso un censimento dei sudditi di colore presenti nel territorio metropolitano del Regno d'Italia (poche diecine in tutto), in quanto, come commenta il Gabrielli : " Nel momento in cui la gestione pubblica del razzismo, fino a quel momento finalizzata principalmente in funzione antiafricana, divenne arma politica e propagandistica fondamenta anche sulla penisola, la presenza di persone di colore integrate o in via di integrazione nella società italiana avrebbe rappresentato un evidente, sfacciato segnale dell'incapacità del regime di applicare i principi razzisti tanto ostentati ".
    Con le istuzioni del 5 agosto 1936, impartite da Alessandro Lessona al Vicerè d'Etiopia, Rodolfo Graziani, ha ufficialmente inizio l'apartheid all'Italiana nell'Africa Orientale Italiana.
    Il documento prevede tra l'altro quanto segue:
    " Il governo generale dell'Aoi dovra' diporre:
    a) che si arrivi gradualmente a tenere separate le abitazioni nazionali da quelle degli indigeni;
    b) che si eviti ogni famigliarità fra le due razze;
    c) che i pubblici ritrovi frequentati dai bianchi non siano frequentati dagli indigeni;
    d) che sia affrontato con estremo rigore - secondo gli ordini del Duce - la questione del *madamismo* e dello *sciarmuttismo* e a tal fine:
    1) [si deve] obbligare tutti gli ammogliati a portare la famiglia in colonia;
    2) limitare al massimo, con provvedimenti di polizia, i contatti fra nazionali e le indigene;
    3) organizzare case di tolleranza, anche ambulanti, con donne di razza bianca
    ".
    Il Lessona si fece dunque promotore di un decreto legge dal titolo Sanzioni per i rapporti d'indole coniugale tra cittadini e sudditi " approvato e pubblicato il 19 aprile 1937, con il numero 880.
    Il Regio Decreto Legge sanzionava con la reclusione fino a cinque anni il cittadino italiano che viveva *coniugalmente* con un suddito dell'Aoi. Non erano previste misure nei confronti della convivente di colore, giacchè soltanto il bianco aveva il dovere di non gettare discredito sulla razza italiana.
    Con decreto 620208 del 12 giugno 1937, il governatore dell'Eritrea vietava agli italiani e ai bianchi europei in genere di abitare nei quartieri degli indigeni delle città e nei villaggi indigeni di periferia.
    Il primo luglio 1937 il governatore della Somalia italiana, proibiva agli italiani di frequentare esercizi pubblici gestiti da indigeni.
    Il 19 luglio 1937 il governatore dell'Eritrea vietava di trasportare su autocarri i nazionali in promiscuità con i sudditi; di trasportare sudditi su autovetture in servizio pubblico da rimessa o da piazza guidate da autisti nazionali [...] [vietava] agli autisti di mettersi al servizio dei sudditi per la guida di automezzi di proprietà di costoro, comminendo pene severe ai contravventori. .
    La Dichiarazione della Razza del 6 ottobre 1938, che dava l'avvio alle leggi razziali, subito dopo il Manifesto degli Scienziati Razzisti, e le disposizioni di Bottai "sulla scuola fascista", iniziava con le celebri parole: " Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero , dichiara l'attualità e l'urgenza dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale , paragonando infine la questione ebraica nella Metropoli Imperiale, a quelle del meticciato con gli indigeni nelle Colonie.
    Qualche giorno prima Mussolini aveva dichiarato già innanzi a 200.000 triestini:
    " Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappaimo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all'improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi riscegli, perchè sono abiutuati ai lunghi sonni poltroni. E' in relazione con la conquista dell'Impero; poichè la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono con il prestigio. E per il prestigio occorre una chiara e severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime ".
    Dopo le leggi antiebraiche e razziste del 1938, il decreto legge 1004 del 29 giugno 1939, introduceva il nuovo reato di " lesione al prestigio della razza ", che puniva per la prima volta non solo l'italiano reo di rapporti promiscui con gli indigeni, ma anche il suddito di colore autore di comportamenti volti a *sminuire la figura morale dell'italiano*. Tra i comportamenti maggiormente puniti dal decreto vi era, per gli italiani bianchi, la "manifesta ubriachezza", la prestazione di lavoro manuale a favore di persone di colore, la frequentazione abituale di luoghi riservati ai nativi.
    Se la legge del 1933 aveva dato la cittadinanza italiana centinaia di meticci, la legge n. 822 del 13 maggio 1940 li ricacciava brutalmente fra gli indigeni di colore, degradandoli a sudditi.
    Scrive Angelo Del Boca : " Dinanzi al nuovo italiano di razza ariana, esaltato e protetto da una legislazione che ne faceva un superuomo invidiabile, tutti gli abitanti dell'Impero, libici, eritrei, somali, etiopici, erano soltanto dei *nativi*, destinati a costiuire quell'esercito nero di un milione di ascari che Mussolini ipotizzava per assoggettare buona parte dell'Africa, o quell'altro più grande esercito di servi, di manovali, di piccoli impiegati, di prostitute a completa disposizione dei dominatori ".
    Sta di fatto che gli italiani delle colonie furono assai refrattari alle leggi razziste imposte dal Regime, furono indisciplinati al limite dello scandalo, anche se non mancarono i soliti zelanti credenti del Fascismo. Come ha scritto Irma Taddia : " i coloni non prestavano fede alle ideologie della madrepatria, arrivavano nell'Impero con uno scopo preciso, quello del guadagno facile e immediato".
    Soprattutto seguitarono i rapporti sessuali fra italiani e indigeni, e continuarono a nascere mulatti, tanto che a sentire Ciano il Duce fu reso furioso dalle notizie che in tal senso gli proveniveno dalle Colonie dell'Impero tanto che, secondo il diario del delfino del Duce, " era fermamente deciso a risolvere il problema, avesse anche dovuto ricorrere allo sterminio dei mulatti ".
    Come già ricordato la legge 822/1940 statuiva che i meticci dovessero essere tutti considerati, con poche deroghe, sudditi indigeni. Nonostante tutto ciò, ci riferisce il Del Boca, solo nella zona di Asmara nascevano da 60 a 80 meticci al mese, e la popolazione mulatta era stimata tra le 10.000 e le 35.000 unità. " Queste cifre, se da un lato documentano il completo fallimento della politica segregazionista fascista, dall'altro non assolvevano pero quel gruppo di gerarchi, di funzionari coloniali, di giuristi, di pseudo scienziati che avevano, con tanta freddezza e determinanzione ed insania, elaborato una dottrina che avrebbe, se integralmente applicata e rispettata, trasformato l'impero coloniale italiano in un universo concentrazionario, non dissimile da quello che, dieci anno dopo, sarebbe stato costruito in Africa del Sud, aperta sfida al resto dell'umanità ".
    Il razzismo fascista dunque non fu solo e principalmente antisemita, anzi nemmeno inizialmente antisemita, e andò al di là, almeno nelle sue teorizzazioni e intenzioni, dalle coeve politiche di sfruttamento coloniale di altre potenze imperiali europee. Ovviamente la relazione fra conquista dell'Impero e messa all'ordine del giorno della questione razziale, va intesa anche in relazione alla politica complessiva del Fascismo, sia internazionale che interna, e dell'evoluzione continua della sua complessa e contraddittoria formazione ideologica. E' a seguito della "conquista dell'Impero" che si accentua l'isolamento internazionale dell'Italia assediata dalle "55 nazioni societarie", e Mussolini trova nell'avvicinamento alla Germania hitleriana la sua nuova strada.
    Il legame fra imperialismo fascista e concezione della razza e della stirpe è comunque essenziale.
    Scrive Emilio Gentile: " Il Fascismo aveva professato, fin dalle sue origini, una vocazione imperialista, anche se vagamente intesa, all'inizio, come espansionismo economico e spirituale, unito al mito populistico della "grande proletaria". Questa vocazione imperiale si orientò, dalla fine degli anni Venti in poi, verso l'espansionismo politico ed economico nei Balcani e verso le conquiste coloniali in Africa, con l'ambizione massima di affermare l'egemonia italiana nel mediterraneo (Mare Nostrum) per aprirsi la strada agli oceani. Ai progetti di espansione imperialista si affiancò anche il mito, propriamente fascista della *nuova civiltà*, immaginata come l'espansione del modello totalitario fascista attraverso la riorganizzazione dell'Europa e dei domini coloniali in un *nuovo ordine* di COMUNITA' IMPERIALI, basate sul predominio dei *popoli giovani*, come l'Italia e la Germania. La *comunità imperiale* vagheggiata dal Fascismo sarebbe stata costituita dai possedimenti coloniali e da un aggregato di nazioni europee considerate inferiori, che avrebbero conservato le loro entità statali ma sarebbero state gerarchicamente subordinate alla nazione italiana, come parte integrante del suo spazio vitale ".
    In questa concezione fortemente gerarchica dei popoli, delle nazioni, degli Stati, l'ideologia del razzismo imperialista fascista si dimostra infatti non un razzismo genericamente differenzialista, ma come sottolinea anche il Sarfatti, appunto, un razzismo gerarchico . La strumentalità dell'ideologia razzista alla tensione imperialista e alle ambizioni dell'Italia nel contesto del "nuovo ordine mondiale", immaginato ormai ogni giorno di più, nonostante i tentennamenti di Mussolini, costruito in salda alleanza con la Germania NazionalSocialista, è un altro aspetto del razzismo fascista italiano, che esploso alla periferia dell'Impero si impone anche nella Metropoli Imperiale, saldandosi con l'insieme delle misure rivoluzionarie della "seconda ondata" promosse da Mussolini, in vista della trasformazione antropologica del popolo italiano in popolo guerriero, virile, duro, dominatore, degno di quell'Impero che il Fascismo gli aveva donato, a prezzo del sangue di tanti giovani, e della vita, stroncata brutalmente, di tanti 'indigeni infidi e barbari'.

