Facendo un bilancio del suo primo anno di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, Virginio Rognoni, democristiano d'antan, di quelli che han sempre interpretato la politica come 'servizio' reso alla comunità, fra le tante cose sagge ed equilibrate che ha detto (per esempio che se il premier continua a delegittimare la magistratura l'effetto, devastante quanto inevitabile, sarà che nessun cittadino accetterà più una sentenza), ha anche affermato che il magistrato che sceglie di candidarsi alle elezioni per entrare in Parlamento non dovrebbe più tornare a fare il giudice. Non si tratta semplicemente di una questione di buon gusto e di buon senso, ma di sostanza. Il magistrato infatti - ha ricordato Rognoni - non solo deve essere, ma anche apparire imparziale e chi ha militato in un partito si mette fuori da questa condizione
Sono d'accordo con l'ex ministro degli Interni. Sono anzi favorevole a una soluzione più radicale: al magistrato dovrebbe essere vietato, per legge, di candidarsi al Parlamento e di entrare in politica. Perché quando un magistrato ritorna alla toga non appare più imparziale per quel che riguarda la sua attività futura, ma quando la lascia per fare politica, anche qualora non ritorni più a fare il giudice o il Pubblico ministero, getta un'ombra di sospetto su tutta la sua attività pregressa
A questa soluzione, adottata in alcuni Paesi scandinavi, i magistrati italiani si sono sempre opposti sostenendo che il diritto all'elettorato passivo è di tutti i cittadini e quindi anche loro. Questo è vero, ma anche diritti che appartengono a tutti possono incontrare dei limiti quando il cittadino comune non è più tale ma ricopre alcune, delicate, funzioni. Anche il Presidente della Repubblica ha, teoricamente, il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni come ogni altro cittadino, e però la sua funzione di arbitro supremo dell'agone politico gli vieta, pena il venir meno della sua stessa funzione, di dichiararsi a favore o contro questo o quel partito. La stessa logica opera nel caso del magistrato, essendo anch'egli un arbitro cui può accadere di giudicare di questioni che hanno aspetti o riflessi politici.
La magistratura - come del resto anche il giornalismo - dovrebbe essere intesa e vissuta alla stregua di una vocazione, che comporta sacrifici e limiti sconosciuti al comune cittadino. Chi ha pruriti politici scelga di fare un altro mestiere. Sarà meglio per tutti.
Massimo Fini




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