Tra le righe
Paolo Del Papa
La motivazione della sentenza della più grande opera di corruzione a memoria repubblicana, ha un valore aggiunto da non sottovalutare. Quello del risveglio delle coscienze, della consapevolezza che un modo per resistere c’è. Agli attacchi indiscriminati, alla violenza di mezze figure come l’ultimo Bondi, mandate in avanscoperta con proposte disperate, patologiche nel loro essere gratuitamente sovversive. Una giustizia forte, decisa a fare il proprio dovere nonostante intimidazioni, azioni disciplinari pilotate da chi arbitrariamente detiene il potere, ispezioni e denunce, ancora esiste. Un fatto clamoroso. Una condanna esemplare argomentata da oltre 500 ineccepibili pagine che fanno il giro del mondo e spiegano gli intrecci perversi tra politica e affari mai venuti meno da tangentopoli in poi, semmai consolidati a "sistema di vita". D’ora in poi ogni passo del cavaliere sarà uno sgambetto. La piramide macchinosa cha ha inizio a metà degli anni ’80 viene meticolosamente ricostruita, come i fili di una ragnatela, riconducendo a lui, ultimo beneficiario. E una prescrizione non potrà salvarlo da precise responsabilità politiche.
Non importa il chiasso ulteriore che verrà dai suoi giornali e dalle televisioni servili, la credibilità è definitivamente compromessa e minacciata. Anche dai soci di quella confraternita del ladrocinio e della truffa, che ora hanno all’orizzonte una pena troppo pesante da scontare per non maturare istinti di vendetta verso chi potrebbe abbandonarli al loro destino...
E’ da qui che deve partire un preciso dovere civico che sostenga l’impegno giuridico. Quella convinzione che il presidente del consiglio non è più l’uomo intoccabile che si pensava, che i suoi punti deboli li ha manifestati tutti e ormai lo stanno affossando. Ed è altresì obbligo morale pretendere le dimissioni sue e del governo che continua a difenderlo a spada tratta. Ciò che è accaduto non si potrà cambiare, né dimenticare. Resterà ad infangare ancor più la memoria e la reputazione di un paese malato. E’ come dopo un rovinoso terremoto: occorre ricostruire, cambiando le fondamenta. Avendo premura di renderle antisismiche, laddove non lo fossero. Ora ci sono gli atti ad ufficializzare la fine della seconda infausta repubblica. E chi a sinistra si ostinasse a negare, a sostenere che non ci devono essere implicazioni politiche a margine di un simile colossale verdetto, è in mala fede. Il magistrato non da giudizi politici, esprime una sentenza. Ma chi si occupa di cosa pubblica, non importa se all’opposizione, dovrebbe preservare la medesima dalla cattiva gestione. È il suo mestiere.
Ogni segnale presagisca un cambiamento, detta anche le condizioni. Nessun rammendo o tampone.
La svolta deve essere epocale.
(9 Agosto 2003)
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Ciao




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