    Bibliografia essenziale:
    Angelo Del Boca : "L'Africa nella coscienza degli italiani - miti, memorie, errori, sconfitte";
    Angelo Del Boca: "Le leggi razziali nell'Impero di Mussolini";
    Nicola Labanca : "L'Amministrazione coloniale fascista - Stato, politica e società"
    Nicola Lablanca: "Il razzismo coloniale italiano"
    Uoldelul Chelati Dirar : " Fra Cam e Sem. L'Immagina dell'*Africa Italiana* nella letteratura missionaria (1857-1895);
    Gialuca Gabrielli: "Africani in Italia negli anni del Razzismo di Stato"
    Gianluco Gabrielli: "Un aspetto della politica razzista nell'impero. il *problema dei meticci*.
    Leon Poliakov: "Il Mito Ariano"
    Renzo De Felice: "Mussolini il Duce"
    Renzo De Felice: "Storia degli Ebrei Italiani sotto il Fascismo"
    Emilio Gentile: "Fascismo - storia e interpretazione"
    Alessandro Triulzi: "La costruzione dell'immagine dell'Africa e degli Africani nell'Italia coloniale"

  3. #3
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    Manca nel Fascismo italiano, salvo che in alcune sue frange prontamente allineatesi ai principi NazionalSocialisti, la consequenzialità brutale del razzismo hitleriano. Questa differenza non è propriamente di poco conto e non è certamente solo di grado. A Mussolini, nonostante tutto, e nonostante avesse formulato proposizioni, citate nei precedenti post, oggi considerabili senz'altro rivoltanti, non è mai passato per l'anticamera del cervello di esprimersi con il brutale fanatismo razziale del suo allievo tedesco, come questo ultimo fece, ad esempio, colla frase che segue: " Senza la possibilità di servirsi di essere umani inferiori, l'ariano non avrebbe potuto compiere i primi passi verso la sua cultura successiva [..] Per la formazione delle culture superiori la disponibilità di esseri umani inferiori costituisce una delle precondizioni essenziali, dato che permette di far fronte alla mancanza di strumenti tecnici, in assenza dei quali ogni ulteriore sviluppo è impensabile [Adolf Hitler: "Mein Kampf"]. Eppure quando Mussolini parlava della necessità di una gerarchia fra i popoli e alludeva al prestigio del popolo dominatore che deve curare la propria purezza razziale per mantenere l'Impero, mendiante la conservazione innanzi tutto del rispetto dovuto dei popoli conquistati.....non diceva, sostanzialmente, cose così profondamente diverse. Ma sarebbe non corretto ridurre la differenza fra Hitler e Mussolini a mere questioni gergali, linguistiche o di veemenza oratoria.
    Sul piano del razzismo e dell'antisemitismo, del loro ruolo ideologico e politico, la differenza fra NazionalSocialismo e il Fascismo dei primi 16 anni, e per morti versi, anche con quello successivo (persino con quello repubblichino) , resta tutto sommato molto grande.
    In Italia non è mai venuto SERIAMENTE in mente a nessuno, fra i massimi dirigenti del Regime, e forse neppure fra i filo-nazisti più fanatici, di avviare progetti come quello "eutanasia" contro i minorati fisici e psichici, che han trovato semmai in paesi democratici qualche inquietante precedente, almeno nelle finalità. Certo le storia d'Italia e di Germania sono diverse, e diverso è stato il ruolo in questa storia, ad esempio, della Chiesa Cattolica.
    La cura fascista per la salute della stirpe non ha mai raggiunto nel Fascismo la folle visione ( a metà strada fra l'allucinazione mistica e, quella che Nietzsche avrebbe chiamato... la psicologia materialistica dell'allevatore di bestiame) di taluni "esperimenti" delle SS himmleriane per creare una generazione puramente ariana. E il disagio verso talune aberrazioni del razzismo nazista sarà presente persino in razzisti colti e raffinati, ma fanatici, come Julius Evola, che proprio non potrà evitare di considerare rozze talune formulazioni teoriche degli amici tedeschi, e non solo quelle di Alfred Rosenberg.
    Il razzismo strumentale e segregazionista italiano si distingue pertanto in numerosi punti fondamentali dal razzismo d'annientamento (e fanaticamente centrale nella formazione ideologica nazista) dei tedeschi.
    Quando anche il fascismo italiano, durante la guerra, costruì i suoi campi di concentramento (ad esempio quelo di Ferramonti e poi quello tristemente noto di Fossoli di Carpi ), nessuno di questi, che non era però di certo un luogo di villeggiatura, raggiunse, finchè fu in mani italiane, il livello di disumanità presente non solo nei mostruosi campi di sterminio , ma neppure in quelli "di lavoro" nazisti. Eppure il concentramento di molti ebrei in questi campi renderà la vita facile proprio ai tedeschi per deportarne una gran quantità nei propri campi della morte....

    Ricorda Renzo De Felice che " il ministero degli Afferi esteri si oppose sempre, sino al settembre 1942, che i cittadini italiani di *razza ebraica* residenti in Germania e in altri paesi in cui vigevano legilazioni antisemite non fossero considerati *quali connazionali nella piena parità di diritti* ".
    Il Fascismo italiano, nota, se non erro il Sarfatti, vantava un proprio testardo monopolio nel discriminare i propri ebrei.
    Quando nel settembre 1942 il governo nazista informò l'Italia che non poteva permettere il perpetuarsi della situazione *di privilegio* degli ebrei italini residenti nei territori amministrati dalla Germania, il governo italiano, dopo aver vanamente protestato, ne organizzò il rimpatrio.
    E questa opera fu attuata da Palazzo Chigi non solo a vantaggio degli ebrei italiani, visto che, come ricorda sempre il De Felice se: " il ministero dell'interno non impedì mai l'afflusso in Italia degli ebrei stranieri in cerca di salvezza. Il ministero degli Esteri non fu da meno ".
    Il Sarfatti ricorda tuttavia che questo comportamento delle autorità politiche e militari italiane, anche relativamente ai territori occupati, non fu sempre coerente: " La politica dottata nei confronti dei profughi alternò disposizioni di accoglienza e di respingimento; me nelle zone occupate si sviluppò un atteggiamento che può essere sinteticamente definito di *consenso contrastato ma progressivamente operativo* alle richieste tedesche di consentire la deportazione di ebrei di loro *pertinenza*, della Croazia occidentale (agosto 1942), e dalla Francia sudorientale (fine 1942) e di adottare nella Grecia meridionale iniziatrive correlate all'imminente deportazione degli ebrei della Grecia settentrionale (febbraio 1943) ". Tuttavia, come ricorda il De Felice, molto spesso alcuni "formali assensi" furono dati ai tedeschi dagli italiani, e in particolare da Ciano e da Mussolini, con l'intento di temporeggiare, evitando quasi sempre di attuare misure conseguenti con tali espressioni della volontà, che infatti autorizzarono a volte le autorità naziste a sentirsi prese letteralmente in giro dagli alleati. Prima dell'intervento del generale Roatta, tuttavia, alcuni di questi accordi con i nazisti (responsabile il Grazioli) furono almeno parzialmente applicati, segnatamente riguardo agli ebrei di Jugoslavia, alcuni dei quali furono, in una prima fase, effettivamente ceduti ai nazisti o agli ustascià croati (se è possibile più antisemiti dei tedeschi), come ricorda Giuseppe Mayda.
    Da parte sua Raul Hilberg ci fa sapere, nella sua opera capitale sulla distruzione degli ebrei d'Europa, che su sollecitazione di Ribbentrop che aveva in previsione una visita in Italia, anche per affrontare la questione ebraica come determinatasi nel teatro della guerra in corso " Himmler rispose [..] che avrebbe desiderato che gli italiani cessassero di sabotare i provvedimenti dell'RSHA in zona di occupazione tedesca . Nell'Italia in senso stretto auspicava l'applicazione di misure parallele a quelle in vigore in Germania. I tedeschi non avrebbero visto così presto la realizzazione dei loro desideri. Gli italiani non volevano sentir parlare di sterminio. .
    Uno storico inglese "anticonformista" che si dichiara allievo del De Felice (Nicholas Farrel) ha recentemente sostenuto, suscitando scandalo, che per la salvezza degli ebrei europei hanno fatto di più gli italiani di Mussolini che gli inglesi di Churchill ( cfr. con Richard Breitmann). E' una provocazione che ha un fondamento di verità, anche se in termini di assoluti Hitler fu sconfitto dagli inglesi, con americani e russi, e non certo dagli italiani del Duce, che lo servirono fino alla fine. Non è però negabile che l'otto di settembre 1943 rappresentò un evento tragico per quegli ebrei che, nei territori occupati, avevano fino ad allora goduto dell'amministrazione italiana.
    Lo stesso Raul Hilberg, che ci informa delle misure di protezione italiana degli ebrei prese nei territori occupati di pertinenza italiana (non diversamente da quanto affermano il De Felice, il Marrus e il Paxton), ci rappresenta tuttavia un Mussolini acquiscente, ad esempio, proprio verso Himmler, quando questi gli spiegò nell'ottobre 1942 che in Unione Sovietica era stato necessario uccidere un gran numero di uomin e donne, tra cui molti ebrei, perchè, a suo dire, collaboravano con i partigiani. " Il Duce osservò che per quanto lo riguardava era l'unica soluzione . Del resto gli italiani in Etiopia avevano eseguito....azioni simili (cfr. quanto scritto da Angelo Del Boca).
    Nel novembre 1942 Mussolini, secondo la testimonianza di Alberto Pirelli, era ben al corrente, almeno nella sostanza, della vera natura della "soluzione finale della questione ebraica" che da qualche tempo i nazisti stavano praticando nell'Est: " Li fanno emigrare...all'altro mondo " rispose il Duce all'industriale milanese.
    Negli anni tragici e tetri della Repubblica Sociale, il Duce del Fascismo, ridotto da Hitler ad essere, secondo le sue stesse parole "il podestà di Gargnano", per quanto ufficialmente Capo di uno Stato sovrano, strettamente controllato dall'invasore crociuncinato, avrebbe confidato al dottor Zachariae:
    " Non posso approvare la manier con cui è stato risolto in Germania il problema ebraico, poichè i metodi adottati non sono conciliabili con la vita libera del mondo civile e ridondano a danno dell'onore tedesco. Devo tuttavia riconoscere che alcuni incidenti sono stati provocati da parte ebraica, comunque non certo in mdo da giustificare la violenza nazista. L'influenza peggiore e più pericolosa è quella che gli ebrei hanno nell'industria internazionale degli armamenti, nella quale detengono un ruolo di primaria importanza e di cui si servono con la loro tipica mancanza di scrupoli per scatenare guerre sanguinose, pere impadronirsi delle ricchezze degli altri paesi, per aumentare la loro potenza asservendo i popoli di altre razze [...] E' assolutamente necessario che dopo la guerra venga eliminata la loro influenza nell'industria degli armamenti poichè soltanto in tal modo sarà possibile creare una pace vera e duratura ". Mentre un regime follemente antisemita, di cui l'Italia era stata, ed era nella parte repubblichina, alleata subordinata, aveva scatenato una guerra pazzesca e criminale, ecco Mussolini (dopo aver preso le opportune distanze dagli *eccessi* nazisti verso gli ebrei), accusare il popolo che era concentrato in quel mentre dai camerati germanici nei campi di sterminio, di scatenare guerre, di ambire a dominare altri popoli (come l'Italia in Etiopia?) senza scrupolo alcuno. Persino quando si atteggiava a fare il non antisemita ("io non sono un antisemita" aveva confidato allo stesso Georg Zachariae), Mussolini non riusciva a sfuggire alla retorica antigiudaica più becera e sciocca. Dall'alta finanza e dall'internazionale antifascista ebraica era ora passato al "controllo ebraico" sull'industria internazionale degli armamenti. Ormai il suo razzismo "riluttante" e strumentale con persino tratti buffoneschi.....era giunto al patetico.
    Se, secondo le testimonianze, Mussolini durante il Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre 1938 si vantò del Manifesto degli Scienziati Razzisti, dicendo addirittura: "praticamente l'ho scritto io", nel dicembre 1943, durante un'intervista concessa a Bruno Spampanato l'ex fondatore dell'Impero diede ben altra versione:
    " Il MANIFESTO DELLA RAZZA poteva evitarsi. Si è trattato di un'astruseria scientifica di alcuni docenti e giornalisti, un coscienzioso saggio tedesco tradotto in cattivo italiano. C'è molta distanza da quanto io ho detto, scritto e firmato in materia [..] Io ho sempre considerato il popolo italiano un mirabile prodotto di diverse fusioni etniche sulla base di un'unitarietà geografica, economica e specialmente spirituale. E' lo spirito che ha messo la nostra civiltà sulle strade del mondo. Uomini che avevano un sangue diverso furono portatori di un'unica, splendida civiltà. Ecco perchè io sono lontano dal mito di Rosenberg ". Eppure durante la medesima intervista, in cui Mussolini sembrava rievocare apertamente talune formulazioni evoliane (comprese le critiche del filosofo tradizionalista al materialismo biologico di certo razzismo nazista), allo Spampanato il Duce confidava : " Io ho fatto del razzismo sin dal 1922 ma un mio razzismo La sanità, la conservazione della razza, il suo miglioramento, la lotta antitubercolare, lo sport di massi, i bambini nelle colonie, questo è il razzismo come io lo intendevo... ".
    Mentre Mussolini esternava queste sue argute riflessioni parzialmente "autocritiche" al giornalista repubblichino, nei campi di sterminio nazisti moltissimi ebrei rastrellati nei ghetti romani nell'ottobre 1943 .....erano già passati per il camino, senza che nessuna autorità della "Repubblica Sociale" avesse avuto la benchè minima obiezione concreta da opporre ai camerati tedeschi, per non parlare delle attive complicità attestate in più di un'occasione da parte di fascisti repubblichini riguardo le operazioni antisemite più brutali condotte dagli "alleati" e"liberatori" del Duce.
    Non solo, era già operativo da giorni l'ordine del ministero degli Interni della Repubblica Sociale Italiana, del 30 novembre 1943, rivolto ai capi delle province (ex Prefetti) affinchè si provvedesse a concentrare tutti gli ebrei in campi appositi, sequestrando i loro beni "a vantaggio dei sinistrati italiani".
    Sebbene l'ordine fosse stato pubblicato in anticipo e diffuso persino radiofonicamente ( a detta di qualcuno, per disposizione dello stesso ministro Buffarini-Guidi, intenzionato di mettere così sull'avviso le sue vittime), il medesimo, per i suoi contenuti e per le sue conseguenze successive, resta una delle pagine più paradigmatiche della politica vilmente antisemita e servile del governo fascista repubblicano, a conferma ulteriore del suo ruolo di sostanziale vassallaggio (seppur con atti di contenimento e qualche volta di relativa autonomia, che ne fecero una "Repubblica necessaria" secondo il De Felice) nei confronti della padrona Germania Hitleriana. Ma questa è già... un'altra storia.

    Shalom!!!

    bibliografia essenziale:
    - Raul Hilberg : "La distruzione degli ebrei d'Europa"
    - Renzo De Felice: "Storia degli ebrei italiani sotto il Fascismo"
    - Renzo De Felice: "Mussolini l'Alleato"
    - Renzo De Felice: "Rosso e Nero"
    - Michele Sarfatti: "Gli ebrei nell'Italia Fascista"
    - Giuseppe Mayda: "Storia della deportazione dall'Italia - 1943/1945"
    - Alberto Spinosa: "Mussolini Razzista Riluttante"
    - De Grand : "L'Italia Fascista e la Germania Nazista"
    - Hannah Arendt: "La Banalità del Male"
    - Hannah Arendt: "Le origini del Totalitarismo"
    - Adriano Romualdi: "Il Fascismo come fenomeno europeo"
    - Valerio Marchetti: "Resistenza ebraica, antisemitismo, totalitarismo"
    - Enzo Traverso: "La violenza nazista -una genealogia"
    - Giorgio Bocca: "La Repubblica di Mussolini".

  4. #4
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    La "svolta" razzista antisemita del 1938 fu preceduta da almeno un anno di "campagne stampa" e di pubblicazioni (celebre quella di Paolo Orano sugli ebrei in Italia) di taglio sempre più apertamente razzista e antigiudaico. E tutto questo avveniva in un Regime autoritario in cui la stampa doveva attenersi, obbligatoriamente, agli indirizzi governativi, e dove persino giornali e riviste fasciste erano talvolta censurate, sequestrate o addirittura soppresse, quando ritenute eccessivamente "eretiche".
    Soltanto la stampa cattolica godeva di una certa autonomia, ma da essa vennero alcuni primi contribuiti antigiudaici, non soltanto tradizionalisti, che sconfinavano apertamente in un antisemitismo politico, soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile spagnuola, vista come crociata antibolscevica per la difesa della Spagna cristiana.
    E' del 1936 un volumetto del clerico-fascista Alfredo Romanini dal titolo " Ebrei-Cristianesimo-Fascismo che è definito da Renzo De Felice come " il primo vero pamphlet antisemita dei nostri giorni ".
    Un'altra fonte della montante campagna antisemita veniva dai commenti favorevoli che, su IL REGIME FASCISTA di Roberto Farinacci, venivano pubblicati in merito all'antisemitismo di Stato del III Reich. Lo stesso Farinacci pubblicò sul suo giornale (già "Cremona Nuova") un articolo elogiativo del discorso tenuto da Goebbels al congresso di Norimberga del Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi. Così , il capo dell'intransigentismo fascista, scriveva in quella occasione riguardo alla "questione ebraica in Italia" : " Dobbiamo confessare che in Italia gli ebrei, che sono una infima minoranza, se hanno brigato in mille modi per accaparrarsi posti nella finanza, nell'economia e nelle scuole, non hanno svolto opera di resistenza alla nostra marcia rivoluzionaria . Dobbiamo confessare che hanno sempre pagato i loro tributi, obbedito alle leggi, compiuto anche in guerra il loro dovere. Ma essi tengono purtroppo un atteggiamento passivo, che può suscitare qualche sospetto. Perchè non hanno mai detto una parola che valga a persuadere tutti gli italiani ch'essi compiono il loro dovere di cittadini per amore, non per timore o per utilità? Perchè non dimostrano in modo tangibile il loro proposito di dividere le loro responsabilità da tutti gli ebrei del mondo, che mirano ad un solo scopo: al trionfo dell'internazionale ebraica? Perchè non sono ancora insorti contro i loro correligionari, autori di stragi, distruttori di chiese, seminatori di odi, sterminatori audaci e malvagi di cristiani? ...
    Si sta generando la sensazione che presto tutta l'Europa sarà teatro di una guerra di religione. Non se ne accorgono essi?
    Siamo già sicuri che da più parti si griderà: Siamo ebrei fascisti. Non basta. Bisognerà dare la prova metematica di essere prima fascisti, poi ebrei
    ".
    E in un altro articolo il Farinacci, rispondendo a Felice Ravenna (che a nome della comunità ebraica aveva risposto all'offensiva del ras fascista cremonese, confutandone le tesi), se la prendeva apertamente con il sionismo:
    " E' vero sì, che il Duce non ha sentito finora [tutte le sottolineature e i grassetti sono miei, ndr] il bisogno di fare in Italia distinzioni di razze o di religioni, ma sono proprio alcuni ebrei italiani che tengono a distinguersi dagli italiani appartenenti agli altri culti, partecipando alla campagna a favore del sionismo e alle riunioni del Congresso Ebraico Internazionale ".
    Le tematiche tipiche dell'avversione al "cosmopolitismo ebraico" e contro il "sionismo", sulla base di un forte nazionalismo identitario italiano, sono già tutte presenti in queste frasi del Farinacci.
    Questo spirito da "antisemitismo politico" alimentò nel 1937 una furiosa campagna di stampa, in cui si distinse il quotidiano torinese La Stampa, insieme al Giornale d'Italia, ai soliti organi dei ras locali e del partito e persino con l'appoggio del moderato Corriere della Sera.
    Su La Stampa si poterono leggere concetti interessanti come questo:
    " Se lo Stato fascista è totalitario, non può ammettere che un gruppo privilegiato di cittadini, al coperto da leggi speciali, compia, sotto il pretesto della beneficienza e del collegamento culturale con l'estero, veri atti di politica estera ispirandosi NON agli interessi italiani, ma a quelli dell'ebraismo mondiale. (...) Se lo Stato Fascista è Totalitario, non deve poi tollerare che la cultura italiana, sia, come è, inquinata dall'ebraismo ... ".
    Il fondamento razzistico di questo antisemitismo "politico" crescente era, come al solito (su basi più spinte di quelle dell'Orano, e volgarizzando ed estremizzando il pensiero di Evola), rappresentato da Giovanni Preziosi. In un articolo già ricordato sinteticamente in altro mio post, del 1937, lo spretato filo-nazista scriveva: " L'ebreo resta ebreo qualunque sia la nazionalità con la quale si rivesta. L'ebreo resta ebreo qualunque sia il suo credo politico . L'ebreo resta ebreo perfino quando si fa cristiano . Mentre d'altra parte il cristiano o l'islamico che dovessero abbracciare la fede ebraica non per questo potrebbero diventare o considerarsi Ebrei... . Tutto ciò ci vien dichiarato nel modo più esplicito dagli esponenti dell'ebraismo.... ".
    Sono qui contenuti, quasi perfettamente, i principi ispiratori dell'art. 8 della principale e fondamentale delle leggi razziste dell'autunno 1938! E Preziosi li considera senz'altro una estrapolazione dello stesso pensiero ebraico, fatto in qualche proprio e rovesciato nelle sue conseguenze politiche.
    Dal canto suo quando la Germania NazionalSocialista ebbe notizia della chiara svolta razzista e antisemita del Regime Fascista italiano, commentò con compiacimento questo fatto ritenuto ovviamente di grande importanza.
    Il quotidiano del Partito Nazista, il 15 luglio 1938, sottolineò la pubblicazione del MANIFESTO DELLA RAZZA degli scienziati italiani, sotto l'egida del Governo di Mussolini, asserendo che era stata oramai costituita : " la più grande comunità che era mai stata creata fra due popoli sulla terra . E il giornale del partito nazista di Colonia commentava a propria volta:
    " Uguale orientamento anche nel problema razziale: questo è forse il lato più spiacevole della politica dell'Asse Roma-Berlino per il resto del mondo. Troppo grandi speranze esso aveva riposto nella possibilità che il Fascismo e il Nazismo potessero un giorno trovarsi in disaccordo su questo problema, ciò che già si credeva di poter calcolara quasi con matematica certezza .
    Del resto gli attacchi di Paolo Orano (e di altri) specificatamente contro gli EBREI FASCISTI (con l'intento di metterli sempre più alle corde), e le sempre più soffocate risposte degli Ovazza e degli altri camerati di fede ebraica, erano, per il Mussolini, evidentemente strumentali, fra l'altro, anche alla politica estera di sempre più stretta amicizia con Hitler.
    Il mussoliniano Oreste Gregorio, su "IL POPOLO D'ITALIA" del 25 maggio 1937 aveva già "profeticamente" avvertito:
    " Il problema d'attualità è la protesta dichiarata dagli Ebrei d'italia per il razzismo tedesco. Ma non si avvedono gli israeliti che ciò è inconciliabile con l'amicizia che ci lega alla Germania e che ha obbiettivi molto più vasti e fondamentali, molto più vitali della questione ebraica? .
    Quando la stampa fascista o "fascistizzata" (per parafrasare il Duce) chiedeva pertanto agli ebrei di dimostrarsi prima italiani e fascisti e solo in subordine ebrei, chiedeva loro di voltar lo sguardo altrove mentre la Germania Nazista, oramai amica sempre più fondamentale dell'Italia "Imperiale", perseguitava i loro correligionari, e il tutto in nome di un interesse superiore italiano?
    Paolo ORano, nella sua opera citata, aggiungeva che l'antisemitismo era comunque giustificato sia dal sionismo , che anche dalla volontà manifesta degli israeliti di distinguersi come comunità religiosa e culturale dal resto della Nazione, dimostrando di non volersi lasciare davvero assimilare. Ai razzisti puri il libro di Orano non piacque. Per i razzisti antisemiti puri la separazione e non l'assimilazione era la soluzione della "questione ebraica"; la mancata volontà di assimilazione poteva essere al più un argomento propagandistico per scatenare l'odio antisemita.
    Per altro, seppure i sionisti italiani fossero una minoranza, e malgrado il fatto che Mussolini avesse appoggiato il sionismo revisionistico, fino a giungere in un'intervista a proclamarsi filo-sionista, l'opinione avanzata nel 1937 durante la campagna antisemita era che: " Il sionismo è uno strumento della dominazione inglese nel bacino orientale del Mediterraneo, una sfida agli arabi e in genere all'Islam, col quale l'Italia, massime dopo la conquista dell'Etiopia è in rapporti cordiali e promettenti [Corriere della Sera del 3 giugno 1937 ]. I sionisti erano pertanto additati come una sorta di "agenti inglesi" o degli interessi britannici, consapevoli o meno.
    Vari elementi, vari interessi, varie questioni, varie spinte internazionali, varie spinte interne, vari processi di evoluzione ideologica del fascismo, inducevano il Regime a sposare sempre più una politica di discriminazione razziale antisemita, di persecuzione dei diritti della comunità ebraica nazionale.
    Scirve Antonio Spinosa: " Trotzky nel 1933 [..] aveva individuato il motivo [del razzismo hitleriano] nella necessità da parte del nazionalsocialismo di dare alle masse un surrogato alla lotta di classe; e Mussolini barattò gli ebrei italiani per una più stretta amicizia politico-militare con la Germania, convinto che da quella alleanza gliene sarebbe venuto, come primo risultato, considerevole prestigio. Non fu però possibile tenere un piede in due staffe, come era nelle intenzioni dei fascisti, e a poco a poco la campagna razziale si fece anche in Italia sempre più feroce. Mussolini aveva puntato sulla disattenzione tedesca; pensava che Hitler si sarebbe fidato della sua parola. Senonchè non gli riuscì più di arginare le ingerenze dei camerati tedeschi nelle questioni private del razzismo italiano, senza contare la catastrofe del tragico periodo successivo all'8 settembre 1943, quando l'Italia passò sotto il diretto dominio dei corpi di occupazione nazisti. Il programma minimo del razzismo fascista che doveva quasi servire di vernice, fu ben presto superato sotto la spinta degli eventi e dell'invadenza tedesca. Mussolini da alleato diventò succube, e nella campagna razziale fu portato a servire di tutto punto quel pangermanesimo che egli aveva combattuto. Ed ecco che si presentò il fenomeno del razzismo fascista nell'aspetto più indecoroso e vergognoso. I nostri razzisti sono stati vili e spregevoli soprattutto per esseri esposti * [qui Spinosa cita Carlo Sforza] al più antitaliano dei contagi, all'artificioso antisemitismo che una banda di nazionalisti copiò dalla straniera Germania* .
    Per la verità Mussolini cercò di costruire un razzismo italiano in parte almeno... diverso e CONCORRENTE, anche sul piano ideologico e teorico da quello tedesco. Per questo ripudiò infine il troppo germanico Manifesto della Razza (da lui ispirato), e si rivolse sempre più alle concezioni "spiritualistiche" del razzismo italiano, plaudendo alle formulazioni evoliane e similari. Tuttavia, per quanto opportunistico [come abbiamo visto e documentato ] e strumentale a finalità politiche e ideologiche vaste, il razzismo del tardo-fascismo, aveva anche radici nazionali più antiche, che precedevano la rivoluzione delle camicie nere. Considerare il razzismo fascista SOLO come un fenomeno di importazione è un altro modo, in fondo, per auto-assolvere la cultura italiana da quello scempio. Se il razzismo fu estraneo alla gran parte del popolo italiano e del suo spirito, non fu totalmente estraneo alla sua "alta" cultura, al positivismo scientistico ottocentesco che si insinuò nei ceti colti, ne' ai miti del suo nazionalismo identitario imperialistico e post-risorgimentale. E' bene non dimenticarlo.

    Shalom!!!

    bibliografia essenziale:

    Antonio Spinosa: "Mussolini razzista riluttante"
    Renzo De Felice: " Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo"
    A.J. De Grande: "L'Italia Fascista e la Germania Nazista"
    Alessandra Minerbi: "Tra solidarietà e timori: gli ebrei italiani di fronte all'arrivo dei profughi ebrei dalla Germania"
    Martin Clark: "Storia dell'Italia Contemporanea - 1871/1999"

  5. #5
    Paul Atreides
    Ospite

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    Le norme sulla cittadinanza del Regno d'Italia, fissate dagli articoli 5-10 del Codice civile approvato nel 1865, prevedevano, come regola fondamentale, che fosse considerato cittadino il figlio di padre cittadino. In pratica, una cittadinanza basata innanzitutto sullo ''jus sanguinis'' [e solo in via sussidiaria sullo ''jus soli''], cosa che i relatori Pisanelli e Mancini misero ben in evidenza nel dibattito parlamentare che portò a questa legge.

    Pisanelli, in particolare, affermò, nel corso del dibattito, che ''la razza è il precipuo elemento della nazionalità'' [cit. in Alberto Banti, ''La nazione del Risorgimento'', Einaudi, 2000, p. 169]

  6. #6
    Alessandra
    Ospite

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    Ma il fatto stesso che esistesse ed esista tuttora lo jus soli può fare interpretare la previsione dello jus sanguinis come primo criterio (del resto anche oggi sono elencati vari requisiti ed il primo è sempre dato dallo jus sanguinis), semplicemente come un dato tecnico del diritto positivo. Cittadini quindi in quanto si è figli di cittadini (fino a poco tempo fa lo ius sanguinis prevedeva soltanto la nascita da padre italiano, poi dichiarato illegittimo costituzionalmente), e per alcuni è così proprio perchè in tal modo si trasmette non solo il patrimonio genetico (l'essere italiano) ma anche culturale (vivere da italiano). E, sempre per alcuni, così si evitano le contaminazioni, tanto che sempre per giustificare il secondo criterio dello ius soli, anche quest'ultimo, in parte, si dice, evita contaminazioni in quanto il nato in Italia si presume che *viva* come italiano. Non è la prima volta che si interpretano i dati del diritto positivo sulla base di un pregiudizio che non è detto corrisponda in alcun modo a quella che è la ratio legis, e questo perchè quando il pregiudizio è nazionale si finisce per farne l'apologia come la faceva Herder: *lo si chiami pure pregiudizio, volgarità, limitato [eingeschränkt] nazionalismo, ma il pregiudizio è utile, rende felici, spinge i popoli verso il loro centro, li fa più saldi, più fiorenti alla loro maniera e quindi più felici nelle loro inclinazioni e scopi*.

  7. #7
    Paul Atreides
    Ospite

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    Nulla esclude che sia...pregiudiziale proprio la tua lettura.

    E, a ben pensarci, già l'uso di termini del tutto gratuiti, quale quello di ''contaminazione'', basta e avanza per capire dov'è il pregiudizio

  8. #8
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    lo jus sanguinis è ancora il criterio principale, basti pensare ai figli di italiani all'estero (come i miei figli), che sono considerati ipso facto italiani, con un semplice registro all'ambasciata.
    A mio parere lo jus sanguinis inteso in senso ristretto (non solo genitori, ma nonni e bisnonni; ed escludendo i coniugi stranieri), deve mantenersi come criterio di fondo per distinguere cittadini e non cittadini. Evitando così non tanto la "contaminazione" ma la CONFUSIONE che osserviamo oggi.
    Oppure si potrebbe ricorrere alla separazione cittadini / nazionali. Essendo stato e nazione due cose diverse, o due aspetti distinti dello stato nazionale. E quindi concedere la cittadinanza per jus soli, e la nazionalità solo ed esclusivamente per jus sanguinis nel senso ristretto cui ho accennato.

    Sono, naturalmente, le mie opinioni del tutto personali...

  9. #9
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    Antigiudaismo cattolico e Antisemitismo fascista, Le leggi razziali e la lotta del Fascismo contro il potere della Chiesa in Italia.

    Per ora non abbiamo trattato il tema degli eccessi di certo antigiudaismo cattolico che, in talune circostanze, si sono manifestati con una virulenza tale da costituire un elemento non del tutto secondario nella formazione dei pregiudizi antisemiti poi transitati nella formazione ideologica fascista, od assonanti con la medesima. Personalmente ritengo l’antisemitismo moderno , anche in Italia, maggiormente connesso con altri elementi della cultura nazionale (ed europea) che non con la tradizione religiosa o i pregiudizi alla stessa, a torto o a ragione, riconducibili. Non vi è dubbio però che la questione dell’antigiudaismo cattolico, soprattutto nelle sue forme più virulente, non possa affatto essere ignorata quando si trattano tematiche come quella di questo 3d o di quello parallelo aperto su altro forum. D’altra parte non possono essere neppure ignorati i pronunciamenti della Chiesa Cattolica, ad opera del suo più Alto Esponente, contro l’antisemitismo razzista e l’ideologia neo-pagana del NazionalSocialismo, ne’ la natura delle critiche, spesso troppo timide e limitate, che la Chiesa cattolica tuttavia produsse nei confronti delle leggi razziali fasciste , preoccupandosi, è vero, soprattutto, di tutelare le proprie prerogative, riconosciutele dal Concordato del febbraio 1929, e di difendere i diritti dei cattolici classificati secondo i criteri materialistico biologici, dalla legislazione fascista, come di “razza ebraica”, con i conseguenti riflessi sui “matrimoni” intesi razzialmente misti dal Regime ancorché religiosamente omogenei (stipulati fra battezzati cattolici), e via discorrendo.
    Nonostante che il 2 aprile 1928 Il Sant'Uffizio avesse solennemente decretato che “ La Santa Chiesa Cattolica fu sempre solita pregare per il popolo giudaico, depositario, fino alla venuta di Gesù Cristo, delle divine promesse, nonostante il suo susseguante acciecamento, anzi appunto per questo. Mossa da questo spirito di carità, la Sede Apostolica protesse il medesimo popolo contro le ingiuste vessazioni, e come riprova di tutti gli odi e le animosità tra i popoli, così massimamente condanna l'odio contro un Popolo già eletto da Dio, quell'odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di *antisemitismo* “ ..questa chiara affermazione non solo non appare in sintonia con altre manifestazioni di segno opposto che, fra i figli della Chiesa di Roma, purtroppo vennero nella storia, ma era in contrasto con la chiara condanna, espressa, nello stesso documento, nei confronti dei cattolici dell'associazione “Amici di Israele”, di cui veniva deliberato lo scioglimento.
    Del resto, il confluire di certi eccessi di antigiudaismo teologico cristiano con i nuovi pregiudizi, che nel XIX secolo si erano formati contro gli ebrei su ben altra base, è testimoniata dalle campagne antiebraiche del gesuita Padre Oreglia, e di altri, su “ La Civiltà Cattolica ”.
    Nel 1884 la rivista scriveva infatti: “ Gli ebrei di religione sono anche tali di razza e di nazione; non essendo ne' italiani, ne' spagnuoli, ne' francesi ma sempre ebrei e non altro che ebrei ”. Del resto padre Oreglia e i suoi avevano sovvertito il tradizionale giudizio aspramente negativo di tanti Papi sulle dicerie antigiudaiche più assurde (“la minaccia del sangue”, “l'infanticidio rituale”) avvalorando pregiudizi medievali che sopravvivevano soprattutto nell'Europa Centrale e Orientale, e cercando di trapiantarli anche nel nostro paese.
    Il padre gesuita Oreglia si può considerare un degno erede di quel Luigi Chiarini che, qualche decennio prima, aveva prodotto, sotto l'egida dello zar di tutte le russie, una teoria sul giudaismo che negava qualsiasi rapporto dello stesso con l'antica religione ebraica, e sosteneva ogni sorta di pregiudizio. Oreglia dal canto suo ebbe anche la brillante idea di teorizzare, in una serie di articoli pubblicati sulla rivista tra il 1886 e il 1887 sotto il titolo “ Dell'ebraica persecuzione contro il Cristianesimo “, che fin dai tempi di Nerone, per giungere al moderno anticlericalismo massone, giacobino e liberale, ogni persecuzione e patimento subito dai cristiani avvenne per opera o su istigazione dei giudei, sovvertendo con ciò completamente la realtà storica, e omettendo completamente le pagine e pagine della storia della sanguinaria persecuzione subita dagli ebrei da parte di cristiani e cattolici indegni, taluni anche con alte cariche ecclesiastiche o benedetti da alti prelati della Santa Chiesa.
    Padre Raffaele Ballerini, raccogliendo a propria volta l'eredità dell'Oreglia, fu invece l'autore di una vera campagna antisemita pubblicata dalla rivista nel 1890 con una serie di scritti aventi il titolo: “ Della Questione Giudaica in Europa “.
    Secondo il Ballerini sussistevano evidenti ragioni che rendevano impossibile e inopportuno che giudei e cristiani continuassero a vivere gli uni accanto agli altri, con ciò attaccando duramente soprattutto la DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO del 1789, che secondo lo studioso cattolico in realtà trattava essenzialmente di pretesi e impossibili diritti degli ebrei a scapito degli altri popoli. Per il Ballerini “ giudaismo e massoneria si confondono e s'immedesimano, come il ferro colla mano dell'assassino che lo vibra, come la fiaccola nel pugno dell'incendiario che la stringe ”. Analoghi concetti aveva già espresso l'Oreglia riguardo a giacobinismo, liberalismo ( la stessa Massoneria) e ogni altra manifestazione della modernità “anticattolica”. Dopo la rivoluzione comunista russa all'elenco si aggiungerà notoriamente il bolscevismo, e in epoca mussoliniana, infine, genericamente....l'antifascismo.
    Di giudei – ribadiva la rivista dei padri gesuiti - è in gran parte composto il Consiglio supremo che dirige tutto il corpo massonico; giudaico è l'odio, di che questo è invasato contro la Chiesa di Gesù Cristo; giudaico il programma della massoneria, che è riedificare il tempio salomonico sulle riune del cristiano, o per parlar fuor di metafora, scristianizzare il mondo [..]. Ma la massoneria ai nostri dì tiranneggia popoli e Governi. Sarà dunque fuor di ragione il dire che siam fatti mancippi del giudaismo? ”.
    Conseguentemente si teorizzava, senza mezzi termini, che l'unico modo efficace per salvare l'Europa da tali misfatti degli ebrei (popolo, razza, nazione, religione) , ma anche di salvare caritatevolmente la stessa vita fisica dei giudei minacciata dall'odio dei popoli suscitato da tali fenomeni, era quello di togliere l'eguaglianza civile agli israeliti e tornare alla plurisecolare politica segregazionista della Società Cristiana. Insomma la restaurazione del ghetto, della segregazione, della diseguaglianza.
    E allorquando i teorizzatori cattolici della segregazione condannavano i pogrom antisemiti che si manifestavano in europa centro-orientale e soprattutto nei territori dell'Impero Russo, non mancavano di sottolineare che, in fondo, la responsabilità ultima di queste violenze, pur deprecabili da un punto di vista autenticamente cristiano, andava addossata in ultima istanza senz'altro alla “ cupidigia ebraica ”. Ancora una volta le vittime diventavano.....i veri colpevoli delle violenze che subivano, secondo uno schema psicologico antico, che persisterà e transiterà nella mentalità nazista e anche in quella del tardo-fascismo italiano.
    La condanna dell'antisemitismo ad opera del Sant'Uffizio, nel 1928, di cui abbiamo riportato sopra uno stralcio fondamentale, fu attenuata dalla rivista dei gesuiti mediante un'interpretazione riduttiva, in cui si riconduceva il rigetto del razzismo antiebraico al rifiuto di quelle dottrine moderne che combattevano e denunciavano l'ebraismo per combattere e denunciare, in esso, il cristianesimo.
    Questa impostazione de LA CIVILTA' CATTOLICA non cessò neppure con l'avvento del nazionalsocialismo in Germania, che fu condannato ma, in modo deciso, soltanto quando il suo antisemitismo radicale iniziò a rivelarsi non solo e non tanto uno strumento propagandistico (come era stato per i clerico-fascisti austriaci), innestato su un'imitazione del fascismo mussoliniano, ma una tendenza essenziale all'ideologia e alla politica del regime hitleriano. Tendenza profonda e portatrice di una visione razzista, pagana, sostanzialmente anticristiana. Quando il Santo Padre pronunciò la sua celebre enciclica antinazista ( Mit Brennender Sorge del marzo 1937, i padri scrittori più impegnati nella lotta anti-ebraica della rivista non fecero fatica ad allinearsi, nonostante che, ovviamente, persistessero ad affiancare alle critiche al razzismo biologico nazista, dal punto di vista dell'universalismo e dell'umanesimo cristiano, la solita tediosa e velenosa sottolineatura delle immaginarie colpe sociali, civili e politiche degli ebrei, ben al di là della polemica meramente religiosa. Non mancarano neppure, in taluni casi, i riferimenti persino ai famosi falsi PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION. In ogni caso continuava una colpevolizzazione radicale degli ebrei come “ causa fondamentale dei propri mali “ .
    Rispetto alle leggi razziali del fascismo italiano la rivista, in special modo con i padri Barbera e Capponi, degni eredi dell'Oreglia, assunse una posizione di sostanziale favore verso la politica di separazione fra ebrei e italiani, criticando gli aspetti che erano apertamente contrari alla dottrina cattolica, e quegli elementi che violavano il Concordato, colpendo i matrimoni razzialmente misti ma religiosamente omogenei, e altre questioni concernenti gli ebrei convertiti al cattolicesimo.
    Pochi giorni dopo l'avvio delle premesse del Razzismo di Stato del Fascismo italiano, avvenuto con la pubblicazione, sotto l'egida del MINCULPOP del governo Mussolini, del MANIFESTO su “Il Fascismo e la Questione della Razza”, il Santo Padre si pronunciò da parte sua con grande vigore contro le tesi espresse dagli “scienziati razzisti”:
    Ci si può [..] chiedere come mai, disgraziatamente, l'Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania [...] I latini non dicevano razza, ne' qualcosa di simile. I nostri vecchi italiani hanno parole più belle e simpatiche “. Questo discorso, riportato dall'Osservatore Romano del 30 luglio 1938, fu considerato “violentemente antirazzista” da Galeazzo Ciano, nel suo diario, e rese furente Benito Mussolini, che considerava ormai l'anziano Pio XI una “sventura per la Chiesa”, e commento': “ anche sulla questione della razza noi tireremo dritto ” [agosto 1938 – discorso al raduno della GIL, con chiaro riferimento...... ai rapporti con la Chiesa].
    Una nota privata del Governo Fascista al Vaticano, del 16 agosto 1938, conteneva alcuni....espliciti inviti, non senza qualche sarcastico riferimento storico:
    Gli ebrei – in una parola – possono stare certi che non subiranno un trattamento peggiore di quello ricevuto nei secoli dai papi che li hanno ospitati nella città eterna e nei territori del potere temporale.
    Con questa premessa è pressante desiderio dell'Onorevole Capo del Governo che stampa cattolica, predicatori, conferenzieri e via dicendo si astengano dal trattare questa faccenda in pubblico; alla Santa Sede, al Sommo Pontefice stesso, non mancherà modo di esprimere direttamente a Mussolini attraverso canali privati e di proporgli quelle osservazioni che crederà opportuna per la migliore soluzione di questo delicato problema


    Mentre il Papa in persona notava comunque le innegabili assonanze fra il manifesto razzista fascista e la filosofia razzista del NazionalSocialismo germanico, la rivista dei gesuiti del 8 agosto 1938, dal canto suo, come ricorda Renzo De Felice, commentò al contrario: “ Chi ha presenti le tesi del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di quelle proposte da queste del gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o il razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano “. Ricordiamo soltanto che lo stesso Benito Mussolini, durante gli anni della Repubblica Sociale, dimenticando di averne rivendicato a suo tempo la paternità effettiva, avrebbe confidato non solo che detto Manifesto “poteva evitarsi”, ma che era stato scritto in tedesco e tradotto.....in cattivo italiano.
    Scrive lo stesso De Felice, facendo riferimento alle immediatamente successive leggi razziali: “ Se i provvedimenti fascisti non avessero leso i diritti concordatari della Chiesa e il suo prestigio, negandole il diritto di tutelare tutti coloro che si erano messi o si sarebbero messi sotto la sua protezione, non vi è dubbio che essi non avrebbero provocato la sua avversione. Le ragioni dei fascisti erano infatti – se si eccettuano questi aspetti particolari - *comprese* dagli ambienti vaticani [...] l'atteggiamento della Santa Sede rispetto ai provvedimenti razziali fascisti fu a sua volta sostanzialmente timido e rivolto non a difendere gli ebrei, ma a difendere precise prerogative della Chiesa Cattolica in Italia. Questo per la Santa Sede; quanto alle sfere dirigenti cattoliche in Italia, se fra esse troviamo dei tenaci difensori degli ebrei vi furono anche [..] dei tanaci assertori dell'antisemitismo fascista “.
    Da parte sua Susan Zuccotti, non senza aver menzionato ulteriori interventi del Santo Padre, dell'agosto 1938, di critica della nascente “svolta” razzista del Regime Fascista, nota che: “ Alla fine dell'estate 1938 i potenti del mondo erano concentrati sull'imminente scontro tra il Terzo Reich e la Cecoslovacchia per la questione dei Sudeti. Il papa aveva meno tempo o forza per occuparsi di razzismo o antigiudaismo. Ottantunenne e malato già da molti mesi, stava perdendo la sua influenza e il controllo su coloro che, in Vaticano, volevano soprattutto evitare una rottura con il governo italiano in quei momenti pericolosi. Mussolini, pur essendo altrettanto ansioso di evitare una frattura, aveva chiarito bene che non intendeva recedere dai programmi razziali. “.
    Certamente, spesso molti studiosi ebrei e non lo ricordano, anche Pio XI era permeato da una certa indubbia tradizione avversa agli ebrei, costituita in buona sostanza dell'antigiudaismo tradizionale cattolico, non senza taluni suoi eccessi, accumulati nel seno della cultura cristiana durante parecchi secoli. Ma il Santo Padre, se era figlio di quella cultura, lo era però rigettando fermessimamente qualsiasi visione e implicazione razziale e razzista. Sta di fatto che, contemporaneamente quasi ai pronuciamenti papali sopra ricordati, la campagna antiebraica di taluni organi di stampa cattolici, compresa LA CIVILTA' CATTOLICA, continuava a colpevolizzare “i giudei” di ogni male del mondo: massoneria, liberalismo, bolscevismo, anticlericalismo, scristianizzazione....antifascismo, secondo gli stereotipi peggiori e con una virulenza non molto e non sempre inferiore a quella dimostrata dai fascisti più zelanti nell'antisemitismo.
    Il Santo Padre quindi, a differenza di molti figli della Chiesa, aveva ben presenti i limiti della critica cristiana e cattolica al giudaismo come fede religiosa derivante da Abramo che, avendo rifiutato Gesù Cristo come Messia e Figlio di Dio, era caduta inesorabilmente e gravemente nell'errore. Il 5 settembre 1938 il Papa aveva criticato con durezza i provvedimenti antiebraici nella “scuola fascista” promossi da Mussolini e Bottai, e il 6 settembre, durante un'udienza, dalla radio cattolica aveva pronunciato queste parole inequivocabili, commentando un passo della Scrittura ricordato nella Messa:
    Ascoltate attentamente: Abramo è definito il nostro Patriarca, il nostro avo. L'antisemitismo non è compatibile con il sublime pensiero e la realtà evocata in questo testo. L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare [...] Attraverso Cristo e in Cristo noi siamo discendenti spirituali di Abramo. No non è lecito per i cristiani prendere parte a manifestazioni di antisemitismo . Noi riconosciamo a tutti il diritto di difendersi e di adottare misure per proteggersi da coloro che minacciano i legittimi interessi di ciascuno. Ma l'antisemitismo è inaccettabile. Spiritualmente siamo tutti Semiti ”. Le parole del Santo Padre, prossimo ormai alla morte, non furono MAI pubblicate, all'epoca, dalla stampa cattolica italiana.....
    continua....

    Shalom!!!!

    Bibliografia essenziale:

    Renzo De Felice: “Storia degli ebrei italiani sotto il Fascismo”
    Susan Zuccotti: “Il Vaticano e l'Olocausto in Italia”
    Ruggero Tradel – Barbara Raggi: “La Segregazione Amichevole - §La Civiltà Cattolica§ e la questione ebraica 1850-1945”
    Michele Sarfatti : “Gli ebrei nell'Italia Fascista”
    Maurizio Ghiretti: “Storia dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo”
    Giovanni Miccoli: “Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo alla fine dell'Ottocento”

  10. #10
    SENATORE di POL
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    seconda parte del precedente..........



    Non è compito di questo 3d indagare sulle relazioni Stato-Chiesa durante il Ventennio, che vide comunque la "soluzione della questione romana" del 1929, gli aspri conflitti sulla questione de L'Azione Cattolica del 1931, reiterati in parte proprio nel 1937/38, la preoccupazione del Papa per l'avvicinamento di Mussolini ad Hitler, il vulnus al concordato inflitto da talune disposizioni nel quadro delle leggi razziali, la sotanziale convergenza di fondo sulla questione spagnuola, e tanti altri momenti di "alti e bassi". Ma qualche cenno andrà fatto. Non è neppure fine di questi post quello di affrontare la tematica delle pretese responsabilità di Pio XII relativamente al "silenzio" della Chiesa sull'Olocausto, che saranno semmai argomento di apposite e diverse "discussioni" su questo e altri forum, laddove tuttavia le accuse più virulente ed infamanti, talvolta di parte ebraica, ma più spesso provenienti da autori anglosassoni e tedeschi, debbono comunque fermamente respingersi.
    Scrive Renzo De Felice circa l'idoneità del momento scelto dal Mussolini per la strumentale svolta razzista del Fascismo: " Lo era psicologicamente [idoneo], perché, se anche avesse avuto ancora alcune incertezze sulla sua opportunità esse erano destinate a cadere di fronte alla violenza della sua irritazione contro la borghesia, la Chiesa e la monarchia e alla sua convinzione che la politica della razza avrebbe costituito il più potente «cazzotto» che egli poteva loro sferrare. Lo era politicamente sul piano interno, perché dare una «coscienza razziale» agli italiani era per lui ormai diventato una tappa fondamentale della costruzione dell’«uomo nuovo fascista». " il tutto condizionato tuttavia dagli aspetti legati alla politica internazionale del Duce in quel complesso contesto europeo e mondiale, e della difesa del Regime dalle cospirazioni "dell'internazionale antifascista ebraica".
    Sebbene, come è stato ricordato, il Fascismo-Regime si caratterizzasse per i suoi compromessi, ben poco rivoluzionari, con poteri come quello della Monarchia, della Borghesia, delle Forze Armate, della Burocrazia Statale, della Chiesa Cattolica, è pur vero che questi compromessi non avevano mai avuto, in Mussolini e tanto meno nelle aspirazioni del Fascismo-Movimento, un carattere statico, definitivo, privo di ambizioni totalitarie tese a spostare sempre più innanzi gli equilibri a favore del Fascismo e del suo Duce, inteso sempre più come suprema autorità e manifestazione dello Stato "totalitario".
    In tale contesto, i contrasti e i compromessi conseguiti con la Chiesa, anche in merito alle leggi razziali e a ciò che vi gravitava attorno, vanno letti appunto, da chi vuole intenderne il senso profondo, nell'ambito dell'azione mussoliniana per una più conseguente svolta "totalitaria". Svolta che era un tutt'uno con quella rivoluzione antropologica e culturale promossa dal Regime al fine di forgiare il popolo guerriero e dominatore. Opera "rivoluzionaria" ritenuta sempre più urgente, mentre ci si avvicinava in politica estera alla bellicosa Germania hitleriana. Questa costituiva anche l'occasione per una ulteriore precisazione dei rapporti di forza con la Chiesa Cattolica, o meglio, con le sue gerarchie e con le sue organizzazioni nella società civile italiana.

    Abbiamo affrontato, nel post precedente, il tema della condanna del neo-paganesimo razzista del NazionalSocialismo avvenuta da parte di Pio XI. Fatte le debite differenze, già nel 1925, da parte cattolico-democratica, don Luigi Sturzo aveva considerato pubblicamente la dottrina fascista come " fondamentalmente pagana e in contrasto col cattolicesimo. Si tratta di Statolatria e deificazione della Nazione.... [perchè il Fascismo] non ammette discussioni e limitazioni: vuole essere adorato per sè, vuole arrivare a creare lo Stato Fascista ". Questa analisi, contiene evidenti elementi di verità, che poterono essere intravisti da una mente acuta come quella di Sturzo ben prima che il Regime si mostrasse in tutta la sua fanatica "religiosità littoria". Quando il fondatore del partito popolare scrisse dette parole, tuttavia, la Chiesa aveva già sostanzialmente abbandonato a se stesso il popolarismo. Nel 1929 Mussolini fu indicato, addirittura dal Pontefice, in occasione del raggiungimento della storica Conciliazione, come "l'Uomo della Provvidenza".
    All'interno del Fascismo agì con forza una corrente cattolico-nazionale e cattolico-conservatrice, proprio mentre l'ex (?) mangiapreti radicale Mussolini giungeva a considerare, sul piano ideologico, il cattolicesimo come parte intrinseca dell'identità culturale nazionale italiana. Sul piano politico Mussolini vedeva essenzialmente la religione cattolica, machiavellicamente e palesemente, come instrumentum regnii .
    Secondo Montanelli e Cervi : " La Conciliazione fu il punto di arrivo di due tendenze diverse ma tendenti allo stesso obbiettivo. Per la Santa Sede si trattava di porre fine, con un accordo soddisfacente, che non sembrasse una resa, alla *iniqua condizione fatta al romano Pontefice*. Per Mussolini si trattava di accelerare la dissoluzione di ciò che restava del Partito Popolare, togliendo alla sua opposizione al Regime il fondamento morale e politico della *Questione romana*; e di attirare inoltre verso il fascismo quelle masse cattoliche che ancora erano perplesse ed esitanti . Il fatto che la Chiesa, attraverso l'Azione Cattolica, si riservasse una buona autonomia di azione nella società civile sarà non a caso, di lì a poco, fonte di nuove tensione tra le due sponde del Tevere.
    Del resto la Chiesa e una gran parte del mondo cattolico, al di là della correttezza sostanziale dell'analisi di Sturzo del 1925, avevano fatto fin da allora ben altre valutazioni. Come scrive il Malgeri: " La promessa fascista di riportare tranquillità ed ordine al Paese, nelle città e nelle campagne non trovò, quindi, insensibile quella parte [conservatrice] del mondo cattolico, tanto più che Mussolini appariva ai loro occhi l'uomo in grando di cancellare definitivamente la vecchia politica laicista e anticlericale, presente sia nella tradizione liberale che nel movimento socialista, restituendo alla Chiesa il suo ruolo e la sua dignità. Gran parte dei cattolici giudicarono, quindi, inutile attardarsi in difesa di un partito ad ispirazione cristiana, quando era lo stesso Capo del Fascismo a dichiararsi disposto a tutelare gli interessi della Chiesa ".
    In questo contesto si inserisce il discorso, caro al Sarfatti, della violazione della, pur parziale e faticosa, parità dei diritti innanzi allo Stato. Parità conquistata col cattolicesimo (riportato dal Fascismo, fin dal giorno della costituzione del primo Gabinetto Mussolini, dopo la Marcia su Roma, al rango di unica religione dello Stato) dal giudaismo, ora nuovamente degradato, come le confessioni cristiane non cattoliche, a "culto ammesso". Con ciò veniva restaurato, una volta tanto nella storia del ventennio, la lettera dello Statuto Albertino, a dispetto della successiva legislazione ordinaria, di tenore "egualitario" fra i culti, del Regno d'Italia in epoca liberale post-unitaria. Questa situazione si aggravò certamente dopo la Conciliazione del febbraio 1929, quando a seguito della sistemazione della "questione romana" alla Chiesa Cattolica furono riconosciute ulteriori prerogative. Non per questo va dimenticato che quando il Fascismo operò per riformare l'organizzazione delle comunità israelitiche italiane, varando apposite norme di legge, il tutto fu fatto d'intesa con i vertici dell'ebraismo e con una sostanziale soddisfazione del rabbinato italiano, nel quadro complessivo della situazione giuridica sancita ormai, per le confessioni e religioni acattoliche, dal Concordato con la Chiesa di Roma. Se ne ricava quindi che le questioni politiche e istituzionali e quelle culturali, ideologiche e propagandistiche vanno intese nella loro rispettiva autonomia, seppur intendendo anche le loro evidenti correlazioni.
    Sta di fatto che nel 1938, mentre fra la Chiesa e lo Stato Fascista si era riaperta una certa guerriglia ( non così dura come nel 1931, ma sempre importante) sulla questione dell'Azione Cattolica (che Mussolini accusava profeticamente di stare allevando di fatto una classe politica alternativa, in modo da proporsi in un non lontano futuro come possibile alternativa a quella fascista), e mentre l'avvicinamento dell'Italia alla Germania razzista e neopagana preoccupava e indignava la Santa Sede, esplose la questione razziale, con le divergenze che essa generò con il Vaticano in merito alla violazione delle prerogative concordatarie della Chiesa, ignorate, soprattutto nelle prime bozze di legge, dal fascismo italiano, con talune correzioni marginali in fase di approvazione definitiva delle norme.
    Abbiamo rilevato nel post precedente come tanto il persistere di un antigiudaismo religioso, a volte decisamente esasperato ( nonda parte del Papa), fino a sconfinare nell'antisemitismo politico e culturale, quanto la preoccupazione di non rompere con il Regime in un momento storico molto delicato, impedirono alla Chiesa di portare a fondo la battaglia contro il razzismo. La Chiesa infatti accettò, seppur malvolentieri, anche ulteriori compromessi persino rispetto alle interpretazioni delle leggi razziali e soprattutto (in modo vantaggioso per lei) in merito alla ciclica battaglia aperta dal Regime (in questa fase, nel contesto della sua accelerazione "totalitaria") sul ruolo e sullo status dell'Azione Cattolica e delle altre organizzazioni giovanili e civili cattoliche.
    Agli inizi del 1939, con l'avvento del nuovo Pontefice, perfetto conoscitore della Germania, la situazione non migliorò affatto. Anzi, gli eventi spingevano in direzioni sempre più allarmanti, tanto che la sensazione che la pace in Europa avesse i giorni contati diventava ora dopo ora sempre più diffusa e, soprattutto, sempre più tragicamente fondata.
    Susan Zuccotti ricorda che: " Pio XII non ebbe la possibilità di adattarsi gradualmente al suo nuovo compito. Tre giorni dopo la sua elezione, il 12 marzo [1939] l'esercito tedesco entrò a Praga, annettendo il territorio Ceco, il flagrante violazione degli accordi di Monaco del settembre precedente [ che avevano visto il ruolo centrale di Mussolini, acclamato dagli italiani "il salvatore della Pace", a dimostrazione della loro irriducibilità ai desideri fascisti di crearne un popolo di guerrieri - nota di Pieffebi [/i] ]. Il venerdì Santo, 7 aprile, gli italiani bombardarono Tirana e occuparano l'Albania. Il Papa parlò di pace in termini generali nella sua prima messa di Pasqua due giorni dopo, ma non disse nulla di specifico su questi due recentissimi atti di palese aggressione. [...] Il più importante degli interventi pubblici di Pio XII a favore della pace si ebbe la sera del 24 agosto, tre giorni dopo l'annuncio del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica [...]. Come Pio XI prima di lui il nuovo Papa si sentì immediatamente in dovere di trattare con Mussolini sul tema delle leggi antiebraiche. Come il suo predecessore, si concentrò soprattutto sul bisogno degli ebrei convertiti, ma in realtà i suoi interventi furono persino più limitati. [...] Gli sforzi volti a emendare le leggi a vantaggio dei convertiti continuarono almeno fino alla fine del 1942 ".
    Le concessioni del Regime verso la Chiesa su questi punti furono, come accennato, scarse all'inizio [nel momento della preparazione delle norme razziste ] e quasi nulle successivamente.
    In ogni caso la preoccupazione mussoliniana di rafforzare il tendenziale totalitarismo fascista, a discapito anche del potere spirituale del Papa (ossia....della Chiesa italiana), in qualche modo "nazionalizzando" e "fascistizzando" anche il cattolicesimo, ebbe il sopravvento sul tentativo opposto, per molto tempo seguito dalla Gerarchia Cattolica e dai cattolici conservatori, di "cattolicizzare" il Fascismo.
    Alcuni degli autori antisemiti italiani preferiti dal Mussolini erano, comunque, quasi altrettanto anticristiani che anti-ebraici. I suoi personali pregiudizi sugli ebrei, attratti apparsi fin dalla gioventù, anche se spesso poi contraddetti, ben poco avevano in comune con la tradizione antigiudaica religiosa o con i suoi eccessi, essendo invece patrimonio del suo passato di ex socialista rivoluzionario, con tratti blanquisti , soreliani e suggestioni nietzschiane, e di nazionalista identitatario e imperialista.
    Mussolini, durante l'incontro che ebbe con Giovanni Preziosi nel settembre 1941, lodò esplicitamente le tesi del "razzismo spirituale" elaborate dal filosofo tradizionalista "di orientamento ghibellino " Julius Evola in " Sintesi di dottrina della Razza ", libro che Mussolini aveva avuto l'occasione di leggere tempo prima durante un suo viaggio in Germania, effettuato per incontrare Adolf Hitler, e di cui ne incoraggiò la diffusione. Secondo Cristopher Boutin lo stesso Evola fu un agente del SD, il "servizio di spionaggio" dell SS himmleriane, ma il fatto è assai controverso visto che proprio ambienti delle SS avevano mostrato evidente insofferenza alle teorie evoliane, in nome dell'ortodossia nazista e razzista, che Evola aveva criticato con asprezza [ ben superiore ] fin dai primi anni trenta.
    Certo è che l'aristocratismo a propria volta neo-paganeggiante, anche se in via "spirituale" tradizionalista, di Evola era decisamente lontano dalla spiritualità cattolica, così come lo era il suo modo "spirituale" di intendere l'antisemitismo.
    Ne' nel Manifesto della Razza, ne' nella Dichiarazione della Razza del Gran Consiglio Fascista, ne' nella legislazione razziale fascista, sono del resto riconoscibili importanti elementi riconducibili coerentemente all'antigiudaismo cristiano e cattolico, pur nelle sue esasperazioni ultra-clericali, sebbene vi fosse talvolta nella coeva propaganda della stampa fascista e "fascistizzata", la volontà manifesta di utilizzarne taluni argomenti.
    Non vi è dubbio però che la situazione di fatto generata dall'avvio della legislazione razzista del fascismo italiano, in quanto segregazionista e sostanzialmente abrogativa della gran parte delle conquiste dell'emancipazione conseguita dagli ebrei italiani ben più di un secolo prima, rifletteva gli auspici che in questo senso erano stati formulati dal taluni cattolici, come i citati padri della rivista LA CIVILTA' CATTOLICA, nel corso di parecchi decenni di letteratura anti-ebraica.
    Il fatto però che il Legislatore Fascista avesse fatto in modo che non fossero tenute in buona considerazione le prerogative della Chiesa, e che i cattolici di origini ebraiche fossero per lo più trattati (perseguitati nei diritti) come ebrei, sulla base di presupposti razzisti-biologici, dimostra una volta di più la distanza notevole esistente fra l'antisemitismo politico e strumentale, fomentato dal fascismo mussoliniano, e l'antigiudaismo e l'antisemitismo religiosi.
    Ciò non assolve gli eccessi dell'antigiudaismo manifestato da molti cattolici, con le sue degenerazioni e conseguenze apertamente antisemite, dalle responsabilità che ebbe, non solo e non tanto in Italia, nel preparare un terreno culturalmente e psicologicamente favorevole alla penetrazione della follia del razzismo antisemita più violento e volgare, con le tragiche conseguenze che purtroppo ben conosciamo riguardo alla "distruzione degli Ebrei d'Europa", ossia alla Shoà.

    Shalom!!!
    Bibliografia essenziale :
    Renzo De Felice: "Mussolini, il fascista"
    Renzo De Felice: "Mussolini, il Duce"
    Renzo De Felice: "Mussolini, l'Alleato"
    Susan Zuccotti: "Il Vaticano e l'Olocausto in Italia"
    Julius Evola: "Nazionalismo, Germanesimo, Nazismo" (antologia)
    Francesco Malgeri: "Chiesa Cattolica e Regime Fascista"
    Mimmo Franzinelli: "Il Clero Fascista"
    Emilio Gentile: "Fascismo - Storia e Interpretazione"
    Emilio Gentile: "Il Culto del Littorio"
    Michele Sarfatti: "Gli ebrei nell'Italia fascista""
    Matteo Luigi Napolitano: "Pio XII e il Nazismo" in N.S.C. n° 3/2001
    Gianfranco de Turris: "Un tradizionalista nella RSI - Julius Evola 1943-1945" in n.S.C. n. 2/2001
    Martin Clark : "Storia dell'Italia contemporanea (1871-1999)"
    Indro Montanelli-Mario Cervi : "L'Italia del Novecento"

 

 
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